Mese: settembre 2016

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Il ministero paga anche il danno morale alla bambina caduta, a scuola altalena

Il ministero paga anche il danno morale alla bambina caduta, a scuola, mentre gioca su un’altalena

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 23 settembre 2016, n. 18746

Il Ministero dell’Istruzione deve risarcire la bambina caduta a scuola, mentre giocava sull’altalena, se non dimostra «che l’evento è stato determinato da un fatto non imputabile all’amministrazione scolastica».

E’ quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione in commento, sul ricorso proposto dal Ministero dell’Istruzione contro la sentenza emessa dalla Corte territoriale.

I fatti. Due genitori, esercenti la potestà sulla figlia minore, avevano convenuto in giudizio il Ministero della Pubblica Istruzione nonché il Provveditorato agli Studi di [x] e la Direzione didattica della scuola materna di [y] chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subìti dalla minore in conseguenza dell’infortunio occorsole durante l’orario scolastico, mentre giocava su un’altalena. Costituitosi il Ministero, questo chiedeva il rigetto della domanda assumendo che non poteva essere addebitata alcuna responsabilità all’insegnante attesa l’imprevedibilità del gesto compiuto dalla minore. Il Tribunale, respingendo le difese del Ministero, accoglieva la domanda solo nei suoi confronti, con decisione poi confermata dalla Corte d’Appello. Non è restato al MIUR che agire dinanzi alla Suprema Corte, affidando il proprio ricorso a due motivi di doglianza.

La motivazione. Parte ricorrente ha lamentato, con il primo motivo, l’erroneità della sentenza impugnata laddove non tiene conto dell’esimente del caso fortuito e della causa non imputabile. In altri e più chiari termini, l’incidente, secondo il MIUR, è da ritenersi un caso fortuito non imputabile alla sorveglianza dell’insegnante e non prevedibile. La Corte territoriale, secondo il MIUR, inquadrando la fattispecie nel regime della responsabilità contrattuale, avrebbe dovuto applicare il regime probatorio che presiede tale responsabilità ed il cui limite è rappresentato dalla inesigibilità della prestazione. Conseguentemente, il giudice del merito non avrebbe fatto corretta applicazione del regime probatorio applicabile al caso di specie, «secondo cui sul convenuto incombe l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile secondo la giurisprudenza costante in tema di danno da auto-lesione». Gli Ermellini hanno ritenuto infondato il primo motivo di gravame ritenendo il provvedimento reso dal giudice di merito logicamente e congruamente motivato in quanto «le risultanze probatorie acquisite il processo non hanno consentito di ritenere raggiunta la prova liberatoria e cioè che l’evento è stato determinato da un fatto non imputabile all’amministrazione scolastica», logicamente e congruamente motivato altresì quando il giudice di merito aggiunge «’atteso che neppure l’appellante ha fatto menzione di una specifica prova liberatoria che il primo giudice avrebbe omesso di valutare […]’», e ciò in linea con i principi già ribaditi (Cass. n. 20475/2015).

Analoga sorte ha ricevuto il secondo motivo di ricorso – quello secondo cui si sarebbe erroneamente liquidato il danno morale non considerando che tale voce di danno rientra nella categoria generale del danno biologico non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate – ritenuto anch’esso infondato. Spiegano, infatti, gli Ermellini, che la «natura unitaria del danno non patrimoniale, espressamente predicata dalle sezioni unite di questa Corte, deve essere intesa secondo tale insegnamento, come unitarietà rispetto alla lesione di qualsiasi interesse costituzionalmente rilevante non suscettibile di valutazione economica (Cass. S.U. n. 26.972/2008). Natura unitaria sta a significare che non v’è alcuna diversità nell’accertamento e nella liquidazione del danno causato dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, sia esso costituito dalla lesione alla reputazione, alla libertà religiosa o sessuale, piuttosto che a quella al rapporto parentale. Natura onnicomprensiva sta invece a significare che nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilità, onde evitare risarcimenti cosiddetti bagattellari (Cass. n. 7766/2016; Cass. 4379/2016)». Anche in questo caso gli Ermellini ritengono la valutazione del quantum del risarcimento, come effettuata dai giudici di merito, congrua e in linea con i principi esposti dalla Suprema Corte.

