Mese: giugno 2016

cartella-prescrizione-assistenza-legale-roma

Equitalia. le ‘cartelle amiche’

Oggi nel web, su vari siti e varie testate giornalistiche, non si fa che parlare delle ‘cartelle amiche’ di Equitalia, che saranno inviate ai contribuenti da parte della neonata Equitalia Servizi di Riscossione S.p.A., costituita attraverso la fusione per incorporazione di Equitalia Nord S.p.A., Equitalia Centro S.p.A. e Equitalia Sud S.p.A., operativa da domani, 1 luglio 2016. Circa 300mila contribuenti, pertanto, festeggeranno così l’evento.

Cerchiamo allora di comprendere meglio in che consistono le ‘cartelle amiche’, anche perché l’argomento Equitalia è sempre molto delicato e cattura facilmente, spesso con apprensione, l’attenzione dei contribuenti.

In sostanza: chi ha debiti nei confronti del fisco e non ha mai attivato un piano di rateizzazione, nelle prossime settimane riceverà una cartella contenente alcune proposte di rateizzazione – che non saranno inferiori ad un anno, potendo tuttavia arrivare fino ad un massimo di 72 rate per gli importi maggiori – con le quali il contribuente debitore, se lo vorrà, potrà scegliere come, ed in quante rate, saldare il proprio debito. L’istanza varrà solo per i debiti inferiori a 50.000 euro (ma non sotto i 600 euro). A titolo esemplificativo, un debito di 1.800 euro potrà essere pagato in 6 anni con una rata mensile di 25 euro, oppure si potrà scegliere, barrando la corrispondente casella, un piano a 12 rate di 150 euro ciascuna. In base al piano scelto, vi saranno poi da calcolare gli interessi di spettanza dell’ente creditore.

Il progetto, partito in fase sperimentale nel febbraio scorso, con riferimento alle città di Varese, Firenze e Lecce, valutato positivamente dai tecnici, ora è in arrivo in tutta Italia, Sicilia esclusa in quanto Equitalia Servizi di riscossione Spa opererà su tutta Italia ma non in Sicilia; esso è stato voluto dall’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, che spiega, che «A volte l’impatto può essere profondamente negativo e la non conoscenza di alcuni strumenti che vengono incontro al contribuente può provocare angoscia e confusione. Per questo abbiamo voluto inserire nella cartella uno strumento chiaro, in cui sono indicate le varie possibilità per poter pagare a rate il proprio debito. Vogliamo fare il possibile per ridurre al minimo la burocrazia e dialogare con una società che rappresenta l’ultima occasione per mettersi in regola».

Il contribuente, nel caso voglia aderire alla rateizzazione, dovrà, dopo aver barrato le caselle per determinare numero delle rate e consistenza dell’importo, firmare il modulo e presentarlo allo sportello o, in alternativa, inviare la richiesta a mezzo P.E.C. (posta elettronica certificata) o a mezzo raccomandata a.r..

Se anche definirle ‘amiche’ sembra quasi una canzonatura, non si può mettere in dubbio l’intento, con dette cartelle, di voler andare incontro ai contribuenti morosi, affinché possano, come indicato, mettersi in regola.

condominio-riforma-assistenza-legale-roma

Condominio. con la riforma è possibile suddividere in due unità l’appartamento

Condominio. con la riforma è possibile suddividere in due unità l’appartamento  sempre che il regolamento non lo vieti

Corte di Cassazione, sez. II civ., 24.06.2016, n. 13184

La fattispecie all’esame della Suprema Corte. Il Tribunale, adìto in primo grado dal Condominio, in accoglimento della domanda avanzata nei confronti di una condomina, che aveva distinto l’appartamento di sua proprietà in due unità immobiliari nonché soprelevato il lastrico solare, dichiarava illegittime la suddivisione e la sopraelevazione. Proposto appello, il giudice di secondo grado, in parziale riforma della decisione impugnata, rigettava la domanda relativamente alla soprelevazione ma confermava la illegittimità della suddivisione dell’appartamento. I Giudici territoriali, infatti, ritenevano: (i) la suddivisione in due unità immobiliari dell’appartamento non poteva non essere illegittima, prevedendo il regolamento condominiale un edificio costituito da sole 14 unità immobiliari; (ii) la creazione di un altro appartamento non avrebbe potuto non comportare, in caso di vendita futura, l’incremento del numero dei condomini, con un possibile pregiudizio sull’utilizzo dei beni e dei servizi comuni; (iii) l’aumento del numero dei condomini avrebbe deprezzato il valore dell’edificio; (iv) sarebbe risultata negativa l’incidenza su costituzione e funzionamento dell’assemblea condominiale.

Nonostante le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale siano state per il rigetto del ricorso, gli Ermellini lo accolgono per le motivazioni di seguito illustrate.

«L’art. 1122 c.c., nel testo ratione temporis applicabile», precisa la Suprema Corte, «disciplina l’ipotesi in cui il condomino realizzi opere e innovazioni nella proprietà esclusiva: consente l’esercizio dei poteri dominicali sempreché non arrechi pregiudizio alle parti comuni (e comunque nel rispetto dell’altrui proprietà esclusiva del vicino). Il condomino ha il diritto di godere e disporre dell’appartamento, apportandovi modifiche o trasformazioni che ne possano migliorare la utilizzazione, con il limite di non ledere i diritti degli altri condomini (Cass.2493/1967;2683/1980)». In altri e più chiari termini, al fine di verificare la legittimità dell’intervento edilizio compiuto nell’appartamento, occorre accertare se tale intervento arrechi, o possa arrecare, pregiudizio all’utilizzazione e al godimento delle cose comuni che spetta ai comproprietari. Le motivazioni del Tribunale che hanno ritenuto illegittima la suddivisione dell’appartamento si fondano, ritengono gli Ermellini, su mere ipotesi, senza la verifica in concreto della effettiva incidenza che l’aumentato numero di condòmini avrebbe determinato sull’uso delle cose comuni: «sarebbe stata necessaria una indagine che avesse tenuto necessariamente conto della ubicazione, della struttura e delle dimensioni dell’edificio condominiale con la descrizione in particolare delle parti comuni, in modo da accertare la potenziale compromissione dei diritti degli altri condomini per effetto del concorrente uso di un ulteriore nucleo familiare; il che non potrebbe desumersi dalla menzione nel regolamento condominiale contrattuale della (mera) esistenza di sole 14 unità, senza che sia stato in alcun modo accertata alcuna prescrizione vincolante o, meglio, alcun divieto di suddivisione degli appartamenti».

