Mese: luglio 2016

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Caduta al panificio per il pavimento bagnato dalla pioggia responsabilità?

Caduta al panificio per il pavimento bagnato dalla pioggia. di chi è la responsabilità?

Il titolare del negozio deve risarcire il cliente caduto a terra a causa del pavimento bagnato dagli ombrelli sgocciolanti dei clienti, che lo hanno reso scivoloso, non avendo apposto materiali (ad es., tappetini) antiscivolo sul pavimento né dotato il locale di idoneo sistema di aerazione.

A sancirlo la sentenza della Suprema Corte (Sez. III, n. 13222 del 27.06.2016) con la quale gli Ermellini hanno accolto il ricorso di una donna [X] che aveva richiesto il risarcimento dei danni lamentati in conseguenza della frattura del collo femorale sinistro subita all’esito della caduta avvenuta all’interno del panificio, asseritamente provocata dalla presenza sul pavimento di grasso ed altre sostanze alimentari. E mentre il Tribunale aveva accolto la domanda della [X], la Corte di Appello, in accoglimento del gravame interposto dai proprietari del negozio, aveva rigettato la domanda avanzata nei loro confronti.

La Corte di merito, infatti, aveva ritenuto che se la Signora fosse stata “attenta” a dove metteva i piedi, come le circostanze di tempo e di luogo imponevano, così come peraltro avevano fatto tutti gli altri clienti, date le particolari condizioni della giornata, non sarebbe caduta, di guisa ravvisando, la Corte territoriale, la condotta colposa della cliente la causa esclusiva del danno, «ponendosi come interruttiva del nesso di causalità tra evento dannoso e cosa in custodia».

Di tutt’altro avviso i giudici di Piazza Cavour secondo cui è «accertato che la caduta all’interno del locale costituisce diretta conseguenza della condizione del pavimento reso scivoloso dall’acqua piovana introdotta dai numerosi clienti ivi entrati con gli ombrelli sgocciolanti […] e che  l’affollavano altresì impedendo al personale di poter provvedere ad asciugarlo, emerge evidente come a fronte di una situazione al custode ( e ai suoi preposti ) ben nota ed evidente non può invero escludersi, diversamente da quanto affermato dai giudici di merito nell’impugnata sentenza, la diretta derivazione del sinistro ( la caduta, con conseguente rottura del femore, della cliente ) dalla cosa ( l’affollata panetteria dal pavimento reso viscido dalla pioggia ), in ragione delle relative condizioni che l’avevano resa pericolosa e insidiosa determinate ( anche ) dalla condotta del custode non improntata alla diligenza, prudenza e cautela dovute in relazione alle concrete circostanze del caso».

Risultava dunque la responsabilità (oggettiva) del titolare del negozio che, avendo contezza che fuori del locale stesse copiosamente piovendo, e numerosi clienti si trovassero all’interno del locale con gli ombrelli sgocciolanti sì da bagnare il pavimento rendendolo ovviamente scivoloso, aveva il potere-dovere di relativa vigilanza e controllo da assolvere con diligenza, prudenza e perizia, e con l’adozione di tutte le misure idonee a prevenire ed evitare danni a terzi, in ossequio alla diligenza, prudenza e cautela dovute in considerazione delle concrete circostanze del caso; ad esempio, ben avrebbe dovuto il custode «regolamentare, e se del caso contingentare, l’afflusso dei clienti, pure al fine di evitarne un sovraffollamento che ne ostacolasse o impedisse il mantenimento in condizioni di sicurezza mediante la relativa asciugatura», impedendo ai clienti l’accesso con gli ombrelli sgocciolanti all’interno del locale, con utilizzazione di portaombrelli all’ingresso o al suo esterno, ovvero apponendo materiali (tappetini) antiscivolo sul pavimento o dotando il locale di idoneo sistema di aerazione. La condotta mantenuta dalla [X], priva di qualsivoglia carattere di eccezionalità ed imprevedibilità, non può invero certamente dirsi interruttíva del nesso di causalità, come aveva sostenuto la Corte di Appello.

La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso della Signora e la causa torna in Corte di Appello che dovrà determinare l’entità del risarcimento alla stessa dovuto.

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Multa per chi guida con il braccio fuori dal finestrino

Guidare con il braccio fuori dal finestrino può comportare una sanzione, ancorché non espressamente previsto dal Codice della Strada, essenzialmente per ragioni di sicurezza.

Infatti, il richiamato Codice della Strada, al Titolo V, ‘norme di comportamento, contempla, all’art. 140, intitolato ‘principio informatore della circolazione’, la seguente previsione «1. Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale. 2. I singoli comportamenti, oltre quanto già previsto nei precedenti titoli, sono fissati dalle norme che seguono». Seguono, quindi, l’art. 141, comma 2, con riferimento alla ‘velocità’, secondo cui: «Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile». E l’art. 169, primo comma: «In tutti i veicoli il conducente deve avere la più ampia libertà di movimento per effettuare le manovre necessarie per la guida». Infine, anche l’art. 173 vieta, nel disciplinare l’utilizzo di apparecchi radiotelefonici, quelli che necessitino, per il loro funzionamento, dell’utilizzo delle mani.

