Mese: ottobre 2016

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Manto stradale sconnesso. Risarcimento danni.

Risarcimento dei danni derivanti dal manto stradale sconnesso. E’ il comune che ha l’onere di dimostrare l’eventuale colpa (o concorso di colpa) del danneggiato nella determinazione del danno

Cassazione Civile, sez. VI, ordinanza n. 17625 del 05.09.2016

Una volta accertata l’esistenza d’un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode – per sottrarsi alla responsabilità di cui all’art. 2051 c. c. – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa”.

Questo il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte di Cassazione a cui i giudici di rinvio dovranno attenersi nell’esame della vicenda.

In fatto. A seguito della sentenza della Corte d’appello che aveva rigettato la domanda svolta nei confronti di un Comune, avente ad oggetto il risarcimento dei danni patiti in seguito ad una caduta, provocata dal manto stradale sconnesso, [X] ricorre dinanzi la Suprema Corte deducendo la violazione, da parte della Corte territoriale, degli artt. 2051 e 2697 c.c., avendo attribuito alla vittima l’onere di provare la pericolosità dello stato dei luoghi e che la cosa fosse “potenzialmente pericolosa”.

In diritto. La Suprema Corte giunge, invece, a diverse conclusioni e, ritenendo manifestamente fondato il motivo di impugnazione proposto, giudica non coerenti, con l’interpretazione ormai consolidata della giurisprudenza di legittimità relativamente all’art. 2051 c.c., le affermazioni della Corte di merito che, dopo avere accertato che la fattispecie dedotta in giudizio era disciplinata dall’art. 2051 c.c., e dopo avere accertato che la caduta dell’appellante (odierna ricorrente) era stata causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada da lei percorsa, ha soggiunto che (i) l’accoglimento della domanda avrebbe “richiesto la dimostrazione del fatto che lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità” e che (ii) sarebbe stato necessario dimostrare [evidentemente, da parte dell’attrice, n.d.r.] che la cosa avesse una potenzialità dannosa intrinseca, tale da giustificare l’oggettiva responsabilità del custode“.

Per stabilire, affermano gli Ermellini, come debba ripartirsi l’onere della prova tra danneggiato e custode, nei casi in cui si applichi l’art. 2051 c.c., la Cassazione ricorda che la giurisprudenza di legittimità ha da tempo distinto due ipotesi: «Quando il danno è causato da cose dotate di un intrinseco dinamismo, l’attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa. Quando il danno è causato da cose inerti e visibili (marciapiedi, scale, strade, pavimenti, e simili), il danneggiato può provare il nesso di causa tra cosa e danno dimostrandone la pericolosità (ex multis, da ultimo, Se; 7, 6 – 3, Ordinanza n. 21212 del 20/10/ 2015, Rv. 637445)». Di talché, la pericolosità della cosa fonte di danno non è da collegarsi automaticamente alla responsabilità del custode «ma è semplicemente un indizio dal quale desumere, ex art. 2727 c.c, la sussistenza d’un valido nesso di causa tra la cosa inerte e il danno: nel senso che quando questo si assume provocato da una cosa priva di intrinseco dinamismo, dal fatto noto che quella cosa fosse pericolosa il giudice può risalire al fatto ignorato dell’esistenza del nesso di causa; mentre dal fatto noto che non lo fosse potrà risalire al fatto ignorato che sia stata la distrazione della vittima a provocare il danno».

Nel caso in esame, è stata la stessa Corte di appello a ritenere provata la sussistenza del nesso di causa tra cosa e danno. Una volta stabilito ciò, ovverosia una volta dimostrato il nesso causale con il danno subìto, spetta al Comune dimostrare la colpa esclusiva o concorrente della vittima che, inciampando sul manto sconnesso, ha riportato delle lesioni. La vittima, dunque, non deve provare anche la concreta pericolosità della cosa per ottenere la condanna del custode.

La Corte di appello, in sostanza, ha invertito i termini del ragionamento secondo gli Ermellini, soffermandosi sulla non pericolosità della strada al fine di escludere la responsabilità del comune. Ma così operando, ha superato il postulato per cui «anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno».

La parola torna, dunque, ai giudici di rinvio che dovranno attenersi al principio di diritto, come sopra precisato.