Infine, circa l’eventuale incidenza negativa sulla costituzione e sul funzionamento dell’assemblea di condominio, la Suprema Corte, interpretando in senso evolutivo la relativa disciplina, giusta le novità introdotte dalla legge di riforma del condominio n. 220/2012, seppure inapplicabile al caso di specie, afferma che, secondo il nuovo art. 69 disp. att. c.c., è consentita la revisione delle tabelle millesimali per le mutate condizioni di una parte dell’edificio, ovverosia quando, a seguito di sopraelevazione, di incremento di superficie o di incremento delle unità immobiliare, è alterato per più di un quinto il valore proporzionale della unità immobiliare.

In conclusione, secondo gli Ermellini, previamente ed anzitutto accertando che il regolamento condominiale non vieti la suddivisione delle unità immobiliari, sarà necessaria ed opportuna una indagine che tenga conto di ubicazione, struttura e dimensioni dell’edificio per verificare il peso dell’eventuale uso maggiormente intensificato della cosa comune. E se la suddivisione si attua nel rispetto del diritto degli altri condomini, non potrà che essere legittima.

Parola al giudice del rinvio.

mensa-pasto-alunni-legale-assistenza-roma

Gli alunni di elementari e medie possono portarsi il pasto da casa

Corte di Appello di Torino, Sez. I Civ., 21.06.2016 n. 1049

«La Corte d’Appello di Torino, finalmente, ha accolto la nostra domanda e per la prima volta in Italia ha accertato la sussistenza del diritto di scelta faticosamente rivendicato».

Così si esprime, con soddisfazione, sulle pagine di facebook, il legale dei genitori che avevano avviato una azione giudiziale per il caro-mensa, dopo il deposito della sentenza della Corte di Appello che, aggiunge lo stesso legale, «ha poi rimarcato il fatto per cui il servizio di refezione scolastica previsto dal D.M. 31 dicembre 1983, è un servizio locale a domanda individuale, facoltativo per l’utente, che non può mai diventare obbligatorio e, quindi, non essendo ipotizzabile il digiuno degli studenti, occorre rinvenire una soluzione. Quindi le scuole dovranno garantire la realizzazione, a livello organizzativo, della possibilità di consumare il pasto portato da casa».

Procediamo con ordine.

Centinaia di genitori (con esattezza n.583 famiglie), per protesta contro l’aumento delle tariffe della mensa, calcolate per fasce in base ai parametri Isee, avviavano una azione legale nei confronti di una scuola primaria torinese, rivolgendosi al Tribunale Amministrativo Regionale che si era però dichiarato incompetente a decidere sulla sussistenza o meno di un diritto a portarsi il pranzo preparato a casa, demandando la questione al giudice ordinario.

I genitori, in numero di 150, adìvano il Tribunale, attraverso il procedimento sommario di cognizione ex art. 702 bis, c.p.c., affinché, tra l’altro, «accertasse il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica ed il pasto domestico, ed, in particolare, il proprio diritto a che venisse consentito ai minori la possibilità di consumare il secondo all’interno dei locali adibiti a mensa della scuola nell’orario destinato alla refezione».

Il Tribunale, con ordinanza, rigettava tali domande. Parte degli attori in primo grado interponeva appello avverso tale ordinanza.

La Corte di appello ha accolto le domande degli appellanti, con una sentenza destinata a diventare un precedente in tutta Italia, precisando che il “tempo mensa” fa parte dell’offerta didattica.

La Corte di Appello, partendo dalle previsioni dell’art. 34, secondo comma, della Costituzione, secondo cui «L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita», precisa che il contenuto di tale diritto si è modificato nel corso del tempo e, basandosi sulla circolare n. 29 del 05.03.2004 del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, quello che viene definito «tempo scuola» non comprende soltanto attività strettamente didattiche ma altresì un momento di socializzazione come il pranzo: «i servizi di mensa sono necessari a garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche e vengono erogati utilizzando l’assistenza “educativa” (N.B.: e non una mera attività di “sorveglianza”) del personale docente che si intende riferita anche al tempo riservato al dopo mensa».

I giudici quindi precisano che il diritto all’istruzione primaria non corrisponde più al solo diritto di ricevere cognizioni, «ma in modo più ampio al diritto di partecipare al complessivo progetto educativo e formativo che il servizio scolastico deve fornire nell’ambito del “tempo scuola” in tutte le sue componenti e non soltanto a quelle di tipo strettamente didattico».

Ed allora, se restare a scuola nel servizio di mensa è un diritto, il servizio di refezione scolastica non può costituire un obbligo. «La facoltatività rappresenta, dunque, una caratteristica intrinseca di tale servizio che non può mutare a seconda delle circostanze così da farlo diventare obbligatorio e non facoltativo».

Il Tribunale aveva sostenuto che ciascun genitore poteva scegliere di non usufruire del servizio, optando per l’orario strutturato sul modulo anziché per il tempo pieno, ovvero prelevando il figlio a scuola durante il tempo della mensa e riaccompagnandolo successivamente.

La Corte di Appello, a riguardo, precisa che in tal modo «risulterebbe leso il diritto di partecipare al “tempo mensa” quale segmento del complessivo progetto educativo ovvero – fruendo della refezione scolastica per necessità ed in assenza di alternativa – si trasformerebbe, come si è detto, il relativo servizio in servizio obbligatorio. Deve, pertanto, conclusivamente ritenersi che il diritto vantato dagli appellanti – ancorché non espressamente previsto da una norma specifica – sia comunque desumibile dall’ordinamento costituzionale e scolastico nei termini di cui si è appena detto».

Per la novità delle questioni trattate, in assenza di precedenti, le spese per i due gradi di giudizio sono state integralmente compensate.

