Mese: novembre 2017

buca

Chi paga per l’auto finita nella buca: il Comune o la Società a cui era stato affidato in appalto il servizio di manutenzione della strada in cui è avvenuto il sinistro ?

Il Tribunale di Roma[1], in sede di appello, ha accolto le richieste degli appellanti che si erano visti rigettata dinanzi al Giudice di Pace la domanda da loro proposta per ottenere il risarcimento dei danni subìti dalla loro autovettura, a causa della rottura del semiasse e dello pneumatico anteriore sinistro, provocati da una buca esistente nel manto stradale.

La responsabilità oggettiva è sì del proprietario/custode della strada, riconosce il Tribunale, ma sarà la Società chiamata in causa da Roma Capitale a manlevarla dal risarcimento dei danni sopportati dall’appellante. Infatti, come si legge nella sentenza, l’Ente locale aveva stipulato con una Società un contratto di appalto con cui era stato affidato a quest’ultima «l’obbligo di sorveglianza sulle strade affidate in manutenzione della ditta appaltatrice nonché la responsabilità della società per eventuali danni derivanti a terzi dalla mancata osservanza degli obblighi di manutenzione».

Rileva il giudice che «l’avvallamento determinato dalla buca di vaste dimensioni descritta (50×40) in una parte della strada di piena percorrenza, configura, in assenza di ogni dimostrazione di un eccesso di velocità del conducente dell’autovettura, una condizione dei luoghi invisibile ed imprevedibile tale da determinare una situazione di pericolo e, conseguentemente, la fattispecie insidiosa dedotta. La mancanza di qualsiasi segnalazione relativamente alla presenza dell’infossamento e della condizione di dissesto della strada, evidentemente presente da tempo, sono le ragioni che non hanno consentito all’attore di adottare alcuna cautela al fine di evitare il passaggio in quel punto della strada: risulta pertanto insussistente l’ipotesi di caso fortuito prospettata dalle parti appellate».

Da ciò la responsabilità oggettiva del proprietario/custode della strada, ovverosia di Roma Capitale a cui, tuttavia, il Tribunale accoglie  l’appello incidentale proposto e legato al contratto di appalto stipulato con la Società, i cui artt. 29 e 30 prevedevano, in capo a detta Società, l’obbligo di sorveglianza sulle strade affidate in manutenzione.

TARI

TARI (Tassa Smaltimento Rifiuti) illegittima: come recuperare quanto pagato in eccesso

Il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, in risposta a un’interpellanza parlamentare del 18 ottobre scorso, rivolta dal deputato pugliese Giuseppe L’Abbate (M5S), ha chiarito che «La parte variabile della tariffa va computata una sola volta, considerando l’intera superficie dell’utenza composta sia dalla parte abitativa che dalle pertinenze situate nello stesso Comune».

E così è emerso che diversi Comuni Italiani (tra i tanti, i Comuni di Milano, Genova, Ancona, Napoli, Catanzaro e Cagliari) hanno commesso un errore in ordine alla quota variabile, moltiplicata tante volte quante sono le c.d. pertinenze (ovverosia i posti auto,  i box, le cantine, le mansarde, le soffitte, etc). Ad esempio: chi ha una casa con 95 metri quadrati complessivi, di cui 70 di casa, 15 di garage e 10 di cantina, ha pagato la quota variabile non, come avrebbe dovuto avvenire, una sola volta bensì – ed erroneamente – tre volte e, quindi, in eccesso.

A riguardo, basta leggere con attenzione la bolletta. Essa contiene il riepilogo dell´importo da pagare, le istruzioni per il pagamento e il dettaglio delle somme in cui sono indicate le unità immobiliari (dati catasto, foglio, particella, sub), la superficie sottoposta a tassazione, il numero degli occupanti, la quota fissa e la quota variabile. Se, unitamente all´immobile, vi sono pertinenze, e se anche per esse è indicata una quota variabile, allora si può chiedere il rimborso.

Come procedere?