E questo perché guidare con una mano sola potrebbe rendere difficoltoso, se non impedire, lo svolgersi di manovre di emergenza, da effettuarsi nella frazione di un secondo, che richiedono tempestività di movimenti, ovvero mantenere il veicolo in condizioni di sicurezza in caso di imprevisti.

In conclusione, imbattendoci in un agente di polizia, certo particolarmente pignolo, che osservi pedissequamente e con rigidità le disposizioni del Codice della Strada, potremmo essere fermati con la contestazione della violazione al Codice della Strada per guida con il braccio fuori dal finestrino.

Nel delineato contesto, viste le possibili multa e perdita di punti, non è meglio tenere il braccio dentro ed entrambe le mani sul volante?

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Comportamento datoriale discriminatorio nei confronti della lavoratrice maternità

Comportamento datoriale di carattere discriminatorio nei confronti della lavoratrice a motivo della sua condizione di maternità

cass. civ., sez. lav., 26.07.2016 n. 15435

E’ discriminatorio il licenziamento nei confronti della lavoratrice madre che, tornata al lavoro dopo la maternità, ha rifiutato il trasferimento distante oltre 150 km dalla originaria sede.

Il fatto. Soccombente dinanzi al Tribunale, la Sig.ra [X], licenziata perché aveva rifiutato il trasferimento impostole dal datore di lavoro, al termine di un’astensione dal lavoro di un anno e quattro mesi per maternità, impugnava la sentenza del giudice di primo grado (che in sostanza aveva ritenuto il licenziamento legittimo), dinanzi alla competente Corte di Appello che, in accoglimento del gravame e in totale riforma della sentenza del Tribunale, dichiarava la nullità del trasferimento, delle sanzioni disciplinari e del licenziamento disposti nel confronti della lavoratrice, con la condanna della Società [Y] alla reintegra nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno in misura pari alla retribuzione globale di fatto a decorrere dalla data del recesso. La Corte di appello rilevava, come si legge nella sentenza della Suprema Corte, «come le decisioni datoriali fossero riconducibili ad un disegno discriminatorio nei confronti di una lavoratrice madre, posto che la [X], dopo soli tre giorni dall’inoperatività del divieto di cui all’art. 56 d.lgs. n. 151/2001, e al termine di un’astensione dal lavoro di un anno e quattro mesi, era stata trasferita al punto vendita di Novara, distante oltre 150 km», non riscontrandosi nella sede di appartenenza motivi per una riduzione di personale tenuto conto che la Società aveva assunto altri due lavoratori e che la dimostrazione del palesato calo di vendite nella sede originariamente occupata dalla lavoratrice era legata a meri prospetti riassuntivi predisposti dallo stesso datore di lavoro, confermati soltanto da generiche affermazioni dei dipendenti ancora in forza, elementi che, uniti al fatto che nella sede nella quale la lavoratrice era stata trasferita non risultavano ragioni dirimenti, in base alle quali si dovesse provvedere ad un trasferimento, nella valutazione della Corte, erano “idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione di atti, patti o comportamenti discriminatori”, secondo le previsioni dell’art. 40 d.lgs. n. 198/2006, di guisa che sarebbe spettato al datore di lavoro provare l’insussistenza della discriminazione. La Corte di merito riteneva dunque giustificato, ex art. 1460 c.c., il rifiuto della lavoratrice di riprendere l’attività lavorativa, «valutati comparativamente i reciproci inadempimenti e la loro proporzionalità, alla stregua della funzione economico-sociale del contratto e la loro incidenza sugli interessi delle parti».

La Società soccombente ha proposto ricorso per Cassazione, affidato a due motivi di impugnazione, ma la Sezione Lavoro ha confermato il verdetto della Corte territoriale, rigettando il ricorso.

In motivazione. La Sezione Lavoro ha, come detto, rigettato il ricorso proposto, rendendo definitiva la decisione della Corte di Appello, rilevando che la previsione che gli elementi di fatto, idonei a fondare la presunzione di esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori (e, quindi, ad attribuire al datare di lavoro, in caso di indizi precisi e concordanti In tal senso, l’onere della prova della situazione contraria di insussistenza della discriminazione), possano essere tratti “anche” da dati di carattere statistico, è palesemente diretta a corroborare lo sforzo difensivo del lavoratore e a facilitare l’emersione della condotta illecita, di cui egli sia stato vittima, in un’ottica di affiancamento agli elementi fattuali connotanti la fattispecie (o di chiarificazione, occorrendo, della loro portata) e non già sostitutiva di essi, in presenza di vicende la cui lettura globale non può che essere rimessa, nella quasi totalità dei casi, ad una pluralità di tratti distintivi e alla loro univoca convergenza.

