Mese: agosto 2016

Terremoto di magnitudo 6.0 devasta il centro Italia: le immagini di Amatrice distrutta

Cosa fare in caso di terremoto

Il terremoto che ha colpito il 24 agosto 2016 il cuore dell’Italia, con epicentro tra Lazio, Umbria e Marche, induce alle seguenti riflessioni, soprattutto legate al fatto che, secondo quello che gli esperti ci dicono, le scosse di assestamento sono destinate a durare ancora per molto. Dette riflessioni si sostanziano nelle regole da adottare durante e dopo il terremoto, all’uopo scomodando i consigli dettati recentemente dalla Protezione Civile e dai Vigili del Fuoco.

Sul sito della Protezione Civile, in particolare, si legge quanto segue.

«Cosa fare

Durante un terremoto

  • Se sei in un luogo chiuso, mettiti sotto una trave, nel vano di una porta o vicino a una parete portante.
  • Stai attento alle cose che cadendo potrebbero colpirti (intonaco, controsoffitti, vetri, mobili, oggetti ecc.).
  • Fai attenzione all’uso delle scale: spesso sono poco resistenti e possono danneggiarsi.
  • Meglio evitare l’ascensore: si può bloccare.
  • Fai attenzione alle altre possibili conseguenze del terremoto: crollo di ponti, frane, perdite di gas ecc.
  • Se sei all’aperto, allontanati da edifici, alberi, lampioni, linee elettriche: potresti essere colpito da vasi, tegole e altri materiali che cadono.

Dopo un terremoto

Assicurati dello stato di salute delle persone attorno a te e, se necessario, presta i primi soccorsi. Esci con prudenza, indossando le scarpe: in strada potresti ferirti con vetri rotti. Se sei in una zona a rischio maremoto, allontanati dalla spiaggia e raggiungi un posto elevato. Raggiungi le aree di attesa previste dal Piano di protezione civile del tuo Comune. Limita, per quanto possibile, l’uso del telefono. Limita l’uso dell’auto per evitare di intralciare il passaggio dei mezzi di soccorso».

Nel dettaglio. Durante il terremoto.

Riconoscere i muri portanti (o muri maestri) è fondamentale, tenuto conto che sono quelli più resistenti e sicuri, gli ultimi cioè a cedere. Sono portanti perché, come dice il nome, sorreggono il peso dell’intera struttura dell’edificio, di guisa i più solidi. Se siamo in possesso della piantina dell’immobile, prendendo visione di tutte le pareti che lo costituiscono, o che costituiscono l’edificio, i muri portanti, essendo dotati di uno spessore considerevole, solitamente sono pure disegnati con linee più marcate rispetto ai muri non portanti, che servono soltanto da divisori interni. Generalmente, i muri portanti variano, quando a spessore, dai 45 ai 70 cm.

Fare attenzione a controsoffitti, mobili, suppellettili, vetri che potrebbero cadere addosso; mettersi sotto un tavolo o sotto il letto potrebbe essere un buon riparo dalla caduta del soffitto sovrastante, dei vetri e degli oggetti situati sopra i mobili.

Nell’abbandonare nel più breve tempo possibile l’abitazione, non utilizzare scale né ascensore: le prime sono poco resistenti, il secondo si può bloccare, impedendo l’uscita.

Altro buon riparo è l’auto, purché la sosta non avvenga in prossimità di edifici, viadotti, ponti, terreni franosi, cartelloni pubblicitari, tralicci che potrebbero crollare. In una città di mare non è neppure escluso il formarsi di onde marine di notevole altezza che si spostano molto velocemente, di talché è preferibile tenersi lontani dalle spiagge.

Nel dettaglio. Dopo il terremoto.

Dopo essersi assicurati dello stato di salute delle persone che sono con noi, eventualmente prestando i primi soccorsi, uscire di casa possibilmente accertandosi di aver chiuso acqua, luce e soprattutto gas, onde evitare eventuali perdite. Altrimenti, aprire le finestre e avvertire i vigili del fuoco. Raggiungere le aree di attesa previste dal Piano di protezione civile del proprio Comune ovvero zone aperte, quali piazze, giardini pubblici, campi sportivi. Non rientrare poi nelle abitazioni se non previamente accompagnati dagli operatori degli enti di soccorso.

Non utilizzare l’automobile per evitare di intralciare il passaggio dei mezzi di soccorso e le operazioni di recupero.

La Croce Rossa e la Protezione Civile hanno evidenziato altresì alcuni aspetti rilevanti in materia delle comunicazioni, suggerendo di evitare di utilizzare il telefono se non per messaggi importanti. Con riferimento alla rete Wi-fi, il Consiglio nazionale dei geologi e altri enti locali hanno diffuso la richiesta di “lasciare ogni dispositivo senza password per favorire comunicazioni via internet“.

Al riguardo, per togliere la password al router Wi-Fi (di solito raggiungibile all’indirizzo http://192.168.1.1 o http://192.168.1.0):

– entrare nel router digitando un indirizzo internet che solitamente è http://192.168.0.1 o http://192.168.1.1.

– inserire username e password. Gran parte dei router ha come username ”admin”, mentre la password è scritta di solito sul dispositivo;

 – una volta loggati, andare nel menu ”opzioni” e rimuovere le protezioni impostando la rete su ”libera/non protetta”;

 – riavviare il router e dopo pochi minuti la connessione tornerà attiva e condivisa senza barriere.

Per la sicurezza e per la privacy, è però bene:

– evitare di controllare la propria mail;

 – non navigare nel proprio home-banking e, in generale, su siti e servizi che richiedono login con nome utente e password (ad esempio, Facebook);

 – se avete memorizzato user e password per questi sito, in modo da non doverla digitare di nuovo, evitate di connettervi a quegli specifici indirizzi.

Se Facebook ha attivato il Safety Check, il servizio cioè che permette alle persone nelle zone interessate dalle scosse di segnalare ai propri amici dove ci si trova, utilizzatelo per far sapere che state bene. Lo scorso anno, attraverso il Safety Check, più di 950 milioni di persone hanno ricevuto una notifica per rassicurare gli amici durante una crisi.

Tutto quanto sopra, durante e dopo il terremoto. Giova però anche sapere, e preliminarmente, come organizzare al meglio la nostra abitazione, specie se ubicata nelle aree a rischio terremoto, e questo perché la sicurezza dipende soprattutto da essa. In pochi concetti:

  • allontanare i mobili pesanti dai letti e dai divani;
  • fissare al muro le librerie, i quadri, gli specchi, le scaffalature ed altro con ganci chiusi, per evitare che si stacchino dalla parete;
  • usare i ripiani bassi delle scaffalature per riporre gli oggetti pesanti;
  • avere contezza di dove si trovano, al fine di chiuderli, i rubinetti di gas, acqua e l’interruttore generale della luce;
  • abituarsi a tenere in casa una cassetta di pronto soccorso, una torcia elettrica, una radio a pile.

Il terremoto, come tristemente noto, lascia pochi istanti di tempo per decidere come comportarsi. E la drammaticità del momento spinge a reazioni più istintive che razionali. Su tutti, il consiglio più importante è quello di mantenere la lucidità, senza farsi prendere dal panico….facile a dirsi, difficile a farsi.

