Mese: novembre 2016

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Bollo auto. Conseguenze in caso di mancato pagamento

Bollo auto. Conseguenze in caso di mancato pagamento

Conosciuto come bollo di circolazione, in realtà il bollo auto non è una tassa sulla circolazione dei veicoli ma una tassa sulla proprietà, da pagarsi indipendentemente dall’utilizzo del mezzo. Il bollo auto si calcola in base alla potenza della vettura (espressa in kilowatt, KW), e non più in base ai cavalli fiscali, e al suo impatto sull’ambiente (Euro 0, Euro 1, Euro 2 e cosi via). Il dato è riportato sulla carta di circolazione nel secondo riquadro, alla voce “motore”.

Il primo pagamento del bollo auto per un autoveicolo nuovo, va effettuato entro il mese in cui il veicolo è stato immatricolato o entro il mese successivo se il veicolo è stato immatricolato negli ultimi dieci giorni del mese (dal 21 al 31 del mese). Per gli anni successivi al primo, il pagamento del bollo auto va effettuato entro il mese successivo al mese di scadenza. Se l’ultimo giorno utile per effettuare il pagamento cade di sabato o di giorno festivo, il termine ultimo slitta al giorno feriale immediatamente successivo.

Le ricevute dell’avvenuto pagamento vanno conservate per l’anno cui il pagamento si riferisce e per i tre successivi (quindi per almeno quattro anni), tenendo conto di ogni eventuale condono o proroga delle scadenze.

Ed in caso di mancato pagamento del bollo auto? Può sempre essere effettuato in un momento successivo, con le sanzioni legate al ritardo. Si tratta del cosiddetto ravvedimento operoso, che può essere fatto se la regolarizzazione del ritardo avviene entro massimo un anno dalla data di scadenza del bollo, nei termini che seguono:

– se il pagamento avviene entro 14 giorni, la sanzione è pari allo 0,1% per ogni giorno di ritardo;

– dal 15° al 30° giorno, la sanzione è pari all’1,5% dell’importo originario della tassa automobilistica;

– dal 31° al 90° giorno, la sanzione è pari all’1,67% dell’importo originario della tassa automobilistica;

– dal 91° giorno a 1 anno, la sanzione è pari al 3,75% dell’importo originario della tassa automobilistica.

Non si può più usufruire del ravvedimento operoso ove il ritardo superi l’anno, e si applica la multa pari al 30%, oltre ad un interesse dello 0,5% per ogni sei mesi di ritardo.

Vediamo ora quando si prescrivere il bollo auto, tenuto conto che la prescrizione, disciplinata dall’art. 2934 e segg. cod. civ., è il mezzo che l’ordinamento giuridico prevede per l’estinzione dei diritti nel caso in cui il titolare non li eserciti entro i termini stabiliti dalla legge.

Il bollo auto si prescrive con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento. Il termine di tre anni non decorre, però, dal momento in cui si sarebbe dovuto effettuare il pagamento ma dall’anno successivo a tale momento. Il termine scade allo scadere del terzo anno, cioè al 31 dicembre. Per esempio, se il bollo doveva essere pagato entro il 10 marzo 2010, il termine di tre anni inizierà a decorrere a partire dall’1 gennaio 2011 (anno successivo a quello in cui dovevi effettuare il pagamento) e scadrà il 31 dicembre 2013, cioè allo scadere del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuare il pagamento.

A titolo esemplificativo. Il 20 Luglio 2016 si riceve una richiesta di pagamento di un bollo auto che si sarebbe dovuta pagare ad agosto 2013. È un bollo caduto in prescrizione? No, lo sarà il 31 dicembre 2016. O ancora, se il pagamento del bollo 2016 scade a luglio, i tre anni iniziano a decorrere a partire dall’1 gennaio 2017 e, pertanto, scadono il 31 dicembre 2019.

Ciò precisato al fine di verificare, nel caso Equitalia invii una cartella di pagamento, se il bollo è caduto in prescrizione. Equitalia, infatti, qualora il bollo auto non venga versato, può procedere alla riscossione utilizzando, di norma, lo strumento del fermo amministrativo sul mezzo sul quale pesa la violazione tributaria.

Il Decreto del Fare ha apportato novità circa i fermi amministrativi. Nel caso in cui il debitore non versi la somma dovuta neanche dopo la notifica di preavviso del fermo, con l’invito cioè a saldare il debito entro 30 giorni, Equitalia può iscrivere il fermo amministrativo del veicolo. In questo modo il mezzo di trasporto del debitore non potrà circolare, pena la sua confisca.

Oltre al fermo Equitalia può procedere al pignoramento del conto corrente. Se il conto è destinato allo stipendio mensile si può pignorare solo per le somme che eccedono la misura di tre volte l’assegno sociale, ossia da 1.345,56 euro in su. Per tutti gli stipendi successivamente versati, il pignoramento può estendersi a massimo un quinto della mensilità stessa. Equitalia può inoltre pignorare la pensione di un quinto (salvo il minimo vitale che ammonta a 672,78 euro), lo stipendio e i beni mobili. Sono esclusi il pignoramento della casa o di altri beni immobili (opzione possibile solo se il debito supera 120mila euro) e l’ipoteca sulla casa (il debito deve superare i 20mila euro). I pignoramenti prima casa sono vietati ma solo nel momento in cui questa sia adibita ad abitazione principale, ad eccezione di:

  • Abitazioni di lusso (categoria catastale A/1)
  • Ville (categoria catastale A/8).
  • Castelli o edifici storici (categoria catastale A/9).