Gli Ermellini quindi ritengono che la sentenza di secondo grado non sia incorsa nel vizio denunciato, di violazione e falsa applicazione dell’art. 40 [‘onere della prova’] del D.Lgs. n. 198/2006 [‘codice delle pari opportunità tra uomo e donna’], là dove ha ritenuto che spettasse al datore di lavoro provare, appunto ai sensi del citato art. 40, l’insussistenza della discriminazione, considerato che tale conclusione è stata raggiunta sulla base della ricognizione, congrua e motivata, di elementi di fatto idonei a fondare, con i requisiti di legge, l’accertamento della sua esistenza.

La lavoratrice dunque va reintegrata nel posto di lavoro per la condotta discriminatoria ascritta al datore di lavoro e accertata in sede giudiziale.

Una ulteriore sentenza, questa, che ha riguardo alle tutele e ai diritti delle lavoratrici appena rientrate dalla maternità, le une e gli altri accordati peraltro dal nostro ordinamento e frutto di una lunga evoluzione normativa caratterizzata dal fine protezionistico sancito dalla nostra Carta Costituzionale, ed in particolare all’art. 37 …‘Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione’…

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Uso improprio dei dispositivi luminosi fari abbaglianti e anabbaglianti

A chi non è capitato di vedere il conducente di una autovettura, che procede in direzione opposta alla nostra, azionare i fari abbaglianti, per avvisare, non si sa bene mosso da quali intenti, presumibilmente altruistici o di solidale abitudine quasi si trattasse di una sorta di ‘galateo’ stradale, della presenza di una pattuglia di polizia o carabinieri.

Ma, a ben considerare, con detto comportamento a cosa si può andare incontro?

Al riguardo soccorre il Codice della Strada, ed in particolare l’articolo 153, ‘uso dei dispositivi di segnalazione visiva e di illuminazione dei veicoli a motore e dei rimorchi’, contenuto nel Titolo V, rubricato ‘norme di comportamento’. Esattamente, i commi 4 ed 11, rispettivamente così recitano: «4. È consentito l’uso intermittente dei proiettori di profondità per dare avvertimenti utili al fine di evitare incidenti e per segnalare al veicolo che precede l’intenzione di sorpassare. Tale uso è consentito durante la circolazione notturna e diurna e, in deroga al comma 1, anche all’interno dei centri abitati. 11. Chiunque viola le altre disposizioni del presente articolo ovvero usa impropriamente i dispositivi di segnalazione luminosa è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 41 a euro 169 [importi così aggiornati dall’art. 1, comma 1, D.M. 16 dicembre 2014, a decorrere dal 01.01.2015]».

Nel delineato contesto, non v’è chi non veda che è al concetto di ‘uso improprio’ che occorre prestare attenzione. La dottrina di settore riconduce, correttamente, la richiamata espressione all’uso di dispositivi, di per sé regolare, effettuato in modo improprio, ovverosia nei casi e con fini diversi da quelli previsti quali, appunto, il lampeggio per segnalare la presenza di controlli di polizia.

E la solidarietà stradale, grazie ai doppi posti di blocco ovvero alla polizia in borghese che circola sulle strade a bordo di autovettura civetta, può rivelarsi controproducente.

In disparte il reato di interruzione di un pubblico servizio, nel caso in cui si realizzino tutti gli elementi costitutivi del reato, previsto dall’art. 340 c.p., ravvisato dalla giurisprudenza di legittimità da parte di chi faccia uso intermittente dei dispositivi di illuminazione del proprio automezzo al fine di segnalare ai veicoli provenienti dalla direzione opposta la presenza di un posto di blocco delle forze dell’ordine, ove da tale comportamento derivi un turbamento per la regolarità del servizio di controllo sulla strada (Cass. Pen. 27.02.1997, n. 1899), il comportamento in esame è vietato e sanzionato, in ogni caso, amministrativamente dal Codice della Strada. Lampeggiare non è più una sanzione da poco, costerà infatti, come sopra visto, dai 41 ai 169 euro.

Presa la multa, non resterà, al conducente, che impugnarla, dovendo però dimostrare il contrario, circostanza non semplice e di non repentina conclusione, tenuto conto che il verbale di accertamento, secondo unanime giurisprudenza, ai sensi dell’art. 2700 cod. civ., fa piena prova, fino a querela di falso della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti.

In conclusione, prima di azionare i fari abbaglianti per segnalare l’immediato, successivo posto di blocco, conviene riflettere attentamente sulle conseguenze di un tal tipo di condotta. Un posto di blocco a volte può essere disposto per controlli di routine, altre volte per intercettare il fuggiasco ovvero auto sospette, ad esempio con trasporto di armi.

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Allagamento del locale ad uso garage. di chi è la responsabilità ?

Cass. Civ., Sez. III civ., 07.07.2016 n. 13945

Può succedere che a causa di piogge, che ultimamente scendono sempre più spesso copiose ed abbondanti, si allaghi il locale ad uso garage, di guisa risultando necessario capire su chi incomba la responsabilità.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ribadisce che proprietario delle condotte fognarie (Comune) risponde dei danni provocati dall’allagamento per cattiva manutenzione della propria rete fognaria, in qualità di custode.