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Contratti di somministrazione. Energia Elettrica. Consumo effettivo. Lettura contatore

Contratti di somministrazione. Energia Elettrica. Restituzione della maggiore somma versata rispetto all’effettivo consumo

Giudice di Pace di Salerno, sezione I, 23.09.2016 n. 4510

In fatto. Il Sig. [X], che aveva stipulato un contratto di somministrazione di energia elettrica con la società [Y] in data 01.12.2007, il 01.01.2009 provvedeva a cambiare fornitore e, nel corso di tale migrazione, gli veniva recapitata la fattura emessa in data 15.01.2009 relativa ai consumi del periodo 01.12.2008-31.12.2008 per un determinato importo, sulla base di un consumo stimato di 86.561 Kwh rispetto alla lettura effettiva effettuata di 77.495 Kwh. [X] provvedeva a contattare [Y] evidenziando, non solo l’errore relativo alla fattura contestata ma, altresì, l’illegittimità di altra fatturazione nel periodo febbraio – dicembre 2008, in guisa chiedendo la restituzione delle somme indebitamente pagate. In assenza di riscontro, [X] conveniva in giudizio dinanzi al Giudice di Pace [Y] per sentire dichiarare: (i) la responsabilità della convenuta per violazione degli artt. 1175 e 1375 c.c.; (ii) la illegittima emissione delle fatture dal periodo gennaio-febbraio 2008 al 31 dicembre 2008; (iii) la restituzione della somma indebitamente versata. Costituitasi in giudizio [Y], questa eccepiva la legittima emissione della fattura sulla base dei consumi stimati. Le somme richieste erano dovute, asseriva la Società convenuta, a fronte di un debito dell’attore di un determinato importo per fatture precedenti non pagate. Nel corso del giudizio veniva ammessa, ed espletata, apposita C.T.U..

In diritto. Il Giudice di Pace ritiene meritevole di accoglimento la domanda in virtù delle seguenti considerazioni. In base ad accordi convenzionali, non contestati tra le parti, il pagamento della prestazione avveniva periodicamente con l’addebito di una somma per il consumo presuntivo del periodo, salva l’eventuale comunicazione, da parte dell’utente, del consumo effettivo rilevato dal contatore e la successiva rilevazione dello stesso consumo effettivo da parte della società erogante l’energia elettrica. La comunicazione della lettura da parte dell’utente, quindi, costituisce un mero onere, il cui inadempimento comporta soltanto la necessità di pagare l’eventuale conguaglio in caso di rilevamento di consumo superiore a quello preventivato. «Allo stesso modo», ricorda il Giudice, «la società elettrica ha l’onere di effettuare periodicamente il rilevamento effettivo del consumo per accertare la presenza di eventuali conguagli per consumi superiori a quelli preventivati o di eventuali crediti per l’utente, per aver pagato consumi superiori a quelli effettivi, onere che secondo l’Autorità Garante la società erogatrice dovrebbe svolgere con una cadenza non inferiore ad un anno. Il consumo effettivo dell’energia può essere calcolato solo mediante lettura del contatore: ne consegue l’importanza basilare del contatore al fine della quantificazione del corrispettivo contrattuale».

Nel caso di specie, la Consulenza Tecnica ha confermato che l’attore ha versato una somma superiore all’effettivo consumo di guisa divenendo creditore della società convenuta condannata al pagamento degli importi indicati nonché delle spese di giudizio.

 

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Incidente stradale. Vanno risarciti i nipoti della vittima anche se non conviventi.

Incidente stradale. Vanno risarciti i nipoti della vittima anche se non conviventi. Sussiste il danno non patrimoniale prodotto da lesione del rapporto parentale

Cassazione civile, sez. III, 20.10.2016 n. 21230

Le assicurazioni sono costrette ad incassare un duro colpo con la sentenza in commento, chiamate a risarcire i nipoti della nonna rimasta vittima di un incidente stradale; il danno da lesione del rapporto parentale, infatti, sussiste, per i discendenti non conviventi, purché sia provata la sussistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto. E ciò in quanto non può essere condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia, a cui fa riferimento la Costituzione, all’art. 29, all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli, tenuto conto che il nostro «ordinamento non solo include i discendenti in linea retta tra i parenti (art. 75 c.c.) e riconosce tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela (v. art. 76 c.c., quanto al computo dei gradi) ma prevede nei confronti dei discendenti e viceversa una serie di diritti, doveri e facoltà […] da cui risulta l’innegabile rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto». Di conseguenza, «ancorare il risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale alla convivenza tra il congiunto non ricompreso nella cd. famiglia nucleare e la vittima potrebbe essere foriero di un automatismo risarcitori sicuramente da bandire».

E’ quanto emerge dalla sentenza della Suprema Corte ora in commento che, accogliendo il ricorso contro le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale che aveva concluso per il rigetto del ricorso, apre, nella giurisprudenza di legittimità, a un vero e proprio contrasto.

In fatto. Ricorrevano in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, che aveva confermato quella del Tribunale, con cui era stata rigettata la domanda proposta dai ricorrenti di risarcimento dei danni loro determinati dal decesso della nonna, avvenuta a seguito di un sinistro stradale, allorché la donna si trovava, quale trasportata, a bordo dell’auto – assicurata – condotta da suo marito. Per quanto qui rileva, la Corte di merito aveva ritenuto che il risarcimento da fatto illecito a soggetti estranei al ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero o la nuora) richiede la sussistenza di una situazione di convivenza.