Il ricorso è stato dunque rigettato, con condanna del MIUR al pagamento anche delle spese processuali.

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Restituzione dei regali tra fidanzati

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 19 settembre 2016, n. 18280

Quali sono le conseguenze legali in caso di rottura del fidanzamento ? e in particolare, che fine fanno i doni fatti durante detto periodo ? Al termine della relazione affettiva, cioè, si possono richiedere indietro i regali corrisposti ?

La vicenda ora in commento riguarda regali tra milionari, consistiti in un diamante di tredici carati, oltre a decine di altri pacchetti dono di altrettale pregio, opere di autori famosi tra cui un Picasso del valore di seicentomila euro. Roba da ricchi, dunque.

In fatto. Di recente la Suprema Corte è stata interpellata, dopo una estenuante guerra legale, nella controversia, annosa e particolarmente lussuosa, riguardante la richiesta di restituzione di regali di inusitato valore (tra cui opere di autori famosi quali Klee, Klimt, Picasso, Man Ray, oltre a monili e ad un brillante da tredici carati) a seguito della cessazione della convivenza tra  il cavalier Giuseppe Gazzoni Frascara – stirpe dell’Idrolitina, ex patron del Bologna e grande accusatore di ‘calciopoli’ – e lady Mondadori, miss Katherine Price, ex moglie di Leonardo Mondadori e compagna per un decennio, fino al 2005, del facoltoso industriale bolognese. Adìto il Tribunale, questo accoglieva le domande dell’attore limitatamente ad un tavolo in noce intarsiato. Soccombente parzialmente, adìva successivamente la Corte di Appello che confermava la natura di liberalità d’uso della dazione di quasi tutte le opere, ormai in possesso della convenuta, tuttavia escludendo tale natura quanto ad un quadro di Pablo Picasso del valore stimato di seicentomila euro, asseritamente donato a chiusura di uno screzio tra le parti, perché la donazione, avvenuta unitamente al regalo di un brillante da tredici carati, costituiva apprezzabile depauperamento del patrimonio del donante; «avrebbe quindi richiesto la forma prevista dall’art. 782 c.c..», articolo, quest’ultimo, che prevede che la donazione deve essere fatta per atto pubblico, sotto pena di nullità. La Corte di appello condannava dunque la convenuta al pagamento in favore dell’attore del controvalore del bene, alienato nelle more. La donataria interponeva ricorso per cassazione affidato a un motivo. Il resistente svolgeva ricorso incidentale, affidato a cinque motivi.

In diritto. Alle considerazioni della ricorrente, secondo cui il quadro di Picasso e l’anello erano stati donati con atto qualificabile come liberalità d’uso e che la Corte di appello non avrebbe motivato adeguatamente in ordine alla proporzionalità dei doni con il tenore di vita degli interessati, la Cassazione ha ritenuto coerente e logico il ragionamento dei giudici di merito che, scrupolosamente esaminando gli elementi rilevanti per la decisione, ovverosia «la grande consistenza del patrimonio dell’attore; l’abitudine di questi di elargire regali costosi in occasione di ricorrenze; il rilievo della valutazione dei singoli beni», con insindacabile apprezzamento di merito hanno reputato che tra questa abitudine e il regalo di inusitato valore costituito dal quadro di Picasso e dal prezioso brillante vi sia “un vero iato”. Anche per gli Ermellini non si può parlare in casi come questo di liberalità d’uso tenuto conto che: «a) una liberalità d’uso prevista dall’art. 770, secondo comma, cod. civ. (non costituente donazione in senso stretto e perciò non soggetta alla forma propria di questa), sussiste quando la elargizione si uniformi, anche sotto il profilo della proporzionalità alle condizioni economiche dell’autore dell’atto, agli usi e costumi propri di una determinata occasione, da vagliarsi anche alla stregua dei rapporti esistenti fra le parti e della loro posizione sociale. b) Tali liberalità trovano fondamento negli usi invalsi a seguito dell’osservanza di un certo comportamento nel tempo, e dunque di regola in occasione di quelle festività, ricorrenze, occasioni celebrative che inducono comunemente a elargizioni, soprattutto in considerazione dei legami esistenti tra le parti».