In fatto. A seguito dell’allagamento del locale ad uso garage, il proprietario dello stesso si rivolgeva al Tribunale per chiedere che l’Amministrazione comunale fosse condannare al risarcimento del danni sopportati, a suo dire dipesi dalla cattiva manutenzione della rete fognaria comunale alla quale era allacciata quella del fabbricato. Il Comune eccepiva in rito il proprio difetto di legittimazione passiva per essere la strada, ove si era verificato l’evento dannoso, di proprietà privata e non comunale, chiedendo nel merito il rigetto della domanda. Il Tribunale, che dava corso alla istruttoria con l’espletamento di apposita consulenza tecnica d’ufficio, accoglieva la domanda per quanto di ragione e condannava il convenuto al risarcimento dei danni, come liquidati. Il Comune soccombente impugnava la sentenza dinanzi alla Corte di Appello che, però, confermava la sentenza del giudice di primo grado, di guisa rigettando il gravame. In particolare, con riferimento al primo motivo di appello, con il quale parte appellante si lamentava del fatto che il giudice di primo grado non avesse considerato che la fognatura condominiale della società attrice non riversava i liquami direttamente in quella comunale, bensì in una fognatura consortile che correva lungo un’area privata della quale il Comune non aveva la manutenzione, la Corte territoriale rilevava, coerentemente con quanto motivato dal primo giudice, che da una lettera, in atti, del 2000 risultava che il «Direttore della XIX Circoscrizione aveva comunicato all’avvocatura comunale che la fognatura in questione era in manutenzione al Comune di Roma, come risultava dall’effettuazione, proprio nel 1999, di lavori di eliminazione delle ostruzioni dalla fogna stessa; i lavori cui si riferiva la lettera erano successivi ai fatti di causa, per cui la lettera suindicata conteneva un riconoscimento, da parte del Comune, dell’esistenza di un obbligo di manutenzione a suo carico della fognatura che aveva determinato il danno, e tanto a prescindere dal percorso compiuto da questa prima di immettersi nella fognatura comunale». A nulla valeva la successiva nota del 2001 della medesima Circoscrizione con la quale si attestava che la Via Sirleto non era nella manutenzione del Comune, giacché faceva riferimento, secondo i giudici di merito, ad un obbligo di manutenzione di una strada e non di una condotta fognaria. Con riferimento al secondo motivo di appello, col quale il Comune aveva contestato la mancata adozione, da parte del Condominio della società danneggiata, di un sistema antirigurgito, la Corte territoriale osservava che, trattandosi di una eccezione sollevata solo in sede di memoria istruttoria, quale eccezione in senso stretto e non una mera deduzione difensiva, non avrebbe dovuto essere neppure presa in esame dal Tribunale che, in ogni caso, non aveva ritenuto fondata nel merito la questione. Al Comune, ancora una volta soccombente, non rimaneva che ricorrere alla Suprema Corte per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello, affidandosi a quattro motivi di impugnazione.

In motivazione. Gli Ermellini rilevano che i primi due motivi si appuntano sulla portata probatoria da attribuire alla lettera del 2000: (i) «Vi sarebbe violazione dell’art. 2730 cit. perché la dichiarazione proveniente dal funzionario del Comune non era chiara nella sua portata, potendo riferirsi sia alla conduttura comunale che a quella consortile privata di Via Sirleto»: (ii) facendosi riferimento nella lettera alla Via Zenatello, non poteva risultare individuabile il luogo del sinistro e la Corte d’appello non avrebbe compiuto alcuna indagine «tesa a verificare l’esistenza dell’errore ai fini di invalidare la dichiarazione». La Corte ritiene infondati i due motivi, anzitutto rilevando come essi sottendano ad un riesame del materiale probatorio, inammissibile in sede di legittimità. In ogni caso gli Ermellini non rinvengono, nella motivazione della Corte d’appello, incongruità o vizi logici, avendo svolto, con riferimento alla lettera del 2000, «un giudizio globale sul contenuto di quel documento e gli ha attribuito un certo significato nel quadro complessivo della vicenda. A tale risultato la Corte è giunta valutando anche il successivo documento dell’8 giugno 2001 avente la medesima provenienza, documento che è stato ritenuto non in contrasto con quello precedente, in quanto faceva riferimento ad un obbligo di manutenzione di una strada e non di una condotta fognaria».

La Corte ritiene infondato anche il terzo motivo – con cui si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2734 e 2730 cod. civ., oltre ad insufficienza ed illogicità della sentenza su un fatto decisivo per il giudizio – ripetitivo dei primi due, non essendo in discussione il profilo giuridico astratto del riparto dell’onere di manutenzione del tratto di fognatura in questione tra il Comune ed il consorzio del quale faceva parte il condominio all’interno del quale si è verificato il danno, avendo la Corte territoriale dato per riconosciuto, da parte del Comune di Roma, l’esistenza di un obbligo di manutenzione a suo carico.

