Mese: febbraio 2017

incidente

Nessun risarcimento per il pedone che compare improvvisamente sulla traiettoria di marcia del veicolo

Nessun risarcimento per il pedone che compare improvvisamente sulla traiettoria di marcia del veicolo

Corte di Cassazione – Sez. Vi, ordinanza n. 4551 del 22.02.2017

In materia di responsabilità civile da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, in caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era da parte di quest’ultimo alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione questa ricorrente allorché il pedone tenga una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si trovi nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti; tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro.

E’ quanto emerge dalla ordinanza ora in commento della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso dei familiari di una donna che aveva perso la vita a seguito del sinistro stradale in cui era stata coinvolta per effetto dell’investimento da parte di un furgone.

Il caso. Nell’anno 1999 un pedone perdeva la vita per effetto dell’investimento da parte di un furgone. I congiunti della donna, interessati ad ottenere il risarcimento dei danni, agivano in giudizio, citando dinanzi al Tribunale il responsabile del sinistro e la di lui compagnia di assicurazione. Si costituiva INA Assitalia s.p.a. chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale, valutando la responsabilità del conducente del furgone nella misura del 60%, accoglieva la domanda con una sentenza che veniva invece riformata dalla Corte di Appello che preliminarmente rilevava, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, utilizzabile la documentazione concernente lo stato di salute mentale della vittima e quella relativa al giudizio penale conclusosi con l’assoluzione del conducente del furgone. Osservava, la Corte, che il limite di velocità era di 90 km/h e non di 70 km/h, come ritenuto dal Tribunale, e che il furgone viaggiava tutto al più ad una velocità di circa 90 km/h. La Corte territoriale, condividendo sul punto quanto affermato dal giudice penale, escludeva la responsabilità concorrente del conducente in quanto né lui né il passeggero a bordo avevano visto la donna, pur avendo una visuale di poco inferiore ai cento metri, segno che la stessa non si trovava in quel momento, al sopraggiungere del veicolo, sulla carreggiata, ma al lato della stessa. In altri e più chiari termini, il pedone aveva posto una condotta totalmente imprevedibile, parandosi improvvisamente dinanzi al furgone che sopraggiungeva, in una situazione di scarsa visibilità per l’ora, la pioggia e gli abiti scuri, tanto che il conducente non ebbe il tempo di fare alcunché.

A confermare il verdetto della Corte territoriale i Giudici di Piazza Cavour che rigettano il ricorso.

I motivi della decisione. Secondo gli Ermellini, congrua e logica la motivazione del giudice di merito che ha fatto applicazione del principio, espresso dalla giurisprudenza di legittimità, «alla stregua del quale in materia di responsabilità civile da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, in caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era da parte di quest’ultimo alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione questa ricorrente allorché il pedone tenga una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si trovi nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti; tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro». Alla luce della citata giurisprudenza, la prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c. non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando il conducente di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e di essersi trovato nell’effettiva impossibilità di evitare l’incidente, potendo risultare anche dall’accertamento del comportamento negligente del pedone quale fattore causale esclusivo dell’evento dannoso. Bene ha fatto il giudice del merito, sentenziano gli Ermellini, a concentrarsi sulla «improvvisa ed imprevedibile comparsa del pedone sulla traiettoria di marcia del veicolo». Una condotta del pedone imprevedibile e anormale, sicché il conducente del furgone si è trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo tempestivamente.

Quanto, infine, alla circostanza evidenziata dai ricorrenti, di cui asseriscono omesso l’esame, ovverosia la presenza di un alto muro di contenimento nel punto della carreggiata in cui era avvenuto l’investimento, i Giudici di Piazza Cavour ne escludono la decisività risultando la circostanza non incompatibile con l’accertamento del giudice di merito. «Lo stato di quiete al lato della carreggiata non è incompatibile con la presenza del muro laterale» e non emergono «le denunciate perplessità ed incomprensibilità della motivazione circa la condotta del pedone, avendo la Corte argomentato chiaramente nel senso della presenza di una visuale di cento metri, sicché la donna non poteva che essere apparsa improvvisamente sulla carreggiata».

Tutto quanto sopra considerato, da sfatare il noto detto popolare secondo cui ‘il pedone ha sempre ragione’.