Verificato, con l’ultima bolletta, l’errore nella determinazione della TARI, si può procedere con la richiesta di rimborso, previamente verificando di essere in possesso delle bollette con la prova degli avvenuti pagamenti (la TARES, in vigore per il 2013, e la TARI in vigore da 2014); in mancanza, si potrà chiedere copia degli stessi all’Ufficio Tributi del Comune, formulando istanza di accesso agli atti amministrativi, nel rispetto della L.241/1990.

Sussistendo il diritto al rimborso, ed intendendo procedere, dovrà essere avviata, con raccomandata a.r. o tramite PEC, citando gli estremi dell’interrogazione parlamentare n. 5-10764 del 18 ottobre 2017, e allegando gli avvisi di pagamento della Tari contestata, la procedura di conciliazione presso il Comune di residenza al fine di chiedere la restituzione delle somme versate in eccesso. Trascorsi 90 giorni, ove il Comune non risponda, o risponda in termini di diniego, si potrà fare ricorso alla Commissione tributaria locale.

cortecassazione

Ricorso in Cassazione improcedibile se manca la copia autentica della sentenza impugnata

Fintanto che il processo civile telematico non sarà attivato anche presso la Corte di cassazione, al fini dell’osservanza dell’art. 369 cod. proc. civ., il difensore del ricorrente, che ha l’onere di depositare la copia conforme all’originale del provvedimento impugnato, qualora non abbia disponibilità della copia con attestazione di conformità rilasciata dalla cancelleria, deve estrarre una copia analogica dall’originale digitale presente nel fascicolo informatico e attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità dell’una all’altro, ai sensi dell’ art. I6-bis, comma 9-bis, del d.l. n. 179 del 2012, non soddisfacendo invece le condizioni di legge l’attestazione di conformità apposta direttamente sulla copia del provvedimento eventualmente notificato con modalità telematiche“.

Questo il principio di diritto enunciato dalla Cassazione[1] che ha dichiarato improcedibile il ricorso, ai sensi dell’art. 369, secondo comma, n. 2, cod. proc. civ., in ragione del mancato deposito della «copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, se questa è avvenuta». Dall’esame del fascicolo d’ufficio e di quello dei ricorrenti, infatti, non risultava la presenza della copia autentica della sentenza impugnata, peraltro neppure prodotta dai controricorrenti o dal ricorrente incidentale, ma soltanto la copia della sentenza notificata.

Tenuto conto che il grado di merito si è svolto nelle forme del processo civile telematico, poiché nel giudizio di cassazione non si applica il PCT, il deposito ex art. 369 cod. proc. civ. non può che avere ad oggetto documenti in formato analogico (cartaceo), con applicazione dell’art. 16-bis del decreto sviluppo bis che prevede che il difensore può estrarre copia analogica degli atti processuali e dei provvedimenti giudiziari redatti in formato digitale, attestandone personalmente la conformità della copia al corrispondente atto contenuto nel fascicolo informatico. Le copie così realizzate, munite della predetta attestazione di conformità, equivalgono all’originale.

«Pertanto, l’onere imposto dall’art. 369 cod. proc. civ. doveva essere adempiuto mediante il deposito di una copia cartacea della sentenza impugnata, asseverata dallo stesso difensore del ricorrenti come conforme all’originale digitale presente nel fascicolo informatico».

Nel caso in cui la sentenza che si intende impugnare venga notificata al ricorrente a mezzo di posta elettronica certificata (PEC), «l’attestazione di conformità dovrà comunque essere apposta sulla copia analogica (stampa cartacea) tratta dall’originale digitale contenuto nel fascicolo informatico e non sulla copia notificata telematicamente. Quindi, per creare la copia cartacea conforme all’originale digitale, il difensore deve accedere tramite il PCI al fascicolo informatico ed estrarre da lì la copia da asseverare».

Poiché l’originale del provvedimento è quello digitale presente nel fascicolo informatico, è da quello soltanto che può estrarsi una copia autentica. Se il difensore apponesse l’attestazione di conformità sulla copia del provvedimento che gli è stata notificata, anziché sull’originale scaricato dal PCT, egli attesterebbe la conformità di una “copia della copia”, anziché della copia estratta direttamente dall’originale.