In diritto. Gli Ermellini non condividono l’orientamento restrittivo della giurisprudenza di legittimità (Cass. 4253/2012) richiamata dalla Corte di Appello secondo cui, perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subìta da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, «in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost. (Cass. 16 marzo 2012, n. 4253)». «Se è infatti innegabile che», rilevano ora gli Ermellini, «occorre conciliare il diritto del superstite alla tutela del rapporto parentale “con l’esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari”», la Corte non ritiene che la convivenza possa essere elemento idoneo “a bilanciare” le evidenziate contrapposte esigenze e che, quindi, nell’ambito del danno non patrimoniale per la morte di un congiunto, la convivenza sola possa provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.

Ed ancora, gli Ermellini ora neppure ritengono di dover condividere l’affermazione contenuta in altra sentenza della Suprema Corte (n. 4253 del 2014) richiamata dalla Corte di Appello nella sentenza impugnata, secondo cui la convivenza appare necessaria “quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico“, non ritenendo gli Ermellini «che solo in caso di convivenza “il rapporto assum[a] rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno”, atteso che in tal modo si esclude a priori il diritto del nipote non convivente al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale sulla base di un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale quale è quello della convivenza, di per sé poco significativo, ben potendo ipotizzarsi convivenze non fondate su vincoli affettivi ma determinate da necessità economiche, egoismi o altro e non convivenze determinate da esigenze di studio o di lavoro o non necessitate da bisogni assistenziali e di cura ma che non implicano, di per, sé, carenza di intensi rapporti affettivi o difetto di relazioni di reciproca solidarietà».

E la risposta, illustra la Suprema Corte, viene dal codice civile che prevede che i discendenti sono inclusi in linea retta tra i parenti (art. 75 c.c.) così come (art. 76 c.c.) viene riconosciuto tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela. Ed ancora, in virtù dell’art. 317 bis c.c., gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, con la possibilità per i predetti di ricorrere al giudice nel caso in cui l’esercizio di tale diritto sia impedito, espressione innegabile della rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto.

Tutto quanto sopra considerato, precisato che la convivenza non può assurgere a connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali ovvero a presupposto dell’esistenza del diritto in parola, la Suprema Corte afferma che dovrà essere fornita la prova rigorosa degli elementi idonei a provare la lamentata lesione e l’entità dei danni e tale prova dovrà essere correttamente valutata dal giudice.

La parola dunque al giudice del rinvio.

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Annullata ordinanza sospensione patente

Annullata l’ordinanza con la quale è stata disposta la sospensione della patente di guida per mancato deposito in giudizio di copia del rapporto con gli atti relativi all’accertamento effettuato della guida in stato d’ebbrezza

giudice di pace di lecce, sez. civ., n. 4473 del 19.10.2016

Va accolta l’opposizione proposta dal trasgressore avverso l’ordinanza emessa dal Prefetto di Lecce a seguito del verbale di accertamento per accertata violazione dell’art. 186, comma 2, lett. C) del CdS contro la sospensione per la patente di guida di mesi 15 laddove l’autorità amministrativa, che ha emesso il provvedimento impugnato, ometta di depositare in giudizio gli atti relativi all’accertamento nonché alla contestazione od alla notifica della violazione, così in mancanza di prove sufficienti ad acclarare la responsabilità dell’opponente.

E’ quanto emerge dalla sentenza del Giudice di Pace di Lecce, ora in commento.

In fatto e in diritto. Il ricorrente [X] citava in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Lecce la Prefettura di Lecce [Y] – che tuttavia restava contumace – proponendo opposizione avverso l’ordinanza emessa dallo stesso Prefetto a seguito del verbale di accertamento, emesso dal CC di Maglie, appunto per accertata violazione dell’art. 186, comma 2, lett. C) del codice della Strada.

Decisiva la contumacia della Prefettura che non ottempera all’ordine del Giudice di depositare nella cancelleria, «gli atti relativi all’accertamento, nonché alla contestazione od alla notifica della violazione».

L’omessa produzione degli accertamenti effettuati dagli agenti accertatori impedisce la conferma dell’ordinanza di sospensione in quanto non emergono sufficienti elementi di responsabilità a carico della parte ricorrente «in particolar modo il preliminare accertamento dell’apparecchio con cui è stato rilevato lo stato di ebbrezza».

Il tutto sulla base del combinato disposto dell’art. 6, comma 10, let. b) e comma 8 del D.Lgs. 150/2011.

In mancanza di prove, dunque, alla Prefettura non resta che pagare le spese borsuali.

