Mese: giugno 2017

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Condominio. Parti comuni

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«L’uso della cosa comune da parte di ciascun condomino è soggetto, ai sensi dell’art. 1102 c.c., al duplice divieto di alterarne la normale ed originaria destinazione (per il cui mutamento è necessaria l’unanimità dei consensi dei partecipanti) e di impedire agli altri condomini di fare parimenti uso della cosa stessa secondo il loro diritto, configurando, pertanto, un abuso la condotta del condomino consistente nella stabile e pressoché integrale occupazione di un “volume tecnico” dell’edificio condominiale, mediante il collocamento di attrezzature ed impianti fissi funzionale al miglior godimento della sua proprietà individuale».

Questo, il principio enunciato dalla Suprema Corte[1] in materia di condominio e, nella specie, dell’uso delle parti comuni.

Fatto. Due proprietari di un appartamento, citavano in giudizio due condomini responsabili di aver occupato un locale di proprietà condominiale, denominato centrale termica, con oggetti e/o attrezzature utilizzati per il sovrastante studio odontoiatrico, istando per la rimozione di quegli oggetti e di quelle attrezzature nonché per il risarcimento dei danni sopportati. Il Tribunale rigettava la domanda sulla base del fatto che il locale in discussione fosse di dimensioni molto contenute mentre gli attori non avevano dedotto né l’interesse che si proponevano di realizzare né il pregiudizio che lamentavano. Successivamente adìta la Corte di Appello, questa confermava la sentenza del Tribunale dando rilievo alla circostanza che il vano oggetto di lite era sì destinato a centrale termica condominiale ma in realtà di fatto inutilizzato, avendo i condomini optato per sistemi di riscaldamento autonomo; sicché, “a dire dei giudici d’appello, l’occupazione operata dai convenuti con le attrezzature e gli impianti occorrenti al loro studio odontoiatrico era conforme alla destinazione a natura tecnica di quel vano”. Non rimaneva ai soccombenti che adìre la Suprema Corte che, contrariamente a quanto deciso dal giudice del merito, ha accolto la domanda dei proprietari.

Diritto. E’ orientamento costante della Suprema Corte, in ciò palesandosi l’errore della sentenza impugnata, che «l’uso della cosa comune, ex art. 1102 c.c., non possa mai estendersi all’occupazione (come accertata nel caso in esame) pressoché integrale del bene, tale da portare, nel concorso degli altri requisiti di legge, all’usucapione della porzione attratta nella propria esclusiva disponibilità (così Cass. Sez. 2, 04/03/2015, n. 4372; Cass. Sez. 2, 14/12/1994, n. 10699)». E spetta al giudice del merito, in presenza di una condotta del condomino consistente nella stabile ed esclusiva occupazione del bene comune, valutare non solo in fatto se ne venga alterata la destinazione, ma comunque se vi sia, o no, compatibilità con il pari diritto in capo agli altri partecipanti. Essendo stata, detta verifica, completamente omessa dalla Corte territoriale, i Giudici di Piazza Cavour hanno cassato la sentenza con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello che dovrà pronunciarsi uniformandosi al principio sopra richiamato.

 

 

[1] Cass. Civ., Ord. Sez. 6°, 23.06.2017 n. 15705

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Danno da vacanza rovinata per forte ritardo del volo

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In tempo di vacanze, sentenze come quella ora all’esame[1], che riconosce la responsabilità del tour operator da vacanza rovinata, farà tirare ai più un sospiro di sollievo.

Il fatto. Gli attori convenivano in giudizio il tour operator per sentir dichiarare la sua responsabilità quale organizzatore del viaggio, ai sensi dell’art. 43 del D.Lgvo 79/2011 (Codice del Turismo), nonché la responsabilità solidale dello stesso con il vettore aereo per inadempimento, determinato, nella specie, dal forte ritardo del volo.

La decisione. Il Giudice di Pace ha ritenuto fondata la domanda, avendo gli attori provato a mezzo di contratto di aver acquistato un pacchetto turistico tutto compreso e la circostanza relativa al ritardo aereo di quasi nove ore e mezzo dei biglietti depositati. A riguardo, il Giudice ha motivato ricordando che «Ai sensi dell’art. 43 del D.Lgs. n. 79/2011 delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore e l’intermediario sono tenuti al risarcimento del danno ed ancora che l’organizzatore o l’intermediario che si avvale di altri prestatori di servizi è comunque tenuto a risarcire il danno sofferto dal turista, salvo il diritto di rivalersi nei loro confronti».