Infine, con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la mancata considerazione, da parte della Corte territoriale, della mancanza di un sistema antirigurgito in relazione alla fognatura condominiale. Al riguardo gli Ermellini, inserendosi nel solco della giurisprudenza costante, sentenziano che «gli impianti fognari, da chiunque realizzati, una volta inseriti nel sistema delle fognature comunali, rientrano nella sfera di controllo dell’ente pubblico che, come custode, risponde, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., dei danni causalmente collegati alla cosa, salva la prova del fortuito; il concorrente apporto causale di un terzo, rilevante soltanto in sede di eventuale regresso, in base ai principi della responsabilità solidale, non vale a diminuire la responsabilità del custode nei confronti del danneggiato, salvo che non integri il fortuito (sentenza 19 marzo 2009, n. 6665)».

Non può neppure ipotizzarsi un concorso di colpa del condominio per la mancata presenza di un sistema antirigurgito, circostanza che l’Amministrazione comunale potrà semmai far valere in un eventuale giudizio di regresso promosso da Roma Capitale nei confronti del condominio.

In conclusione, i danni devono essere risarciti dal Comune che può andare esente da colpe quando dimostri l’imprevedibilità e inevitabilità del caso (c.d. ‘caso fortuito’).

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Energia. il t.a.r. lombardia sospende in via cautelare gli aumenti delle bollette

Energia. il t.a.r. lombardia sospende in via cautelare gli aumenti delle bollette di luce e gas scattati il primo luglio

T.A.R. Lombardia, Sez. II, decreto cautelare del 19.07.2016, n. 911

A fronte dei rincari sulle bollette di luce e gas varati dalla Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas ed il Sistema Idrico a partire dal terzo trimestre, ovverosia dall’1 luglio 2016, il Codacons (ma le proteste erano state sollevate anche da Coldiretti per il conseguente disagio nei confronti delle imprese agricole) ha proposto il ricorso, denunciando speculazioni dei grossisti sul mercato.

Il ricorso è stato accolto dal T.A.R. Lombardia, con il decreto cautelare in commento, che, per l’effetto, ha sospeso l’efficacia della deliberazione AEEGSI n. 354/2016/R/EEL del 28 giugno 2016, mandando la trattazione in sede collegiale della istanza cautelare alla camera di consiglio del 15 settembre 2016.

Il 28 giugno scorso l’Autorità, dopo i ribassi registrati nei primi due trimestri dell’anno, ha deciso i rincari, per il terzo trimestre, stimati, prendendo ad esempio la famiglia-tipo, ovvero quella che in media consuma 2.700 kWh all’anno di energia elettrica e 1.400 metri cubi annui di gas, per il 4,3% per l’elettricità e per l’1,9% per il gas, giustificati dall’aumento della componente di approvvigionamento, condizionata dal rialzo delle stime per i costi della materia prima, nonché per l’aumento dei costi di dispacciamento, ovvero quelli sostenuti da Terna (Gestore della rete) per mantenere in equilibrio il sistema.

Mentre annunciava l’aggiornamento delle condizioni economiche, la stessa Autorità per l’energia elettrica, il gas e i servizi idrici ha denunciato tuttavia «strategie  anomale  adottate  da  diversi  operatori  sul  mercato all’ingrosso dell’energia elettrica che hanno  portato ad un rilevante aggravio di costi per il sistema e a una alterazione del normale meccanismo di formazione dei prezzi nei mercati», dichiarando di aver avviato provvedimenti sanzionatori nei confronti di questi operatori, a cui è stata intimata la cessazione immediata delle condotte anomale ancora in corso configurabili come abusi di mercato, ritenendo peraltro di nascondere ai cittadini l’elenco dei grossisti accusati di condotte illecite, così omettendo di rendere pubblico l’elenco degli operatori coinvolti.

Sulla base di detti sospetti, il Codacons, che ha altresì depositato un esposto presso le Procure di Roma e Milano, «chiedendo di indagare per il reato di truffa aggravata e aggiotaggio», ritenuto che “Questo significa che le tariffe di luce e gas sono aumentate per effetto di un crimine e di condotte illecite e non certo per il normale andamento del mercato, circostanza vietata nel nostro paese e che avrebbe dovuto portare l’Autorità dell’energia a sospendere qualsiasi incremento per l’elettricità e per il gas», ha avviato in Lombardia (e ai primi di luglio nel Lazio) una class-action in favore degli utenti dell’energia residenti in regione, ed ha proposto ricorso al T.A.R. chiedendo l’annullamento degli aumenti.

Ed ecco la vittoria, in sede cautelare, niente affatto scontata.

