Acqua non potabile. Risarcimento all’utente. Sussiste

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Cass. Civ., Sez. I, 04.02.2016 n. 2182

Storica sentenza, questa, della Suprema Corte, dopo varie emesse dai giudici di primo grado, con riferimento ai disservizi che gli utenti sono costretti a sopportare, talvolta se non spesso, specie in Sicilia in cui è accaduto di non poter contare su un flusso idrico costante e di buona qualità, con riferimento appunto ad un bene, l’acqua, di prima necessità, primario per ogni forma di vita esistente al mondo.

Storica sentenza, come detto, che l’avvocato difensore, nella specie, del presidente della Confcommercio di Gela [che aveva agito per il risarcimento dei danni causati al suo ristorante per i disservizi patiti nel periodo in cui il Comune di Gela aveva ordinato ai cittadini di astenersi dall’uso potabile dell’acqua], definisce come una «Una vittoria finale che si preannunciava sin dalle prime battute benché la battaglia giudiziaria sia stata difficile. Ma al terzo giudizio abbiamo mantenuto il trend della ragione che ci ripaga di tanto impegno professionale ma soprattutto sociale verso i cittadini che hanno riposto e nei legali del mio studio, la loro fiducia».

Ebbene, in caso di disservizi nell’erogazione dell’acqua potabile, il gestore dell’acquedotto, essendosi impegnato nell’adempimento delle prestazioni con il contratto di somministrazione, non può motivare l’impossibilità della prestazione stessa per fatto imputabile alla locale raffineria, estranea al richiamato contratto di somministrazione, ma deve provare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento. Diversamente, il gestore deve risarcire l’utente del danno correlato alla mancata fornitura di acqua potabile nel periodo in cui, nella specie, alla cittadinanza era stato fatto obbligo di astenersi dall’uso potabile dell’acqua in quanto i parametri chimici e i caratteri organolettici erano difformi da quelli previsti dalla legge.

È quanto emerge dalla sentenza ora in commento che ha condannato il gestore dell’acquedotto al risarcimento dei danni per un importo liquidato, secondo equità, dal giudice di pace e confermato dal Tribunale in sede di appello.

A nulla sono valsi i tentativi del gestore di far ricadere la responsabilità sulla raffineria alla quale spetterebbe il compito di «captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione», mentre era riservato all’ente il compito «di miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile». Il punto è che, si legge in sentenza, «Non può dubitarsi, sulla base della ricostruzione operata nella sentenza impugnata e dello stesso contenuto del ricorso, della ricorrenza, fra EAS e vari utenti della fornitura di acqua, fra i quali le odierne parti controricorrenti, di un contratto di somministrazione, avente natura privatistica (Cass., Sez. un., 10 marzo 2005, n. 5191), ed assolutamente autonomo dai rapporti intercorrenti fra la stessa EAS, la S.p.a. Raffineria di Gela e l’ente territoriale». Pertanto, l’acquedotto non può essere esonerato dalla responsabilità per l’asserito e presunto inadempimento della raffineria dopo il provvedimento adottato dal Comune nei confronti dei cittadini di astenersi dall’uso potabile dell’acqua perché i parametri chimici e i caratteri organolettici erano difformi da quelli previsti dalla legge. Ritengono gli Ermellini si sia correttamente richiamato il principio secondo cui, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., il debitore, in quanto tenuto a dimostrare di non aver potuto adempiere la prestazione dovuta per causa a lui non imputabile, non può limitarsi a eccepire la semplice difficoltà della prestazione o il fatto ostativo del terzo, ma deve provare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento. Gli Ermellini, infatti, affermano che: «In realtà, le stesse circostanze enunciate nel ricorso inducono ad escludere che ci si trovi in presenza di un rapporto unitario; infatti EAS sostiene che la Raffineria di Gela avrebbe dovuto “captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione”, mentre era riservato all’ente ricorrente il compito di “miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile”. Non risultando che il contratto di somministrazione prevedesse esclusivamente la fornitura di acqua dissalata, manca qualsiasi riferimento ad un’attività doverosamente diligente per superare le difficoltà che si frapponevano all’esatto adempimento, così come non è stata neppure dedotta l’oggettiva impossibilità di ricorrere ad approvvigionamenti alternativi per eseguire le prestazioni dovute».

Non resta all’Ente gestore che pagare le spese processuali.

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