Con riferimento poi alla clausola di esonero da responsabilità per ritardi dovuta al vettore contenuta nel contratto di acquisto del pacchetto turistico, il Giudice ne riconosce la natura vessatoria e, dunque, la sua nullità.

La stessa Corte di Giustizia, scrive il Giudice, «ha recentemente osservato come, posta a confronto con la gravità dei danni e dei disagi subiti dai passeggeri, la situazione del volo ritardato non differisca da quella del volo cancellato. Il silenzio del regolamento sul diritto alla compensazione pecuniaria nel caso di volo ritardato è stato di conseguenza ritenuto colmabile alla luce degli obiettivi per cui il regolamento medesimo è stato adottato: poiché le situazioni da trattare allo stesso modo riguardano danni risultanti da una “perdita di tempo” e poiché la compensazione pecuniaria per volo ritardato sussiste alle stesse condizioni di quella per volo cancellato, la “perdita di tempo” rilevante al riguardo si ha quando i passeggeri giungono alla loro destinazione finale tre ore o più dopo l’orario di arrivo originariamente previsto dal vettore aereo. La Corte comunitaria ha invero evidenziato che la circostanza che in tema di voli ritardati il regolamento n. 261/2004 preveda particolari forme di assistenza non incide sull’idoneità della compensazione pecuniaria a risarcire i danni causati al passeggero in quanto assistenza e risarcimento hanno finalità diverse. Gli artt. 5, 6 e 7 del regolamento n. 261/2004 devono dunque essere interpretati nel senso che i passeggeri di voli ritardati possono essere assimilati ai passeggeri di voli cancellati ai fini dell’applicazione del diritto alla compensazione pecuniaria e che essi possono pertanto reclamare il diritto alla compensazione pecuniaria previsto dall’art. 7 di tale regolamento quando, a causa di un volo ritardato, subiscono una perdita di tempo pari o superiore a tre ore, ossia quando giungono alla loro destinazione finale tre ore o più dopo l’orario di arrivo originariamente previsto dal vettore aereo. Tuttavia, un siffatto ritardo non implica il diritto alla compensazione pecuniaria per i passeggeri se il vettore aereo è in grado di dimostrare che il ritardo prolungato è dovuto a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso, ossia circostanze che sfuggono all’effettivo controllo del vettore aereo».

 

[1] Giudice di Pace di Roma, Sez. III, 03.05.2017, n. 12779

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Parcella avvocato. Contestazione generica insufficiente.

La parcella del difensore è assimilabile ad rendiconto in relazione al quale le contestazioni del cliente non possono essere generiche, ma devono riguardare specificamente le singole voci esposte, sorgendo solo in caso di contestazione l’obbligo del professionista di fornire una più appropriata dimostrazione delle sue pretese, le quali in caso contrario devono ritenersi provate nel loro fondamento di fatto.

Lo precisa la Corte di Cassazione con la ordinanza di ieri[1].

Il caso riguarda un avvocato che, a fronte della attività svolta, su incarico e per conto di un Comune, di rappresentanza e di assistenza in un giudizio dinanzi al T.A.R. ed in quattro giudizi dinanzi al Tribunale, si vedeva negato il compenso. Il professionista, dunque, chiedeva ed otteneva in danno dell’ente locale un decreto ingiuntivo. Il Comune proponeva opposizione, accolta in parte dal Tribunale. Interposto appello da parte del professionista, la Corte territoriale, in riforma della statuizione di primo grado, rigettava l’opposizione in prime cure esperita dal Comune, anzitutto esplicitando che non era necessario un contratto scritto tra Comune e legale per il conferimento dell’incarico, il requisito restando soddisfatto, nel contratto di patrocinio, con il rilascio al difensore della procura ai sensi dell’art. 83 c.p.c.; inoltre, “l’omessa specifica contestazione di ciascuna delle attività processuali allegate come svolte dall’attore in senso sostanziale, esonera quest’ultimo da provare lo svolgimento delle stesse, in applicazione del principio della <non contestazione>“.

Il Comune proponeva ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

In diritto. La Corte, d’accordo con giudice del merito, ha rigettato il ricorso.

La Seconda Sezione ha infatti spiegato che “la parcella del difensore è assimilabile ad rendiconto in relazione al quale le contestazioni del cliente non possono essere generiche, ma devono riguardare specificamente le singole voci esposte, sorgendo solo in caso di contestazione l’obbligo del professionista di fornire una più appropriata dimostrazione delle sue pretese, le quali in caso contrario devono ritenersi provate nel loro fondamento di fatto (cfr. Cass. 11.1.1997, n. 242; Cass. 23.7.1979, n. 4409)”.