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Nessun risarcimento per i danni sopportati dal bambino conseguenti all’incidente stradale occorsogli

Nessun risarcimento per i danni sopportati dal bambino conseguenti all’incidente stradale occorsogli, perché sbucato improvvisamente davanti alla vettura

corte di cassazione, sez. vi, ordinanza 08.04.2016, n. 6939

I bambini, soprattutto quando si cammina per la strada, vanno tenuti per mano perché se capita che attraversino la strada in maniera tale da non essere visibili per i conducenti delle altrui vetture, così provocando, seppure involontariamente, l’incidente, nessun addebito di colpa può essere mosso al conducente investitore.

Così ha statuito la Suprema Corte con l’ordinanza in commento confermando le pronunce dei giudici di merito secondo cui l’evento lesivo «…era da ricondurre a responsabilità esclusiva del bambino, sbucato improvvisamente davanti alla vettura…» di guisa rendendo l’urto inevitabile di talché nessuna colpa poteva addebitarsi all’automobilista.

In fatto. A seguito di un incidente stradale che aveva visto coinvolto il loro figlio, e dei danni a lui occorsi, i genitori del minore convenivano in giudizio davanti al Tribunale rispettivamente il proprietario, il conducente e l’assicuratore dei veicolo, chiedendo la loro condanna in solido al risarcimento dei danni sopportati dal bambino. Costituitisi i convenuti, che chiedevano il rigetto della domanda, il Tribunale, con sentenza confermata in appello, rigettava la domanda, compensando le spese di lite. Ricorrevano dunque i genitori soccombenti in Cassazione, affidando il proprio ricorso ad un unico motivo di doglianza con il quale lamentavano l’omesso esame di un fatto decisivo del giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in particolare contestando la congruità logica della motivazione relativa all’accertamento delle modalità dell’incidente.

In diritto. Gli Ermellini, seguendo l’orientamento costante della Suprema Corte, in tema di sinistri derivanti dalla circolazione stradale – secondo cui l’apprezzamento del giudice di merito relativo alla ricostruzione della dinamica dell’incidente, all’accertamento della condotta dei conducenti dei veicoli, alla sussistenza o meno della colpa dei soggetti coinvolti e alla loro eventuale graduazione, al pari dell’accertamento dell’esistenza o dell’esclusione del rapporto di causalità tra i comportamenti dei singoli soggetti e l’evento dannoso, si concreta in un giudizio di mero fatto, che resta sottratto al sindacato di legittimità, qualora il ragionamento posto a base delle conclusioni sia. caratterizzato da completezza, correttezza e coerenza dal punto di vista logico-giuridico – ritengono applicabile detto principio anche alla vicenda a loro sottoposta, e nonostante l’incidente al loro vaglio non abbia riguardato uno scontro tra veicoli ma l’investimento di un bambino da parte di un veicolo.

La Suprema Corte non rileva errori motivazionali da parte della Corte territoriale che ha ricostruito la dinamica dell’incidente, anche con il corretto apprezzamento delle prove testimoniali, evidenziando la responsabilità esclusiva del bambino che era sbucato improvvisamente davanti alla vettura in modo tale che l’urto era stato inevitabile; nel delineato contesto, quindi, nessun addebito di colpa poteva essere mosso al conducente investitore.

Risolvendosi, il ricorso dinanzi alla Suprema Corte, in un chiaro tentativo di ottenere una nuova, e non consentita, valutazione di merito, non resta agli Ermellini che dichiarare l’inammissibilità dello stesso.

In conclusione, i bambini, vista la loro irruenza e la loro vivacità, vanno sempre tenuti d’occhio, a maggior ragione in strada perché i danni che potrebbero subìre in caso di incidenti potrebbero risultare parecchio gravi, ed a volte neppure risarcibili, né moralmente né economicamente.

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L’obbligo assicurativo vale anche per le auto lasciate ferme per lunghi periodi di tempo

Può accadere di non dover prendere l’automobile per un lungo periodo di tempo, ad esempio perché trasferiti in un’altra città in cui decidiamo di non usare la macchina. Di qui la domanda: devo comunque pagare l’assicurazione?

L’obbligo assicurativo sussiste quando il veicolo è parcheggiato su vie pubbliche o aree ad esse equiparate, intendendosi, per queste ultime, secondo consolidata giurisprudenza, quelle aree che, ancorché di proprietà privata, siano aperte ad un numero indeterminato di persone e alle quali sia data la possibilità, giuridicamente lecita, di accesso da parte di soggetti diversi dai titolari di diritti su di essa, non venendo meno l’indeterminatezza dei soggetti che hanno detta possibilità pur quando essi appartengano tutti ad una o più categorie specifiche e quando l’accesso avvenga per particolari finalità ed in particolari condizioni (cfr. Cass. 03 aprile 2013, n. 8090; Cass. 23 luglio 2009, n. 17279; Cass. 06 giugno 2006, n.13254; Cass. 27 ottobre 2005, n. 20911).

Corrispondentemente, l’obbligo assicurativo viene meno se l’auto è ferma in aree private, che siano un box, un garage, un cortile.

E ciò per quale motivo?

Per rispondere alla domanda occorre ricordare la funzione del contratto di assicurazione di R.C. che si sostanzia nel trasferire sull’assicuratore il rischio di eventi negativi a danno del patrimonio dell’assicurato, in conseguenza di fatti o atti che siano giuridicamente fonte di responsabilità civile verso terzi, consistendo dunque in uno strumento di tutela nei confronti delle vittime della strada.

E ciò in quanto anche la sosta del veicolo, con l’assicurazione scaduta, rientra nel concetto di circolazione stradale. Nella copertura della polizza R.C. auto rientrano, infatti, oltre alle operazioni che il veicolo effettua quando circola su strada, anche tutte le manovre legate alla partenza del veicolo (immissione sulla strada) o all’arresto dello stesso (parcheggio).

Così infatti una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (29.04.2015, n. 8620) che, componendo i precedenti contrasti, ha affermato «il termine “circolazione stradale” non si limita ad esprimere un concetto dinamico, bensì rappresenta un concetto ampio che include, oltre al movimento, anche la sosta, la fermata e l’arresto dei veicoli, quali episodi insiti nella complessità del fenomeno», così riconoscendo il risarcimento dei danni prodotti da un mezzo in sosta.