Il pignoramento della prima casa (anche se rappresenta l’unica casa di proprietà ad uso abitativo) è possibile ove il proprietario decida di cambiare residenza, trasferendosi in una casa in affitto.

Se il bollo non viene pagato per tre anni consecutivi c’è la cancellazione del veicolo dal PRA, il Pubblico Registro Automobilistico. Un veicolo che non è presente nel PRA non esiste e quindi non può essere utilizzato per circolare né venderlo a terzi.

In caso di furto, demolizione, fermo amministrativo, confisca, truffa (quando l’auto, in altre parole, non è più nostra) occorre dichiarare la perdita di possesso. In questo modo deve essere comunicata al PRA l’indisponibilità del veicolo e si interrompe l’obbligo del pagamento della tassa automobilistica.

Si può effettuare una pratica di perdita di possesso – presentando un certificato di proprietà – in tutti gli sportelli PRA provinciali, negli gli uffici Aci e nelle agenzie di pratiche auto.

L’art. 5 del D.L. n. 953/1982 esclude l’obbligo di pagamento del tributo a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in cui è stata effettuata l’annotazione della perdita del possesso (anche temporanea) al PRA, indicazione indispensabile a tale fine. In caso di mancanza di attestazione della indisponibilità del veicolo si può ricorrere anche ad una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.

Gli unici casi in cui non si deve pagare il bollo sono quelli in caso di vendita, furto o demolizione del veicolo; quest’ultima è attuabile qualora sul veicolo non vi sia gravato alcun procedimento di fermo amministrativo, perché, altrimenti, non sarebbe permessa la cancellazione dal PRA e quindi la demolizione rimarrebbe bloccata fino alla risoluzione del fermo.

Un veicolo sottoposto a fermo amministrativo non potrà circolare e non sarà possibile nemmeno radiare il veicolo dal PRA, demolirlo o esportarlo in un altro paese. In teoria il veicolo può essere venduto, ma fin quando non sarà saldato il debito, il divieto di circolazione rimarrà in vigore anche per il nuovo acquirente.

Se, dopo il fermo amministrativo, il debito continua a non essere pagato, l’agente della riscossione può sottoporre a pignoramento il bene fermato e venderlo all’asta.

Per evitare di pagare il bollo auto anche per il periodo in cui il veicolo è, o è stato, sottoposto a fermo amministrativo, è necessario chiederne formalmente l’esenzione.

La procedura corretta da seguire è quella di recarsi presso gli uffici regionali preposti al servizio di riscossione dei tributi locali, producendo un atto sostitutivo di notorietà in cui si dichiara la temporanea perdita di possesso del veicolo conseguente all’avvenuta iscrizione di fermo amministrativo ed i relativi periodi in cui il fermo amministrativo è stato disposto. Ove gli uffici regionali non accettino la dichiarazione sostitutiva come documento idoneo ad ottenere l’esenzione dal pagamento del bollo auto per temporanea perdita di possesso, sarà necessario produrre una visura della targa del veicolo che riporta tutte le informazioni giuridico-patrimoniali relative al veicolo risultanti in quel momento comprese, naturalmente, le informazioni relative ai periodi in cui sul veicolo è risultato iscritto un provvedimento di fermo amministrativo.

A fronte di una circolare interna emessa da Equitalia [Circolare Equitalia n. 105/2016], chi ha subìto il fermo amministrativo può ottenerne la sospensione se viene autorizzato, dalla stessa Equitalia, al pagamento dilazionato. Una volta effettuato il pagamento della prima rata, dandone prova all’ufficio di Equitalia, si può presentare istanza di sospensione del fermo.

La legge di riforma fiscale entrata in vigore ad ottobre 2015 [D.lgs. n. 159/2015 che ha modificato l’art. 19, comma 1-quater del D.P.R. n. 602/1973] ha disposto che l’autorizzazione fornita da Equitalia al pagamento dilazionato del debito impedisce, per il futuro e sempre che venga rispettato il programma di rateazione, che il contribuente subisca: (i) il rilevamento dell’ipoteca; (ii) il pignoramento della prima casa (tranne abitazione di lusso); (iii) il pignoramento dell’ultimo stipendio; (iiii) il fermo amministrativo.

Si può effettuare il pagamento a rate, fino a 72 rate a seconda dell’importo. Il fermo resta fino a quando non viene stato estinto l’intero debito.

L’istanza di rateazione presentata dal contribuente deve avere ad oggetto tutte le cartelle per il cui debito è stato iscritto il fermo.

In conclusione, se si riceve la cartella esattoriale di Equitalia, o si provvede immediatamente al pagamento dell’intero debito, prima che Equitalia iscriva il fermo amministrativo, ovvero si presenta richiesta di rateazione entro i 60 giorni di notifica dell’ingiunzione di pagamento.

 

parabrezza

Multa valida anche senza notifica sul parabrezza.

Multa valida anche senza notifica sul parabrezza.

E’ valida la multa anche se l’agente accertatore non lascia il preavviso, normalmente, sul parabrezza dell’auto.

La stessa Suprema Corte (Sez. II, 09.03.2007 n. 54447) ha avuto occasione di confermare detta circostanza, precisando che nessuna norma [del Codice della Strada] impone il rilascio di un preavviso di violazione. Nel caso di specie, poi, con riferimento ad una sanzione per divieto di sosta, gli Ermellini hanno constatato l’irrilevanza dell’omessa indicazione del numero civico ai fini della decisione, non avendo il ricorrente eccepito nel giudizio la mancanza del divieto di sosta nel punto specifico della piazza in cui sostava la sua vettura.