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Affetto da nullità insanabile il contratto di subappalto non autorizzato dall’ente committente

tribunale di lecce, II sez. civ., n. 4237 del 11.10.2016

E’ affetto da nullità insanabile il contratto di subappalto in assenza di autorizzazione da parte della Stazione appaltante che non viene informata a mezzo di comunicazione formale. Si tratta della c.d. nullità virtuale, tipica dei contratti contrari a norme imperative, ravvisandosi la ratio delle disposizioni di legge nello scopo di assicurare il controllo anteriore alla stipulazione del subappalto dell’identità e della qualità dei soggetti che si interpongono nell’esecuzione dei lavori pubblici nonché sulla destinazione del denaro pubblico, al fine di evitare manovre speculative di accaparramento degli appalti, id est evitando infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore dei lavori pubblici.

E’ quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Lecce, ora in commento.

In fatto. L’Impresa [X] citava dinanzi al Tribunale di Lecce l’Impresa [Y], premettendo le circostanze di seguito indicate. In particolare, con scrittura privata in data 08.11.2010 l’attrice aveva appaltato lavori alla convenuta che, presa visione di luoghi, aveva dichiarato di possedere le capacità tecniche, le maestranze, i mezzi e le attrezzature adatte, e in numero sufficiente, all’esecuzione delle opere stesse. La scarsa dotazione di maestranze, invero, comportava uno slittamento della ultimazione dei lavori costringendo l’attrice ad avvalersi di altro personale per il montaggio delle strutture, con aggravio economico sulla convenuta. Al fine di evitare l’applicazione della penale giornaliera, siccome prevista in contratto, l’appaltatrice sospendeva arbitrariamente i lavori. La stazione appaltante si determinava quindi a risolvere il contratto per grave inadempimento dell’appaltatrice alle obbligazioni assunte, come contrattualmente previsto. A seguito di ciò, la Stazione appaltante agiva in giudizio concludendo perché il Tribunale, nel merito, in via principale, accertasse e dichiarasse la risoluzione per grave inadempimento del contratto di appalto condannando l’appaltatrice (convenuta) al risarcimento di tutti i danni sofferti dalla stazione appaltante (attrice). Costituitasi la convenuta, che proponeva domanda riconvenzionale e istanza di chiamata in causa di terzo, questa esponeva che con scrittura privata le erano stati affidati dalla attrice [X] i lavori di cui si discuteva, in assenza di autorizzazione al subappalto del Comune, lavori che risultavano di difficile esecuzione anche per le frequenti piogge che avevano reso il cantiere un pantano nonché per il ritardo della committente nella consegna dei materiali da montare. Peraltro, la stessa impresa subappaltatrice [Y] aveva quindi richiesto alla appaltatrice (subappaltante) [X] una verifica in contraddittorio alla quale [X] si era però rifiutata di partecipare. Mancava dunque una giusta causa di risoluzione del rapporto in quanto la subappaltatrice non aveva mai rifiutato di completare l’opera appaltata e la causa di scioglimento del contratto avrebbe dovuto ricondursi all’inadempimento di non scarsa importanza dell’appaltatrice (subappaltante) ovvero quanto meno al suo recesso dal contratto con conseguente obbligo di tenere indenne [Y] delle perdite subìte e del mancato guadagno. La subappaltatrice chiedeva di essere tenuta indenne, in caso di condanna, dalla [Z], Società di assicurazione. La subappaltatrice concludeva chiedendo al Tribunale, per quel che qui rileva, di dichiarare la nullità, ex art. 1418 c.c. del contratto di subappalto del 08.11.2010 per violazione di norma imperativa (art. 118 D.Lgs. 12.04.2006, n. 163), per l’effetto rigettando la domanda di risarcimento danni da inadempimento contrattuale proposta dall’attrice perché improponibile, inammissibile e comunque infondata in fatto e in diritto. Chiamata in causa e costituitasi la [Z], questa esponeva che la copertura assicurativa nei confronti di [Y] non poteva ritenersi validamente operativa avendo l’Impresa omesso di denunziare l’evento entro tre giorni da quando aveva avuto cognizione del fatto, così decadendo dal diritto di garanzia, mai validamente acquistato. In ogni caso la polizza non copriva i danni derivanti da inadempimento contrattuale ma solo ed esclusivamente danni accidentali e fortuiti cagionati a terzi, a beni e persone, occasionalmente occorsi durante lo svolgimento della attività professionale denunciata in polizza.