Si legge nel decreto cautelare, «Considerato che, pure alla stregua di quanto enunciato in atti impugnati dall’Autorità convenuta sembra ragionevolmente emergere l’ascrivibilità del nuovo prezzo unitario dell’Energia Elettrica a carico dell’utente finale a comportamenti economicamente non lineari posti in essere da vari operatori nell’ambito del servizio del dispacciamento dell’energia elettrica stessa e che, proprio alla stregua di ciò, la medesima Autorità ha dato avvio (delibera 342/2016/E/EEL del 24 giugno 2016) ad un procedimento, in relazione ai detti casi di non linearità commerciale ed economica, che risulta volto all’adozione di idonee misure prescrittive alla luce anche della possibile insistenza di potenziali abusi nel relativo mercato; Rilevato che tale procedura è in corso e che perciò sembra opportuno che solo alle relative conclusioni possano essere ridefiniti quegli aumenti percentuali già posti a carico dell’utente finale a decorrere dall’1 luglio del c.a. – intervenuti questi come rideterminazione del citato nuovo prezzo unitario a carico di quest’ultimo – senza conoscere, alla data del 28 giugno 2016, se effettivamente i relativi aumenti percentuali possano essere legittimamente ascritti all’utente finale stesso; Osservato che, allo stato, tutto ciò determina, in relazione alle emanande singole fatture, un immanente danno grave ed irreparabile soprattutto per la vastissima platea che compone i singoli utenti finali (per lo piè famiglie ed utenti non gestori di attività produttive, percettori di bassi redditi) e che, d’altro canto, i relativi aumenti se dimostrati legittimi, potranno essere agevolmente recuperati nell’ambito degli ulteriori sistemi di fatturazione attraverso idonee ed eque modalità di prelievo», vengono riservate al Collegiale le questioni istruttorie, di accesso e di rito, così sospendendo i giudici amministrativi in via cautelare gli aumenti di luce e gas.

Dal canto suo, l’Autorità per l’energia, preso atto del decreto cautelare monocratico del T.A.R. Lombardia, ritiene che sussistano i presupposti per proporre, attraverso l’Avvocatura dello Stato, immediata istanza di revoca dello stesso decreto, in quanto la decisione del T.A.R., afferma in una nota l’Autorità, «si basa su un ricorso che presenta un’erronea rappresentazione degli elementi di fatto e di diritto».

Il Ministero dello Sviluppo Economico sollecita la necessità che si faccia «al più presto chiarezza sui fatti e sui possibili comportamenti speculativi che hanno portato ad un aumento anomalo dei costi di dispacciamento negli ultimi mesi».

Restiamo in fiduciosa attesa.

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Accertamento infrazione con photored. multa nulla in assenza della municipale

Giudice di Pace di Lecce, Sez. Civ., 14.04.2016, n. 1809

Prendere una multa capita a tanti, se non a tutti. Vediamo, con il commento della decisione del Giudice di Pace n.1809/2016, quando la contestazione della infrazione presenta una concreta possibilità di successo.

Il fatto di specie riguarda il rilevamento dell’infrazione a mezzo di apparecchiatura ad infrarossi, c.d. photored, nell’attraversamento della intersezione stradale con semaforo rosso. Si ricorda a riguardo che i photored non sono altro che i dispositivi fotografici posizionati in prossimità dei semafori, sul ciglio della carreggiata, posizionati poco prima del semaforo o sopra il semaforo stesso.

Con ricorso ex art. 22 della legge  n. 689/1981, l’automobilista [X] proponeva opposizione avverso il verbale elevato dalla Polizia Municipale con il quale veniva contestata la violazione di cui all’art. 146, comma 3, CdS [«Il conducente del veicolo che prosegue la marcia, nonostante che le segnalazioni del semaforo o dell’agente del traffico vietino la marcia stessa, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 150 a euro 599»].

Il Giudice di Pace di Lecce ha ritenuto il ricorso meritevole di accoglimento sulla base delle seguenti motivazioni.

«Il Legislatore ha inteso garantire che tale accertamento differito avvenga con l’osservanza di precise cautele e, quindi, attraverso l’utilizzo di dispositivi o apparecchiature omologate ovvero approvate per il funzionamento in modo completamente automatico che siano direttamente gestiti dagli organi di polizia stradale». Per il Giudice di Pace il verbale della polizia non appare esaustivo là dove richiama puramente e semplicemente l’apparecchio utilizzato – V – RED 2.1 – I – ed il relativo decreto di omologazione senza alcun riferimento alle sue caratteristiche tecniche e, ancor di più, al certificato di taratura.

Osserva il Giudice di Pace che il Comune, costituendosi in giudizio, si limita a ribadire la regolarità dell’accertamento, chiedendo il rigetto del ricorso.