***      ***      ***

Su Facebook, esattamente alla pagina dell’Avv. Giorgio Vecchione (Caro Mensa Torino), sono dettate le istruzioni su come dare attuazione alla sentenza sopra commentata della Corte di Appello di Torino. Dette istruzioni vengono di seguito riportate pedissequamente, sollecitando un preciso controllo nei punti in cui si fa riferimento alla realtà locale (A.S.L.).

«Spett.le

Dirigente scolastico

__________________

Istituto __________________

Via ___________ Città

 

(raccomandata r.r. o consegna a mani)

Oggetto: Esonero dal servizio di refezione scolastica comunale – A.S. 2016/2017 -Comunicazione di esercizio del diritto al consumo del pasto domestico in orario scolastico presso l’istituto – diffida a predisporre ed organizzare locali scolastici a tal fine.

 

Gentile Dirigente,

PREMESSO CHE

la Corte di Appello di Torino, con la Sentenza n. 1049 del 19 aprile 2016, pubblicata in data 21 giugno 2016, definitivamente pronunciando, senza alcuna distinzione tra tempo pieno e modulo, HA ACCERTATO IL DIRITTO DEI GENITORI DI SCEGLIERE, PER I PROPRI FIGLI, TRA LA REFEZIONE SCOLASTICA COMUNALE ONEROSA ED IL PASTO DOMESTICO da consumarsi nell’ambito delle singole scuole e nell’orario destinato alla refezione.

La Corte di Appello, visto l’art. 34, primo comma, della Costituzione, che prevede il diritto all’istruzione, obbligatoria e gratuita, ha richiamato la Circolare del MIUR n. 29 del 5 marzo 2004, sottolineando come il primo ciclo costituisca la prima fase in cui si realizza il diritto-dovere non solo all’istruzione, ma anche alla formazione; l’orario annuale delle lezioni nel primo ciclo di istruzione comprende: (a) un monte ore obbligatorio; (b) un monte ore facoltativo opzionale; (c) eventualmente l’orario riservato all’erogazione al servizio di mensa e di dopo mensa.

Ha sottolineato la Corte che i tre segmenti orari rappresentano il tempo complessivo di erogazione del servizio scolastico, che non vanno considerati e progettati separatamente, ma concorrono a costituire un modello unitario del processo educativo.

I servizi di mensa sono necessari a garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche e vengono erogati utilizzando l’assistenza “educativa” (non una mera attività di “sorveglianza”) del personale docente che si intende riferita anche al tempo riservato al dopo mensa, ciò anche nella scuola secondaria di primo grado ove si parla ormai di “tempo scuola”, che comprende non soltanto le attività strettamente didattiche. Il servizio scolastico si svolge attraverso tutti i previsti “segmenti orari”, compreso il tempo-mensa.

Ne consegue che il diritto all’istruzione primaria non corrisponde più al solo diritto di ricevere cognizioni, ma in modo più ampio al diritto di partecipare al complessivo progetto educativo e formativo offerto dal servizio scolastico nell’ambito del “tempo scuola”.

Per quanto concerne il tempo mensa, quindi, la Corte di Appello ha chiaramente sancito il principio per il quale il permanere presso la scuola nell’orario della mensa costituisce un diritto soggettivo perfetto perché costituisce esercizio del diritto all’istruzione.

Il servizio di refezione scolastica previsto dal D.M. 31 dicembre 1983, è un servizio locale a domanda individuale, facoltativo per l’utente, che non può mai diventare obbligatorio, ma che si deve armonizzare con il principio per il quale non è ipotizzabile il digiuno degli studenti.

La Corte di Appello ha riformato espressamente la precedente decisione del Tribunale di Torino nella parte in cui “suggeriva” ai genitori di prelevare il figlio da scuola durante il tempo della mensa per riaccompagnarlo successivamente, poiché in tal modo viene ad essere leso il diritto di partecipare al “tempo mensa” quale segmento del complessivo progetto educativo.

Conclusivamente, la Corte, ha ritenuto che il diritto di scelta, ancorché non espressamente previsto da una norma specifica, sia comunque desumibile dall’ordinamento costituzionale e scolastico, in tutti i casi in cui sia previsto il “tempo mensa”, quale specifico segmento orario dell’offerta formativa e, per l’effetto, ha espressamente accertato e scolpito il diritto di poter scegliere per tra la refezione scolastica ed il pasto domestico da consumarsi nell’ambito delle singole scuole e nell’orario destinato alla refezione.

CONSIDERATO

Che in merito alla concreta attuazione del diritto di scelta riconosciuto giudizialmente, la Corte di Appello ha ritenuto di non consentire, indiscriminatamente ed in termini generali, di consumare il pasto domestico nel locale refettorio scolastico, ma ha statuito che ciascun Istituto debba adottare, alla luce della concreta situazione logistica, idonee misure organizzative per consentire l’esercizio del diritto, avente fondamento costituzionale, che comporta, come conseguenza, un obbligo specifico dell’Amministrazione scolastica.

Che durante il tempo mensa, ove previsto, i minori non possono legittimamente uscire da scuola, anche se prelevati dai genitori, perché il tempo mensa fa parte del tempo scuola.

Che tutti gli alunni, in egual misura, hanno diritto ad usufruire del piano di offerta formativa nella sua interezza ed alla sorveglianza e all’assistenza educativa durante il pranzo, a prescindere dalla fruizione o meno del servizio di refezione comunale;

Che ad oggi, non esiste alcun divieto nella normativa vigente – né nazionale né, regionale, né europea – che inibisca un uso promiscuo dei refettori scolastici tale da vietare, all’interno di questi, il consumo di alimenti forniti dalle ditte di ristorazione o dalle famiglie e che, quindi, almeno in termini generali, ciò dovrebbe essere consentito, salvo che da parte di codesta dirigenza non vengano indicate specifiche norme, leggi e regolamenti che vietino l’uso promiscuo dei refettori.

Che solo in questo caso sarà legittimo ed ammissibile da parte di questo Istituto rinvenire, motivatamente, altri e diversi locali ove far consumare i pasti domestici.