In diritto. Il Giudice preliminarmente evidenziava che il contratto sottoscritto tra [X] ed [Y] costituiva a tutti gli effetti un contratto di subappalto, come qualificato dall’art. 118, comma 8, del D.Lgs. 163/2006 c.d. ‘Codice dei Contratti Pubblici’, e, in quanto tale, «da sottoporre all’autorizzazione della stazione appaltante». Nonostante la clausola prevista dal contratto sottoscritto tra le parti permettesse il subappalto a terzi di parte delle opere da eseguirsi dalla Impresa [X], il contratto di subappalto non venne autorizzato dalla Stazione appaltante – secondo quanto previsto dall’art. 170, comma 3, D.P.R. 207/2010, e dallo stesso art. 118, commi 2 e 8, del D.Lgs. 163/2006, e ciò in violazione dell’art. 21 della legge n.646/1982 – alla quale non venne data comunicazione formale del contratto di subappalto siglato tra le parti. In tal guisa, il contratto di subappalto è affetto da nullità insanabile, come rilevato altresì dalla terza chiamata in causa società di assicurazione. Il Giudice ricorda che l’originario art. 339 della legge sui lavori pubblici già vietava il subappalto, prevendo la rescissione del contratto di appalto, a salvaguardia del principio della conduzione personale dei lavori, ma pur sempre a protezione degli interessi prevalentemente contrattuali della P.A.. La norma menzionata è stata poi sostituita dall’art. 21 della legge 646/1982, la quale esclude la possibilità di subappalto di opere pubbliche senza l’autorizzazione della P.A. appaltante, ovverosia della possibilità che l’appaltatore di opera pubblica possa cedere in subappalto o a cottimo l’esecuzione delle opere medesime o di una loro parte, senza l’autorizzazione della “autorità competente”.

«Il divieto di subappalto», ricorda il giudice leccese, «la cui origine risiede nell’art. 1656 c.c., finalizzato a prevenire il rischio di infiltrazioni criminali negli appalti pubblici, venne superato con il regime autorizzatorio previsto dall’art. 21 della L. 13.9.1982 n. 646, previo accertamento dei requisiti di idoneità tecnica del subappaltatore. Una volta ottenuto l’affidamento dei lavori, infatti, l’impresa appaltatrice…deve provvedere al deposito del contratto di subappalto presso la stazione appaltante almeno venti giorni prima della data di effettivo inizio delle relative prestazioni al fine di ottenerne l’autorizzazione», giusta le previsioni dell’art. 170, comma 3, del D.P.R. n.207/2010, che individua la documentazione che è tenuto a presentare l’appaltatore alla stazione appaltante, a corredo di apposita istanza, come prescrive l’art. 118, commi 2 e 8, del D.Lgs. n. 163/2006. «La disposizione di cui all’art. 21 della L. 13.9.1982 n. 646, inserita in una legge contenente anche norme di prevenzione di carattere patrimoniale per la lotta contro la criminalità organizzata e mafiosa, è chiaramente in funzione di tutela preventiva della collettività dalla ingerenza mafiosa (e della criminalità organizzata in genere) nell’esecuzione di opere pubbliche. Lo scopo è quello di assicurare il controllo anteriore alla stipulazione del subappalto dell’identità e della qualità dei soggetti che si interpongono nell’esecuzione dei lavori pubblici nonché sulla destinazione del denaro pubblico, al fine di evitare manovre speculative di accaparramento degli appalti; si tratta della c.d. nullità virtuale, tipica dei contratti contrari a norme imperative».

La legge 646/1982 ha accomunato nella sanzione sia il sub-committente sia il sub-appaltatore ed essendo la fattispecie illecita integrata dalla stessa conclusione del contratto di subappalto, si configura la fattispecie del contratto-reato in cui è la stessa conclusione del contratto a subìre il giudizio di riprovevolezza dell’ordinamento e nel quale è di conseguenza innegabile la contrarietà dell’accordo ad una norma imperativa, e quindi la nullità, ex art. 1418, comma 1, c.c., del medesimo.

In conclusione, la mancata comunicazione alla stazione appaltante del subappalto delle opere oggetto di detto contratto determina la nullità del contratto e, pertanto, l’infondatezza delle domande formulate dalle attrice, non avendo questa titolo alcuno per far valere la risoluzione di un titolo contrattuale nullo e chiedere il risarcimento del danno per inadempimento addebitabile alla impresa convenuta (subappaltatrice). Di conseguenza, l’assicurazione di quest’ultima nulla deve sborsare a titolo di garanzia.

Spese compensate per la complessità della questione.