Attenendosi a quanto espresso dalla richiamata decisione n.8620/2015 della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, i giudici di legittimità ancora più recentemente si sono pronunciati ritenendo legittimo il risarcimento dei danni da parte dell’assicurazione R.C. con riferimento ad altra grave vicenda in cui un autocarro sul quale era montato un braccio meccanico, durante lavori di costruzione di un immobile ed all’interno del relativo cantiere, urtò i soprastanti cavi dell’alta tensione, e causò la morte per folgorazione dell’operaio che in quel momento stava operando in prossimità del suddetto braccio meccanico (Cass. Civ., Sez. III, 03.12.2015, n. 24622). Anche in questo caso gli Ermellini hanno ritenuto che il concetto di circolazione stradale includa anche la posizione del veicolo quando è fermo e si trova su una strada di uso pubblico o su un’area ad essa parificata, ricordando, appunto, la questione già decisa dalle Sezioni Unite le quali hanno stabilito che «il concetto di circolazione stradale di cui all’art. 2054 cod. civ. include anche la posizione di arresto del veicolo e ciò in relazione sia all’ingombro da esso determinato sugli spazi addetti alla circolazione, sia alle operazioni propedeutiche alla partenza o connesse alla fermata, sia, ancora, rispetto a tutte le operazioni che il veicolo è destinato a compiere e per il quale può circolare sulle strade. Ne consegue che per l’operatività della garanzia per R.C.A. è necessario che il veicolo, nel suo trovarsi sulla strada di uso pubblico o sull’area ad essa parificata, mantenga le caratteristiche che lo rendano tale in termini concettuali e, quindi, in relazione alle sue funzionalità non solo sotto il profilo logico ma anche delle eventuali previsioni normative, risultando invece indifferente l’uso che in concreto se ne faccia, sempreché esso rientri nelle caratteristiche del veicolo medesimo. (Nella specie le S. U., hanno ricondotto all’art. 2054 cod. civ., e alla disciplina della R.C.A. il sinistro mortale determinato dall’imperita manovra da parte del conducente di un mezzo in sosta, munito di un braccio meccanico di sollevamento, per effetto della quale un cassone metallico, in fase di caricamento, era scivolato travolgendo la vittima). (Sez. U, Sentenza n. 8620 del 29/04/2015, Rv. 635401). Questo principio deve trovare applicazione anche nel presente giudizio, nel quale il danno è stato arrecato da una struttura seagente (il braccio meccanico) che costituiva una parte del veicolo assicurato. Il danno, dunque, è stato causato dal movimento del veicolo e rientra nel concetto di “circolazione”. Né può distinguersi dal punto di vista giuridico tra movimento dell’intera massa del veicolo e movimento d’una sua parte:

-) sia per la lettera della legge, nella quale non si trova tale distinzione;

-) sia per lo scopo dell’art. 18 I. 24.12.1969 n. 990, che è quello di tutelare le vittime ed impone dunque una interpretazione coerente con questa finalità.

Se danno causato dalla circolazione è stato ritenuto quello causato dall’apertura o chiusura d’uno sportello d’un veicolo fermo (Sez. 3, Sentenza n. 18618 del 21/09/2005, Rv. 586670), ovvero dal ribaltamento del cassone di carico d’un camion (Sez. 3, Sentenza n. 8305 del 31/03/2008, Rv. 602546), logica e diritto impongono di considerare tale anche il danno derivato dal movimento d’un braccio meccanico montato su un autocarro».

Nel delineato contesto, anche l’incidente verificatosi nel caso sottoposto all’esame della Suprema Corte rientra nel concetto di “circolazione” del veicolo di talché devono applicarsi le norme della legge n. 990/1969 dettate a tutela delle vittime della strada «”ponendo in massimo rilievo la tutela del terzo danneggiato per eventi causati dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, persegue il raggiungimento delle maggiori garanzie patrimoniali in suo favore. A tale scopo [il legislatore] ha istituito l’assicurazione obbligatoria in materia, ponendo così la norma di ordine pubblico che ogni veicolo o natante deve essere assicurato; e ciò in vista della realizzazione, nel settore, delle esigenze di solidarietà sociale cui l’art. 2 Cost. ha conferito rilevanza costituzionale” (Corte cost., 29-03-1983, n. 77)», principio peraltro recepito dal diritto comunitario.

Insindacabile, dunque, la decisione degli Ermellini di accordare il risarcimento dei danni ai parenti dell’operaio deceduto.

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Sovraindebitamento: se non vi è l’omologa del giudice sul piano del consumatore

Sovraindebitamento: se non vi è l’omologa del giudice sul piano del consumatore (perché non meritevole o fattibile) si può convertire l’istanza nella proposta di ‘accordo con i creditori’

tribunale di cagliari, ordinanza 11 maggio 2016, n.92

L’articolo in commento riguarda una recente decisione del Tribunale di Cagliari che ha rilievo da una parte perché consente di individuare i contorni del concetto di ‘meritevolezza’ e, dall’altra, perché risolve una questione controversa in ordine alla cumulabilità dei rimedi alle crisi di sovraindebitamento, accogliendo la domanda subordinata dei ricorrenti di convertire la proposta di “piano del consumatore” (non omologata dal giudice) in proposta di “accordo con i creditori”, così ottenendo una seconda chance, avendo il consenso del 60% dei creditori.

Un passo indietro.

La legge n. 3 del 27 gennaio 2012 “Procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio” (anche detta ‘salvasuicidi’), in vigore dal 29.02.2012 e successivamente modificata dal D.L. n.179/2012, convertito nella legge n.221/2012, ha, e per la prima volta, introdotto nel nostro ordinamento la procedura del piano del consumatore, ovverosia una procedura che permette, in presenza delle condizioni previste dalla legge, verso quei soggetti che si trovano in stato di “sovraindebitamento” e che non possono accedere alle procedure concorsuali previste dalla legge fallimentare, la cancellazione dei debiti contratti, in una percentuale che può arrivare anche al 70-80% nei casi più gravi, ivi compresi quelli verso il fisco (Equitalia), ricorrendo ad apposite procedure c.d. di esdebitazione, a patto che nei cinque anni precedenti non abbia già fatto ricorso alla medesima procedura.

Possono accedere alla procedura: (i) gli imprenditori non soggetti al fallimento; (ii) gli imprenditori agricoli (art. 7 legge n.3/2012); (iii) i lavoratori autonomi; (iv) i professionisti; (v) gli enti privati non commerciali (associazioni e fondazioni riconosciute, organizzazioni di volontariato, associazioni sportive, enti lirici, Onlus, etc.); (vi) i consumatori (ossia coloro che hanno contratto debiti per scopi estranei alla propria attività imprenditoriale o professionale); (vii) le “start up innovative” di cui all’articolo 25 del Decreto Legge n. 179/2012, indipendentemente dalle loro dimensioni.

Al contrario, non sono ammessi ai procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento: (i) il debitore fallibile; (ii) il debitore non fallibile e il consumatore che hanno commesso atti in frode ai creditori; (iii) il debitore non fallibile e il consumatore che hanno avuto accesso ad un procedimento di composizione della crisi nei cinque anni precedenti la domanda; (iv) il debitore non fallibile al quale è stato annullato o risolto un accordo da sovraindebitamento per causa a lui imputabile; (v) il consumatore al quale è stato revocato il piano del consumatore per causa a lui imputabile; (vi) il debitore non fallibile e il consumatore che hanno fornito documentazione che non consente di ricostruire compiutamente la situazione economica e patrimoniale.

Ciò premesso, veniamo all’esame del provvedimento del Tribunale di Cagliari.