In altri e più chiari termini, la Suprema Corte si limita a far presente che se il resto del mondo si scambia regali come mazzi di mimose oppure cioccolatini o inviti a cena, «la portata economica delle elargizioni va commisurata alle condizioni dei soggetti che in questo caso disponevano di ingenti patrimoni e mantenevano un elevatissimo tenore di vita». Ma questo vale per tutti gli altri regali tranne che il quadro di Picasso, donato a chiusura di uno screzio tra le parti, e il brillante da tredici carati, che non potevano essere considerati alla stregua degli altri regali perché la donazione «costituiva apprezzabile depauperamento del patrimonio del donante; avrebbe quindi richiesto la forma prevista dall’art. 782 c.c.».

In sintesi, cessata la convivenza, i regali non vanno restituiti perché si tratta di regali connotati da “liberalità d’uso della dazione”, tranne quelli che, per il loro valore, depauperando il suo patrimonio, finiscono per impoverire il donante.

La Corte ha dunque rigettato il ricorso e la signora deve restituire il valore del quadro – che ha venduto – al suo ex.

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Siamo davvero indifferenti ?

Ma noi chi siamo? persone che trascorrono la vita pensando esclusivamente a se stesse, ciascuno sorvolando – senza capire e senza guardare – sui fatti quotidiani, magari mai sporcandoci più di tanto le mani, lasciandoci coinvolgere poco o niente da ciò che ci circonda, ovvero siamo persone che, sentendoci parte di una stessa comunità, interagiamo con gli altri, anche attivamente, prestando soccorso verso chi si trova in stato di bisogno ?

I fatti occorsi ad un ragazzo di 37 anni, e alla madre che cercava di difenderlo, nel pomeriggio di domenica scorsa su un convoglio della linea B della metro a Roma, sembrano far propendere per la prima soluzione.

A scatenare l’ira di due giovani, di 26 e 24 anni, l’invito della vittima che ha avuto l’ardire di rivolgersi ad un gruppetto di ragazzi che, a bordo, avevano acceso una sigaretta, facendo loro notare ciò che è, o dovrebbe essere, la regola, ovverosia che “Qui non si fuma”. Ed ecco che due di loro hanno iniziato un pestaggio vero e proprio, con calci e pugni sferrati anche con il ragazzo a terra; inutili i tentativi di difesa della madre che ha anch’essa riportato varie contusioni mentre il figlio è stato ricoverato all’Umberto I con prognosi riservata per trauma cranico, fratture alla scatola cranica ed emorragia cerebrale. La vittima, le cui condizioni rimangono gravi anche se, da fonti sanitarie, risulta che non abbia mai perso conoscenza, trasferita nel reparto di Neurochirurgia, stamattina è stata sottoposta a un intervento chirurgico.

In ogni caso, avvenuto tutto all’interno del vagone, quando la metro si è fermata alla Stazione di piazza Bologna, tutti gli occupanti si sono dileguati, mentre nessuno è intervenuto in aiuto. A dare l’allarme alla polizia il personale in servizio dell’Atac allertato dal conducente del treno, resosi conto di quanto accadeva attraverso le telecamere a circuito chiuso presenti a bordo.

Ciò posto. Cosa avremmo fatto noi, se fossimo stati testimoni di ‘tentato omicidio in concorso’, di cui i due giovani, arrestati, sono accusati, accusa aggravata dai futili motivi ?

«Beato il popolo che non ha bisogno di eroi». Anzi, per usare l’espressione originale, «Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi». È la frase che, nella ‘Vita di Galileo’, Bertold Brecht, che non ama l’eroismo ma preferisce la furbizia, fa dire al grande scienziato, subito dopo l’umiliante abiura di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, in risposta alla osservazione del suo interlocutore, Andrea Sarti il quale, deluso, aveva definito «sventurata la terra che non produce eroi». A differenza del passato…non si può negare che i popoli primitivi non fossero eroici…l’eroe oggi, in piena evoluzione e tecnicizzazione, è un fenomeno raro mentre assistiamo sempre più impotenti alla fuga dal pericolo, alla vigliaccheria, al rinnegamento del coraggio.