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Caduta dalla bicicletta. Il Comune non è responsabile perché il danneggiato abitava nella strada dove era caduto, che non poteva non conoscere

Caduta dalla bicicletta. Il Comune non è responsabile perché il danneggiato abitava nella strada dove era caduto, che non poteva non conoscere

Corte di Cassazione – Sez. Vi, ordinanza n. 4638 del 22.02.2017

Se il danneggiato abita nella strada in cui è caduto, seppure interessata da lavori di rifacimento, tuttavia ben visibili e che non poteva non conoscere, qualora l’incidente si verifichi, nella specie, a mezzogiorno, ovverosia in un’ora di massima luminosità, il suo comportamento integra gli estremi del fortuito idoneo ad interrompere il nesso di causalità.

E’ quanto emerge dalla ordinanza ora in commento della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso di un utente che aveva citato in giudizio il Comune chiedendo il risarcimento dei danni da lui patiti in conseguenza della caduta dalla bicicletta dovuta alla presenza di un tombino e di gravi sconnessioni sul manto stradale.

In fatto e in diritto. La richiesta risarcitoria veniva rigettata in primo grado con sentenza confermata dalla Corte d’appello che aveva ritenuto che l’incidente fosse da ascrivere ad integrale responsabilità dell’utente che «abitava nella strada dove era caduto, la quale era interessata da lavori di rifacimento ben visibili e che egli non poteva non conoscere e che l’incidente si verificò a mezzogiorno, cioè in un’ora di massima luminosità; ed è pervenuta alla conclusione per cui il suo comportamento abbia integrato gli estremi del fortuito idoneo ad interrompere il nesso di causalità». Non scattava, pertanto, la responsabilità delle cose in custodia ex art. 20151 cod. civ..

A confermare la decisione della Corte d’appello è la Cassazione secondo cui la Corte territoriale «ha dato conto di tutte le ragioni per le quali ha ritenuto che l’incidente fosse da ascrivere ad integrale responsabilità dell’odierno ricorrente, alla luce delle deposizioni testimoniali e degli specifici rilievi sullo stato dei luoghi, sull’ora del sinistro e sulla prevedibilità dell’incidente con l’ordinaria diligenza».

Il ricorso è respinto.

compravendita

Sussiste il diritto del mediatore immobiliare alla provvigione indipendentemente dalla stipula del contratto definitivo

Sussiste il diritto del mediatore immobiliare alla provvigione indipendentemente dalla stipula del contratto definitivo

Cassazione Civile, sez. II, sentenza n. 4415 del 21.02.2017

Nel delineare la responsabilità del mediatore professionale, deve escludersi che la responsabilità dello stesso possa estendersi ad indagini di carattere tecnico, quale quella consistente nella verifica delle condizioni per il rilascio del certificato di abitabilità che esulano obiettivamente dal novero delle condizioni specialistiche esigibili in relazione alla categoria professionale di appartenenza. Il mediatore immobiliare è responsabile nei confronti del cliente se, conoscendo o potendo conoscere con l’ordinaria diligenza l’esistenza di vizi che diminuiscono il valore della cosa venduta, non ne informi l’acquirente”.

È quanto emerge dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione in commento, pubblicata ieri.

In fatto. La Società [X], a fronte della attività di mediazione posta in essere, avente ad oggetto la compravendita di un immobile, e sfociata nella stipula del preliminare di compravendita, citava dinanzi al Tribunale territorialmente competente il convenuto [Y], promissario acquirente, che aveva provveduto alla corresponsione della sola metà dell’importo per la provvigione dovuta per la mediazione, risultando l’altra metà dello stesso collegata alla stipula del definitivo, stipula che non interveniva essendo risultato l’immobile in questione sprovvisto del certificato di abitabilità. Costituitosi, il convenuto svolgeva domanda riconvenzionale di condanna della parte attrice alla restituzione dell’anticipo versato nonché al risarcimento dei danni sopportati, a fronte della mancata stipula del contratto definitivo di compravendita, stante la responsabilità del mediatore, inadempiente rispetto all’obbligo di corretta informazione di cui all’art. 1759 cod. civ.. Il Tribunale accoglieva la domanda attorea, condannando il convenuto al pagamento della residua somma dovuta a titolo di compenso provvigionale, sentenza confermata dalla Corte territoriale successivamente adìta. La Corte d’Appello, a sostegno della propria decisione, utilizzava in sintesi due argomentazioni:

«1.      che il diritto del mediatore alla provvigione derivava dal fatto che l’opera prestata aveva portato alla conclusione dell’affare tra le parti, ritenendo sufficiente a tali fini la stipulazione del contratto preliminare, indipendentemente dal fatto che successivamente le parti avevano o meno stipulato un contratto definitivo.