Considerato, quindi, che a mero titolo di suggerimento, al fine di prevenire qualsiasi (seppur inesistente) rischio di contaminazione tra alimenti, il personale di assistenza potrà agevolmente predisporre all’interno del refettorio aree separate destinate a chi decide di consumare il proprio pasto domestico in alternativa a quello del servizio comunale, così come già viene fatto (o dovrebbe essere fatto) per i soggetti allergici ed intolleranti o a dieta speciale che usufruiscono di una specifica prestazione nell’ambito del servizio pubblico di refezione scolastica.

Che l’ASL TO 1, espressamente interpellata sul punto, ha confermato l’inesistenza normative che impediscano un uso promiscuo dei refettori.

Che il Regolamento CE 852/2004, all’art. 1, non trova applicazione per le preparazioni domestiche di alimenti.

CONSIDERATO ANCORA CHE

l’assistenza durante il tempo mensa, non è solo una mera attività di “sorveglianza” ma è un’assistenza “educativa” che spetta al personale docente;

l’art. 10, comma 4, del D.Lgs. 19 febbraio 2004, n.59, quale dispone che l’organico scolastico ed il personale docente, ivi incluso il personale ATA, è formato anche per garantire “l’assistenza educativa nel tempo dedicato alla mensa e al dopo mensa” e che il secondo ha anche i compiti istituzionali di provvedere alla pulizia dei locali scolastici, ragion per cui eventuali ed ulteriori costi delle cooperative o altre associazioni di assistenza esterne, fino ad oggi fatti gravare sulle famiglie, rappresentano costi non dovuti dall’utenza, ma al più costi di cui si deve far carico l’Amministrazione scolastica;

TANTO PREMESSO

Noi sottoscritti _____________________________________________________ genitori e/o esercenti la potestà genitoriale e responsabili dell’obbligo scolastico dell’alunno/a _________________________ iscritto alla Scuola _________________________ nella classe______

COMUNICHIAMO

che a decorrere dal giorno _______________________, in corrispondenza dell’inizio dell’a.s. 2016/2017, si avvarranno della libera scelta di non usufruire del servizio di refezione scolastica comunale e di provvedere al pranzo del proprio figlio dotandolo di pasto preparato a casa, al contempo

INVITANDO E FORMALMENTE DIFFIDANDO

codesto Spett.le Istituto a provvedere affinché l’alunno ________________________________, nel fruire dell’offerta formativa scolastica, possa pranzare nello stesso orario e nello stesso luogo degli altri compagni di classe senza subire alcuna discriminazione e intimidazione, accettando al limite che allo stesso venga riservato un tavolo fisicamente separato e diverso all’interno dello stesso refettorio, come già viene fatto (o dovrebbe essere fatto) per i soggetti allergici ed intolleranti o a dieta speciale che usufruiscono di una specifica prestazione nell’ambito del servizio pubblico di refezione scolastica.

Solo e soltanto qualora dovesse essere motivatamente esclusa la predetta possibilità, alla luce di norme, leggi e regolamenti che chiediamo ci vengano mostrate ed illustrate (motivazione sulla quale ci riserviamo qualsiasi diritto di replica e valutazione), invitiamo codesta Spett.le Dirigenza a voler predisporre un idoneo ambiente diverso da quello della mensa, con contestuale garanzia del servizio di assistenza, vigilanza e pulizia dei locali da parte del personale istituzionalmente tenuto a detti servizi.

Qualunque impedimento in tal senso sarà oggetto di specifica valutazione in ordine a tutte le azioni, anche giudiziarie, che si rendessero necessarie sotto ogni profilo, civile, amministrativo e penale, a tutela e garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti.

Certi che vorrà adottare tutti gli strumenti necessari per assicurare la libera espressione e il rispetto delle scelte, e certo altresì che vorrà rigorosamente rispettare la legge, si porgono i migliori saluti.

Luogo, data

Firma/e

_______________________________»

serra-terrazzo-condominio-assistenza-legale-roma

Via dal terrazzo la serra autorizzata dal comune ma vietata dal regolamento condominiale

Corte di Cassazione, sez. III civ., ordinanza 22.06.2016, n. 12917

«Le autorizzazioni amministrative esauriscono la loro efficacia nell’ambito del rapporto pubblicistico tra P.A. e privato, senza estendersi ai rapporti tra privati, non potendo — neppure ai fini della legittimità di una innovazione ai sensi dell’art. 1120 comma 2 cod. civ. da compiersi nell’ambito di un condominio di edificio — incidere negativamente sulle posizioni soggettive degli altri condomini».

Alla attenzione degli Ermellini la vicenda che vedeva contrapposti un Condominio, in qualità di attore, e i proprietari di un appartamento sito nello stesso edificio, quali convenuti, citati al fine di vederli condannare alla rimozione della serra realizzata sulla terrazza del loro appartamento, in quanto vietata dal regolamento condominiale, nonché al ripristino dello stato dei luoghi. Il Tribunale accoglieva la domanda del Condominio con sentenza confermata dalla Corte di Appello. Ai proprietari dell’appartamento non è restato che adìre la Suprema Corte con ricorso affidato a quattro motivi.

In particolare, (i) con il primo motivo i ricorrenti deducevano l’omesso esame della Corte di Appello circa fatti decisivi per il giudizio, con riferimento alla mancata considerazione che la realizzazione della serra era stata autorizzata dalla locale amministrazione comunale; (ii) con il secondo motivo i ricorrenti lamentavano la violazione e falsa applicazione degli artt. 832-1117-1120 cod. civ., per avere la Corte di Appello ritenuto che la serra realizzata alterava la facciata esteriore dell’edificio; (iii) con il terzo motivo si deduceva la violazione e falsa applicazione dell’art. 132 cod. proc. civ., per avere la Corte di Appello omesso di motivare la ritenuta alterazione dell’aspetto architettonico dell’edificio e, infine, (iv) con il quarto motivo, si deduceva la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 55, cod. civ., in relazione all’interpretazione del regolamento condominiale da parte dei giudici di merito.

Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso per le motivazioni di seguito riportate.