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Se il coordinatore per la sicurezza sospende i lavori

Se il coordinatore per la sicurezza sospende i lavori ritenendo le lavorazioni svolte in presenza di pericolo grave e imminente, la stazione appaltante deve segnalare l’episodio alla autorità di vigilanza che dispone l’annotazione nel casellario informatico

 

T.A.R. Lazio, Sezione Prima, 07.06.2016 n. 6522

In fatto. La Società [X] S.p.A., ricorreva contro l’Autorità Vigilanza Contratti Pubblici di Lavori Servizi Forniture e contro il Comune [Y], per l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione, del provvedimento della stessa Autorità di Vigilanza e con il quale era stata disposta l’annotazione nel Casellario informatico ex art.27 del D.P.R. 25 Gennaio 2000, n.34 delle Imprese qualificate a svolgere lavori pubblici, dell’episodio di [asserita] grave violazione alle norme in materia di sicurezza sul lavoro segnalato dal Comune resistente, in qualità di Stazione appaltante. Sosteneva la ricorrente la illegittimità dei provvedimenti impugnati: (i) per mancanza del presupposto della ‘gravità’, che è di natura discrezionale e comporta l’obbligo di motivazione; (ii) per mancata comunicazione alla ricorrente dell’avvio del procedimento che aveva dato luogo alla annotazione di cui si discute; (ii) di guisa che gli evidenziati profili di illegittimità sostanziale e formale inficiavano tanto l’atto della Stazione Appaltante quanto l’annotazione nel casellario informatico disposta dalla Autorità di Vigilanza.

In diritto. Il Collegio, anzitutto rappresentando che in contestazione erano il provvedimento dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di annotazione nel casellario informatico, nonché la comunicazione con cui il Comune aveva segnalato alla richiamata Autorità l’episodio che aveva indotto il Coordinatore per la Sicurezza a sospendere i lavori assunti in appalto dalla società odierna ricorrente, avendo riscontrato che il cantiere «non risultava essere in condizioni di sicurezza in quanto le lavorazioni venivano svolte in presenza di pericolo grave e imminente», preliminarmente rileva la natura, non già provvedimentale, ma prodromica ed endoprocedimentale, della comunicazione effettuata dalla Stazione appaltante all’Autorità di vigilanza, atto privo cioè di autonoma lesività e non impugnabile laddove il provvedimento lesivo è costituito solo dalla annotazione nel casellario informatico, risultando di guisa inammissibile il ricorso avverso la comunicazione della Stazione appaltante resa alla Autorità di Vigilanza con riferimento all’episodio incriminato, causa della sospensione dei lavori.

Quanto al provvedimento di annotazione sul casellario informatico, il Collegio ritiene la indubbia ‘gravità’ della violazione riscontrata rispetto alle norme antinfortunistiche, tenuto conto di quanto accertato nel verbale di sopralluogo, in cui erano specificatamente indicate le infrazioni contestate, ovverosia «presenza di lavoratori su vani scala sprovvisti di parapetti quando dal piano di lavoro al piano sottostante vi era una distanza superiore a metri 2,00, mancanza di protezioni in un’altra zona di lavoro, parapetto sprovvisto di tavola».

Dal complessivo quadro di riferimento in materia non emerge, ad opinione del Collegio, alcun margine discrezionale per la Stazione appaltante in ordine alla segnalazione in questione, il che, giusta l’orientamento costante della giurisprudenza amministrativa, esclude l’esigenza di motivazione e l’applicazione degli istituti partecipativi. In altri e più chiari termini, non vi era bisogno di coinvolgere l’Impresa nel procedimento amministrativo, Impresa che, peraltro, era stata comunque resa edotta delle violazioni accertate da parte del coordinatore per la sicurezza con la trasmissione del verbale di sopralluogo che essa aveva firmato per accettazione e presa visione.

In ordine alle doglianze riferite alla mancata comunicazione di avvio del procedimento, il Collegio, ancora sulla scorta della giurisprudenza amministrativa, ricorda che, in presenza di provvedimenti a carattere vincolato, è «legittima la compressione della partecipazione del privato al procedimento laddove questa sia inutile perché non presenta concrete prospettive di vantaggio ed i fatti siano pacifici ed incontestati da parte del privato». In ogni caso, non potendo incidere sulla decisione adottata dall’Amministrazione e sul contenuto dell’atto finale l’intervento dell’interessato nel procedimento amministrativo, che comunque non avrebbe potuto essere diverso da quello assunto, il provvedimento medesimo, ai sensi dell’art. 21 octies della legge n. 241/1990, non sarebbe annullabile a causa della mancata comunicazione dell’avvio del procedimento. La giurisprudenza, peraltro, ritiene che la comunicazione dell’avvio del procedimento può essere resa attraverso atti equipollenti, come nel caso in esame è accaduto per il verbale di sopralluogo, sottoscritto dall’Impresa, come detto, per accettazione e presa visione, in cui erano chiaramente individuate le infrazioni commesse in materia di sicurezza sul lavoro, e la loro gravità.

Tutto quanto a valere anche per l’ultimo motivo di ricorso, dunque disatteso, con il quale era stata contestata l’illegittimità derivata del provvedimento di annotazione nel casellario informatico.

Non resta all’Impresa che pagare le spese del giudizio.