Un esperimento sociale ha mostrato come gli estranei reagiscono di fronte ad episodi di violenza. In un video girato con le telecamere nascoste in un parco di Londra, un attore finge di aggredire la sua ragazza, anch’essa attrice, di fronte agli spettatori che immediatamente intervengono per aiutarla. Quando poi i ruoli si invertono, con la donna quale aggressore e con l’uomo quale vittima, gli spettatori, invece di reagire e accorrere per aiutare l’uomo, si fermano a guardare, quasi divertiti, e anziché intromettersi, sghignazzano.

In un altro video, si raccontano le sorti di un elefantino attaccato da leoni. Tutto è accaduto nel momento in cui una famiglia di elefanti si stava nutrendo tra le palme mentre un cucciolo si trovava dall’altro lato degli alberi rispetto agli elefanti adulti, per riposarsi e mangiare. Improvvisamente si è avvicinato un leone ed è piombato sul piccolo, che ha iniziato a urlare molto forte. La madre si è precipitata subito ed è spuntata dai cespugli, inseguendo il leone mentre chiamava rinforzi.

Io credo che a tutti piacerebbe vivere in un paese non solo civile ma anche non violento in cui il coraggio mostrato di aiutare le popolazioni bisognose, che abbiamo appena visto per il recente terremoto, contamini anche la quotidiana coscienza sociale, ancora troppo indifferente di fronte ad episodi di violenza, come quello di specie.

Gandhi affermava che la non violenza è la suprema virtù del coraggioso. Ma domenica scorsa sulla metro il coraggio vero è mancato, fosse stato anche di uno solo.

Di qui allora la domanda di poco fa: come ci saremmo comportati al posto di tutti quelli che, assistendo alla drammatica aggressione, non hanno avuto il coraggio di aiutare il povero ragazzo che, invece, il coraggio lo aveva avuto, lui sì, nel dire che sul vagone non si poteva fumare?

«In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza né fisica né morale. Non perché io sia fanaticamente per la non-violenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anch’essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza né fisica né morale semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura cioè alla mia cultura».

(Pier Paolo Pasolini)

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Autorizzazione paesaggistica semplificata: il parere del consiglio di stato

Consiglio di stato, sezione consultiva per gli atti normativi, adunanza di sezione del 30.08.2016, parere pubblicato il 01.09.2016, n. 1824

Lo schema di decreto del Presidente della Repubblica recante “individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata, ai sensi dell’art. 12 del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106, come modificato dall’art. 25 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164”, richiesto dalla Riforma Madia, incassa il parere favorevole del Consiglio di Stato, con alcuni rilievi e proposte di correttivi.

La sezione consultiva per gli atti normativi ha dunque espresso giudizio positivo sulle nuove regole volute, come si legge nello stesso parere, per «“liberalizzare”, seppur parzialmente, la materia delle autorizzazioni paesaggistiche, attraverso l’individuazione puntuale degli interventi “paesaggisticamente irrilevanti o di lieve entità non soggetti ad autorizzazione paesaggistica”, ai sensi dell’art. 149 del d. lgs. n. 42 del 2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio), e di quelli “di lieve entità” sottoposti alla procedura autorizzatoria semplificata individuata dal medesimo decreto, già elencati – in ossequio a quanto previsto dall’art. 146, comma 9 del citato Codice – dal d. P.R. n. 139 del 2010, che viene abrogato e sostituito dal presente regolamento. Il succitato decreto costituisce, dunque, un “regolamento di delegificazione e … di semplificazione” che – sulla base del principio secondo cui deve ritenersi “libero tutto ciò che attiene alla fisiologia ordinaria della dinamica vitale dell’organismo (edilizio o naturale) che costituisce l’oggetto della tutela paesaggistica” – si pone l’obiettivo di “snellire il peso burocratico sulle iniziative dei privati, cittadini e imprese, e di restituire efficienza ed efficacia all’azione amministrativa” in un ambito, quello della tutela paesaggistica, particolarmente delicato in considerazione del rilievo costituzionale degli interessi pubblici sottesi a tale materia».