La Suprema Corte rileva la correttezza e congruità della motivazione della Corte territoriale che, nel caso di specie, aveva sottolineato che la serra aveva «dimensioni molto rilevanti, tanto da apparire come un prolungamento dei locali interni dell’unità immobiliare delle condomine», e «insiste sulla facciata, incidendo sull’aspetto della stessa». A nulla, pertanto, poteva valere l’autorizzazione amministrativa che esaurisce la propria efficacia nell’ambito del rapporto pubblicistico tra P.A. e privato, senza estendersi ai rapporti tra privati, non potendo — neppure ai fini della legittimità di una innovazione ai sensi dell’art. 1120 comma 2 cod. civ. da compiersi nell’ambito di un condominio di edificio — incidere negativamente sulle posizioni soggettive degli altri condomini che, nella specie, avevano chiesto la rimozione della serra giusta le disposizioni del regolamento condominiale la cui interpretazione, sottolineano gli Ermellini, trattandosi di atti negoziali, è accertamento di fatto riservato al giudice di merito, di guisa incensurabile in sede di legittimità.

Il ricorso è stato, pertanto, rigettato con condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese processuali.

animali-catene-reato-assistenza-legale-roma

Tenere legati gli animali con catene è reato

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 03.03/22.06.2016, n. 25805

Anche questa volta il servizio di Striscia la Notizia di alcuni anni fa – che mostrava, all’interno di un Circo, la condizione in cui erano tenuti due elefanti, legati con corte catene, limitative dei più elementari movimenti, in una situazione produttiva di gravi sofferenze – ha avuto i suoi risultati.

A seguito di quel servizio, infatti, la LAV aveva denunciato un Circo nel 2012 ed il Tribunale di Milano, con sentenza resa nel dicembre 2014, aveva condannato il titolare del Circo stesso alla pena dell’ammenda, per il reato di cui all’art. 727, secondo comma, cod. pen., per avere, nella sua qualità di gestore, detenuto, in condizioni incompatibili con la loro natura e le loro caratteristiche etologiche, due elefanti, legati in modo continuativo a catene corte. Con la stessa sentenza, l’imputato veniva altresì condannato al risarcimento dei danno nei confronti della parte civile costituita, LAV – Lega Antivivisezione, liquidato in via equitativa in euro 6000,00.

La LAV aveva accolto con soddisfazione la decisione del Tribunale, affermando che «Questa condanna conferma, laddove ce ne fosse bisogno, che la vita degli animali dei circhi è sofferenza. Il Circo Darix Togni, peraltro, non è l’unico sul quale pende una denuncia in relazione alle condizioni di detenzione degli elefanti. A breve, infatti, si aprirà un processo penale contro l’ American Circus proprio per la detenzione a catena di 5 elefanti asiatici».

Avverso la sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando, con un primo motivo di doglianza, l’erronea applicazione della disposizione incriminatrice. Si richiama, in particolare, la normativa di settore, costituita dalle Linee guide per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre itineranti, predisposte dalla Commissione scientifica CITES (10 maggio 2000), secondo cui l’uso di catene per il contenimento degli elefanti deve essere evitato, ma è concesso nei casi in cui occorra provvedere ad esigenze di cura sanitaria e di benessere dell’animale, oltre che di sicurezza degli operatori e, comunque, per il solo periodo nel quale a tali incombenze si debba procedere. In secondo luogo, l’imputato ha denunciato vizi della motivazione in relazione alla responsabilità penale in quanto fondata sulla produzione di un video girato dalla trasmissione televisiva «Striscia la Notizia», che faceva riferimento ad un isolato accesso effettuato da una troupe televisiva. Sarebbero state omesse le considerazioni svolte dalla veterinaria del circo che aveva precisato che la struttura era regolare e che, in ogni caso, non vi era prova dell’effettivo superamento della soglia di sopportabilità; cosicché la disposizione incriminatrice non avrebbe potuto essere ritenuta applicabile, in presenza di una situazione di disagio per gli animali del tutto temporanea e contingente.

La Suprema Corte, con sentenza depositata ieri 22 giugno, ha confermato la decisione del Tribunale, dichiarando la inammissibilità del ricorso «perché basato su una ricostruzione alternativa dei fatti del tutto avulsa da puntuali riferimenti critici alla motivazione della sentenza impugnata e al compendio istruttorio».

In motivazione. Gli Ermellini anzitutto premettono, come si legge nella sentenza in commento, che: «l’art. 727, secondo comma, cod. pen. punisce la condotta di chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali (sez. 3, 17 dicembre 2014, n. 6829, rv. 262529; sez. 3, 4 giugno 2014, n. 37859, rv. 260184). Va altresì ribadito che la disposizione in questione non si riferisce a situazioni contingenti che provochino un temporaneo disagio dell’animale, in considerazione della sua formulazione letterale, che fa riferimento al duplice requisito delle condizioni di detenzione dell’animale e della produzione di gravi sofferenze (sez. 3, 24 febbraio 2014, n. 8676)».

Quindi gli Ermellini si sono trovati in perfetto accordo con quanto deciso dai giudici di merito, a nulla valendo le tesi del circense; il Tribunale aveva avuto, infatti, ritengono i Giudici di Piazza Cavour, ben chiara la situazione in cui si trovavano gli elefanti, certamente non passeggera e non contingente, come confermato non solo dal servizio televisivo ma, altresì, dalle dichiarazioni dei responsabili del circo che, nella immediatezza, avevano affermato di essere convinti di poter mantenere gli animali legati con catene corte che ne impedivano i movimenti per l’orario notturno nonché dalla stessa struttura del circo che rendeva inverosimile che gli animali potessero essere tenuti in altro modo. Né può valere a scagionare il circense la testimonianza della veterinaria del circo, che aveva smentito tali circostanza di fatto, «essendosi limitata a richiamare le normative tecniche in astratto applicabili e ad evidenziare la regolarità della struttura circense sotto un profilo meramente burocratico-amministrativo».

