Mese: aprile 2018

autovelox1

Violazione del Codice della Strada. Mancanza di adeguata segnalazione dell’apparecchiatura utilizzata per il rilevamento della velocità

Con la sentenza in commento[1] viene accolta l’opposizione avverso il verbale di accertamento per violazione dell’art. 142, comma 8, del Codice della Strada, accertata a mezzo autovelox in postazione fissa, per la mancanza di adeguata segnalazione dell’apparecchiatura utilizzata per il rilevamento della velocità.

Il dispositivo, nella specie installato in una strada extraurbana secondaria, in relazione alla quale l’art. 142 del CdS prescrive una velocità massima di 90 km/h, nonché di dispositivo collocato fuori dal centro abitato su strada con imposizione di un limite diverso (80 km/h) da quello fissato in via generale dal CdS, dà origine ad una violazione della norma richiamata, trovandosi il dispositivo collocato ad una distanza inferiore ad un chilometro dal segnale che impone il limite di velocità. Il Giudice inoltre rileva una ulteriore illegittimità in quanto «pur trattandosi di dispositivo per il rilevamento della velocità su entrambi i sensi di marcia, sia pure approvato per tale utilizzo, e collocato su un solo lato della strada, lo stesso non risulta segnalato con un segnale a doppia faccia visibile dalle due direzioni».

La collocazione del dispositivo di rilevamento della velocità in violazione della legge n.120/2010 – il cui art. 25, comma 2, ha prescritto che i dispositivi per il rilevamento della velocità, collocati fuori dai centri abitati, non possono essere utilizzati od installati ad una distanza inferiore ad un chilometro dal segnale che impone il limite di velocità – nonché la non conformità della segnaletica alle prescrizioni di cui al D.M. 282/2017, rendono illegittimo l’opposto verbale.

E ciò in quanto l’intenzione del legislatore, ricorda il Giudice, è quella di «privilegiare la funzione preventiva degli strumenti di rilevazione elettronica delle velocità su quella repressiva. Anche la giurisprudenza è univoca nell’affermare che : “dell’utilizzazione ed installazione dei dispositivi di rilevamento elettronico della velocità deve essere data informazione all’automobilista”… il suddetto obbligo di informazione agli utenti della strada è altresì finalizzato a portare gli automobilisti a conoscenza dei dispositivi di controllo, onde orientarne la condotta di guida e a preavvertirli del possibile accertamento di violazioni con metodiche elettroniche. Si tratta, dunque, di norma di garanzia per l’automobilista, la cui violazione cagiona la nullità della sanzione. Ed ancora, la ratio della preventiva informazione si rinviene nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla P.A., il cui potere sanzionatorio in materia di circolazione stradale non è tanto ispirato dall’intento della sorpresa ingannevole dell’automobilista indisciplinato, in una logica patrimoniale captatoria, quanto da uno scopo di tutela della sicurezza stradale e di riduzione dei costi economici, sociali ed ambientali derivanti dal traffico veicolare nonché di fluidità della circolazione, anche mediante l’utilizzo di nuove tecnologie».

Il Giudice insiste rilevando altresì che: «l’elevato numero di verbali elevati dalla data di installazione ad oggi per la violazione, in gran parte dei casi, dell’art. 142 co. 8, e, quindi, per violazioni in gran parte comprese nella fascia dell’eccedenza di oltre 10 km/h in più e non oltre 40 km/h del limite massimo consentito di 80 km/h, per cui la velocità predominante nel tratto di strada in oggetto, intesa in senso quantitativo, ossia quella che per valore predomina sulle altre deve intendersi compresa nella fascia suddetta, e cioè nel limite massimo di 120 km/h, costituisce prova sufficiente dell’inidoneità della segnaletica ad assolvere adeguatamente alla funzione di preavvertire gli automobilisti circa l’utilizzo dei dispositivi di controllo della velocità. Pertanto, in relazione alla velocità predominante (tra i 90 ed i 120 km/h), la segnaletica appare inadeguata sia con riferimento alle dimensioni, che all’assenza di segnali con scritte luminose in grado di maggiormente richiamare l’attenzione degli automobilisti circa l’utilizzo del dispositivo elettronico di rilevamento delle infrazioni, oltre che rendere maggiormente visibili le indicazioni in essi contenute e ciò anche in condizioni di scarsa visibilità (orario notturno, etc.)».

Spese di giudizio compensate.