  1. che la configurabilità di una responsabilità in capo al mediatore per la violazione dell’obbligo di corretta informazione secondo il criterio della diligenza professionale ex articolo 1759 c.c., si identifica in presenza delle sole ipotesi di contitolarità del bene in capo a più soggetti, in caso di esistenza di opzioni e prelazioni sul bene, nonché per la sussistenza di trascrizioni pregiudizievoli a carico del bene, ma non anche in caso di mancanza di conformità edilizia del bene, sicché il diritto del mediatore alla provvigione va riconosciuto anche in caso di contratto preliminare di vendita avente ad oggetto un bene immobile privo di concessione edificatoria e non regolarizzabile sul piano urbanistico. Affermava perciò che l’ignoranza della mancanza di abitabilità da parte del promissario acquirente, non rientrando essa tra le informazioni dovute dal mediatore ai sensi dell’articolo 1759 c.c., non poteva addebitarsi al mediatore e dunque non poteva assurgere a fonte di responsabilità del medesimo».

Il soccombente [Y] ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte affidato a due motivi di impugnazione collegati entrambi alla circostanza che il diritto del mediatore alla provvigione si collega all’obbligo di diligenza sullo stesso incombente, in particolare con riferimento al dovere di informare la parte (nella specie il promissario acquirente) di circostanze rilevanti ai fini della conclusione con contratto definitivo.

In diritto. Gli Ermellini non danno ragione al ricorrente, intendendo dare continuità all’orientamento prevalente «che nel delineare la responsabilità del mediatore professionale, esclude che la responsabilità dello stesso possa estendersi ad indagini di carattere tecnico…che esulano obiettivamente dal novero delle cognizioni specialistiche esigibili in relazione alla categoria professionale di appartenenza».

Peraltro, osservano gli Ermellini, la mancanza del certificato di abitabilità non incide sulla validità del preliminare concluso che conserva la sua efficacia, sebbene se ne possa richiedere la risoluzione; in tal senso deve reputarsi che l’affare sia stato concluso.

Una responsabilità del mediatore sussiste, in ordine alla mancata informazione circa la conseguibilità del certificato di abitabilità, «soltanto ove esso abbia taciuto informazioni e circostanze delle quali era a conoscenza, ovvero abbia riferito circostanze in contrasto con quanto a sua conoscenza, ovvero ancora laddove, sebbene espressamente incaricato di procedere ad una verifica in tal senso da uno dei committenti, abbia omesso di procedere ovvero abbia erroneamente adempiuto allo specifico incarico».

Non resta al ricorrente che pagare le spese di legittimità.

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E’ il Comune responsabile della caduta del pedone su una strada privata aperta al transito se non ha adempiuto all’obbligo di accertarsi circa l’effettivo adempimento della manutenzione dell’area e dei relativi manufatti

E’ il Comune responsabile della caduta del pedone su una strada privata aperta al transito se non ha adempiuto all’obbligo di accertarsi circa l’effettivo adempimento della manutenzione dell’area e dei relativi manufatti

Cassazione Civ., ord. Sez. VI, n.3216 del 07.02.2017

«E’ in colpa la pubblica amministrazione la quale né provveda alla manutenzione o messa in sicurezza delle aree, anche di proprietà privata, latistanti le vie pubbliche, quando da esse possa derivare pericolo per gli utenti della strada, né provveda ad inibirne l’uso generalizzato. Ne consegue che, nel caso di danni causati da difettosa manutenzione d’una strada, la natura privata di questa non è di per sé sufficiente ad escludere la responsabilità dell’amministrazione comunale, se per la destinazione dell’area o per le sue condizioni oggettive, l’amministrazione era tenuta alla sua manutenzione».

E’ quanto ha sancito la Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza ora in commento, con la quale ha accolto il ricorso e cassato quanto già deciso dalla Corte territoriale che, in sede di rinvio, in diversa composizione, nel riesaminare la domanda, dovrà attenersi al principio di diritto sopra richiamato.