Si tratta, in altri e più chiari termini, di un comportamento normalmente adottato dagli agenti accertatori al solo scopo di rendere edotto il conducente del veicolo della violazione accertata in sua assenza, consentendogli di pagare l’importo della sanzione senza l’aggravio delle spese di accertamento e notifica; di conseguenza, non scorgere alcunché sul parabrezza del veicolo (generalmente sotto i tergicristalli), magari quando abbiamo parcheggiato in divieto di sosta, non ci consente di tirare un sospiro di sollievo: la multa, infatti, può sempre essere in agguato!

E che non sia un atto obbligatorio ma una prassi amministrativa lo si evince dal fatto che il preavviso di accertamento non ha valore legale. Il ricorso al Prefetto o al Giudice di Pace è possibile solo contro il verbale di contestazione ritualmente notificato.

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Compravendita. Art. 1491 codice civile: l’esclusione della garanzia non opera quando la consegna della merce avvenga in un momento successivo alla conclusione del contratto.

Compravendita. Art. 1491 codice civile: l’esclusione della garanzia non opera quando la consegna della merce avvenga in un momento successivo alla conclusione del contratto.

cassazione civile, sezione II, 18.11.2016 n. 23521

In fatto. La Sig.ra [X] conveniva in giudizio l’impresa [Y] per sentire dichiarare la risoluzione per inadempimento del contratto di acquisto di arredi stipulato verbalmente e per ottenere la conseguente condanna della convenuta alla restituzione del prezzo di acquisto del mobilio risultato, alla consegna, difettoso, oltre al risarcimento del danno. Il Tribunale adìto rigettava la domanda ritenendo i vizi dei beni venduti facilmente riconoscibili dalla compratrice, la quale, prima del perfezionamento del contratto di acquisto, aveva verificato le condizioni del mobilio, che le era stato venduto ad un prezzo notevolmente scontato rispetto al prezzo di listino. Proposto appello dalla [X], sulla base della [asserita] erroneità della decisione del giudice di primo grado a fronte della inapplicabilità alla fattispecie della garanzia per i vizi della cosa venduta, la Corte territoriale  rigettava l’appello affermando che, essendo il mobilio in esposizione presso il punto vendita, era agevolmente visionabile ed ispezionabile, di talché i vizi dei beni erano agevolmente riconoscibili dalla compratrice prima del perfezionamento del contratto di acquisto, non risultando, peraltro, che il venditore ne avesse escluso la sussistenza. Da ciò, agli effetti dell’art. 1491 c.c., l’inoperatività della garanzia per i vizi ex art. 1490 e il rigetto della domanda di risoluzione per inadempimento. Non rimaneva alla soccombente che rivolgersi alla Suprema Corte di Cassazione, affidando il proprio ricorso a tre motivi.

In diritto. Gli Ermellini, peraltro inserendosi nel solco tracciato dalla giurisprudenza di legittimità, hanno ritenuto fondato, e quindi accolto, il primo motivo di ricorso con il quale la ricorrente aveva dedotto, per quanto qui rileva, la violazione e falsa applicazione degli artt. 1490, 1491 e 1497 c.c., a mente dei quali l’esclusione della garanzia per i vizi della cosa venduta nell’ipotesi di conoscenza o di riconoscibilità dei vizi stessi da parte dell’acquirente, prevista dall’art. 1491 c.c., non opera quando, come nella specie, la consegna dei beni sia successiva alla stipulazione del contratto.

Il giudici di Piazza Cavour, ricordando che la Corte di Appello aveva attribuito la responsabilità all’acquirente per la riconoscibilità dei vizi al momento della conclusione del contratto, trattandosi di mobilia esposta e perciò visionata nel negozio del venditore, hanno quindi ritenuto di dare continuità alla interpretazione seguita dalla Suprema Corte secondo cui, «nel contratto di compravendita, l’art. 1491 c.c. – in base al quale il venditore non è tenuto alla garanzia per i vizi della cosa venduta ove questi siano facilmente riconoscibili al momento della conclusione del contratto – non opera quando la consegna della merce sia successiva a tale conclusione Qualora, invero, la consegna della merce sia successiva alla conclusione del contratto, come nel caso in esame, ai fini dell’esclusione della garanzia di cui all’ultima parte dell’articolo 1491 c.c., la facile riconoscibilità dei vizi della cosa venduta deve essere, piuttosto, verificata con riferimento non al momento della conclusione del contratto, bensì a quello in cui il compratore abbia ricevuto la merce, in questo momento soltanto potendo egli esaminare lo stato in cui essa si trova (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 8880 del 18/04/2011; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 8192 del 03/04/2009; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 851 del 26/01/2000)».

La parola, dunque, al giudice del rinvio.

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Commette reato di omicidio colposo chi apre incautamente lo sportello della propria auto, urtando il ciclista che muore successivamente

Commette reato di omicidio colposo chi apre incautamente lo sportello della propria auto, urtando il ciclista che muore successivamente

Cassazione Penale, Sez. IV, 12.10.2016 n. 47094

L’apertura improvvisa dello sportello dell’auto parcheggiata, che provoca la caduta dalla bicicletta, con conseguenti lesioni personali tali da determinare il decesso della vittima, è condotta chi integra gli estremi del reato di omicidio colposo.