Il fatto. Una coppia di coniugi, qualificabili come consumatori ex art. 6 comma b) legge n.3/2012, in mora nei confronti di vari creditori, presentavano un Piano del Consumatore ai sensi dell’art. 7 comma 1 bis legge n.3/2012, chiedendo al Tribunale l’omologazione ai sensi dell’art. 12 bis della legge medesima; in via subordinata i ricorrenti chiedevano che, nell’ipotesi in cui il Tribunale non avesse ravvisato la meritevolezza, il piano proposto venisse convertito in proposta per l’accordo dei creditori di cui al comma 1 dell’art. 7 L. n.3/2012. I due coniugi a fondamento del ricorso allegavano, tra l’altro, di versare in una situazione di sovraindebitamento, come previsto dall’art. 6, comma 2, lettera a), della legge n. 3/2012, le cui cause non erano dipese da colpa di essi ricorrenti, quanto piuttosto dall’aver costoro dovuto affrontare le ingenti spese mediche per la salute dei figli minori.

Il giudice designato non omologava il piano presentato, ritenendo la condotta dei debitori non meritevole di accedere al beneficio dell’esdebitazione. La domanda subordinata – di convertire la proposta di “piano del consumatore” in proposta di “accordo con i creditori” – non veniva esaminata dal giudice perché ritenuta travolta dalla pronuncia sul diniego di omologa.

I coniugi proponevano, dunque, reclamo al collegio che, mentre rigettava il reclamo dei debitori in merito al primo punto a motivo della condotta degli stessi che avevano contratto altri debiti nel momento in cui non vi era la ragionevole prospettiva di poterli adempiere, quindi non meritevoli, accoglieva il reclamo con riferimento al secondo punto, ritenendo non sussistere alcuna ipotesi di inammissibilità per il caso in cui, presentata una proposta di piano del consumatore, e non omologato il piano, il debitore si determini a perseguire una diversa modalità di composizione della crisi mediante un accordo con i creditori.

La motivazione. Il Tribunale di Cagliari ha ricordato che la legge 3 del 2012 prevede tre strumenti di risoluzione della crisi: l’accordo con i creditori, il piano del consumatore e liquidazione del patrimonio, tre procedure distinte l’una dall’altra, che hanno un oggetto e presupposti completamente differenti.

I requisiti di ammissione sono comuni ma solo per la proposta di piano del consumatore è prevista anche la verifica della meritevolezza. Tale presupposto assume rilievo essenziale nella disciplina legislativa, ricorda il Tribunale, in quanto vale a caratterizzare la proposta di piano del consumatore rispetto ai restanti rimedi previsti dalla legge 3/2012, ovvero l’accordo con i creditori (artt. 11 e 12) e la liquidazione dei beni (art. 14 ter), i quali ultimi non presuppongono alcuna previa valutazione sulla meritevolezza. La scelta operata dal legislatore induce ad escludere anzitutto che la finalità della norma sia unicamente quella di offrire al debitore consumatore sovraindebitato una possibilità di soluzione della crisi mediante il sacrificio dei creditori. A differenza dell’impresa in stato di insolvenza, assumono rilevanza le ragioni della crisi e la condotta del debitore: solo al debitore meritevole può essere concesso l’effetto esdebitatorio, mentre al debitore sovraindebitato non meritevole è precluso godere degli effetti del piano del consumatore, potendo egli ottenere l’effetto esdebitatorio solamente tramite l’accordo con i creditori o la liquidazione dei beni. A differenza dell’imprenditore, il debitore consumatore non è soggetto al rischio d’impresa e dunque alla alterne fortune del mercato, ma solamente alla conseguenze delle proprie scelte di vita. Sotto questo profilo, è comprensibile la scelta del legislatore di introdurre una condizione di ammissibilità del rimedio in esame che involge valutazioni sulla riconducibilità del sovra indebitamento ad una condotta colpevole o meno del consumatore, a differenza di quanto accada nella disciplina fallimentare. «E’ opportuno a questo punto riportare la disposizione di cui all’art. 12-bis c. 3 della L. n. 3/2012: “Verificata la fattibilità del piano e l’idoneità dello stesso ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili, nonché dei crediti di cui all’articolo 7, comma 1, terzo periodo, e risolta ogni altra contestazione anche in ordine all’effettivo ammontare dei crediti, il giudice, quando esclude che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali, omologa il piano, disponendo per il relativo provvedimento una forma idonea di pubblicità”. In buona sostanza, la disposizione citata subordina l’omologazione del piano del consumatore ad un giudizio di esclusione da parte del giudice di due circostanze: 1) che il consumatore abbia assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere; 2) che il consumatore abbia colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per effetto di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali. … Appare invero non semplice distinguere i contorni dei due presupposti, incidendo entrambi su un profilo di eccesso colposo di indebitamento. Si può dire senz’altro che il primo mette l’accento su una visuale prospettica dell’inadempimento, nel senso che il consumatore meritevole è quello che non poteva ragionevolmente prevedere di non poter adempiere: si tratta dunque di un soggetto che, valutate la situazione attuale e quella futura, fa affidamento sulla propria capacità di pagare i creditori in base ad una valutazione di buon senso. Il secondo presupposto, invece, ci dice che il debitore è meritevole quando ha assunto un debito eccessivo senza che gli si possa essere mosso alcun rimprovero in ragione della consistenza del proprio patrimonio. Il riferimento soggettivo cui sembra rifarsi la norma è quello di una persona capace di fare una valutazione presente e futura sulla propria capacità economica in rapporto con i debiti che assume. Si tratta dunque di una figura vicina a quella del buon padre di famiglia, in grado di orientarsi nel mondo economico secondo orizzonti di normalità e buon senso. Ragionando a contrario, può dirsi senz’altro meritevole il debitore che si trovi a dover affrontare una crisi da sovraindebitamento a cagione di esigenze sopravvenute non ragionevolmente prevedibili, ovvero che abbia ragionevolmente valutato la propria capacità restitutoria sulla base di elementi non rivelatisi fondati. La norma, dunque, per un verso, non assume a modello un soggetto particolarmente avveduto e previdente, né tuttavia pare riferirsi, come pretendono i ricorrenti, ad un soggetto ingenuo, incapace di orientare le proprie scelte secondo criteri razionali».

Tuttavia, dal diniego dell’omologa del piano non è derivata l’inammissibilità anche della proposta di accordo e la richiamata decisione del Tribunale di Cagliari è rilevante perché stabilisce che il consumatore può presentare alternativamente un Piano del Consumatore (in cui, non essendo necessario l’accordo dei creditori, la valutazione circa la meritevolezza spetta soltanto al giudice), ovvero, qualora il Giudice adito non omologhi il piano, in prima istanza o in via subordinata, un accordo con i creditori, superando così l’eventuale diniego di omologa del piano basato sulla mancanza di meritevolezza della propria condotta nell’assumere debiti, accodo che non richiede il nulla osta del giudice, a cui l’istanza va sempre presentata, ma il voto favorevole del 60% dei creditori.

I giudici hanno peraltro ricordato che, ex art. 7, comma 2, lettera b), della più volte citata legge n.3/2012, non avendo le parti fatto ricorso, nei precedenti cinque anni, a nessuno dei tre strumenti di risoluzione della crisi [accordo con i creditori, piano del consumatore e liquidazione del patrimonio], non sarebbe ragionevole impedirgli di chiedere la valutazione dei diversi presupposti per accedere a un’altra procedura come quella dell’accordo con i creditori. Di talché il collegio ha ritenuto che i ricorrenti dovessero essere ammessi alla procedura di cui all’art. 10 legge n. 3/2012 e all’udienza prevista dall’articolo 10 della legge 3 del 2012, finalizzata al coinvolgimento dei creditori nell’approvazione dell’accordo.