Ad essere rivisto è il D.P.R. n.139/2010 unitamente all’elenco in esso contenuto che definisce e classifica gli “interventi di lieve entità” in 39 punti. Giova ricordare che lo schema di decreto, approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 15 giugno 2016, è stato elaborato da un apposito gruppo di lavoro, costituito con decreto del Ministro proponente dell’8 gennaio 2015 e composto da rappresentanti delle Regioni e dell’ANCI nonché “da autorevoli esponenti dell’Accademia e da funzionari della Presidenza del Consiglio, Dipartimento per la semplificazione amministrativa”. Lo schema in esame ha ricevuto l’intesa della Conferenza unificata lo scorso luglio. Tale schema individua gli interventi che non necessitano di autorizzazione paesaggistica, neanche di tipo semplificato (allegato A del decreto) e quelli di lieve entità sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata (di cui all’allegato B), già elencati dal D.P.R. n. 139 del 2010, che viene abrogato e sostituito dal regolamento stesso. Il parere di Palazzo Spada si sofferma anzitutto sui primi, per formulare una opinione di congruità di massima.

I Giudici di Palazzo Spada, rilevando che l’Amministrazione ha riferito di aver individuato gli interventi da esonerare dalla previa autorizzazione paesaggistica proprio sulla base del criterio di cui al citato art. 146 del Codice, secondo cui devono ritenersi liberalizzati gli interventi “già ontologicamente liberi, perché paesaggisticamente irrilevanti” e insuscettibili di recare, anche in astratto, pregiudizio sui beni tutelati paesaggisticamente, «ritiene che questi ultimi rispondano, in massima parte, al generale criterio dell’irrilevanza ai fini paesaggistici di cui al predetto art. 146 del Codice, come – a titolo esemplificativo – gli interventi di cui al punto A.1, concernenti le opere interne che non alterano l’aspetto esteriore degli edifici, come confermato dalla consolidata giurisprudenza in materia (ex multis: Cons. di Stato, Sez. IV, 20 febbraio 2014, n. 788 e Cass. Pen., Sez. Fer., 30 agosto 2012, n. 43885)». La Sezione ha, tuttavia, però rilevato che, nel suddetto allegato, sono inseriti anche interventi che non rispondono completamente al richiamato criterio, riferendosi a quegli interventi che non possono ritenersi ontologicamente irrilevanti ai fini paesaggistici, fra i quali rientrano, sempre a titolo esemplificativo, gli interventi di cui al punto A.2, relativi ai prospetti ed alle coperture degli edifici. In proposito il Ministero ha rilevato che detti interventi non sono soggetti ad autorizzazione paesaggistica solamente qualora in relazione alla loro dimensione o alle modalità della loro realizzazione, non assumano una specifica lesività nei confronti del contesto tutelato dal vincolo, rispettando, come nella fattispecie di cui al punto A.2, “gli eventuali piani colore vigenti nel Comune” e “le caratteristiche architettoniche, morfotipologiche, dei materiali e delle finiture esistenti”; pertanto, nel caso di opere interne che non alterano l’aspetto esteriore degli edifici, non vi sarà più bisogno dell’autorizzazione paesaggistica per tutti gli interventi edilizi di lieve entità come quelli su prospetti e coperture degli edifici.

Il decreto liberalizza anche gli “interventi indispensabili per l’eliminazione delle barriere architettoniche” (A.4), e quello concernente (A.7) l’istallazione di «micro generatori eolici» di altezza inferiore a metri 1,5. In relazione a tali interventi il Ministero ha rilevato che questi ultimi sono stati inseriti nell’elenco delle opere liberalizzate nell’ambito di un necessario bilanciamento, demandato alla discrezionalità del Governo, tra il principio della tutela del paesaggio di cui all’art. 9 della Costituzione e altri “valori potenzialmente equiordinati”, quali la tutela della salute e dei soggetti diversamente abili nonché la promozione dell’utilizzo di fonti rinnovabili di produzione dell’energia. Sulla scorta di queste deduzioni i giudici di Palazzo Spada hanno licenziato favorevolmente il parere, che si spinge a chiedere un coordinamento con altre norme in corso d’opera; in particolare, con riguardo al c.d. provvedimento “Scia/2” che verrà varato in tempi brevi e che riformerà profondamente l’attuale regime delle pratiche edilizie vigente col D.P.R. 380/01.