A sancirlo è la Quarta Sezione Penale della Suprema Corte con la sentenza in commento che ha rigettato il ricorso di un uomo condannato, in sede di merito, per omicidio colposo, aggravato dalla violazione della normativa sulla circolazione stradale, «per avere cagionato, mediante l’apertura improvvisa dello sportello della propria auto parcheggiata, la caduta dalla bicicletta della [X] (di 75 anni), con conseguenti lesioni personali alla medesima che ne cagionavano il decesso» cinquanta giorni dopo.

Gli Ermellini, anzitutto rappresentando che le circostanze di fatto circa la ricostruzione dell’incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia, le condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, l’accertamento delle relative responsabilità, l’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente, comportano apprezzamenti rimessi al giudice di merito che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata motivazione, rilevano che, nella specie, il Tribunale ha ritenuto dimostrato che si fosse verificato un urto tra la bicicletta e l’auto, non ritenendo credibili, dall’altra parte, le dichiarazioni dell’uomo che avevano negato l’urto. In altri e più chiari termini, il giudice di primo grado ha ritenuto provato, oltre ogni ragionevole dubbio, il nesso di causalità tra l’apertura dello sportello da parte dell’uomo e la caduta della donna, per avere tale apertura costituito quanto meno una turbativa, e ha ritenuto quindi che l’imputato avesse cagionato il sinistro violando l’art. 157, comma 7 del codice della strada, a norma del quale «È fatto divieto a chiunque di aprire le porte di un veicolo, di discendere dallo stesso, nonché di lasciare aperte le porte, senza essersi assicurato che ciò non costituisca pericolo o intralcio per gli altri utenti della strada».

Si legge in sentenza, «la vittima, secondo quanto dichiarato dalle sue figlie, aveva sempre attribuito la sua caduta a tale movimento di apertura dello sportello; lo stesso imputato, nell’immediatezza del fatto, aveva ammesso tale collegamento dapprima scusandosi, in presenza del teste Cecchi, per avere aperto lo sportello, spiegando di non avere visto la bicicletta che arrivava (frase che egli non avrebbe avuto motivo di dire se la donna fosse caduta indipendentemente da tale suo gesto) e poi firmando una esplicita dichiarazione, riportata nel C.I.D. pervenuto il 27/5/2009 alla sua Compagnia Assicuratrice (la Liguria spa), in cui ammetteva che “ho aperto lo sportello … mentre lo stavo chiudendo perché mi era accorto della signora dallo specchietto mi ha sfiorato lo sportello con il pedale e è caduta a terra”».

E così è stata confermata la condanna alla pena di un anno di reclusione, sostituita con due anni di libertà controllata, e alla sanzione accessoria della sospensione della patente di guida per un anno, in relazione al reato di omicidio colposo.

La condotta dell’uomo, non solo era stata altamente imprudente (essendo notoria la probabilità che un altro veicolo, soprattutto a due ruote, stia transitando sulla sede stradale tenendosi accostato alle auto in sosta, essendo obbligato a viaggiare in prossimità del lato destro della corsia), ma anche violativa dell’art. 157 del codice della strada.

 

 

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Affido condiviso del cane con l’interruzione della convivenza

Affido condiviso del cane con l’interruzione della convivenza

Tribunale Civile di Roma, Sez. V, 15.03.2016 n. 5322

Con l’interruzione della convivenza more uxorio tra le parti, a seguito della fine della loro relazione sentimentale, il giudice adìto, in assenza di una specifica norma di riferimento, ha applicato per analogia all’animale domestico [un cane adottato dalla convivente] la disciplina riservata ai figli minori.

Parecchi i casi di separazione in cui gli ex si contendono cani o gatti, un tempo gestiti insieme. Ed allora, di fronte al ritardo del legislatore per essere giacente in Parlamento da tempo una proposta [a far data dal 2013 da parte della paladina animalista Annamaria Brambilla] di regolamentazione in materia vòlta a colmare un buco nella gestione delle separazioni, il Tribunale di Roma, con una sentenza pervasa da forte sensibilità, ha dato via libera all’affido condiviso del cane.

Il fatto. La Signora [X], all’epoca della sua convivenza con [Y], aveva adottato un cane, raccogliendolo dalla strada, iscritto a suo nome all’anagrafe canina con regolare microchip, cane che aveva poi portato con sé, nella nuova residenza, una volta interrotta la convivenza medesima.

Il Sig. [Y] ha continuato a vedere il cane per alcune ore al giorno, su concessione di [X]. Alla richiesta di [Y] di tenere con sé il cane per un determinato fine settimana, la [X] rispondeva positivamente ma da quella data il cane non le era stato più riconsegnato. Pertanto, la Signora ha convenuto in giudizio l’ex convivente per sentir ordinare allo stesso la restituzione in suo favore del cane illegittimamente detenuto nonché per sentirlo condannare al risarcimento di tutti i danni da lei subìti a fronte della sottrazione del proprio animale. Costituitosi in giudizio, [Y] ha rivendicato di essere stato sempre lui a prendersi cura del cane, rinvenuto nei pressi della sua abitazione, ma che il microchip era stato posto a nome non suo ma dell’attrice perché quest’ultima, e non lui, aveva la residenza in Roma. Il convenuto, quindi, ha concluso per il rigetto della domanda dell’attrice e, in via subordinata, per sentir dichiarare la titolarità di fatto e formale del cane.