Gli atti sono stati quindi restituiti dal collegio al primo giudice per procedere alla celebrazione di quella udienza.

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Inasprimento delle pene per i reati contro gli animali

Inasprimento delle pene per i reati contro gli animali. presentata il 02.08.2016 la proposta di legge alla camera dai deputati M5S

La crudeltà sugli animali è il tirocinio della crudeltà sugli uomini“, il deputato Vittorio Ferraresi cita il poeta latino Publio Ovidio Nasone nella sua pagina Facebook per segnalare la proposta di legge presentata, unitamente ad altro deputato, Paolo Bernini, entrambi di M5S, sull’inasprimento delle pene per i maltrattamenti sugli animali e per la tutela degli habitat, mirando altresì ad introdurre altre fattispecie di reato, come il maltrattamento sessuale di animali e l’organizzazione di spettacoli vietati (a titolo esemplificativo, i combattimenti), la sospensione dell’attività per allevatori e imprenditori condannati per crimini contro gli animali, oltre al maltrattamento colposo per chi, ad esempio, lasci in macchina un animale ad altissime temperature e ne provoca la morte, anche involontariamente.

La proposta resterà in discussione per sessanta giorni sul portale Lex del M5S in modo che chiunque possa far pervenire idee, critiche o contributi; dopo i richiamati sessanta giorni gli stessi parlamentari presenteranno la proposta rivista, in via definitiva.

Lo stesso On. Bernini ricorda il recente ed agghiacciante fatto di cronaca che ha riguardato le sevizie inflitte ad un cane massacrato in Calabria, Angelo, impiccato e ripetutamente colpito alla testa con una mazza ferrata, come riprese in un video postato su Facebook, al quale altri ne sono seguiti che testimoniano i continui episodi di tortura subiti dagli animali nel nostro Paese, in particolare quello a Ostia, nel litorale romano, che mostra un cane agonizzante a terra, dopo essere stato colpito alle zampe con un bastone, nel tentativo, inutile, di rialzarsi.

Non ci sono più ora soltanto testimoni a raccontare le atroci sofferenze patite dagli animali ma, come afferma l’associazione Animalisti Italiani Onlus, ci sono nuovi filmati che mostrano episodi di tortura subiti dagli animali. “Questi episodi – afferma il presidente dell’Associazione Animalisti Italiani Onlus Walter Caporale – confermano la necessità di continuare la battaglia per il cambiamento dell’attuale legge italiana. Le immagini di Ostia si aggiungono a quelle delle sevizie al cane Angelo, purtroppo ancora impresse nella nostra memoria. Ora bisogna agire senza fare sconti a nessuno”.

Sullo slancio della campagna «Pene più dure per chi maltratta gli animali» dell’associazione Animalisti Italiani Onlus, la proposta di legge dei pentastellati, che mira a colpire i gravissimi e continui maltrattamenti subiti dagli animali in svariate modalità – canili lager, bracconaggio, allevamenti illegali, macellazione rituale, circhi, zoo, delfinari – tenuto altresì conto che la legislazione italiana ha finora risposto a detti maltrattamenti con pene particolarmente esigue.

I firmatari ricordano che in Italia il reato di maltrattamento prevede da 3 a 18 mesi di carcere ‘o’ la multa da 5.000 euro a 30.000 euro, a differenza di quanto accade in altre nazioni europee (ad esempio in Francia, Germania, Svizzera e Svezia) dove la ‘o’ è sostituita da una ‘e’. Ciò significa che il carcere, a cui non si ricorre quasi mai in Italia, in quei paesi va ad aggiungersi all’ammenda pecuniaria.

L’obiettivo della proposta di legge, rubricata ‘Modifiche al codice civile, penale, alla legge n. 189/2004 e alla l. n. 157/1992 in materia di tutela degli animali” è che la pena della reclusione non possa essere commutata in pena pecuniaria, e che vengano attivati percorsi rieducativi per chi commette un tal genere di violenze, ad esempio in strutture come i canili, nelle quali provare a sviluppare un sentimento di empatia con quegli stessi esseri viventi da loro brutalmente maltrattati.

Gli On.li Ferraresi e Bernini rilevano dunque la necessità di pene più severe per reati già esistenti come l’abbandono, il furto e la vendita di animali, la violazione dei divieti sulla caccia, l’uccisione di specie protette.

L’assenza dello Stato e della corretta applicazione delle normative favoriscono anche la diffusione di comportamenti illegali e precostituiscono terreno fertile per lo sviluppo di attività su cui la zoomafia esercita il suo ruolo, spesso in modo indisturbato, anche per l’omertà e la costante omissione di intervento proprio delle stesse autorità che sarebbero preposte all’applicazione e al rispetto delle norme” – dichiara il Portavoce Parlamentare 5 stelle Paolo Bernini che prosegue: “La scienza e l’FBI hanno riconosciuto il maltrattamento e l’uccisione degli animali come importanti segnali di devianza psicologica, prodromici ai crimini commessi contro la società e, generalmente, contro la parte più fragile di essa: chi uccide un animale può uccidere bambini, anziani, donne. E’ quindi necessario pretendere che questi crimini siano considerati campanelli d’allarme e siano adeguatamente indagati per impedire che la spirale di violenza possa continuare ad agire, senza confini di specie. L’ultimo fatto di cronaca agghiacciante che riguarda la barbara uccisione del cane Angelo, avvenuta per mano di 4 adolescenti (tutti per altro identificati e ancora a piede libero), dimostra che è fondamentale, oltre al giusto sentimento di rabbia e del desiderio di sfogarla, comprendere da cosa nasca tutta questa violenza. Per cambiare le cose è necessario comprendere come e da dove derivino certi comportamenti e pretendere a certezza delle pene, esattamente come abbiamo fatto in questa proposta di legge”.

«Nessuno dovrebbe tollerare che vengano inflitte agli animali delle sofferenze e neppure declinare le proprie responsabilità. Nessuno dovrebbe starsene tranquillo pensando che altrimenti si immischierebbe in affari che non lo riguardano. Quando tanti maltrattamenti vengono inflitti agli animali, quando essi agonizzano ignorati per colpa di uomini senza cuore, siamo tutti colpevoli» (Albert Schweitzer, 1875-1965).

Già, siamo tutti colpevoli !

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Concorso di colpa, in caso di incidente stradale cinture di sicurezza allacciate

Concorso di colpa, in caso di incidente stradale, se non si hanno le cinture di sicurezza allacciate

Cass. Civ., Sez. III, 08.01.2016, n. 126

A tutti è nota la funzione che svolgono le cinture di sicurezza, in caso di incidente, trattandosi di uno dei più importanti meccanismi di protezione per chi si trova all’interno dell’autovettura, riducendo del 45%, si calcola, il rischio di lesioni gravi o fatali provocati al momento dell’impatto. Ma a tanti le cinture di sicurezza danno fastidio, e così può accadere di non indossarle.

Premesso che le cintura di sicurezza costituiscono anche un obbligo di legge, oltre che un principio elementare di autotutela, vediamo cosa accade, con riguardo al profilo della responsabilità civile, se, senza indossare le cinture di sicurezza, si resta coinvolti in un incidente: si ha diritto al risarcimento del danno ?