Del tutto ingiustificata, secondo gli Ermellini, è la prospettazione del Comune secondo cui il deposito delle sole parcelle vistate dall’Ordine non ha consentito all’Ente comunale di verificare l’attività professionale che sarebbe stata svolta in concreto in suo favore e che rendeva possibile solo una contestazione in toto; del pari ingiustificata è la prospettazione del ricorrente secondo cui dalla documentazione depositata non risulta neppure la procura conferita dal Sindaco.

La Corte territoriale, precisa il Collegio, «ha dato atto specificamente della “presenza di valide delibere di conferimento di incarico professionale, con previsione di impegni di spesa e successivo conferimento di mandato a margine dei singoli atti processuali”, firmato dal rappresentante dell’ente comunale».

La Cassazione rigetta così il ricorso del Comune, condannato a corrispondere il compenso al professionista, oltre alle spese del giudizio di legittimità.

[1] Sez. II, 31.05.2017  n. 13786

gara

Le cause di esclusione dalla gara devono essere ritenute di stretta interpretazione

E’ quanto emerge dalla sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia[1] che ha ribadito che le cause di esclusione devono essere ritenute di stretta interpretazione, senza che possa ritenersi consentita l’estensione analogica del contenuto delle stesse.

Il comma 8 dell’articolo 83 del D.Lgs. n. 50/2016, in continuità con il previgente comma 1 bis dell’articolo 46 del D.Lgs. n. 163/2016, pone il principio di tassatività delle cause di esclusione della gara, comminando la nullità delle previsioni della lex specialis di gara che stabiliscano cause di esclusione ulteriori e diverse rispetto a quelle normativamente fissate.

«La disposizione precitata», afferma il Collegio Friulano, «in realtà codifica l’orientamento sostanzialista già invalso nella più recente giurisprudenza amministrativa, per cui le cause di esclusione dalla gara, in quanto limitative della libertà di concorrenza, devono essere ritenute di stretta interpretazione, senza possibilità di estensione analogica (cfr., C.d.S., Sez. V^, sentenza n. 2064/2013), con la conseguenza che, in caso di equivocità delle disposizioni che regolano lo svolgimento della gara, deve essere preferita quell’interpretazione che, in aderenza ai criteri di proporzionalità e ragionevolezza, eviti eccessivi formalismi e illegittime restrizioni alla partecipazione (cfr., T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. IV^, sentenza n. 208/2017)».

[1] Sezione I, 06.06.2017, n. 202

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Illegittima la scelta dell’Amministrazione di procedere con il criterio del prezzo più basso per i compensi relativi ai servizi legali messi a gara

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia[1] ha accolto il ricorso di alcune associazioni di categoria e di alcuni legali sulla base delle previsioni del nuovo codice degli appalti pubblici (D.Lgs. 50/2016), e prima ancora della direttiva 2014/24/UE, che attribuisce una netta preferenza per l’applicazione di criteri di aggiudicazione che si fondino su un complessivo apprezzamento del miglior rapporto qualità/prezzo, relegando il tradizionale criterio del prezzo più basso ad ipotesi tassativamente individuate al comma 4 dell’art. 95 del D.Lgs. 50/2016 secondo cui “Può essere utilizzato il criterio del minor prezzo: a) per i lavori di importo pari o inferiore a 1.000.000 di euro, tenuto conto che la rispondenza ai requisiti di qualità è garantita dall’obbligo che la procedura di gara avvenga sulla base del progetto esecutivo; b) per i servizi e le forniture con caratteristiche standardizzate o le cui condizioni sono definite dal mercato; c) per i servizi e le forniture di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 35, caratterizzati da elevata ripetitività, fatta eccezione per quelli di notevole contenuto tecnologico o che hanno un carattere innovativo”.

In altri e più chiari termini, precisa il T.A.R., «il criterio di aggiudicazione fondato sul rapporto qualità/prezzo costituisce un principio immanente al sistema che consente l’applicazione del prezzo più basso solo nei casi espressamente previsti».

E ciò vale soprattutto con riferimento al contratto d’opera intellettuale, al quale è pur sempre riconducibile l’attività legale, disciplinato dall’art. 2233 c.c. che, al secondo comma, così recita: «In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione».

