Mese: febbraio 2018

notifica

Notifica tardiva, e conseguente inammissibilità del ricorso, se effettuata l’ultimo giorno utile ma dopo le ore 21.00

Sulla base del combinato disposto dell’art. 147 c.p.c. nonché dell’art. 45 bis del d.l. 24.6.2012, n. 90, conv. con modifiche dalla 1. 17.12.2012, n. 221 che ha introdotto l’art. 16 septies, se la spedizione della notifica effettuata a mezzo posta elettronica certificata è stata eseguita — come nella specie non è contestato – oltre le ore 21, la notifica si considera perfezionata alle sette del giorno successivo, e di conseguenza, se essa è stata eseguita l’ultimo giorno utile ma dopo le ore 21, si considera perfezionata alle ore sette del giorno successivo. Pertanto, qualora il compimento dell’attività notificatoria della impugnazione sia avvenuto l’ultimo giorno utile previsto dalla legge, ma al di là dei limiti di tempo dalla stessa fissati, l’impugnazione stessa deve ritenersi tardiva.

La Suprema Corte torna sull’argomento[1], dichiarando inammissibile il ricorso, in accoglimento della doglianza avanzata dai controricorrenti che avevano eccepito la tardività del ricorso di legittimità in quanto notificato oltre il termine di sessanta giorni applicabile a decorrere dalla notificazione della sentenza impugnata.

Gli Ermellini ricordano che “Non si può prescindere dall’osservare che, nel nostro ordinamento, deve ormai considerarsi principio generale di diritto vivente il principio della scissione degli effetti delle notifiche tra notificante e destinatario della notifica. Si tratta di principio elaborato dalla Corte costituzionale, fatto proprio ed affermato da questa Corte in numerose decisioni…[…]… Moltissime sono le sentenze di legittimità che hanno confermato tale principio, contemperato dall’onere e l’obbligo per il notificante di riattivare in un tempo ragionevole il procedimento notificatorio (tra le altre, Cass. n.18074 del 2012). Potrebbe pertanto dubitarsi perfino della legittimità costituzionale di una norma che non riconoscesse il principio della scissione in presenza delle esigenze di tutela per le quali essa è stato elaborato, ovvero in una situazione in cui non sia legittimo far ricadere sul notificante incolpevole gli effetti negativi di un ritardo nel procedimento notificatorio in riferimento ad attività in esso comprese ma sottratte al controllo del notificante. E’ un principio elaborato a tutela di chi, in buona fede, compia una attività dovuta che necessiti, per il suo completamento, dell’intervento di un terzo, per evitare che possa essere pregiudicato dal mancato perfezionamento nei termini dell’attività procedimentale da lui correttamente avviata e non portata a termine tempestivamente per cause al di fuori della sua volontà e della sua sfera di controllo (v. Cass. n. 9528 del 2015). In riferimento all’art. 147 c.p.c., però, il principio della scissione degli effetti della notificazione per il notificante e per il destinatario non opera perché siamo al di fuori delle ipotesi a tutela delle quali esso è stato creato. Il principio non ha ragione di operare, infatti, laddove la legge espressamente disciplina i tempi per il corretto ed efficace svolgimento di una attività ( a tutela del diverso interesse, rafforzato dalle possibilità tecniche offerte dalla notifiche telematiche, di non costringere i professionisti alla continua verifica, a qualsiasi ora del giorno e della notte, dell’arrivo di atti processuali), qualora, come nella specie, è lo stesso notificante che ha iniziato a compiere l’attività attività notificatoria quando il margine di tempo a sua disposizione si era già consumato”.

 

[1] Sez. 3, 21.09.2017 n. 21915

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Avvocati: come recuperare il credito dal cliente

Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono intervenute recentemente[1], in una controversia in cui l’Avvocato chiedeva la liquidazione delle spettanze correlate alla sua attività professionale, per stabilire che solo due sono le strade alternative che l’Avvocato ha a disposizione: «a) o con un ricorso ai sensi dell’art. 702-bis, cod. proc. civ., che dà luogo ad un procedimento sommario “speciale”, disciplinato dal combinato disposto dell’art. 14 e degli artt. 3 e 4 del citato d.lgs. [decreto legislativo numero 150/2011]; b) o con il procedimento per decreto ingiuntivo ai sensi degli artt. 633 e segg. cod. proc. civ., l’opposizione avverso il quale si propone con ricorso ai sensi dell’art. 702-bis e segg. cod. proc. civ. ed è disciplinata come sub a), ferma restando l’applicazione delle norme speciali che dopo l’opposizione esprimono la permanenza della tutela privilegiata del creditore e segnatamente degli artt. 648, 649 e 653 cod. prov. civ. (quest’ultimo da applicarsi in combinato disposto con l’ultimo comma dell’art. 14 e con il penultimo comma dell’art. 702-ter cod. proc. civ.)».