Si legge poi nel parere, «Analogamente, non può che trovare favorevole accoglimento anche la scelta di inserire tra gli interventi di cui al citato allegato A anche gli interventi, in linea di principio rientranti fra quelli “semplificati” di cui all’allegato B, qualora “nel provvedimento di vincolo, ovvero nel piano paesaggistico, siano contenute specifiche prescrizioni d’uso intese ad assicurare la conservazione e la tutela del bene paesaggistico”, e ciò in quanto tale previsione, come esplicitato nella relazione istruttoria, potrebbe incentivare un miglior coordinamento nella pianificazione paesaggistica tra le Regioni e il dicastero competente, innescando “una dinamica virtuosa nella disciplina paesaggistica”, certamente auspicabile in relazione alla delicatezza della materia di cui si converte. A quanto precede deve, infine, aggiungersi che l’Amministrazione, nell’individuare gli interventi liberalizzati di cui al ridetto allegato A, ha posto particolare attenzione, secondo quanto dalla medesima riferito, alle cosiddette “bellezze individue” di cui alle lettere b) e c) dell’art. 136 del Codice – ed in particolare agli edifici “di interesse storicoarchitettonico o storico-testimoniale, ivi compresa l’edilizia rurale tradizionale, isolati o ricompresi nei centri o nuclei storici” – disponendo che gli interventi su tali immobili richiedano quantomeno un’autorizzazione paesaggistica semplificata. Anche tale scelta, risultando coerente con l’impianto complessivo del regolamento in esame, non può che essere condivisa dalla Sezione, e ciò anche in considerazione del fatto che gli edifici in questione, per la loro particolare natura, richiedono un regime di maggior tutela».

Il decreto in esame individua anche gli interventi, di regola inseriti tra quelli che necessitano di una esplicita autorizzazione paesaggistica, che però possono essere realizzati senza l’acquisizione di tale provvedimento nel caso in cui il decreto di vincolo o il piano paesaggistico prevedano specifiche prescrizioni d’uso.

Con riferimento, invece, agli interventi e opere di lieve entità soggetti a procedimento autorizzatorio semplificato, le modalità di presentazione dell’istanza sono le seguenti: (i) invio, anche telematico, allo sportello unico per l’edilizia (Sue) nel caso di interventi edilizi; (ii) invio, anche telematico, allo sportello unico per le attività produttive (Suap); (iii) invio all’autorità procedente nei casi residuali.

Per la conclusione del procedimento di autorizzazione, in caso di iter semplificato, viene fissata una scadenza inderogabile di 60 giorni dal  ricevimento della domanda da parte della amministrazione.

Il Consiglio di Stato ha poi precisato che nel caso occorra sia un’autorizzazione paesaggistica sia un permesso di costruzione e vi è disaccordo tra le amministrazioni rispettivamente competenti, viene convocata una conferenza di servizi. Il parere approfondisce il tema della conferenza di servizi e, in particolare, del silenzio assenso. Come si legge sul sito istituzionale della Giustizia amministrativa, «In particolare, ritiene giustificato il richiamo effettuato dall’art. 11 al silenzio assenso di cui all’art. 17 bis, ciò per ragioni di ordine sistematico, oltre che risultando così conforme alla ratio semplificatoria sottesa al decreto in esame. Peraltro, sussistendo un contrasto – di natura sostanzialmente formale,– fra il contenuto esplicito della normativa primaria di riferimento, nella parte in cui richiama il principio di cui all’art. 20, comma 4, l. n. 241 del 1990, e l’applicazione del silenzio assenso nel corso del procedimento di autorizzazione paesaggistica semplificata, il parere – al fine di evitare dubbi interpretativi che potrebbero comportare, in una materia delicata come quella in esame, il sorgere di un contenzioso in grado di vanificare, almeno in parte, l’effettiva applicazione dell’intervento normativo – contiene il suggerimento all’Amministrazione proponente di porre in essere, attraverso gli strumenti ritenuti più opportuni, un adeguato coordinamento fra la normativa sottesa al decreto e i successivi sviluppi riformatori in materia di semplificazione amministrativa di cui alla l. n. 124 del 2015». Si tratta di una questione delicata, che comporterebbe prima un complesso coordinamento normativo. Favorevole il Consiglio di Stato alla modifica, proposta in sede di Conferenza unificata, che suggeriva di prevedere la possibilità, da parte dell’amministrazione competente, di respingere l’istanza senza l’obbligo di acquisire il preventivo parere da parte della Soprintendenza. La modifica – si legge nel parere – «rafforzando il ruolo dell’amministrazione proponente ed esonerando la Soprintendenza dall’esame di istanze già ritenute insuscettibili di accoglimento, si pone in linea sia con l’intento semplificatorio proprio del regolamento in esame sia con i principi generali in tema di autorizzazione paesaggistica».