In diritto. Nessuna delle due domande ha trovato ingresso. Il Giudice anzitutto sottolinea la mancanza, nell’ordinamento italiano, di una norma di riferimento che disciplini l’affidamento di un animale domestico in caso di separazione dei coniugi o dei conviventi. Basti pensare al ritardo, ricorda il giudice di merito, con cui il legislatore, nel 2012, ha equiparato lo status di figlio naturale a quello legittimo. E così, prendendo a riferimento due precedenti decisioni, una del Tribunale di Foggia, che in una causa di separazione, ha affidato il cane ad uno dei due coniugi, concedendo all’altro il diritto di visita per alcune ore determinate nel corso della giornata, ed altra del Tribunale di Cremona che, sempre in una causa di separazione, ha disposto l’affido condiviso del cane con obbligo di suddivisione al 50% delle spese per il suo mantenimento, applicando, i due Tribunali, per analogia, la disciplina riservata ai figli minori, valutando l’interesse privilegiato delle due pronunce in quello materiale-spirituale-affettivo dell’animale, il Tribunale di Roma si è inserito nel solco di tale orientamento. «E certamente, dal punto di vista del cane, non rileva assolutamente se sia stato l’uno a concedere all’altro questo “favore” [diritto di visita]…E’ indubbio che il cane si sia affezionato ad entrambe [le parti], le abbia identificate entrambe come i suoi “padroni”, termine poco piacevole, e si sia abituato, per circa tre anni, a vivere, a periodi alterni, con una solo di loro, in abitazioni e luoghi diversi, condividendo abitudini di vita diverse». Né rileva il fatto che il cane da tre anni non vede l’attrice, data la ben nota ‘memoria affettiva’ dei cani: tre anni non possono cancellare sei anni di cure prestate dall’attrice e di affetto reciproco che indubitabilmente li ha legati, ricorda il Giudice. Affido condiviso quindi, come regolamentato in sentenza.

All’uomo la condanna al pagamento delle spese legali in quanto, avendo ‘rapito’ il cane, ha privato la donna di un affetto «fortemente percepito, e privandone lo stesso cane».

Un plauso alla sensibilità del Giudice Onorario, Antonio Fraioli.

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Valvole termostatiche: chi deve mettere mano al portafoglio se l’immobile è dato in affitto, l’inquilino o il proprietario ?

Valvole termostatiche: chi deve mettere mano al portafoglio se l’immobile è dato in affitto, l’inquilino o il proprietario ?

 

Il 31 dicembre 2016 rappresenta il termine ultimo per l’installazione delle valvole termostatiche con i contabilizzatori di calore in tutti gli immobili dotati di impianto di riscaldamento centralizzato, così come previsto dal decreto di recepimento della direttiva 2012/27/Ue sull’efficienza energetica. L’intento è quello di contenere la spesa energetica delle abitazioni.

Le valvole termostatiche sono delle valvole elettroniche che consentono di ottimizzare il consumo di gas destinato ai riscaldamenti, permettendo di personalizzare il calore emanato nelle diverse stanze dell’appartamento in guisa che, al momento in cui una stanza raggiunge la temperatura desiderata in base al livello impostato, da 0 a 5, il termosifone si autoesclude e smette di irradiare calore per poi riprendere quando la temperatura minima impostata viene meno. I contabilizzatori o ripartitori di calore sono, invece, apparecchiature che quantificano il calore effettivamente consumato.

Il cambiamento è stato introdotto in risposta alle richieste della Comunità Europea allo scopo di ridurre l’inquinamento ambientale. Si tratta di quanto previsto nel protocollo detto “20-20-20” che prevede di ridurre entro il 2020 l’emissione di CO2 nell’atmosfera del 20%, incrementando nella stessa percentuale le fonti rinnovabili di energia. Contemporaneamente, grazie all’adozione delle valvole termostatiche, il risparmio del combustibile per il condomino è stimato tra il 10 e il 30%.

I condomini che non si adegueranno alla normativa saranno soggetti ad una sanzione amministrativa compresa tra € 500 e 2.500, a seconda delle disposizioni adottate dalle singole Regioni, come previsto dall’art. 16 del il Decreto Legislativo 4 luglio 2014, n. 102, Attuazione della direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica, che modifica le direttive 2009/125/CE e 2010/30/UE e abroga le direttive 2004/8/CE e 2006/32/CE, norma fulcro per quanto riguarda l’efficientamento energetico.

Ciò posto, arriviamo alla domanda iniziale. Se la casa è affittata, tale spesa rientra fra gli oneri spettanti al conduttore o al locatore ?

Trattandosi di adeguamento dell’impianto di riscaldamento alle leggi e ai regolamenti in materia di contenimento dei consumi, la spesa ricade sul proprietario, trattandosi di spese straordinarie, come indicato nelle tabelle di ripartizione degli oneri accessori approvate dalle principali organizzazioni sindacali di categoria. Per quanto riguarda la ripartizione delle spese condominiali, invece, esse andranno riviste in assemblea: è evidente che le spese di riscaldamento dovranno essere ripartite tra le unità immobiliari in proporzione alle letture dei contatori di calore.

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Canone RAI e Rimborso

Canone RAI e Rimborso

L’Agenzia delle Entrate, con comunicato stampa del 15.09.2016, ha reso noto che il Rimborso del canone Tv, non dovuto ma addebitato in bolletta, può essere ora chiesto direttamente online.