La sentenza ora in commento attiene a quanto accaduto ad una donna che, rimasta vittima di un incidente stradale, in qualità di trasportata, ha convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale il proprietario del veicolo e la sua assicurazione per ottenere il risarcimento dei danni patiti e, dopo che i giudici di merito hanno accolto la sua domanda, si è vista attribuire, con sentenza poi confermata in grado di appello, un concorso di colpa per non avere usato la cintura di sicurezza. Il Tribunale ha escluso, altresì, l’esistenza d’un danno patrimoniale da lucro cessante, per perdita del lavoro o riduzione della capacità di guadagno.

Rivoltasi la Signora dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, con ricorso affidato a tre motivi, gli Ermellini hanno confermato la decisione di merito, anzitutto ribadendo che, in ossequio ad una giurisprudenza ormai consolidata, «stabilire se la vittima d’un sinistro stradale, al momento del fatto, avesse o non avesse le cinture di sicurezza allacciata, ed in quanta parte l’eventuale omissione di tale cautela abbia concausato il sinistro, costituiscono altrettanti accertamenti di fatto, non certo valutazioni in iure», accertamenti, dunque, inammissibili in sede di legittimità, ovverosia dinanzi alla Suprema Corte.

Non può chiedersi alla Corte di Cassazione di svolgere una valutazione delle prove, dedotte nei precedenti giudizi di merito, ulteriore e diversa rispetto a quella adottata in primo e secondo grado e questo perché il giudice di merito, al fine di adempiere all’obbligo della motivazione, non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma è invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento.

Se dalla dinamica dell’incidente e dalla quantificazione dei danni riportati il giudice riesce a desumere che la vittima, al momento dello scontro, non indossava le cinture di sicurezza, il risarcimento del danno viene ridotto in misura percentuale.

Con il secondo motivo la ricorrente ha dedotto l’errore della Corte d’appello nell’escludere che il danno patito potesse avere ripercussioni sulla sua capacità di lavoro e di guadagno. Il motivo è stato ritenuto infondato in quanto la «Corte d’appello ha affermato che i postumi permanenti patiti dalla vittima potranno rendere solo più difficoltosa la prestazione lavorativa, senza impedirla in tutto od in parte; che questo costituisce un danno biologico; che la vittima venne comunque assunta dopo il sinistro, e non era dato sapere se sia stata lei a rinunciare volontariamente all’impiego, per cause diverse dai postumi residuati al sinistro». Si trattava, per gli Ermellini, di una motivazione corretta in diritto in quanto la maggiore difficoltà nello svolgimento del lavoro, senza ripercussioni sul reddito, è un danno di tipo biologico (lesione della cenestesi lavorativa), del quale tenere conto nella monetizzazione di quest’ultimo.

Anche l’ultima doglianza, con cui la ricorrente ha dedotto l’errore in cui è incorsa la Corte d’appello di liquidare il danno alla salute con criteri diversi da quelli risultanti dalle tabelle uniformi predisposte dal Tribunale di Milano, da ritenersi l’unico corretto criterio di liquidazione, non ha avuto buon fine, essendo stata ritenuta inammissibile. Ricordano, i giudici di Piazza Cavour, che il fatto che tali tabelle siano state assunte come parametro idoneo ad attestare la conformità della valutazione equitativa del danno non comporta comunque la ricorribilità in Cassazione, per violazione di legge, delle sentenze d’appello che abbiano liquidato il danno in base a diverse tabelle per il solo fatto che non sia stata applicata la tabella di Milano e che la liquidazione sarebbe stata di maggiore entità se fosse stata effettuata sulla base dei valori da quella indicati.

Il ricorso è stato rigettato.

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La truffa naviga su facebook : ray ban a 19,99 euro

La Polizia Postale, tramite la pagina Facebook ‘una vita da social’ ha denunciato quanto di seguito, diffondendo un comunicato in cui fa chiarezza sull’accaduto e in cui spiega come difendersi: «L’offerta Ray Ban promossa su Facebook sembra un’operazione di beneficenza ma nasconde una truffa. Ecco come funziona e come difendersi. L’annuncio sponsorizza Ray Ban a 19,99 euro. Già di per sé allettante come proposta. Ma non solo: metà dell’importo, si legge, sarà devoluto in beneficenza. Quale migliore occasione per risparmiare e fare del bene al tempo stesso? cliccando sul banner pubblicitario, infatti, si attiva un virus che “invita” la lista dei contatti e fare lo stesso. Inoltre, non appena si effettua la transazione per acquistare gli occhiali, il numero di carta di credito viene clonato. Cosa fare se per sbaglio avete cliccato l’offerta Ray Ban? Prima di tutto si deve cambiare la password Facebook. Se si naviga da cellulare inoltre è consigliabile controllare l’elenco delle applicazione per verificare che non ce ne siano alcune non richieste. Vanno inoltre controllate immediatamente le transazioni della carta di credito. In caso di movimenti sospetti contattare la polizia postale per la denuncia».

In realtà, si tratta di una ‘vecchia’ truffa, ciclicamente riproposta tenuto conto che Facebook, quale Social Network più utilizzato al mondo, è da sempre sotto il mirino dei truffatori.

E se anche, leggendo notizie di questo genere, c’è chi ritiene che il malcapitato, in fondo, se lo sia meritato, se ancora c’è chi cade – pensiamo dall’alto della nostra presunzione – in un tale tipo di errore, è anche vero che ‘cadere nella trappola’ è più frequente di quanto si pensi, a maggior ragione se dietro questa vendita al ribasso vi è anche una azione benefica.

Ed invece trattasi di una semplice truffa !

Quindi, prestiamo attenzione ai messaggi invero allettanti e non clicchiamo su articoli o banner del genere.

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Strisce blu: valida la multa se il ticket è scaduto

cass. civ., sez. ii, 03.08.2016, n. 16258

La redazione del presente articolo risulta necessitata da ragioni di integrazione e completezza, tenuto conto che nel presente sito, in precedenza, era stata, e correttamente, segnalata la nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, del 06.05.2015, prot. n.2074, che si era pronunciato a riguardo delle aree di parcheggio dove la sosta è consentita a tempo indeterminato e subordinata al solo pagamento di una somma, esprimendo il parere che il protrarsi della sosta oltre il termine per il quale era stato effettuato il pagamento non si sostanziava in una violazione di obblighi previsti dal Codice, configurandosi come un inadempimento contrattuale, così andando incontro non già a una multa ma alla sola integrazione della tariffa.

Gli Ermellini, con la sentenza in commento, si discostano dall’orientamento ministeriale. Vediamo come e perché.

In fatto. Decidendo in grado di appello, il Tribunale, in riforma della pronuncia di primo grado emessa dal Giudice di pace, rigettava l’opposizione proposta da [X] avverso il verbale di contestazione elevato dalla locale Polizia municipale, per la violazione dell’art. 7, comma 15, del codice della strada, per avere [X] sostato con la propria autovettura negli appositi spazi delimitati dalle strisce blu oltre il tempo stabilito, con un contrassegno attestante il pagamento del corrispettivo solo per l’ora precedente a quella dell’accertamento. Non rimaneva ad [X] che proporre ricorso per cassazione, affidandolo ad un unico motivo.