La Suprema Corte prosegue affermando che «Quanto alla riconducibilità della condotta dell’imputato all’ambito di applicazione della disposizione incriminatrice, deve rilevarsi che la detenzione degli elefanti in catene quale condizione abituale nelle ore notturne appare assolutamente incompatibile con la natura degli animali, perché realizza una compressione intollerabile della possibilità che l’elefante ha di muoversi, sia pure nello spazio limitato di un recinto. Tale condizione è anche produttiva di gravi sofferenze, perché consente al più movimenti minimi, quali dondolii, inibendo del tutto la deambulazione. E Io stesso ricorrente richiama quale parametro di valutazione le Linee guide per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre itineranti, predisposte dalla Commissione scientifica CITES (10 maggio 2000), secondo cui l’uso di catene per il contenimento degli elefanti deve essere di norma evitato, ma è consentito, in via eccezionale, nei soli casi in cui occorra provvedere ad esigenze di cura sanitaria e di benessere dell’animale, oltre che di sicurezza degli operatori e, comunque, per il solo periodo nel quale a tali incombenze si debba procedere».

La condanna è quindi confermata e non resta al ricorrente che pagare le spese processuali e mille euro in favore della Cassa delle ammende, nonché rifondere le spese sostenute nel grado dalla parte civile LAV-Lega Antivivisezione.

Come sostenuto dalla LAV, si tratta di una pronuncia importantissima, a sostengo della circostanza che detenere un animale in catene sia incompatibile con la sua natura, così come che la vita degli animali dei circhi è sofferenza.

Giova rammentare cosa scriveva dall’Africa Albert Schweitzer, padre della medicina e dell’impegno missionario, Premio Nobel per la Pace del 1952: «A poco a poco si formò in me l’assoluta convinzione che noi non abbiamo nessun diritto d’infliggere sofferenze e morte a un’altra creatura vivente a meno che non ve ne sia una inevitabile necessità e che tutti noi dobbiamo renderci conto di che cosa orribile sia provocare sofferenza e morte per mancanza di riflessione. Non vado mai al giardino zoologico perché non posso sopportare la miserevole vista degli animali in cattività. Aborro l’esibizione di animali ammaestrati. Quante sofferenze e crudeli punizioni le povere creature devono sopportare per dare pochi momenti di piacere a uomini privi di ogni riflessione e sensibilità per loro”.

Gli animali assumono un ruolo sempre più importante nella nostra società e nella nostra vita. Basta prenderne atto, se ancora non lo abbiamo fatto!

stepchildadoption-cassazione-assistenza-legale-roma

Stepchild adoption. La Cassazione dice sì

Corte di Cassazione, Sez. I civ, 22.06.2016 n. 12962

Su questo sito si è già diffusamente parlato in ordine alla ‘stepchild adoption’ (l’adozione del “figliastro”), commentando decisioni, certamente storiche, assunte dal Presidente del Tribunale per i minori di Roma. In realtà, molti giudici di merito, non solo capitolini, si sono espressi in questa direzione ma oggi è un giorno importante in quanto è stata pubblicata la prima sentenza con quale la Corte Suprema si è pronunciata sull’adozione “in casi particolari” di cui all’art. 44, lett. d) della legge n.184 del 1983, che deve essere riconosciuta quando è nel preminente interesse del minore.

Un comunicato della Cassazione rende noto che la prima Sezione Civile ha bocciato il ricorso del procuratore generale della Repubblica di Roma contro la sentenza della Corte d’Appello capitolina con la quale era stata accolta la domanda di adozione di una bambina di (oggi) sette anni proposta dalla partner della madre con lei convivente in modo stabile.

La vicenda, che ha riguardato il primo caso di adozione cogenitoriale in Italia, era iniziata a far data dal 2014, con il primo via libera da parte del Tribunale dei minorenni di Roma, decisione poi confermata dalla Corte d’Appello.

Nella sentenza i giudici scrivono, tra le altre cose, che la nascita della bimba «è frutto di un progetto genitoriale maturato e realizzato con la propria compagna di vita; la decisione di scegliere la più giovane ai fini della gravidanza è stata dettata dalle maggiori probabilità di successo delle procedure di procreazione medicalmente assistite» e che la bimba «ha vissuto sin dalla nascita con lei e la sua compagna, in un contesto familiare e di relazioni scolastiche e sociali analogo a quello delle altre bambine della sua età, nel quale sono presenti anche i nonni e alcuni familiari della ricorrente».

E mentre la Procura di Roma si era opposta alla decisione dei giudici con argomentazioni molto dure, secondo cui questo progetto di «bigenitorialità» è in conflitto di per sé con gli interessi della minore, gli Ermellini ritengono che «l’unica ragione posta a sostegno della denunciata incompatibilità di interessi è stata individuata nell’interesse della madre della minore al consolidamento giuridico del proprio progetto di vita relazionale e genitoriale», ma discorrere in questo senso vorrebbe dire «che sia proprio la relazione sottostante (coppia omoaffettiva) ad essere potenzialmente contrastante, in re ipsa, con l’interesse del minore, incorrendo però in una inammissibile valutazione negativa fondata esclusivamente sull’orientamento sessuale della madre della minore e della richiedente l’adozione, di natura discriminatoria e comunque priva di qualsiasi allegazione e fondamento probatorio specifico». I giudici del merito hanno dunque rilevato la preminenza dell’interesse del minore rispetto a qualsiasi altro interesse dello Stato, che è il principio indicato dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani e che ha ispirato le riforme recenti del diritto di famiglia.

La Cassazione precisa che la stepchild adoption «non determina in astratto un conflitto di interesse tra il genitore biologico e il minore adottato, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice». E in ogni caso essa «prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempreché, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi il preminente interesse del minore».

Nella valutazione dica la Cassazione, non ha rilievo “l’inclinazione sessuale del richiedente” e la natura della relazione col partner.

La Cassazione sottolinea, in calce alla sentenza, che «il consenso degli Stati aderenti alla Cedu all’adozione legittimante da parte di persone dello stesso sesso e all’adozione cosiddetta coparentale è notevolmente cresciuta» negli ultimi anni e sottolinea altresì che «infatti, attualmente, in quattordici Stati (Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo, Francia, Lussemburgo, Regno Unito, Islanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Malta, Austria) è consentita l’adozione alle coppie dello stesso sesso, mentre in Germania è possibile l’adozione del figlio del partner, così come in Croazia, Estonia e Slovenia, ma non l’adozione tout court».