In fatto. La pronuncia traeva origine dalla richiesta di risarcimento dei danni sofferti a seguito delle lesioni personali patite a causa d’una caduta, da parte della attrice [X], mentre percorreva una strada comunale, a fronte dello [asserito] carente stato manutentivo di questa. In primo grado la pretesa risarcitoria veniva accolta ma la Corte di Appello, successivamente adìta, ritenendo non provato che il tratto di strada su cui era avvenuta la caduta fosse di proprietà comunale, accoglieva l’appello respingendo la domanda svolta in primo grado. La sentenza in grado d’appello veniva quindi impugnata dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione con ricorso affidato a tre motivi, deducendo i ricorrenti, per quanto qui rileva, che il Comune aveva il dovere di vigilare e manutenere anche le aree private aperte al pubblico transito di veicoli e pedoni.

In diritto. Gli Ermellini, inserendosi nel solco giurisprudenziale già tracciato in materia, ha sostenuto che l’amministrazione comunale «è tenuta a garantire la circolazione dei veicoli e dei pedoni in condizioni di sicurezza: ed a tale obbligo l’ente proprietario della strada viene meno non solo quando non provvede alla manutenzione di quest’ultima, ma anche quando il danno sia derivato dal difetto di manutenzione di aree limitrofi alla strada, atteso che è comunque obbligo dell’ente verificare che lo stato dei luoghi consenta la circolazione dei veicoli e dei pedoni in totale sicurezza». Nel caso in cui, come quello in esame, il Comune consenta l’uso generalizzato della strada, pur di proprietà privata, si assume poi l’obbligo di accertarsi che la manutenzione dell’area e dei relativi manufatti venga effettuata. Nel delineato contesto, non avendo adempiuto al proprio obbligo, peraltro primario, di tale dovere di sorveglianza, ciò «per il principio del neminem laedere, integra gli estremi della colpa e determina la responsabilità per il danno cagionato all’utente dell’area, non rilevando che l’obbligo della manutenzione incomba sul proprietario dell’area medesima».

La parola torna, così, alla Corte territoriale, che dovrà attenersi al principio di diritto in epigrafe riportato.

 

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Impresa esclusa dalla procedura di gara per il ritardato recapito di Poste S.p.A. del plico spedito con raccomandata 1. Responsabilità di Poste per inadempimento e conseguente risarcimento dei danni.

Impresa esclusa dalla procedura di gara per il ritardato recapito di Poste S.p.A. del plico spedito con raccomandata 1.

Responsabilità di Poste per inadempimento e conseguente risarcimento dei danni.

Tribunale Civile di Lecce, Sez. II, sentenza n.399 del 30.01.2017

In fatto. A seguito della esclusione dalla procedura di gara per il mancato rispetto delle condizioni di consegna del plico, la Società [X] conveniva in giudizio la Società [Y] che aveva provveduto alla consegna del plico tre giorni dopo la data prevista, e ben oltre la scadenza prescritta a pena d’esclusione dal bando di gara, per sentire accertare e dichiarare la sua responsabilità per inadempimento derivante da ritardato recapito del plico spedito con ‘raccomandata 1’, nonché di accertare e dichiarare il proprio diritto ad ottenere il risarcimento dei danni, condannando [Y] al pagamento dell’importo accertato, oltre accessori. La Società [Y] ritualmente costituita, rilevava che la controversa raccomandata era stata spedita di sabato, alle ore 10.46, nonostante il sabato non ci fosse partenza tranne per le ‘raccomandate 1’ che, tuttavia, devono essere accettate entro le 1030. Deduceva la convenuta ulteriormente che la raccomandata era stata avviata il lunedì successivo e recapitata al Comune tre giorni dopo ma non in ritardo «perché ai sensi dell’art. 10.1 delle condizioni contrattuali di spedizione il Comune di […] è una località per le quali l’obiettivo di consegna è maggiorato di un giorno lavorativo di cui all’apposita lista “Elenco Comuni recapito a giorni alterni Fase 1”, con conseguente limitazione di responsabilità di [Y] come previsto dalle condizioni contrattuali di spedizione.