In motivazione. I giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto infondata la tesi del ricorrente secondo cui chi paga il ticket ma non integra il versamento per le ore successive, incorrerebbe non già nella violazione del codice della strada, bensì soltanto in una violazione dell’obbligazione contrattuale sorta nel momento in cui si acquista il ticket, regolata dal codice civile. E ciò per le seguenti ragioni, a cui il Tribunale si è correttamente attenuto, sostengono gli Ermellini, ragioni che prendono le mosse dalla giurisprudenza della Corte dei Conti (Sezione giurisdizionale per la Regione Lazio, sentenza 19.122012, n. 888) con un orientamento recepito dalla giurisprudenza di legittimità. Il giudice contabile, ricordano gli Ermellini, ha affermato che la mancata contestazione della sanzione pecuniaria da parte dell’ausiliario del traffico, nel momento in cui è stata accertata la sosta del veicolo senza ticket comprovante il pagamento del corrispettivo dovuto oppure con tagliando esposto scaduto per decorso del tempo di sosta pagato (che è pur sempre una fattispecie di mancato pagamento che il codice della strada sanziona, senza distinzioni), «configura una ipotesi di danno erariale per il Comune, rappresentato dal mancato incasso dei proventi che sarebbero derivati dalla applicazione della sanzione per violazione delle norme che disciplinano la sosta in aree a pagamento». «In questo quadro giurisprudenziale», rammenta la Suprema Corte, «va affermato il principio secondo cui, in materia di sosta a pagamento su suolo pubblico, ove la sosta si protragga oltre l’orario per il quale è stata corrisposta la tariffa, si incorre in una violazione delle prescrizioni della sosta regolamentata, ai sensi dell’art. 7, comma 15, del codice della strada. Infatti, poiché l’assoggettamento al pagamento della sosta è un atto di regolamentazione della sosta stessa, la sosta del veicolo con ticket di pagamento esposto scaduto per decorso del tempo di sosta pagato ha natura di illecito amministrativo e non si trasforma in inadempimento contrattuale, trattandosi, analogamente al caso della sosta effettuata omettendo l’acquisto del ticket orario, di una evasione tariffaria in violazione della disciplina della sosta a pagamento su suolo pubblico, introdotta per incentivare la rotazione e razionalizzare l’offerta di sosta».

In conclusione, sostare nelle strisce blu con il ticket esposto scaduto equivale a sostare negli appositi spazi senza ticket di guisa integrando un illecito amministrativo passibile di multa che, dunque, è, e rimane, assolutamente valida.

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Canone RAI : come chiedere il rimborso

Sul canone RAI in bolletta si è discusso, molto, ed anche in Emerlaws, non solo con riferimento alle ipotesi di esenzione ma anche sul parere interlocutorio del Consiglio di Stato che ha confermato i tanti dubbi sollevati dal Codacons sulla legittimità del canone Rai in bolletta, e che hanno indotto il medesimo Codacons a proporre ricorso al T.A.R. del Lazio. Pertanto, nell’attesa che il giudice amministrativo si pronunzi su detto ricorso in ordine alla legittimità dell’addebito del canone Rai in bolletta, essendoci state recapitate le bollette elettriche con ivi incluso il primo importo del canone RAI, pari a 70 euro, l’articolo di oggi si prefigge lo scopo di fornire le opportune istruzioni per chiedere il rimborso del canone, regolarmente corrisposto ma non dovuto.

Infatti, l’Agenzia delle Entrate, in data 02.08.2016 ha pubblicato il provvedimento n. 125604/2016, avente ad oggetto la “Definizione delle modalità di presentazione dell’istanza di rimborso del canone di abbonamento alla televisione per uso privato, pagato a seguito di addebito nelle fatture emesse dalle imprese elettriche ma non dovuto, e approvazione del relativo modello. Articolo 6 del decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, 13 maggio 2016, n. 94, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale SG n. 129 del 4 giugno 2016”.

Digitando via internet il numero del provvedimento sopra richiamato, il contribuente potrà esaminare il provvedimento medesimo, nonché le istruzioni ed il modello per richiedere il rimborso. In ogni caso il modello è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov.it e della Rai www.canone.rai.it.

In sostanza, l’Agenzia delle Entrate, nelle ‘istruzioni’ individua i casi per cui si richiede il rimborso del canone pagato a seguito di addebito nella fattura per la fornitura di energia elettrica ma non dovuto, casi che devono essere opportunamente indicati nella richiesta, tra quelli di seguito elencati, distinti per codici:

  1. il codice ‘1’ ha riguardo alla situazione in cui il richiedente o un altro componente della sua famiglia anagrafica è in possesso dei requisiti di esenzione di cui all’art. 1, comma 132, della legge n. 244/2007 (cittadino ultra 75enne con reddito complessivo familiare non superiore a 6.713,98 euro) ed è stata presentata l’apposita dichiarazione sostitutiva;
  2. il codice ‘2’ riguarda il richiedente o un altro componente della sua famiglia anagrafica in possesso dei requisiti di esenzione per effetto di convenzioni internazionali (ad esempio, diplomatici e militari stranieri) ed è stata presentata l’apposita dichiarazione sostitutiva;
  3. il codice ‘3’ ha riguardo al richiedente che ha pagato il canone mediante addebito sulle fatture per energia elettrica, e lui stesso o un altro componente della sua famiglia anagrafica ha pagato il canone anche con modalità diverse dall’addebito (ad esempio mediante addebito sulla pensione);
  4. il codice ‘4’ attiene al richiedente che ha pagato il canone mediante addebito sulle fatture per energia elettrica e lo stesso canone è stato pagato anche mediante addebito sulle fatture relative a un’utenza elettrica intestata ad altro componente della stessa famiglia anagrafica. In tal caso, la domanda vale anche come dichiarazione sostitutiva per la richiesta di non addebito sulla propria utenza elettrica (comunicando il codice fiscale del familiare che già paga il canone mediante la propria fornitura);
  5. il codice ‘5’ quando il richiedente ha presentato la dichiarazione sostitutiva di non detenzione di apparecchi televisivi da parte propria e dei componenti della sua famiglia anagrafica;
  6. il codice ‘6’, altri motivi diversi dai precedenti.

L’istanza di rimborso può essere presentata anche da un erede in relazione al canone tv addebitato sulla bolletta elettrica intestata ad un soggetto deceduto.

Nella richiesta di rimborso vanno indicati:

  • l’anno d’imposta cui si riferisce il canone tv, evidentemente trattandosi del 2016;
  • l’importo totale del rimborso richiesto;
  • il codice del POD (punto di prelievo – informazione presente nella fattura/bolletta). Se il POD è il medesimo per tutte le fatture è sufficiente indicarlo una sola volta nella prima riga;
  • il numero identificativo delle fatture/bollette in cui è stato addebitato il canone di cui si richiede il rimborso (informazione presente nella fattura/bolletta);
  • l’importo del canone di cui si richiede il rimborso per ciascuna fattura.

L’importo totale richiesto deve coincidere con la somma degli importi del canone richiesti a rimborso per ciascuna fattura.