In altri e più chiari termini, è esclusa la possibilità di introdurre l´azione di cui all’art. 28 della legge n.794 del 1942, tanto con il rito ordinario quanto con quello sommario codicistico di cui agli artt. 702 bis e segg. c.p.c..

«La controversia di cui all’art. 28 della l. n. 794 del 1942, tanto se introdotta con ricorso ai sensi dell’art. 702-bis cod. proc. civ., quanto se introdotta con ricorso per decreto ingiuntivo, ha ad oggetto la domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell’avvocato tanto se prima della lite vi sia una contestazione sull’an debeatur quanto se non vi sia e, una volta introdotta, resta soggetta (nel secondo caso a seguito dell’opposizione) al rito indicato dall’art. 14 del d.lgs. n.150 del 2011 anche quando il cliente dell’avvocato non si limiti a sollevare contestazioni sulla quantificazione del credito alla stregua della tariffa, ma sollevi contestazioni in ordine all’esistenza del rapporto, alle prestazioni eseguite ed in genere riguardo all’an. Soltanto qualora il convenuto svolga una difesa che si articoli con la proposizione di una domanda (riconvenzionale, di compensazione, di accertamento con efficacia di giudicato di un rapporto pregiudicante), l’introduzione di una domanda ulteriore rispetto a quella originaria e la sua esorbitanza dal rito di cui all’art. 14 comporta – sempre che non si ponga anche un problema di spostamento della competenza per ragioni di connessione (da risolversi ai sensi delle disposizioni degli artt. 34, 35 e 36 cod. proc. civ.) e, se è stata adita la corte di appello, il problema della soggezione della domanda del cliente alla competenza di un giudice di primo grado, che ne impone la rimessione ad esso – che, ai sensi dell’art. 702-ter, quarto comma, cod. proc. civ., si debba dar corso alla trattazione di detta domanda con il rito sommario congiuntamente a quella ex art. 14, qualora anche la domanda introdotta dal cliente si presti ad un’istruzione sommaria, mentre, in caso contrario, si impone di separarne la trattazione e di procedervi con il rito per essa di regola previsto (non potendo trovare applicazione, per l’esistenza della norma speciale, la possibilità di unitaria trattazione con il rito ordinario sull’intero cumulo di cause ai sensi dell’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ.)».

Spese di giudizio compensate per la novità delle questioni esaminate.

 

[1] 23.02.2018 n. 4485

Person Pointing On Paper To Sign On Contract

Valida la clausola vessatoria anche se sostanzialmente illeggibile

«In materia di contratti conclusi mediante la sottoscrizione di moduli o formulari predisposti per disciplinare in modo uniforme determinati rapporti (nella specie, utenza telefonica), la clausola con cui si stabilisce una deroga alla competenza territoriale ha natura vessatoria e deve essere, ai sensi dell’art. 1341, secondo comma, cod. civ., approvata espressamente per iscritto. Qualora la medesima risulti scarsamente o per nulla leggibile, sia perché il modello è in fotocopia sia perché i caratteri grafici sono eccessivamente piccoli, il contraente debole può esigere dalla controparte che gli venga fornito un modello contrattuale pienamente leggibile; ma, ove ciò non abbia fatto, non può lamentare in sede giudiziale di non aver rettamente compreso la portata della suddetta clausola derogatoria».

Questo il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte di Cassazione[1] che, con la decisione in argomento, si è posta il problema di quale efficacia si debba ricondurre ad una clausola vessatoria in presenza di sottoscrizione, per approvazione, di un documento redatto a caratteri molto piccoli e pressoché illeggibile.

Per esplicita previsione dell’art. 1341, secondo comma, cod. civ., non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, tra le altre, la deroga alla competenza territoriale. Il primo comma dello stesso art. 1341 cod. civ. precisa, tuttavia, che le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell’altro «se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza».

Ma cosa accade se la clausola vessatoria è scarsamente leggibile?

Ebbene, gli Ermellini, confermando un indirizzo interpretativo seppure risalente nel tempo, hanno stabilito che «l’eventuale illeggibilità di una o più clausole vessatorie non esonera il contraente debole dall’onere di vigilare affinché non vengano apposte firme “ad occhi chiusi”; l’art. 1341, primo comma, cod. civ., prevede, come si è visto, l’efficacia delle clausole che il contraente avrebbe dovuto conoscere con l’ordinaria diligenza, per cui la società oggi ricorrente non può addurre, a sostegno della propria tesi, il fatto che la clausola in questione non fosse «chiaramente comprensibile e decifrabile».