Il Giudice salentino rileva al riguardo che la presenza degli agenti è necessaria perché ci potrebbero essere elementi «che non legittimano l’infrazione, ma che certamente la giustificano, o meglio, potrebbero giustificarla» di guisa risultando evidente che la presenza del vigile, «oltre a cogliere de visu situazioni particolari», sarebbe in grado di mettere nell’immediatezza a verbale le ragioni dei comportamenti ascrivibili ad una condotta antidoverosa da parte dell’automobilista. Richiamando la giurisprudenza di legittimità (Cass. Civ., Sez. II, n.27414/2009, ed in senso conforme altra sentenza di legittimità, sempre della Sez. II, n.558/2008), il giudice salentino rileva la distinzione tra il caso di rilevamento della velocità a mezzo di apparecchiatura tipo autovelox e il rilevamento della velocità a mezzo di photored, consentendo solo il primo, e non già il secondo, la contestazione differita dell’infrazione nel caso di attraversamento di un incrocio con luce semaforica rossa. «Infatti, in quest’ultimo caso l’assenza non occasionale di agenti operanti non appare consona all’utilizzazione di un apparecchio di rilevamento automatico, né appare superabile alla luce del disposto dell’art. 384 regolamento di esecuzione del codice della strada, atteso che tale norma è di natura regolamentare e secondaria rispetto alla disposizione legislativa, che prevede comunque come regola generale la contestazione immediata, e non contempla affatto l’assenza di agenti sul posto».

Ad ogni buon conto, giova segnalare che l’impiego dei photored sotto il costante controllo di un operatore della polizia stradale è richiesto da apposita circolare del Ministero dei Trasporti [n. 300/a/1/43252/144/5/20/3 del 30.06.2005].

Come stabilito dai Giudici di Piazza Cavour [sent. n. 11184/2001], in tema di violazioni del codice della strada, la contestazione immediata ha un rilievo essenziale per la correttezza del procedimento sanzionatorio e svolge funzione strumentale rientrando nel diritto di difesa del trasgressore, e può essere giustificata soltanto nel caso di impossibilità oggettiva che, peraltro, deve essere espressamente riportata nel verbale.

Spese di giudizio interamente compensate per la peculiarità della materia trattata e delle argomentazioni esposte.

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Multa salata per chi lascia il motore acceso aria condizionata

Multa salata per chi lascia il motore acceso, con l’auto ferma, per consentire il funzionamento dell’impianto di condizionamento d’aria

A chi non è capitato, specie in tempi di gran caldo, di fermarsi con la propria auto lasciando la vettura accesa sì da consentire il funzionamento dell’impianto di condizionamento d’aria ? Allora è bene sapere che un comportamento del genere può costare caro.

A stabilirlo, l’art. 157, comma 7-bis del Codice della Strada secondo cui “È fatto divieto di tenere il motore acceso, durante la sosta del veicolo, allo scopo di mantenere in funzione l’impianto di condizionamento d’aria nel veicolo stesso; dalla violazione consegue la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 218 a euro 435” [importi così adeguati dall’art. 1, comma 1, D.M. 16 dicembre 2014, a decorrere dal 01.01.2015], comma inserito dal decreto-legge n. 117/2007, convertito con legge n. 160/2007, modificato dalla legge 29 luglio 2010, n. 120 ( G.U. n. 175 del 29 luglio 2010 suppl. ord.), pensato per tutelare l’ambiente, con l’intento cioè di abbassare le emissioni ambientali dei gas di scarico dei veicoli.

Nel 2010 ne era stata proposta l’abrogazione, circostanza non avvenuta residuando tuttavia il divieto alla sola sosta e non alla fermata, come risulta dalla circolare del 12 agosto 2010 del Ministero dell’Interno (Circ. 12 agosto 2010, Prot. n.300/A/11310/10/101/3/3/9) secondo cui : «Per effetto delle modifiche al comma 7-bis dell’art. 157 del c.d.s., il divieto di tenere il motore acceso allo scopo di far funzionare l’impianto di condizionamento d’aria, è stato limitato alla sosta e non più anche alla fermata del veicolo».

Con riferimento alla distinzione tra ‘sosta’ e ‘fermata’, è lo stesso art. 157, al primo comma, ad offrire gli opportuni chiarimenti.

Ovverosia: «1. Agli effetti delle presenti norme:

  1. a) per arresto si intende l’interruzione della marcia del veicolo dovuta ad esigenze della circolazione;
  2. b) per fermata si intende la temporanea sospensione della marcia anche se in area ove non sia ammessa la sosta, per consentire la salita o la discesa delle persone, ovvero per altre esigenze di brevissima durata. Durante la fermata, che non deve comunque arrecare intralcio alla circolazione, il conducente deve essere presente e pronto a riprendere la marcia;
  3. c) per sosta si intende la sospensione della marcia del veicolo protratta nel tempo, con possibilità di allontanamento da parte del conducente;
  4. d) per sosta di emergenza si intende l’interruzione della marcia nel caso in cui il veicolo è inutilizzabile per avaria ovvero deve arrestarsi per malessere fisico del conducente o di un passeggero».

In altri e più chiari termini, per ‘fermata’ si intende la temporanea sospensione della marcia, anche se in area ove non sia ammessa la sosta, per consentire la salita o la discesa delle persone, ovvero per altre esigenze di brevissima durata, alla presenza del conducente, che non si deve ma allontanare dall’auto in guisa pronto a riprendere la marcia e, in ogni caso, avendo cura di evitare di arrecare intralcio alla circolazione; per ‘sosta’ si intende la sospensione della marcia del veicolo protratta nel tempo, con possibilità di allontanamento da parte del conducente.