I contribuenti che hanno versato tramite addebito sulla bolletta elettrica il canone Tv non dovuto possono chiedere il rimborso, utilizzando l’applicazione disponibile sul sito internet dell’Agenzia. Per accedere all’applicazione è necessario essere registrati ai servizi telematici Entratel o Fisconline. Questa nuova modalità di richiesta si affianca al tradizionale invio per posta raccomandata o tramite posta elettronica certificata (Pec), che resta in ogni caso ancora valido.

Il comunicato stampa così recita:

«Adesso si può chiedere direttamente online. Da oggi i contribuenti che hanno versato tramite addebito sulla bolletta elettrica il canone Tv non dovuto possono chiedere il rimborso direttamente online, utilizzando l’applicazione disponibile sul sito internet dell’Agenzia. Per accedere all’applicazione è necessario essere registrati ai servizi telematici Entratel o Fisconline. Questa nuova modalità di richiesta si affianca al tradizionale invio per posta raccomandata o tramite posta elettronica certificata (Pec), che resta ancora valido.

Chi può chiedere il rimborso del canone tv – Possono chiedere rimborso non solo i titolari del contratto di fornitura di energia elettrica, ma anche gli eredi, che hanno pagato il canone tv non dovuto, tramite la bolletta della luce.

Occhio a motivare sempre la richiesta col codice dedicato – La richiesta di rimborso va sempre motivata, indicando uno dei sei codici associati alle singole motivazioni. Ad esempio, il codice 1 riguarda il caso dei contribuenti (o altri componenti della stessa famiglia anagrafica) esenti dal tributo perché over 75 e con reddito familiare sotto i 6.713,98 euro. Il codice 3 va invece utilizzato quando il richiedente ha pagato il canone mediante addebito sulle fatture per energia elettrica, e lui stesso o un altro componente della sua famiglia ha pagato anche con altre modalità, ad esempio mediante addebito sulla pensione. Un’attenzione in più per chi deve indicare il codice 4, dedicato ai contribuenti che hanno pagato il canone inserito nelle fatture di energia elettrica e il tributo risulta corrisposto anche con addebito sulle fatture relative a un’utenza elettrica intestata ad altro componente della famiglia anagrafica. In questo caso, la domanda vale anche come dichiarazione sostitutiva per richiedere il non addebito sulla propria utenza elettrica e comunicare il codice fiscale del familiare che già paga il canone mediante la sua fornitura elettrica. Se, poi, la motivazione è diversa dai 5 casi già previsti, è possibile indicare il codice 6 e descrivere la propria situazione nell’apposito spazio del modello.

Sempre valida la modalità cartacea – Se non si ha dimestichezza con la tecnologia, è possibile continuare ad utilizzare la tradizionale forma cartacea, inviando la richiesta tramite servizio postale con raccomandata all’indirizzo Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale 1 di Torino – Ufficio di Torino 1 – Sportello abbonamenti TV – Casella Postale 22 – 10121 Torino, insieme alla copia di un valido documento di riconoscimento. E’ anche possibile inviare la richiesta di rimborso tramite Pec, all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it: in questo caso, se l’istanza è firmata digitalmente, non è necessario allegare copia del documento.

Il rimborso arriva direttamente in bolletta – Se, a seguito dell’esame della richiesta, il rimborso risulta dovuto, le imprese elettriche erogano l’importo direttamente sulla prima bolletta utile o con altre modalità. L’accredito avviene entro 45 giorni da quando il fornitore di energia riceve dall’Agenzia le info utili all’erogazione. Nel caso in cui il rimborso non vada a buon fine, sarà pagato direttamente dall’Agenzia».

Ciò considerato, preme in questa sede ribadire quali sono i motivi per i quali può essere richiesto il rimborso del canone RAI già pagato in bolletta:

  • il richiedente o un altro componente della sua famiglia anagrafica è in possesso dei requisiti di esenzione relativi ai cittadini che hanno compiuto il 75° anno di età con reddito complessivo familiare non superiore a 6.713,98 euro ed è stata presentata l’apposita dichiarazione sostitutiva (codice 1);
  • il richiedente o un altro componente della sua famiglia anagrafica è esente per effetto di convenzioni internazionali (ad esempio, diplomatici e militari stranieri) ed è stata presentata l’apposita dichiarazione sostitutiva (codice 2);
  • il richiedente ha pagato il canone mediante addebito sulle fatture per energia elettrica, e lui stesso o un altro componente della sua famiglia anagrafica ha pagato anche con altre modalità, ad esempio mediante addebito sulla pensione (codice 3);
  • il richiedente ha pagato il canone mediante addebito sulle fatture per energia elettrica e lo stesso è stato pagato anche mediante addebito sulle fatture relative ad un’utenza elettrica intestata ad un altro componente della stessa famiglia anagrafica (codice 4);
  • il richiedente ha presentato la dichiarazione sostitutiva di non detenzione di apparecchi televisivi da parte propria e dei componenti della sua famiglia anagrafica (codice 5). L’autocertificazione di mancato possesso ha validità per soli 365 giorni di talché deve essere ripetuta ogni anno, tra il 1° luglio e il 31 gennaio.

Il rimborso viene effettuato sulla prima bolletta elettrica utile o con altra modalità entro 45 giorni dalla verifica da parte dell’Agenzia delle Entrate della correttezza delle informazioni trasmesse. Se non provvede il fornitore dell’energia elettrica il rimborso sarà effettuato dall’Agenzia delle Entrate.