Infine il Consiglio di Stato ha osservato in una nota «che anche per gli interventi “liberalizzati”, le disposizioni del decreto hanno immediata applicazione per le regioni a statuto ordinario, laddove le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano hanno l’obbligo di darvi attuazione con proprie disposizioni, secondo i principi statutari».

Sicuramente, in un’Italia piuttosto vincolata, non può che valutarsi positivamente l’intervento sopra delineato, atto a togliere qualche laccio e lacciuolo.

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Il gestore del servizio di somministrazione domestica del gas deve risarcire l’utente

Il gestore del servizio di somministrazione domestica del gas deve risarcire l’utente se dopo la ‘bolletta pazza’ non riscontra i reclami  inoltrati  dall’utente e l’autolettura, né si reca presso l’abitazione per eseguire un controllo della fornitura

giudice di pace di roma, sez. V , sentenza 18.08.2016 n. 27699

I fatti. Ricevuta da [X] una fattura per la fornitura del gas di ingente importo, a conguaglio, la stessa veniva immediatamente reclamata a fronte di un [asserito] ingiustificato enorme consumo rispetto a quello normale di fornitura, reclamo a cui la società gestore del servizio di somministrazione domestica [Y] non forniva riscontro alcuno, nonostante i tecnici di detta società avessero provveduto a sostituire il contatore perché guasto, ed anzi minacciando la sospensione della fornitura di energia, rimanendo sorda alle richieste di recarsi presso l’abitazione al fine di eseguire un controllo della fornitura. Non restava a [X] che avviare una azione giudiziaria ordinaria, ponendo a fondamento delle proprie ragioni l’erronea quantificazione ed addebitabilità dei consumi a fronte dell’utilizzo della fornitura di gas, stante il macroscopico errore quale calcolo del consumo medio storico effettivo. La Società convenuta contestava quanto sostenuto da [X] in quanto infondato in fatto e in diritto e comunque non provato, chiedendone l’integrale rigetto.

Il giudice di pace ha accolto la domanda ritenendola fondata.

In motivazione. Il Giudice ricorda anzitutto che, ai sensi dell’art. 21.2 della delibera 348/07 AEEG, le letture dei gruppi di misura nell’ambito del mercato del gas sono effettuate solo dal distributore che provvede poi a trasmettere i dati di consumo al fornitore ai fini della fatturazione. Nel caso in cui il fornitore, dovendo emettere la fattura, non dispone di dato di consumo reale, è legittimato a calcolare la quantità di energia erogata attraverso stime, secondo la procedura regolata dall’art. 5 della delibera AEEG n.200/1999. Come si legge in sentenza, «la stima è effettuata movendo dai consumi storici del cliente. In mancanza dei dati storici del cliente il venditore deve fondare la stima su una serie di informazioni in suo possesso, fornitegli dal cliente stesso all’atto della stipula del contratto di fornitura (destinazione d’uso dell’energia elettrica, numero dei componenti del nucleo familiare, ecc.). Una volta acquisito un nuovo dato di consumo effettivo, il fornitore emetterà una nuova fattura sulla base di esso; nel caso risulti che il cliente abbia pagato un corrispettivo in eccesso, il conguaglio in suo favore deve essere effettuato nella prima bolletta successiva al riconoscimento dell’errore (articolo 5.5 delibera n. 200/99). Parallelamente il sistema permette al cliente che voglia evitare una fatturazione presuntiva di effettuare in prima persona la lettura del contatore e comunicare il dato al proprio fornitore. Ai sensi dell’art. 3.4 della delibera 200/99 l’autolettura è valida ai fini della fatturazione, salvo il caso di non verosimiglianza statistica del dato comunicato dal cliente rispetto ai consumi storici del cliente stesso. Per quanto concerne le rettifiche di fatturazione, la delibera n. 333/07 stabilisce in 90 giorni il limite temporale entro cui devono essere soddisfatte le richieste di rettifica della fatturazione (di cui all’articolo 69); nel caso in cui il venditore oltrepassi tali limiti, è tenuto a versare un indennizzo ai clienti che abbiano diritto al rimborso di somme per consumi attribuiti in eccesso (articolo 80)».

