Mese: aprile 2017

pedone

Il concorso di colpa del pedone investito non esclude la responsabilità del conducente

Il conducente paga se non prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno.

E’ quanto emerge dalla sentenza recente[1] con cui la Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di responsabilità dell’automobilista nel sinistro e di onere della prova nel caso di concorso di colpa del pedone.

In particolare, la vicenda riguardava la richiesta di risarcimento dei danni conseguenti alla morte, a seguito di investimento stradale, del padre della istante che aveva agito, in primo grado, per la declaratoria, in capo al conducente, di responsabilità del sinistro che, invece, per il Tribunale, doveva ascriversi per il 50% al pedone e per il residuo 50% al conducente dell’auto investitrice. La decisione, impugnata dinanzi alla Corte di Appello dalla Compagnia di Assicurazioni e dal conducente, veniva poi riformata dalla Corte territoriale che riteneva il solo pedone responsabile del sinistro, per avere repentinamente attraversato la strada davanti all’autobus dal quale era appena sceso, arrestatosi al di fuori degli spazi dedicati, in un luogo dove era consentito il sorpasso alle autovetture provenienti nello stesso senso di marcia, per l’effetto rigettando la domanda di risarcimento danni, con restituzione in favore della Compagnia di assicurazione delle somme dalla stessa corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado.

Adìta la Suprema Corte, gli Ermellini hanno ritenuto fondato il ricorso e richiamato il seguente principio di diritto (a cui dovrà attenersi il giudice del rinvio nel valutare nuovamente la fattispecie): «l’accertamento di un comportamento colposo del pedone investito da veicolo non è sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054, comma 1, c.c., dimostrando di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno; ai fini di tale dimostrazione non è sufficiente neanche l’anomalia della condotta del pedone, occorrendo che il conducente del veicolo dimostri di avere adottato tutte le cautele esigibili, anche sotto il profilo della velocità di guida mantenuta, in relazione alle circostanze del caso concreto, che la condotta anomala del pedone non fosse ragionevolmente prevedibile, e che quindi il sinistro non fosse in concreto evitabile».

Nel caso di specie, «La liceità del sorpasso dell’autobus da parte dell’autovettura, nonché la bassa velocità da essa mantenuta in fase di sorpasso (e che però non aveva consentito di evitare l’impatto letale), non possono ritenersi circostanze sufficienti a giustificare la decisione (della Corte di Appello), essendo necessario il positivo accertamento che le specifiche circostanze del caso concreto non imponessero al conducente del veicolo di tenere una velocità ancora inferiore (o addirittura di fermarsi), che l’attraversamento da parte del pedone davanti all’autobus fermo fosse ragionevolmente imprevedibile, e che dunque l’investimento non sarebbe stato evitabile mediante una condotta di guida maggiormente prudente, adeguata alla situazione di fatto».

Parola al Giudice del rinvio che provvederà agli accertamenti del caso.

 

[1] Sez. III, 4 aprile 2017, n. 8663

contratto

Impugnazione nullità lodo arbitrale. Interpretazione di un contratto.

L’interpretazione data dagli arbitri al contratto e la relativa motivazione sono sindacabili, nel giudizio di impugnazione del lodo per nullità, soltanto per violazione di regole di diritto, sicché non è consentito al giudice dell’impugnazione sindacare la logicità della motivazione (ove esistente e non talmente inadeguata da non permettere la ricostruzione dell’iter logico seguito dagli arbitri per giungere a una determinata conclusione), né la valutazione degli elementi probatori operata dagli arbitri nell’accertamento della comune volontà delle parti.

Gli Ermellini, nella loro recente pronuncia[1] ricordano la massima sopra riportata (Cass. Civ., n.2717/2007) al fine di precisare che nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, l’interpretazione dell’accordo (o del contratto) intercorso tra le parti data dagli arbitri è impugnabile solo per violazione di regole di diritto, non essendo invece consentita per questioni che attengono alla valutazione di risultanze probatorie o comunque relative al merito.