In diritto. Il ricorso della attrice viene accolto dal giudice leccese dovendosi affermare la natura contrattuale del rapporto che si instaura tra [Y] e l’utente, con conseguente sottoposizione dello stesso alle norme civilistiche in materia di responsabilità contrattuale. Il gestore del servizio, dunque, risponde dell’inadempimento laddove non prova che l’inadempimento medesimo è avvenuto per una causa ad esso non imputabile. A conforto, la giurisprudenza di legittimità secondo cui «la mancata consegna in tempo utile del plico di partecipazione ad una gara, per l’aggiudicazione di un appalto, determina, in capo al vettore, una grave responsabilità, idonea ad interrompere qualsiasi nesso causale. Di conseguenza, insorge, in favore dell’impresa danneggiata, un diritto al risarcimento del danno, correlato alla perdita di chance, intesa quale perdita della mera possibilità di conseguire un vantaggio futuro (l’aggiudicazione dell’appalto), secondo una ex ante da ricondursi diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità, in termini di conseguenza dannosa potenziale» (Corte Cass. Civ., sez. III, sent. n. 20808 del 7 ottobre 2010). Peraltro, se il plico fosse tempestivamente giunto a destinazione, l’Impresa avrebbe con alta probabilità vinto la gara avendo offerto un maggior ribasso rispetto all’aggiudicataria. Peraltro, l’attrice aveva già intrattenuto rapporti lavorativi con la Stazione appaltante ed era in possesso di tutti i requisiti sia tecnico-organizzativi sia economico-finanziari.

Il Giudice, che ritiene che il mancato recapito della raccomandata nei termini sia da attribuire a grave colpa e negligenza della convenuta, e non ad impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile alla stessa, giudica innegabile la responsabilità contrattuale della convenuta ex art. 1218 c.c. ed il conseguente diritto della attrice, illegittimamente esclusa dall’appalto, ad ottenere il risarcimento dei danni subìti.

Il Giudice accoglie dunque la domanda di risarcimento del danno avanzata dalla attrice, liquidando in suo favore sia il danno emergente sia il lucro cessante, ovvero le spese sostenute per partecipare alla gara, il mancato guadagno per non aver potuto svolgere l’attività professionale, e il mancato incremento del proprio curriculum professionale. Di conseguenza risarcisce la perdita di chance e il danno curriculare per l’azienda oltre al 150% delle spese di spedizione.

Non resta che pagare.

 

 

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Multe e tributi locali rottamabili

Multe e tributi locali rottamabili

C’è tempo fino al 31 marzo 2017 per aderire alla sanatoria delle cartelle Equitalia con riferimento alle multe per violazioni del Codice della Strada non pagate e per i tributi locali, ovverosia le tasse che i cittadini versano direttamente ai Comuni (addizionale comunale IRPEF, IMU, TARES, imposta di scopo, imposta di pubblicità e diritti su affissioni, TOSAP, concessioni edilizie) alcune andando a colpire il patrimonio (IMU), altre a coprire costi specifici del Comune (raccolta rifiuti, diritti di affissione, oneri di urbanizzazione), ed altre ancora l’utilizzo del privato di uno spazio pubblico o aperto al pubblico (TOSAP, Tassa di pubblicità).

Ma in cosa consiste detta ‘sanatoria’ ? Si tratta di una sorta di ‘definizione agevolata’ prevista dal decreto fiscale n.193/2016 (in vigore dal 24.101.2016) in base alla quale, con riferimento alle multe stradali, lo sconto è limitato agli interessi, compresi quelli di cui all’art. 27, comma 6, legge n. 689/1981 (l’art. 27 prevede che, in caso di ritardo nel pagamento, la somma dovuta è maggiorata di 1/10 per ogni semestre a decorrere da quello in cui la sanzione è divenuta esigibile e fino a quello in cui il ruolo è trasmesso all’esattore) e non alle sanzioni; per i tributi, il pagamento avviene al netto delle sanzioni e degli interessi di mora.

Il debitore, se vuole, deve quindi farne richiesta utilizzando la modulistica predisposta dall’agente della riscossione Equitalia (c.d. modulo DA1) che può essere inoltrata via PEC, allegando copia del documento d’identità, o direttamente presso gli uffici della concessionaria.

Le cartelle che possono essere ‘rottamate’ sono quelle richieste da Equitalia dal 2000 al 31 dicembre 2016.

Questo vale per i Comuni che si sono affidati ad Equitalia. Ma la rottamazione riguarda anche le imposte locali e le multe elevate in quei Comuni che non hanno aderito alla rottamazione per gli anni precedenti, anni nei quali il Comune riscuoteva tramite Equitalia. Molti Comuni non hanno ancora deliberato se aderire, o meno, alla rottamazione dei ruoli, qualcuno avendo già dichiarato di essere contrario. L’adesione alla rottamazione, peraltro, è a discrezione dei Comuni che possono adottare un regolamento locale che disciplini le modalità con le quali il debitore manifesta la volontà di avvalersi della sanatoria e termini della definizione del debito. Il suggerimento, quindi, è di verificare la situazione accedendo al sito istituzionale del Comune interessato.