[1] Giudice di Pace di Sessa Aurunca, 28.03.2018 n. 341

ctu

Sui limiti alla acquisizione dei documenti da parte del Consulente Tecnico d’Ufficio

Con la sentenza in esame la Suprema Corte[1], in ordine alle censure svolte da parte ricorrente circa l’impossibilità, da parte del C.T.U., di acquisire aliunde la documentazione necessaria ad elaborare la consulenza, ha stabilito i limiti entro i quali è ammessa, nel corso dell’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, l’acquisizione diretta di documentazione da parte del perito d’ufficio.

Secondo gli Ermellini, i giudici di merito hanno fatto corretto governo del principio di diritto secondo cui rientra nel potere del perito «attingere “aliunde” notizie e dati, non rilevabili dagli atti processuali e concernenti fatti e situazioni formanti oggetto del suo accertamento, quando ciò sia necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli, e che dette indagini possono concorrere alla formazione del convincimento del giudice purché ne siano indicate le fonti, in modo che le parti siano messe in grado di effettuarne il controllo, a tutela del principio del contraddittorio (Cass. n. 13686 del 2001; Cass. n. 3105 del 2004; Cass. n. 13428 del 2008; Cass. n. 1901 del 2010)». Tuttavia, prosegue la Suprema Corte, «occorre chiarire entro che limiti è legittimo l’esercizio di tale facoltà da parte del consulente e quali siano i dati, le notizie, i documenti che egli può acquisire aliunde. Il criterio guida è che si tratta di un potere funzionale al corretto espletamento dell’incarico affidato, che non comporta alcun potere di supplenza, da parte del consulente, rispetto al mancato espletamento da parte dei contendenti al rispettivo onere probatorio. Esso viene legittimamente esercitato in tutti i casi in cui al consulente sia necessario, per portare a termine l’indagine richiesta, di acquisire documenti in genere pubblici non prodotti dalle parti e che tuttavia siano necessari per verificare sul piano tecnico se le affermazioni delle parti siano o meno corrette. Potrà anche, nel contraddittorio delle parti, acquisire documenti non prodotti e che possano essere nella disponibilità di una delle parti o anche di un terzo qualora ne emerga l’indispensabilità all’accertamento di una situazione di comune interesse. Può acquisire, inoltre, dati tecnici di riscontro alle affermazioni e produzioni documentali delle parti, e pur sempre deve indicare loro la fonte di acquisizione di questi dati per consentire alle medesime di verificarne l’esatto e pertinente prelievo. Quindi l’acquisizione di dati e documenti da parte del consulente tecnico ha funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto affermato e documentato dalle parti; mentre non è consentito al consulente sostituirsi alla stessa parte, andando a ricercare aliunde i dati stessi che devono essere oggetto di riscontro da parte sua, che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova (ovvero gli atti e i documenti che siano nella disponibilità della parte che agisce e dei quali essa deve avvalersi per fondare la sua pretesa) che non gli siano stati forniti, in quanto in questo modo verrebbe impropriamente a supplire al carente espletamento dell’onere probatorio, in violazione sia dell’art. 2697 c.c., che del principio del contraddittorio».

(Nella specie, gli Ermellini hanno ritenuto rientrante nel potere d’indagine del C.T.U. l’acquisizione della circolare della casa produttrice di un escavatore, dovendone, il perito, verificare le modalità di funzionamento).

[1] Sez. II, 14.11.2017 n. 26893

risarcimento-danni-utenza-telefonica-legale-assistenza-roma

Compenso professionale. Il professionista deve provare la relativa pattuizione.

Il professionista che agisce per il pagamento del proprio compenso, conseguente allo svolgimento di una prestazione d’opera, nel caso in cui vi sia contestazione in ordine all’avvenuto conferimento dell’incarico, deve provare la relativa pattuizione, la quale può sì rivestire qualsiasi forma, sempreché risulti idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà del committente di avvalersi dell’attività e dell’opera del professionista.

E’ quanto emerge dalla sentenza 701/2018 pubblicata dalla Sezione XI del Tribunale Civile di Roma[1] che ha respinto, siccome infondata, la domanda del praticante avvocato che aveva chiesto (con ricorso ex art. 702 bis c.p.c.) il pagamento dei compensi maturati in relazione alla attività professionale prestata in favore della convenuta che si era costituita in giudizio contestando decisamente l’espletamento delle attività giudiziali di cui l’attore richiedeva il pagamento, ed adducendo di aver incaricato il praticante avvocato soltanto di assisterla stragiudizialmente in seguito ad un incidente stradale alla stessa occorso.