Ciò, peraltro, ante D.Lgs. n.40/2006, tenuto conto che, la soluzione, oggi, è diversa: infatti, ex art. 829, c. 3 c.p.c., come riformulato appunto dall’art. 24 D.Lgs n. 40/2006, l’impugnabilità del lodo per violazione di regole di diritto relative al merito presuppone che nella convenzione arbitrale le parti abbiano previsto tale facoltà; diversamente il lodo, pur manifestamente errato, non sarà, di regola, impugnabile sotto questo profilo.

Tornando alla fattispecie all’esame dei giudici di Piazza Cavour, la questione atteneva ad un contratto di locazione in cui il conduttore aveva avanzato in sede arbitrale una domanda diretta ad ottenere il risarcimento dei danni per inadempimento del locatore, domanda rigettata dagli arbitri con decisione confermata in grado di appello da parte della Corte territoriale.

Gli arbitri avevano rigettato la domanda risarcitoria stabilendo che la parziale inagibilità dei locali non poteva imputarsi a colpa del locatore, ciò risultando dagli accertamenti peritali disposti, incensurabili in sede di legittimità in quanto apprezzamenti di fatto. Ma risultava condivisibile anche la regola di diritto applicata dagli arbitri. Analoga conclusione circa l’insussistenza di un accordo per cui il locatore si sarebbe impegnato a ripristinare la fruibilità dell’immobile locato: manca infatti la forma scritta.

Nel giudizio di impugnazione non è consentito sindacare né la logicità della motivazione resa dagli arbitri – a meno che essa sia talmente inadeguata da non permettere la ricostruzione dell’iter logico seguito dagli arbitri per giungere a una determinata conclusione – né la valutazione degli elementi probatori operata da Collegio Arbitrale nell’accertamento della comune volontà delle parti.

 

 

[1] VI Sezione Civile – 1, 21.04.2017, ordinanza n. 10127

disabilita

Incorre nel reato di violenza privata, di cui all’art. 610 cod. pen., chi parcheggia la propria autovettura in uno spazio riservato ai disabili

Se siamo soliti pensare che parcheggiare l’auto nel posto riservato ai disabili possa procurare soltanto una sanzione amministrativa, prevista dal secondo comma dell’art. 158 del Codice della Strada, sarà utile leggere la sentenza recente della Suprema Corte[1] che, invece, ha ritenuto il ricorrente colpevole del delitto di cui all’art. 610 cod. pen. per avere parcheggiato la propria autovettura in uno spazio riservato a una determinata persona, affetta da gravi patologie. Chi occupa il posto riservato ai disabili è colpevole perché sa di togliere qualcosa a chi ne ha bisogno. E in questa direzione si è mossa la Corte di Cassazione.

Alla attenzione degli Ermellini la vicenda di un uomo condannato in primo grado, con sentenza confermata in sede di appello, per il reato di violenza privata previsto dall’art. 610 cod. pen., per aver occupato uno spazio riservato dal Comune appositamente a una persona, affetta da gravi patologie, alla quale era stato così impedito di usufruire del parcheggio riservatole, peraltro per un lungo lasso di tempo, esattamente dalle 10.40 alle 2.20 del giorno successivo quando la Polizia municipale, più volte allertata, era intervenuta a rimuovere il mezzo.

Fallito il tentativo d’alibi, mancando la prova dell’utilizzo del mezzo da parte del figlio e della nuora, i giudici di Piazza Cavour operano un preciso distinguo a seconda che lo spazio sia riservato genericamente ai disabili ovvero che sia riservato espressamente ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute: solo nel primo caso la condotta del ricorrente avrebbe integrato la violazione dell’art. 158, comma 2, Codice della strada, «che punisce, appunto, con sanzione amministrativa, chi parcheggi il proprio veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide». Nel secondo caso infatti, «alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l’impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare lì dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo».

Sussiste dunque l’elemento oggettivo del delitto contestato come anche quello soggettivo, tenuto conto che l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio, e non per pochi minuti, visto che aveva parcheggiato l’autovettura la mattina, prima delle 10.40, fino a notte inoltrata (2.00) quando l’autovettura veniva finalmente rimossa, ma coattivamente, dalla polizia locale.

Al ricorrente anche le spese processuali.

 

 

[1] Pen. Sez. V, 23.02.2017, n. 17794