A questo punto, visto che la Suprema Corte, esprimendosi su un caso di stepchild adoption, ha dato il suo assenso alla pratica sebbene non sia prevista nella legge recentemente approvata sulle unioni civili, sarebbe opportuna l’approvazione di una norma da parte del Parlamento, per evitare che in un tribunale la stepchild adoption si riconosca e in un altro no, tenuto conto che, a seguito di tale sentenza della Cassazione, si può ipotizzare il ricorso di molti alla A.G.O. per vedere riconosciuto il diritto all’adozione.

Per l’intanto, la senatrice del Pd Monica Cirinnà commenta così la decisione degli Ermellini: «In Italia la giurisprudenza non ammette discriminazioni tra bambini né per il modo in cui sono nati, né per l’orientamento sessuale dei loro genitori. A chi dice ‘difendiamo i nostri figli’ rispondo ‘difendiamo tutti i figli’. Perché i bambini sono tutti uguali, meritano tutti gli stessi diritti e la stessa dignità. A chi afferma che in Italia è in corso una sovversione antropologica dico, con grande rispetto, che si è solo all’inizio di un percorso normativo, richiestoci ripetutamente dalla Corte europea e dalla nostra Corte costituzionale, che riconosca pienamente diritti e uguaglianza a tutte le famiglie».

matrimonio-marito-mammone-assistenza-legale-roma

Quando il marito è troppo attaccato alla madre

La cassazione conferma la nullità del matrimonio concordatario del ‘mammone’ con la moglie

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 22 maggio – 18 settembre 2014, n. 19691

La difficoltà di emanciparsi dalla figura materna ha un nome: complesso di Edipo, che si verifica quando il proprio compagno fatica ad allontanarsi dalla figura materna.

I sondaggi, più o meno recenti, parlano chiaro: la popolazione maschile sotto i trentacinque anni ha difficoltà ad abbandonare la casa dei genitori, coccolati e viziati, come sono, dalle mamme.

E se sul fenomeno del mammismo sono stati fatti studi, scritti saggi, articoli, tanto da indurre gli psicologi ad affermare che particolarmente in questi anni esso si è fatto acuto e preoccupante, non essendo questa evidentemente la sede opportuna per approfondire i commenti dal punto di vista psicologico, non ci si indugia a discorrere oltremodo, residuando qui l’esigenza di un esame dello stesso dal punto di vista giuridico, con il commento della sentenza oggetto del presente articolo (n.19691/2014).

Il fatto alla attenzione degli Ermellini.

Come ricostruisce la sentenza 19691 redatta da Giacinto Bisogni (presidente Ugo Vitrone), il Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, con sentenza ecclesiastica ratificata dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Ligure e resa esecutiva dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, aveva dichiarato la nullità del matrimonio concordatario per incapacità del marito di ottemperare agli obblighi essenziali del matrimonio, giusta le previsioni del canone 1095, n. 3. Infatti, sottoponendo i coniugi a test e perizie, risultava, con riferimento al marito, «note marcate di dipendenza dalla figura materna e nelle problematiche sessuali conseguenti», con il conseguente sviluppo di una «patologia produttiva dell’incapacità ad assumere l’obbligo di quella minima integrazione psico-sessuale che il matrimonio richiede con la conseguenza di un comportamento anaffettivo e indifferente nei confronti» della moglie. Legittima, dunque, la richiesta di dichiarare la nullità del matrimonio, richiesta peraltro avanzata dal marito.

Lo stesso marito, con atto di citazione, conveniva in giudizio la moglie dinanzi alla Corte di Appello territorialmente competente, al fine di sentire dichiarare l’efficacia della sentenza ecclesiastica; la moglie, ritualmente costituitasi, si opponeva al riconoscimento del Giudice Civile, sostenendo che l’uomo era perfettamente consapevole delle turbe che lo affliggevano e soltanto lei era all’oscuro degli effetti negativi del legame morboso del marito con sua suocera. Secondo la ricorrente, dunque, il matrimonio era perfettamente valido, ditalché, con la separazione, la stessa avrebbe avuto diritto all’assegno di mantenimento o alla possibilità di chiedere il risarcimento dei danni preclusale dall’annullamento.

La Corte d’Appello di Brescia, in sede di delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità, confermava la nullità del matrimonio concordatario contratto con il coniuge dichiarata dal Tribunale ecclesiastico, dichiarando altresì l’efficacia nella Repubblica Italiana della sentenza di nullità del matrimonio, stante la non contrarietà all’ordine pubblico italiano e alle leggi fondamentali dello Stato.

Ricorre per cassazione la donna, determinata ad ottenere la separazione e il diritto all’assegno di mantenimento, non conseguibile con l’annullamento delle nozze, affidandosi a due motivi di impugnazione: (a) con il primo, la donna lamenta l’omesso esame della Corte territoriale bresciana del fatto che la malattia psichica, di cui il marito era a conoscenza, era stata definita dal consulente tecnico “celata nel periodo di fidanzamento”, avendo la Corte d’appello «stravolto il significato dell’espressione “celata” attribuendole la valenza di non conoscibilità della patologia da parte dello stesso [M] se non dopo l’inizio della vita matrimoniale»; (b) con il secondo motivo la donna sosteneva la contrarietà della sentenza all’ordine pubblico italiano, al principio di tutela della buona fede e dell’affidamento.

Con la sentenza in commento, i giudici di Piazza Cavour anzitutto rilevavano come, nel decidere sulla delibazione, il giudice italiano non possa sindacare nel merito le valutazioni svolte dal Tribunale Ecclesiastico, o da qualunque altra Autorità Giudiziaria straniera.