Presentata la domanda entro il 31.03.2017, entro la fine del successivo mese di maggio interverrà la risposta di Equitalia che dovrà comunicare l’importo, scontato, da pagare, e che potrà essere versato in un’unica soluzione o a rate, per un massimo di cinque. Entro il mese di dicembre 2017 dovrà risultare versato il 70% dell’importo, ovvero 3 delle 5 rate complessive. Mentre il restante 30% dovrà essere versato entro il mese di settembre 2018.

E’ bene sottolineare che, una volta presentata la dichiarazione entro il 31.03.2017, entro la stessa data è sempre e comunque possibile rinunciare alla definizione agevolata, all’uopo presentando una ‘dichiarazione di rinuncia’ espressa alla richiesta di adesione alla definizione agevolata in precedenza inviata.

La presentazione della richiesta di adesione alla definizione agevolata interrompe le azioni esecutive avviate da Equitalia a condizione che l’istanza venga presentata prima della vendita del bene o dell’assegnazione del bene a un creditore ovvero, in caso di pignoramento presso terzi di un credito, prima del provvedimento di assegnazione, ex art. 533 cpc.

Dall’1 luglio 2017 vi sarà la soppressione di Equitalia, di talché unico titolare dei crediti fiscali sarà l’Agenzia delle Entrate.

 

Foto Fabio Ferrari / LaPresse09 01 2012 Torino, ItalianewsFoto Stock - BancheFoto Fabio Ferrari / LaPresse09 01 2012 Turin, ItalynewsStock Picture - Bank

E’ il Presidente del Consiglio di Amministrazione e non il Direttore di filiale della Banca a rispondere per i tassi usurari applicati sul contratto di finanziamento

E’ il Presidente del Consiglio di Amministrazione e non il Direttore di filiale della Banca  a rispondere per i tassi usurari applicati sul contratto di finanziamento

Cassazione Penale, sez. XII, n. 4961 del 11.01.2017

Solo ai presidenti dei consigli di amministrazione delle banche è stato riconosciuto lo svolgimento di un’attività in uno specifico settore, nel quale gli organi di vertice hanno il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente, poiché i relativi statuti attribuiscono loro poteri in materia di erogazione del credito.

In altri e più chiari termini, è il Presidente del CdA e non già il Direttore di Filiale a rispondere per i tassi usurari di un contratto di finanziamento stipulato. E’ quanto ha stabilito la seconda sezione penale della Cassazione, con la sentenza ora in commento.

In fatto e in diritto. Il Collegio rigettava il ricorso di un uomo, costituito parte civile, che aveva stipulato con il direttore di una filiale della Banca [X] un contratto di finanziamento. Gli Ermellini hanno confermato la decisione del Tribunale che aveva dichiarato «non luogo a procedere» nei confronti del direttore per il reato di usura ascrittogli – in relazione alla stipula, nella sua qualità, di un contratto di finanziamento – «perché il fatto non costituisce reato». Ha errato la parte civile a chiamare in causa il direttore e non il presidente del CdA.

Il Tribunale ha applicato correttamente i principi, «in quanto solo ai presidenti dei consigli di amministrazione delle banche è stato riconosciuto lo svolgimento di un’attività in uno specifico settore, nel quale gli organi di vertice hanno il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente, poiché i relativi statuti attribuiscono loro poteri in materia di erogazione del credito, rientranti nell’ambito dei più generali poteri di indirizzo dell’impresa, sussistendo in capo ad essi una posizione di garanzia a tutela dei clienti degli istituti bancari quanto al rispetto delle disposizioni di legge in tema di erogazione del credito».

«L’imputato», proseguono i giudici di Piazza Cavour, «in quanto funzionario di una filiale, obbligato ad intervenire in sede di stipulazione di un contratto bancario, è stato a ragione ritenuto a priori esente da responsabilità, non potendo a costui attribuirsi la consapevole accettazione del rischio di interessi usurari».

Dal delineato contesto si evince che, ove gli interessi sul contratto di finanziamento – ma anche su mutui, leasing, prestiti personali, conti correnti, fidi, derivati swap, prodotti creditizi e finanziari -, superino la soglia di usura con riferimento al Tasso Effettivo Globale Medio (cosiddetto TEGM), si potrà denunciare per usura, non già il direttore della banca, ma certamente il suo presidente.