Non è emerso alcun elemento probatorio, spiega il giudice, vòlto a dimostrare un accordo intervenuto tra le parti del giudizio, «nemmeno verbale», in ordine alle richieste delle ulteriori voci indicate nel prospetto di parcella, oltre a quelle corrisposte per l’espletamento della attività stragiudiziale sul quale il convenuto concordava («All’esito delle emergenze istruttorie, dalla documentazione in atti versata nonché dalle prove testimoniali, non è emerso alcun elemento a sostegno della tesi prospettata da F in ordine all’espletamento dell’attività di cui oggi chiede il compenso»).

In sintesi, il professionista che agisce in giudizio, in caso di contestazione, per ottenere il soddisfacimento del credito professionale ha l’onere di dimostrare tanto l’avvenuto conferimento dell’incarico quanto l’effettivo espletamento della prestazione.

[1] 11.01.2018

ATTO DI APPELLO. per. il sig. Tizio, nato a __________ il _________, C.F. ___________, residente in ________, via _______, n. ___, rappresentato e difeso, giusta procura in calce al presente atto dall’avv. ___________ (C.F. __________, telefax n. __________, PEC _______) ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in ____________, via _____, ___. - appellante -

La formulazione dell’atto di appello

«[….] la tesi ricorrente secondo cui «l’atto di appello, ai sensi dell’art. 342 cpc, deve essere costruito come una proposta di sentenza» non incontra il favore di questa Corte. Come, infatti, si era già divisato a sezioni semplici, sconfessandosi a più riprese, sul filo dell’opinione che la novella non avesse mutato la natura del giudizio d’appello e si ponesse perciò in linea di continuità con la pregressa giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. III, 16/05/2017, n. 11999), l’idea che l’individuazione di «un percorso logico alternativo a quello del primo giudice» (Cass., Sez. IV, 5/02/2015, n. 2143), cui deve tendere l’atto di gravame secondo la nuova formulazione dell’art. 342 cod. proc. civ. non deve necessariamente tradursi in un «progetto alternativo di sentenza» (Cass., Sez. VI-III, 12/9/2017, n. 21134) e diffidandosi segnatamente, in questa chiave, dall’accedere a linee di lettura che ostino alla piena espansione sul piano interno del principio di effettività della tutela giurisdizionale (Cass., Sez. III, 5/05/2017, n. 10916), è ora convinzione che si vale del superiore conforto delle SS.UU. (Cass., Sez. U, 16/11/2017, n. 27199) che le modifiche introdotte dalla novella del 2012, lungi dallo sconvolgere i tradizionali connotati del giudizio d’appello, abbiano in effetti «recepito e tradotto in legge» i consolidati orientamenti della giurisprudenza di legittimità in materia, ribadendo in particolare l’esigenza che l’atto introduttivo di esso contenga «una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice». Ciò però esclude che l’individuazione di un «percorso logico alternativo a quello del primo giudice», debba necessariamente tradursi in un «progetto alternativo di sentenza».

Gli Ermellini, con la decisione in commento[1], evidenziano che il nuovo testo degli artt. 342 e 434 c.p.c. impone che i punti contestati della sentenza impugnata siano esplicitamente enucleati, insieme alle relative doglianze, ovverosia che la parte appellante ponga il magistrato superiore in condizione di comprendere esattamente qual è il contenuto della censura proposta, dimostrando di aver compreso le ragioni del primo giudice e indicando il perché queste siano censurabili.

«Se, dunque, come già in passato, il nuovo dettato dell’art. 342 cod. proc. civ., impone all’appellante di individuare con la dovuta chiarezza, per mezzo dell’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare, i temi decisionali da sottoporsi al vaglio del decidente d’appello, in modo tale da delimitare l’area del giudizio di impugnazione in ossequio al principio tantum devolutum quantum appellatum …. da ciò segue che anche alla luce del testo novellato la postulazione appellante dovrà procedere ad una propria rivisitazione del materiale istruttorio, ove la contestazione abbia ad oggetto la ricostruzione dei profili fattuali della vicenda, mentre dovrà curarsi di indicare le circostanze di fatto che rendono possibile una diversa soluzione giuridica di essa nel caso in cui oggetto di critica siano i profili in diritto della decisione…».

[1] Ord., Sez. 1^, 06.04.2018 n. 8571