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Autovelox. va annullato il verbale, e la relativa sanzione

Autovelox. va annullato il verbale, e la relativa sanzione, in mancanza di allegazione di idonea prova di effettuazione della verifica del regolare funzionamento dell’apparecchio

Giudice di pace di firenze, sez. civ., 09.09.2016 n. 2361

Gli argomenti delle multe e dell’autovelox sono sempre attuali e catturano l’attenzione del lettore perché, diciamolo a gran voce, dà sempre molto fastidio vederci recapitare, quando non direttamente consegnato, il verbale di multa.

E allora siamo lì, sul computer, che cerchiamo di leggere più siti possibili per vedere se vi siano decisioni (che riteniamo) utili, a conforto delle nostre aspettative circa la possibilità di pervenire all’annullamento della multa medesima.

La sentenza del Giudice di Pace di Firenze ora in commento è importante in quanto trattasi di ‘orientamento nuovo’, tenuto conto che, appunto fino allo scorso anno, sulla base della assenza di norme che impongono un obbligo di taratura periodica dell’autovelox, dai giudici è stato quasi sempre sostenuto che l’attendibilità degli accertamenti effettuati non può ritenersi inficiata dalla assenza di controlli periodici [contra, Cass. Civ., II Sez., 16.05.2016, n. 9972 (già commentata in precedenza sul presente sito) che, invece, aveva sentenziato che il Comune deve dimostrare che l’apparecchio è stato sottoposto a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura].

«Deve ricordarsi che tutte le apparecchiature elettroniche impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità debbano essere sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e taratura e che di fronte all’eccezione del trasgressore sulla mancata dimostrazione del funzionamento della regolarità del dispositivo utilizzato e che in caso di mancato assolvimento dell’onere della prova da parte dell’amministrazione l’accertamento è invalido e il verbale deve essere annullato con le relative sanzioni».

E’ quanto emerge dalla sentenza n.2361/2016, pubblicata dalla sezione civile dell’ufficio del giudice di pace di Firenze, che ha annullato la multa a mezzo dell’autovelox in quanto, a fronte della eccezione preliminare del trasgressore circa la mancata dimostrazione della regolarità dell’apparecchiatura utilizzata, consistente in particolare nella mancata prova della taratura dell’autovelox da parte dell’amministrazione comunale, il Comune non era riuscito a dimostrare che l’apparecchiatura utilizzata era stata oggetto di verifica periodica di corretto funzionamento, prova che poteva essere fornita, afferma il giudice di pace, «mediante un verbale attestante la corretta funzionalità dell’apparecchio medesimo prima della sua messa in funzione e durante l’uso dello stesso, o da una certificazione attestante la conformità e la funzionalità dell’apparecchio, rilasciata da un ente autorizzato (diverso dalla ditta costruttrice), quanto meno a distanza di poco tempo prima dell’accertamento».

E ciò in ossequio alle osservazioni della Corte Costituzionale, con la sentenza n. 113/2015, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 45, comma 6, del CdS nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura.

Essendosi allineata sul punto la Suprema Corte di Cassazione, altrettanto dovranno fare i Comuni!

In fatto. Il ricorrente, oltre ad aver eccepito, richiamando la sentenza sopra citata dalla Consulta, che il Comune non aveva dato la prova della taratura della autovelox, aveva altresì eccepito l’illegittimo utilizzo del dispositivo di rilevamento automatico della velocità utilizzato senza la presenza di un Agente accertatore, imposto per le strade urbane non di scorrimento, quale appunto era stato considerato il Viale [X] che non poteva essere assimilato alle strade urbane di scorrimento di categoria “D”. In secondo luogo, il ricorrente eccepiva l’illegittimità dell’accertamento per insufficiente e inefficace segnalazione dell’autovelox in questione, in violazione dell’art. 142, comma 6 bis, CdS, secondo cui la segnaletica della rete stradale deve essere preventivamente segnalata e ben visibile. «…nella fattispecie non solo l’apparecchio era posizionato ad arte dietro un palo della luce e accanto ad un cancello privato, ma anche il segnale di preavviso prima del sottopasso, già poco visibile perché di dimensioni minime, era circondato da segnaletica e striscioni che per dimensioni, posizionamento e colori ne impedivano o quantomeno ne riducevano gravemente l’avvistamento, come da n. 7 foto che produceva».

Ritualmente costituitosi, il Comune rilevava: (i) che l’apparecchio era stato sottoposto a regolare taratura; (ii) che l’accertamento era stato emesso sulla base del decreto prefettizio e sulla classificazione funzionale della strada in questione effettuata, da un lato, tenuto conto delle caratteristiche geometriche esistenti e, dall’altro, che le caratteristiche previste dal CdS erano da considerarsi ‘obiettivo da raggiungere’ per le strade esistenti laddove erano presenti vincoli fisici non eliminabili; (iii) la cartellazione e la postazione di controllo erano perfettamente visibili.