E così la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di una Società, che pure in primo grado si era vista riconoscere un risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti all’interruzione della linea telefonica ed alla conseguente perdita di numerose opportunità lavorative, ha chiarito che era onere della società esigere dalla controparte un modello contrattuale pienamente leggibile, in guisa rigettando il ricorso proposto.

[1] Civ. Ord. Sez. 6, 12.02.2018 n. 3307

subappalto

Sul limite quantitativo al subappalto

Con Ordinanza recente il T.A.R. Milano[1], in un giudizio in cui la società ricorrente era stata esclusa dalla procedura di gara per aver superato la percentuale del 30% prevista come limite al subappalto dalla normativa nazionale [art. 105, comma 2, del decreto legislativo n. 50 del 18 aprile 2016], sospendendo il giudizio, ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea la questione relativa alla compatibilità della normativa nazionale sul subappalto con il diritto comunitario (in particolare con l’art. 71 della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 sugli appalti pubblici).

In altri e più chiari termini, per il Collegio, il predetto limite sui subappalti potrebbe non essere conforme alla normativa europea ché, diversamente, non prevede alcuna limitazione quantitativa a riguardo.

Infatti, la vigente direttiva europea affronta il tema del subappalto all’articolo 71 che, secondo il T.A.R., “consente l’introduzione di previsioni più restrittive sotto diversi aspetti, ma non contempla alcun limite quantitativo al subappalto”.

Questo il quesito interpretativo formulato dal Collegio alla Corte di Giustizia:

Se i principi di libertà di stabilimento e di libera prestazione di servizi, di cui agli articoli 49 e 56 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), l’articolo 71 della direttiva 2014/24del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014, il quale non contempla limitazioni quantitative al subappalto, e il principio eurounitario di proporzionalità, ostino all’applicazione di una normativa nazionale in materia di appalti pubblici, quale quella italiana contenuta nell’articolo 105, comma 2, terzo periodo, del decreto legislativo18 aprile 2016, n. 50, secondo la quale il subappalto non può superare la quota del 30 per cento dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture”.

[1] Sez. I, 19.01.2018, n. 148

facebook

Facebook e l’utilizzo, per il proprio profilo, della foto di un’altra persona

Rischia la condanna per reato di sostituzione di persona chi utilizza, sul proprio profilo Facebook, la foto di un’altra persona.

Così, la 5^ Sezione Penale della Suprema Corte[1], che ha confermato la sanzione penale patteggiata da una donna dinanzi al G.U.P., «concordata di giorni 15 di reclusione, convertita in euro 3.750 di multa, …, per il delitto contestatole ai sensi dell’art. 494 cod. pen [‘Sostituzione di persona’], per avere utilizzato, per il proprio profilo facebook, la foto di un’altra persona».

L’imputata ha presentato ricorso in Cassazione deducendo la nullità dell’accordo stipulato tra essa e il pubblico ministero in quanto [erroneamente] il giudice non aveva consentito di revocarlo a seguito della possibilità sopravvenuta, stante la pronuncia della Corte Costituzionale n. 201/2016 di richiedere, con l’atto di opposizione al decreto penale, la sospensione del procedimento per la messa alla prova. «Più precisamente, il giudice non aveva concesso il richiesto termine a difesa ed aveva, invece, accolto l’istanza subordinata, sulla quale si era formato il consenso con il pubblico ministero, di ripartire il pagamento della multa in 30 rate, piuttosto che nelle 18 dell’originario accordo».

Ma la Suprema Corte, con la richiamata sentenza, ha rigettato il ricorso sulla base delle seguenti considerazioni in diritto: «Il decreto penale emesso nei confronti della ricorrente non era affetto da alcuna nullità visto che era stato emesso il 20 maggio 2016 quando non era stata ancora né pronunciata né pubblicata la sentenza n. 201 della Corte costituzionale, del 6 luglio 2016 (pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 27 luglio 2016) con la quale si era dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere mediante l’opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova. Comunque, il mancato avviso non precludeva all’imputato di formulare istanza di sospensione del procedimento ai sensi dell’art. 168 bis cod. pen., sussistendone i presupposti, posto che la “messa alla prova” era stata introdotta nell’ordinamento in epoca antecedente, con la legge 28/04/2014 n. 67. 1 Corte di Cassazione – copia non ufficiale 2 – Nel caso concreto, però, l’istanza della difesa, di revoca del consenso al patteggiamento, non si era fondata sulla esplicita richiesta di sospensione del processo per la messa alla prova […] ma solo sulla richiesta di un termine a difesa per valutarne la convenienza».

 

 

[1] Sez. 5, 10.10.2017-30.01.2018, n. 4413