Allora, dobbiamo morire di caldo ? La risposta è si, evitando così di danneggiare oltremodo l’ambiente !

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L’acquisto dell’auto di lusso a rate non fa cadere l’accertamento

L’acquisto dell’auto di lusso, nonostante sia fatto a rate, non fa cadere l’accertamento a carico del contribuente

Cass. Civ., Civ. Ord. Sez. VI, 14.07.2016 n. 14405

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, affidato ad un unico motivo, nei confronti di un contribuente, avverso la decisione resa dalla Commissione Tributaria Regionale della Liguria che aveva annullato integralmente l’atto impositivo basato sul redditometro, tenuto conto che i beni acquistati erano rappresentati da un appartamento ad uso abitazione principale e da un’autovettura acquistata nel 2007, con un finanziamento bancario, tali appunto da fare ritenere «il reddito presunto …. esente, in relazione all’alloggio per natura dello stesso e per la vettura perché alimentato da indebitamento».

Gli Ermellini, contrariamente a quanto affermato dai giudici di merito, richiamano l’art. 38 del D.P.R. n. 600 del 1973 (disciplinante, fra l’altro, il metodo di accertamento sintetico del reddito), nel testo vigente ratione temporis (tra la legge  n. 413/1991 e il D.L. n. 78/2010, convertito in legge n. 122/2010), con la precisazione seguente: «In sostanza, il dettato del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, prevede che il controllo della congruità dei redditi dichiarati venga effettuato partendo da dati certi ed utilizzando gli stessi come indici di capacità di spesa, per dedurne, avvalendosi di specifici e predeterminati parametri di valorizzazione (c.d. redditometro), il reddito presuntivamente necessario a garantirla. Quando il reddito determinato in tal modo si discosta da quello dichiarato per almeno due annualità, l’ufficio può procedere all’accertamento con metodo sintetico, determinando il reddito induttivamente e quindi utilizzando i parametri indicati, a condizione che il reddito così determinato sia superiore di almeno un quarto a quello dichiarato».

Quindi, prosegue la Suprema Corte, sulla scia di un recente precedente giurisprudenziale (Cass. 8995/2014) «a fronte di un accertamento induttivo sintetico D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38 norma del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, tuttavia la citata disposizione prevede anche che “l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”. La norma chiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte), e, pur non prevedendo esplicitamente la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere)».

In conclusione, in tema di redditometro, l’acquisto dell’auto di lusso, nonostante sia fatto con il finanziamento, non fa venir meno l’accertamento a carico del contribuente. Spetta al cittadino dimostrare, con idonea documentazione, ciò che peraltro nel caso di specie non ha fatto, l’entità  reale del reddito diverso da quello presuntivamente accertato.

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Una Italia sempre più povera

L’ISTAT ha diffuso oggi il report che ci parla di un’Italia sempre più povera, anche al Nord, specie per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri.

Stimate in un milione e 582mila le famiglie e in 4 milioni e 598mila le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta: è il numero più alto dal 2005.

Ma cosa significa vivere in condizioni di povertà assoluta nel 2016? Vuol dire, ad esempio, vivere con soli 800 euro al mese al nord, e 500 euro al mese al sud. Vuol dire non riuscire ad accedere ad alcuni fabbisogni essenziali, quali : (i) alimentazione adeguata, (ii) disponibilità di un’abitazione e (iii) del minimo necessario per vestirsi, informarsi, istruirsi, comunicare, mantenersi in buona salute.

I più penalizzati sono i giovani, chi vive nelle grandi città e le famiglie numerose, mentre resistono i pensionati.

Messi tutti insieme questi oltre 4 milioni di persone abitano il Comune dell’Italia più popoloso: quello della vergogna.

E nella città dei poveri la ripresa stenta ad arrivare e non arriva neppure l’assistenza.

I commenti sono gravi ed allarmanti: «Una vergogna nazionale, che dimostra come in questi anni non si sia fatto nulla per ridurre le diseguaglianze e aiutare chi ha più bisogno», afferma l’Unione nazionale dei consumatori. «I dati sulla povertà diffusi oggi dall’Istat umiliano l’Italia e gli italiani e dimostrano l’esigenza di interventi concreti per salvare migliaia di famiglie dal baratro», commenta il Codacons. Federconsumatori e Adusbef parlano di «bollettino di guerra».

Dati alla mano, dunque, pensiamoci bene quando, con molta leggerezza, dichiariamo che le cose in Italia vanno bene, o che la situazione sta migliorando!

Ci dovrebbe essere più serietà quando si pronunciano certe parole, come quelle del ministro dell’Economia Padoan: «Il governo è impegnato a migliorare le condizioni di vita dei cittadini e a creare occupazione, che è il primo strumento di contrasto delle disuguaglianze, il nostro impegno non ha precedenti negli ultimi 20 anni».

Visti i dati resi noti oggi….proprio un bel risultato!