In diritto. Il Giudice rileva che, all’interno del centro abitato di Firenze, ad accezione di alcune strade, tra cui non si rinveniva quella di cui si discute, non vi sono strade che possano essere assimilate alla tipologia di strade urbane di scorrimento di tipo “D”. Infatti, in base al comma 3, lett. D, dell’art. 2 del CdS, perché una strada urbana di scorrimento possa essere classificata come tale, deve avere una serie di requisiti specifici tra cui la banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate. Di talché, non serve ricorrere, secondo il giudice, ad apposita consulenza tecnica d’ufficio per stabilire che nella specie mancano i presupposti.

In altri e più chiari termini, in relazione al fatto che il viale in questione non può essere considerato a scorrimento ai fini del decreto prefettizio sull’autovelox, unitamente alla mancata prova, da parte del Comune, della corretta funzionalità dello strumento usato, prova che poteva essere fornita, ma non lo è stata, «mediante un verbale attestante la corretta funzionalità dell’apparecchio medesimo prima della sua messa in funzione e durante l’uso dello stesso, o da una certificazione attestante la conformità e la funzionalità dell’apparecchio, rilasciata da un ente autorizzato (diverso dalla ditta costruttrice), quanto meno a distanza di poco tempo prima dell’accertamento», all’Amministrazione non resta che pagare le spese di giudizio.

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I diversi

Il comico pugliese Checco Zalone ha prestato, e gratuitamente, il volto alla campagna di raccolta fondi di ‘Famiglie Sma’, partita domenica 25 settembre fino a sabato 8 ottobre 2016, per aiutare la ricerca contro l’atrofia muscolare spinale (Sma), malattia delle cellule nervose delle corna anteriori del midollo spinale.

Il breve video, che vede protagonisti principali Checco, appunto, e un ragazzo affetto da SMA, di nome Mirko, sta già spopolando sul web, tra risate e commozione. Senza pietosi mielismi, Zalone tratta il ragazzo come uno di noi; semplicemente, uno tra noi.

Chi è malato sa che tutti i giorni deve fare i conti non soltanto ed anzitutto con la propria malattia, ma anche con l’indifferenza e la diffidenza di tutti quelli che gli ruotano attorno e che lo guardano, ma senza realmente vederlo.

Bob Cornelius è il papà di Christopher, un bambino autistico fin dalla nascita, di 11 anni, che abita in New Jersey, a cui a scuola un giorno è stato chiesto di completare un compito-questionario con alcune domande personali. Alla voce alcuni dei miei amici sono Christopher non sa cosa rispondere e scrive “no one”, nessuno cioè. Bob, visto il compito, scatta una foto che pubblica su Facebook, che ha fatto subito il giro del web, unitamente ad un lungo post di riflessione.

“Insegnate ai vostri figli l’empatia e a includere chi è diverso da loro. Non lo dico solo per coloro che hanno disturbi diagnosticati, ma per ogni singolo bambino”, scrive Bob, la cui casa è stata inondata di lettere, che non manca di leggere a Christopher, a testimonianza dell’affetto e del supporto.

E che dire dei ragazzi autistici che creano pupazzi da regalare ai bimbi scampati al terremoto di Amatrice, iniziativa partita dalla cooperativa sociale di Rieti ‘Loco Motiva’.

L’8 settembre Virgilio Paolucci, presidente della cooperativa, papà di Andrea, decide con il figlio di partire per raggiungere le tendopoli di Saletta, Scai e Torrita. Al ritorno a casa Andrea, autistico, e che per tutto il viaggio sembrava completamente assente e distaccato, ha scritto una lettera. “Sono partito con papà per Amatrice dove avrei preferito tralasciare lo sguardo in altri luoghi, non devastati. Comincia a piangere il Cielo per ciò che è stato e non sarebbe dovuto. Essere io sono smarrito e inerme, più devastato il mio animo del mio corpo autistico. Dovrò avere forza e voce che non ho, e con un soffio di vento riportare ordine, vita, amore e cancellare ipocrisia e morte. Ma inerme mi costringo a rimanere nel silenzio delle anime innocenti. Ho piacere a essere muto, goffo e solcare inesplorate praterie dove non arriva la mano degli uomini. Nel silenzio degli angeli”. Andrea scrive poesie.

Andrea è dottore in Scienze della Formazione e del Servizio Sociale, con la tesi, “La mia vita nel Pozzo”, laureatosi con il punteggio di 110 e lode.

Insegnate ai vostri figli l’empatia…che, dizionario alla mano, indica la ‘capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra persona’.

Scomodando Platone, ‘Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre’.