L’istanza di rimborso, recuperabile attraverso il ‘modello’, va inoltrata da subito tramite una raccomandata allo sportello abbonamenti tv dell’Agenzia delle entrate o in modalità telematica, utilizzando le credenziali Entratel o Fisconline, in quest’ultimo caso a partire dal 15 settembre 2016 (l’Agenzia delle Entrate sta ancora lavorando per lo sviluppo dell’applicazione web dedicata).

Nel caso si voglia inviare la raccomandata, la richiesta deve essere inoltrata, unitamente a copia di un documento di riconoscimento, all’Agenzia delle Entrate, direzione provinciale 1 di Torino, ufficio di Torino1, Sat- sportello abbonamenti tv- casella postale 22-10121.

I rimborsi, una volta verificati i presupposti da parte dell’Agenzia delle Entrate, verranno effettuati dalle società elettriche con un accredito sulla prima fattura utile o con altre modalità, e l’erogazione dovrà avvenire entro 45 giorni dalla ricezione delle informazioni necessarie per il rimborso trasmesse dall’Agenzia. Nel caso il rimborso non dovesse andare a buon fine, le somme saranno restituite direttamente dalla Agenzia delle Entrate.

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Cosa si rischia se si compra in spiaggia dagli ambulanti ?

E’ estate, tempo di mare, tempo di spiagge affollate di bagnanti e non solo; è tempo, infatti, anche di venditori ambulanti che passano, di ombrellone in ombrellone, di lettino in lettino, offrendo le loro mercanzie a prezzi stracciati.

Ma sappiamo davvero a cosa andiamo incontro quando compriamo dagli ambulanti?

Possiamo stare tranquilli quando acquistiamo merce da chi risulta in possesso di una licenza da ambulante e svolge un’attività commerciale registrata regolarmente. In questo caso non vi sono contraffazioni ma vi è soltanto artigianato, magari non proprio di modesto valore economico.

Diversamente, si rischia di acquistare merce con marchio contraffatto (quelle merci che recano illecitamente un marchio identico ad un marchio registrato); ed allora, nel delineato contesto, utile appare la questione se la rilevanza dell’acquisto è amministrativa o anche penale e quando da amministrativa diventa invece anche penale.

Prima del 2005 era pacifica la possibilità di configurare un concorso tra il delitto di “ introduzione nello Stato e commercio di prodotti falsi” (art. 474 c.p.) e quello di ricettazione (art. 648 c.p..), allorquando un soggetto acquisti un bene contraffatto – dunque proveniente dal reato di contraffazione e configurante, per questo, ricettazione – e lo introduca nello Stato e/o lo detenga a fini commerciali, tale ultima condotta configurando il delitto di cui all’art. 474 c.p..

Ma, abbiamo detto, prima del 2005. Infatti, ora il testo di riferimento è dato dall’art.1 comma 7 del Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla legge 14 maggio 2005, n. 80 e successivamente modificato dall’art. 17 della legge n. 99/23 luglio 2009 che così dispone: “È punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 euro fino a 7.000 euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”.

In altri e più chiari termini, a seguito della modifica apportata dalla legge n. 99 del 2009 all’art. 1 D.L. n. 35/2005 è stato introdotto, nel nostro ordinamento, un illecito amministrativo che inquadra la condotta di chi “acquirente finale”, acquista a qualsiasi titolo cose che, per qualità, prezzo o condizione di chi offre, inducano a ritenere violate le norme in materia di proprietà industriale.

Sulla base di questa nuova fattispecie, qualora l’acquisto non sia rivolto ad ottenere un profitto ma soltanto a soddisfare un uso personale, anche se la sanzione irrogata all’acquirente finale può non essere lieve – si tratta di una sanzione amministrativa che consiste quindi in una somma da pagare – tale acquisto non costituisce (più) reato di ricettazione o di incauto acquisto (rispettivamente puniti dagli articolo 648 e 712 del Codice Penale).

E, ripetesi, per acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata, si intende colui che non partecipa in alcun modo alla catena di produzione o di distribuzione e diffusione dei prodotti contraffatti, ma si limita ad acquistarli per uso personale.

La giurisprudenza di legittimità si è pronunciata recentemente, con la sentenza della Sezione II Penale (sentenza n. 12870 del 09.03.2016), ribadendo che la nozione di acquirente finale di merce contraffatta – che consente di escludere la punibilità ex art. 648 cod. pen. – va intesa in senso restrittivo, ovverosia dovendosi intendere per tale solo ed esclusivamente colui che acquisti il bene contraffatto per uso strettamente personale, e, quindi, resti estraneo non solo al processo produttivo ma anche a quello diffusivo del prodotto contraffatto. Rimangono, quindi, escluse dall’area dell’illecito amministrativo di cui all’art. 1/7 del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, e restano all’interno dell’area penale di cui all’art. 648 (reato presupposto art. 473 cod. pen.), tutte le ipotesi in cui chi acquisti un bene contraffatto, non lo acquisti per sé, ma lo destini ad altri. «In tali ipotesi, infatti, il soggetto agente risponde del reato di ricettazione perché, con la sua condotta, contribuisce all’ulteriore distribuzione e diffusione della merce contraffatta, essendo irrilevante se l’ulteriore diffusione avvenga a scopo di lucro (come avviene per l’ipotesi di cui all’art. 474 cod. pen.) o a titolo gratuito».

La Sezione II Penale ha ribadito il principio di diritto che era già stato individuato dalla Suprema Corte di Cassazione in una vicenda riguardante un orologio recante il marchio Rolex contraffatto, che aveva offerto l’occasione alle Sezioni Unite, con la sentenza n. 22225 depositata in data 08.06.2012, di tracciare in modo chiaro i confini operativi e i rapporti reciproci tra l’illecito amministrativo previsto dall’art. 1, comma 7, D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge 14 maggio 2005, n. 80, il delitto di ricettazione (art. 648 c.p.) e la contravvenzione dell’acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 c.p.): «L’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata risponde dell’illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in l. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla l. 23 luglio 2009, n. 99, e non di ricettazione (art. 648 cod. pen.) o di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 cod. pen.), attesa la prevalenza del primo rispetto ai predetti reati alla luce del rapporto di specialità desumibile, oltre che dall’avvenuta eliminazione della clausola di riserva “salvo che il fatto non costituisca reato”, dalla precisa individuazione del soggetto agente e dell’oggetto della condotta nonchè dalla rinuncia legislativa alla formula “senza averne accertata la legittima provenienza”, il cui venir meno consente di ammettere indifferentemente dolo o colpa».

In conclusione, l’acquirente finale, che si limita ad acquistare il prodotto contraffatto per uso personale, senza partecipare in nessun modo alla catena di produzione, distribuzione e diffusione della merce, non risponderà penalmente né per il reato di ricettazione (art.648 c.p.) né per quello di acquisto di cose di sospetta provenienza (art 712 c.p.), con la sola possibilità gli venga irrogata una sanzione amministrativa compresa tra i 100 ed i 7.000 euro.

Chi invece acquista la medesima merce contraffatta al solo scopo di procurare a sé o ad altri un profitto (ponendola in vendita), commette il delitto di ricettazione previsto e punito dall’art. 648 del codice penale.