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Distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento. Onere della prova.

Distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento. Il condomino deve fornire la prova che dal suo distacco non derivino notevoli squilibri all’impianto o aggravi di spesa per gli altri condòmini

Cassazione Civile, sezione VI, 03.11.2016 n. 22285

In fatto. Il Sig. [X] impugnava la delibera condominiale con la quale l’assemblea aveva deciso di non concedere il richiesto distacco dall’impianto di riscaldamento condominiale, asseritamente in quanto avrebbe danneggiato le altre unità immobiliari sia dal piano economico sia di rendimento del riscaldamento. Costituitosi in giudizio, il Condominio [Y] reclamava la piena legittimità della delibera. Il Giudice di Pace, accogliendo la domanda del Sig. [X], dichiarava la nullità della delibera sul punto relativo al distacco del riscaldamento, confermando il diritto di [X] di procedervi. Ricorso il Condominio in appello dinanzi al Tribunale, questo, in riforma della sentenza impugnata, accoglieva l’appello, sulla base della mancata dimostrazione, da parte del Sig. [X], della sussistenza dei requisiti necessari per operare il distacco del proprio appartamento dal riscaldamento condominiale, ovverosia, che da detto distacco non sarebbero derivati notevoli squilibri di funzionamento od aggravi di spesa per gli altri condomini, non essendo stata a riguardo prodotta la [necessaria] relazione termotecnica. Non è restato al Sig. [X] che adìre la Suprema Corte di Cassazione, affidando il proprio ricorso ad un unico motivo.

In diritto. Gli Ermellini confermano la sentenza della Corte di Appello giudicando infondato il motivo avanzato dal ricorrente. La Suprema Corte anzitutto ricorda che la questione relativa al distacco di un condomino dall’impianto centralizzato condominiale trova la sua immediata disciplina nella normativa di cui all’art. 1118 cod. civ., come modificata dalla legge n. 220 del 2012, in vigore dal 18 giugno 2013 (cc. dd. riforma del condominio). «Tale normativa ha, espressamente, ammesso la possibilità del singolo condomino di distaccarsi dall’impianto centralizzato di riscaldamento o di raffreddamento ma a condizione che dimostri che dal distacco non derivino notevoli squilibri di funzionamento dell’impianto od aggravi di spesa per gli altri condomini». In altri e più chiari termini, il condomino che intende distaccarsi deve provare che non vi siano aggravi di costi per gli altri condomini e che dal distacco non derivino notevoli squilibri di funzionamento, «e la preventiva informazione dovrà necessariamente essere corredata dalla documentazione tecnica attraverso la quale egli possa dare prova dell’assenza di “notevoli squilibri” e di “assenza di aggravi” per i condomini che continueranno a servirsi dell’impianto condominiale». Gli Ermellini aggiungono che il richiamato onere della prova in capo al condomino viene meno «soltanto nel caso in cui l’assemblea condominiale abbia effettivamente autorizzato il distacco dall’impianto comune sulla base di una propria autonoma valutazione della sussistenza dei presupposti di cui si è detto».

Specificano poi ulteriormente i giudici di Piazza Cavour che «colui che intende distaccarsi dovrà, in presenza di squilibri nell’impianto condominiale e/o “aggravi” per i restanti condòmini, rinunciare dal porre in essere il distacco perché diversamente potrà essere chiamato al ripristino dello status quo ante».

Né, il soggetto interessato, ai sensi dell’art. 1118 cod. civ., potrà effettuare il distacco e ritenere di essere tenuto semplicemente «a concorrere al pagamento delle sole spese per la manutenzione straordinaria dell’impianto e per la sua conservazione e messa a norma”» trattandosi, questa, di una possibilità prevista solo per quei soggetti che abbiano potuto distaccarsi, per aver dimostrato che dal loro distacco «non derivano notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini».

Al Sig. [X], soccombente, la condanna alle spese di lite.

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Il venditore di auto usata è tenuto alla garanzia per i vizi occulti anche se “nello stato come vista e piaciuta”

Il venditore di auto usata è tenuto alla garanzia per i vizi occulti anche se la vendita è avvenuta “nello stato come vista e piaciuta”

Cassazione Civile, Sez. VI, 19.10.2016 n. 21204

La garanzia per vizi prevista dall’art. 1490 cod. civ. deve ritenersi operante anche nei casi di vendita di cose mobili usate, dovendo rimanere il vizio della cosa, e, in particolare, il vizio occulto preesistente alla conclusione del contratto, ben distinto dal semplice logorio del bene, dovuto al normale uso dello stesso. E, anche nei casi di vendita di beni usati (quale una autovettura usata) i contraenti nell’ambito della loro autonomia contrattuale possono derogare alla disciplina legale della garanzia per vizi della cosa venduta, con l’inserimento nel contratto di apposita clausola, ammessa dall’art. 1490, II comma, cod. civ. e debitamente approvata per iscritto ex art. 1341 comma 2, cod. civ..

La clausola “vista e piaciuta nello stato in cui si trovava” non può riferirsi ai vizi occulti, quelli, cioè, non facilmente riconoscibili mediante l’ordinaria diligenza al momento dell’acquisto, che si manifestano soltanto dopo l’uso del bene compravenduto, anche se usato.