Gli Ermellini quindi ricordano che «qualora la notificazione della sentenza impugnata sia stata eseguita con modalità telematiche, per soddisfare l’onere di deposito della copia autentica anche della relazione di notificazione, il difensore del ricorrente, destinatario della suddetta notifica, deve estrarre copie cartacee del messaggio di posta elettronica certificata pervenutogli e della relazione di notificazione redatta dal mittente ex art. 3-bis, quinto comma, della legge n. 53 del 1994, attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità agli originali digitali delle copie analogiche formate e depositare nei termini queste ultime presso la cancelleria della Corte (Sez. 3, Sentenza n. 17450 del 14/07/2017, Rv. 644968). In simili evenienze, dunque, il difensore sarà soggetto a un duplice onere di certificazione: da un lato, deve asseverare come conforme all’originale la copia del provvedimento impugnato estratta dal fascicolo informatico e, dall’altro, deve parimenti certificare le copie cartacee della notificazione telematica ricevuta».

Al ricorrente non resta che pagare le spese di giudizio.

[1] Sez. 3 Civ., 09.11.2017 n. 26520

cane

Risarcimento del danno da perdita di animale d’affezione

Con la pronuncia in esame il Tribunale di Vicenza[1] riconosce la risarcibilità anche del danno non patrimoniale patito dagli attori, derivato dalla perdita dell’animale d’affezione, nonostante il noto pronunciamento delle Sezioni Unite (26972/2008) che avevano affermato che non può essere accordato il ristoro del danno non patrimoniale al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge in quanto solo la lesione di un diritto inviolabile della persona concretamente individuato è fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale.

In primo piano, la perdita del cane da parte di una Clinica Veterinaria a cui l’animale era stato affidato dagli attori per essere sottoposto ad un intervento chirurgico a seguito della lesione del legamento crociato della zampa sinistra. Il Direttore Sanitario della Clinica, però, nella tarda serata del giorno successivo al ricovero del cane contattava gli attori per informarli “che già dal mattino F. era fuggita dalla struttura”. Nonostante le varie denunce di smarrimento e le approfondite ricerche il cane non veniva più ritrovato. “Rilevavano gli attori”, si legge in sentenza, “che la fuga e la presumibile morte di F., considerate le sue precarie condizioni di salute legate all’intervento chirurgico appena effettuato, dovevano essere ricondotte all’omessa vigilanza e negligenza del personale di turno, preposto alla custodia del cane, che era stato lasciato libero di circolare all’interno dei locali dell’ambulatorio durante la pulizia della cuccia e di uscire dalla porta d’ingresso rimasta aperta”.

La sentenza in commento richiama, aderendovi, le pronunce della giurisprudenza di merito che ripropongono una rimeditazione della decisione della Cassazione a Sezioni Unite del 2008, «molte delle quali elevando al rango di “diritto inviolabile” ex art. 2 Cost. la tutela dell’animale d’affezione, anche sulla scorta dei recenti interventi legislativi (prima fra tutte la legge n.189/2004) tendenti ad assicurare speciale protezione agli animali mediante lo strumentario repressivo penalistico. Nel dettaglio si è osservato che i diritti inviolabili della persona non costituiscono un numero chiuso, in quanto, come affermato dalle stesse Sezioni Unite, “la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 Cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana”. In tal senso, proprio tenendo conto delle indicazioni fornite dalle SS.UU., l’accostamento della morte dell’animale di affezione a fattispecie come la rottura del tacco di una scarpa da sposa o l’errato taglio di capelli, non può ritenersi fedele alla realtà sociale. Il rapporto con gli animali domestici non può essere paragonato a quello con una cosa, trattandosi di una relazione con esseri viventi, prevalentemente fonti di compagnia e nella maggior parte dei casi considerati dai loro padroni come “membri della famiglia”».

Ai danneggianti non resta che pagare, financo le spese di giudizio.

 

 

[1] 03.01.2017 n. 24