Il Giudice, che ricorda che la questione ha ad oggetto la violazione degli artt. 20, 21, 22, 24 e 25 del codice del consumo, definisce come ingannevole detta pratica in quanto al consumatore sono state fornite informazioni inesatte, incomplete o non veritiere, con particolare riferimento alle caratteristiche e alle modalità di fatturazione. Il Giudice non manca altresì di definirla una pratica aggressiva, poiché la fatturazione risulta eccessivamente dilatata nel tempo e fondata su un calcolo presuntivo, mentre restano senza riscontro i dati in autolettura forniti dagli utenti nonché gli inviti e i reclami avanzati dagli utenti medesimi a verificare la quantità di energia elettrica effettivamente consumata.

E così, non essendo riuscito il gestore del gas a fornire la prova dell’adempimento contrattuale ex art. 1218 c.c., al fine di sottrarsi alla propria responsabilità, è tenuto a risarcire i danni causati a [X] in conseguenza del suo inadempimento, e viene dunque condannato a pagare un danno patrimoniale in sostanza equivalente alla somma pretesa dall’attore.

Il gestore soccombente viene quindi condannato al pagamento anche delle spese e competenze di lite.

In altri e più chiari termini, in caso di bollette dagli importi esorbitanti rispetto ai consumi, si ha il diritto all’annullamento della bolletta ma deve essere dimostrato, anche attraverso “presunzioni”, che gli addebiti sono del tutto incongrui rispetto ai consumi.

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Stalking anche quando la vittima non cambia abitudini di vita

Corte di Cassazione, Sez. V Pen., sentenza 30.08.2016 n. 35778

Come ormai noto, subìre stalking significa vivere quotidianamente nell’ansia e nell’angoscia: lo stalker, infatti, si insinua in ogni attimo della vita della vittima, provocando timore e paura. E anche se pensiamo ad esso come un fenomeno lontano da noi, i dati ISTAT del 2012 ci dicono, invece, che circa la metà delle donne in età 14-65 anni (esattamente 10 milioni 485 mila, pari cioè al 51,8%) hanno subìto comportamenti persecutori: dalle telefonate a tutte le ore, ai pedinamenti, alle attenzioni ripetute, ai regali non graditi, agli sms, alle molestie verbali e fisiche, quando poi non sfocia nel femminicidio, triste ma vera emergenza sociale.

In Italia lo stalking è diventato un reato grazie alla legge n. 38 del 2009, di conversione del decreto-legge 23 febbraio 2009 n. 11, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, che sancisce la pericolosità appunto di un tal genere di atti. Esattamente al secondo capo (dall’art. 7 all’art. 12), l’art. 7, non modificato in sede di conversione, ha introdotto nel codice penale il nuovo art. 612-bis (dopo il 612 che definisce la minaccia) in tema di “Atti persecutori”, che punisce «chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

Ed ecco la rilevanza della sentenza ora in commento che ci dice c’è, peraltro in coerenza con altra giurisprudenza della stessa Corte, perché possa configurarsi il reato di stalking (art. 612-bis c.p.), non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, «essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità».

Gli Ermellini poi tornano a ribadire che la sola testimonianza della persona offesa, nel caso non vi siano elementi idonei a porre in dubbio detta ricostruzione, può essere sufficiente per una declaratoria di colpevolezza, così al riguardo argomentando: «la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata».

In conclusione, la decisione del Tribunale del riesame di disporre la misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa nei luoghi dalla stessa frequentati nei confronti del ricorrente, indagato per stalking, è stata confermata.