A sancirlo è la Sesta Sezione della Suprema Corte con la sentenza in commento che traeva origine dal fatto che la Signora [X] aveva convenuto dinanzi al competente Giudice di Pace la società [Y] per sentirla condannare alla restituzione di un certo importo, previo accertamento della responsabilità della convenuta, quale venditrice, per i vizi riscontarti nell’autovettura dalla medesima acquistata e previa riduzione del prezzo di compravendita. A sostegno della propria domanda l’attrice esponeva di aver acquistato una autovettura dalla Società [Y] che le aveva assicurato le buone condizioni della stessa, che non aveva mai subìto incidenti e non presentava alcun vizio. Tuttavia, lo stesso giorno in cui si era conclusa la trattativa, l’acquirente riscontrava delle rumorosità generate dal mezzo spinto a velocità autostradale, determinandola a far visionare l’autovettura ad una officina convenzionata il cui meccanico, rilevato qualcosa di anomalo, successivamente provvedeva a comunicare che la rumorosità era dovuta alla rottura dell’avantreno anteriore non derivante da urto. Il vizio era stato tempestivamente denunciato al venditore da parte dell’acquirente. Si costituiva la convenuta che contestava la ricostruzione dei fatti ed eccepiva la tardività della denuncia per vizi ai sensi dell’art. 1495 cod. civ.. Deduceva [Y] che l’auto aveva un numero di km di gran lunga superiore a quello che aveva al momento dell’acquisto e che il danno non era presente al momento della vendita. Il Giudice di Pace accoglieva la domanda di parte attrice ma il Tribunale, successivamente pronunciandosi sull’appello della società [Y], accoglieva l’appello, rigettava la domanda avanzata da [X] con condannava della stessa al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio. Secondo il Tribunale si trattava infatti di una macchina usata e la vendita era avvenuta con la esplicata clausola ‘vista e piaciuta’, che non sarebbe una clausola di stile ma, se espressa in modo chiaro, comporta una limitazione della garanzia per i vizi della cosa. Al Tribunale preme rilevare, come si legge nella sentenza degli Ermellini, che «in forza di tale clausola il compratore all’acquisto prescindendo da ogni altra considerazione accetta senza alcuna riserva il bene allo stato in cui appare, rinunciando alla garanzia per vizi anche quelli occulti (in quanto per i vizi facilmente riconoscibili l’esclusione della garanzia è disposta dall’art. 1490 cod. civ.)».

Alla Signora [X] non è restato che rivolgersi alla Suprema Corte con ricorso affidato ad un motivo con il quale veniva rilevato l’errore in cui era incorso il giudice dell’appello, secondo cui l’acquisto di un veicolo usato con la clausola vista e piaciuta escluderebbe, tout court, l’operatività della garanzia di cui all’art. 1490 cod. civ., trattandosi di un’errata interpretazione di tale clausola contrattuale. «Piuttosto, se il Tribunale avesse ricostruito la comune intenzione delle parti tenendo conto di tutte le circostanze di fatto rigorosamente provate in giudizio avrebbe assegnato a quella clausola l’unico significato coerente con la volontà delle parti e cioè “vista e piaciuta nello stato in cui si trovava”, all’esito delle verifiche effettuate prima dell’acquisto e delle rassicurazioni fornite dalla venditrice circa il buono stato conservativo del mezzo».

La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi, mediante la richiamata sentenza n. 21204/2016 ha ritenuto fondato il motivo ed ha accolto il ricorso.

La clausola non può riferirsi ai vizi occulti, che si manifestano cioè, dopo i normali controlli eseguiti ante acquisto, soltanto dopo l’uso del bene compravenduto e inoltre la espressione “vista”, se priva di precisazioni rafforzative, inequivocabilmente allude solo ai vizi agevolmente riscontrabili dall’acquirente a primo esame.

La garanzia per vizi prevista dall’art. 1490 cod. civ. opera «anche nei casi di vendita di cose mobili usate, dovendo rimanere il vizio della cosa, ed, in particolare, il vizio occulto preesistente alla conclusione del contratto, ben distinto dal semplice logorio del bene, dovuto al normale uso dello stesso. E, anche nei casi di vendita di beni usati (quale una autovettura usata) i contraenti nell’ambito della loro autonomia contrattuale possono derogare alla disciplina legale della garanzia per vizi della cosa venduta, con l’inserimento nel contratto di apposita clausola, ammessa dall’art. 1490, II comma, cod. civ. e debitamente approvata per iscritto ex art. 1341 comma 2, cod. civ.»

Pertanto, conclude il Collegio, chi vende è tenuto alla garanzia per i vizi occulti, «anche se la vendita sia avvenuta “nello stato come vista e piaciuta” e, ciò, a prescindere dal fatto che la presenza di essi non sia imputabile ad opera del venditore, ma, esclusivamente, a vizi di costruzione del bene venduto».

Il Tribunale, «nel ricostruire il significato della clausola “vista e piaciuta” come l’impegno ad accettare il bene compravenduto senza alcuna riserva», non ha tenuto conto che il visto e piaciuto di per sé intende riferirsi allo stato apparente in cui si trova il bene compravenduto, cioè così come possa essere, ragionevolmente, percettibile e manifesto. E, soprattutto non ha tenuto conto che il senso letterale di quella clausola andava considerato alla luce dei principi contrattuali dell’equità e del corretto sinallagma del contratto, nonché della buona fede contrattuale, che induce a tener conto di un corretto equilibrio degli interessi contrapposti.

La parola torna al giudice del rinvio.