Per questi motivo, i giudici di Lecce hanno ritenuto illegittima la scelta dell’amministrazione comunale di procedere, per l’affidamento messo in gara concernente sia il contenzioso sia l’attività stragiudiziale, con il criterio del prezzo più basso, risultando esso incompatibile con le disposizioni dell’art. 95 del codice dei contratti pubblici, secondo cui “salve le disposizioni legislative, regolamentari o amministrative relative al prezzo di determinate forniture o alla remunerazione di servizi specifici, le stazioni appaltanti, nel rispetto dei principi di trasparenza, di non discriminazione e di parità di trattamento, procedono all’aggiudicazione degli appalti e all’affidamento dei concorsi di progettazione e dei concorsi di idee, sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo o sulla base dell’elemento prezzo o del costo, seguendo un criterio di comparazione costo/efficacia quale il costo del ciclo di vita, conformemente all’articolo 96” (comma 2).

[1] Lecce, Sezione II, 13.05.2017, n. 875

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Circolazione stradale: scontro con il cinghiale. Responsabilità della Regione

La responsabilità verso i terzi per danni causati dalla fauna selvatica alla circolazione stradale non può che gravare sulla Regione, nella qualità di soggetto possessore e delegato alla sorveglianza e controllo della fauna selvatica, che ha omesso di adottare tutte le misure idonee ad evitare il fatto dannoso, considerato che l’evento era prevedibile, atteso il ripopolamento degli ungulati nella zona.

E’ quanto emerge dalla sentenza[1] con la quale il Giudice di Pace di Lanciano, nell’accogliere la domanda dell’attore e nel dichiarare la Regione responsabile per i fatti di cui è causa, ha condannato la Regione medesima al risarcimento dei danni occorsi all’automobilista.

E ciò in quanto è la Regione che deve svolgere attività di controllo sulla densità e l’idonea ubicazione della fauna selvatica “nella zona teatro del sinistro”.

Peraltro, il tratto di strada interessato era privo di segnaletica verticale indicante il pericolo di fauna selvatica nonché priva di pubblica illuminazione.

La decisione, pronunciata circa un anno fa, torna ad avere una qualche utilità se si considera il clamore delle immagini postate su facebook del cinghiale che corre per centinaia di metri a Roma, in contromano su Via Baldo degli Ubaldi, immagini che stanno facendo il giro del web, rilanciando l’allarme sulla presenza degli ungulati in città. E la corsa a Via Baldo degli Ubaldi non è la prima, essendo stati avvistati anzitutto a Roma nord, a Cesano e l’area dell’Olgiata, poi alla pineta di Castel Fusano, la zona di Spinaceto e di Trigoria, infine nel centro abitato della Capitale, nel parco della Vittoria a Monte Mario quindi alla Balduina.

Tornando ai fatti di causa, decisiva l’istruttoria documentale e testimoniale: gli agenti del Corpo Forestale dello Stato, intervenuti sul luogo del sinistro, hanno rilevato l’assenza di condotta imprudente, negligente e/o imperita dell’automobilista che, dopo aver urtato l’animale, ha lasciato l’autovettura sulla carreggiata, “sintomo che il conducente, nell’occasione tenesse una velocità bassissima tale da consentirgli di non perdere il controllo del mezzo”. A conferma, sull’asfalto non sono stati riscontrati neppure segni di frenatura “riconducibile presumibilmente ad una velocità bassa del veicolo – tale considerazione viene verosimilmente comprovata dalla considerazione della non apertura degli airbag di dotazione del veicolo”.

Il tratto di strada interessato dal sinistro non presenta recinzioni laterali, catarifrangenti a riflesso direzionale tali da impedire l’attraversamento dell’animale selvatico.

Dall’istruttoria, pertanto, è emersa la condotta colposa della Regione, ai sensi dell’art. 2043 c.c., essendo quest’ultima responsabile dei danni cagionati dalla fauna selvatica, non potendo neppure rinvenirsi alcuna cooperazione colposa in capo all’attore nella produzione dell’evento perché “teneva una condotta rispettosa dei limiti di velocità e nulla poteva fare per evitare l’evento imprevedibile dell’improvviso attraversamento del cinghiale, non segnalato”.

Inoltre, non risulta che la Regione abbia delegato alle Province di provvedere al risarcimento dei danni ai veicoli provocati da animali selvatici, come invece è avvenuto per i danni provocati alle produzioni agricole e agli allevamenti.

All’Amministrazione regionale cinghialesoccombente, dunque, non resta che pagare anche le spese di giudizio.

 

 

 

[1] 18.07.2016  n. 232