La Corte rigettava il ricorso della moglie, evidenziando, con riferimento al primo motivo di ricorso, che «non vi è stata, da parte della Corte distrettuale bresciana, né una mancata considerazione delle patologie della personalità del [M], riscontrate in sede peritale e nella motivazione della sentenza ecclesiastica, né vi è stata una omessa considerazione dell’espressione “celate” che ha invece costituito l’oggetto di una interpretazione, non condivisa dalla ricorrente, ma che deve ritenersi compatibile … con il dispositivo e le motivazioni della sentenza ecclesiastica», mentre, con riferimento al secondo motivo di ricorso, che neppure vi è contrarietà all’ordine pubblico e al principio dell’affidamento, poiché la disciplina della causa di nullità delle nozze, accertata dal giudice ecclesiastico con riferimento all’ordinamento canonico, come la giurisprudenza della Suprema Corte ha da tempo affermato, è diversa rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte, «e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest’ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, terzo comma, n. 1 cod. civ.)», ma detta «diversità non investe un principio essenziale dell’ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico».

Oggetto del giudizio e della decisione del Tribunale ecclesiastico, affermano gli Ermellini, «non è stato né l’accertamento dell’esistenza di un vizio di consenso da parte del [M] al momento della celebrazione del matrimonio né l’accertamento della consapevolezza della sua incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio al momento della sua celebrazione né, tantomeno, l’accertamento del doloso occultamento di questa incapacità nei confronti della [T]. Ciò toglie rilevanza, nella prospettiva in discussione, all’interpretazione dell’espressione celare, … espressione utilizzata dal C.T.U. del giudizio ecclesiastico non in forma assertiva ma ipotetica .. con lo scopo di rendere plausibile la manifestazione di una incapacità sconosciuta prima del matrimonio riferendola a una patologia già in atto ma non necessariamente evidente e che si è dimostrata non superabile alla prova del matrimonio».

Continuano gli Ermellini ricordando che l’art. 122, terzo comma, n. 1, c.c., «secondo cui il matrimonio può essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è stato dato per effetto di errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge riguardante l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale».

Inoltre, la Cassazione, a scanso di equivoci, ricorda che «la giurisprudenza ha da tempo affermato che la delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per incapacitas (psichica) assumenti onera coniugalia di uno dei coniugi non trova ostacolo nella diversità di disciplina dell’ordinamento canonico rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest’ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, terzo comma, n. 1 cod. civ.), poiché detta diversità non investe un principio essenziale dell’ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico».

Circa il fatto che la nullità del matrimonio era stata chiesta dallo stesso marito “mammone”, la Suprema Corte chiarisce che non vi è nell’ordinamento nazionale «un principio di ordine pubblico secondo il quale il vizio che inficia il matrimonio possa essere fatto valere solo dal coniuge il cui consenso sia viziato», di talché sia lui sia lei possono chiedere che sia dichiarata la nullità.

Infine, con riferimento alla rilevanza dello ‘affidamento’ del coniuge che non ha dato causa all’invalidità del matrimonio concordatario, coerentemente con quanto sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, mentre in tema di contratti la disciplina generale dell’incapacità naturale dà rilievo alla buona o alla mala fede dell’altra parte, tale aspetto è ignorato come causa d’invalidità del matrimonio, essendo in questo caso preminente l’esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico.

Conclude la Suprema Corte «in un caso come quello in esame in cui l’altro coniuge ha determinato con la sua incapacità, derivante da una patologia psichica, la invalidità del matrimonio concordatario si pone, sia pure ex post, una questione di effettività e validità del consenso che prevale sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione del matrimonio»; in altri e più chiari termini, l’effettività e la validità del consenso prevalgono sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione delle nozze.

L’istanza della donna non può, pertanto, trovare accoglimento ed il ricorso va dunque respinto.

Altro non resta alla donna che attendere gli esiti della causa civile avviata dinanzi al Tribunale di Mantova nei confronti dell’uomo “mammone”, al fine di ottenere un qualche risarcimento economico per quanto occorsole.

licenziamento-facebook-lavoro-assistenza-legale-roma

Legittimo il licenziamento per giusta causa se usa troppo Facebook

Legittimo il licenziamento per giusta causa inflitto al dipendente che passa troppo tempo sulla sua pagina facebook durante le ore di lavoro e per uso personale

Tribunale di Brescia, Sez. Lav., sentenza 13.06.2016 n. 782

Il Tribunale di Brescia, con sentenza n. 782/2016, ha rigettato il ricorso di una dipendente che aveva proposto opposizione, ai sensi dell’art. 1, comma 51, legge n. 92/2012, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale, decidendo l’esito della prima fase dell’impugnazione del licenziamento, aveva rigettato le domande avanzate e con le quali la stessa aveva dedotto di essere stata licenziata dopo che il datore le aveva contestato «un utilizzo del computer aziendale a fini privati», licenziamento a suo dire ritorsivo e comunque illegittimo per mancanza di giusta causa in quanto esercitato dopo la richiesta, da parte della dipendente, di ottenere il godimento dei benefici di cui alla legge n.104/1992 per assistere la propria madre.

La dipendente deduceva nel proprio ricorso in opposizione «a) di avere fin da subito negato di avere effettuato gli accessi ad internet contestati escludendo la validità delle prove offerte dal datore di lavoro, peraltro acquisite della sua privacy; b) che le era stato sempre consentito di usare internet del tutto liberamente soprattutto nei tempi morti e di recarsi/permanere in studio anche fuori dagli orari tassativi di lavoro; c) che il teste [Z] non era imparziale, trattandosi di altro medico del medesimo studio alle cui dipendenze aveva lavorato nel medesimo periodo fino al licenziamento comunicato dallo stesso per gli identici motivi, mentre il teste [Z] si era limitato a riferire quanto appreso dal datore di lavoro; d) che non era l’unica persona ad utilizzare il computer in questione; e) che i testi [M] e [F] avevano confermato la sua tesi circa la natura ritorsiva del licenziamento; f) che la domanda, proposta in via subordinata, di applicazione della tutela c.d. obbligatoria era ammissibile e andava, quindi, esaminata nel merito».

Anzitutto, il Tribunale conferma il rigetto della domanda di applicazione dell’art. 18, comma 1, della legge n. 300/1970 fondata sull’allegato carattere ritorsivo del licenziamento in quanto non è stata raggiunta la prova sulla circostanza che il datore fosse a conoscenza della domanda della ricorrente di congedo ai sensi della legge n. 104/1992 allorché ha manifestato l’intenzione di licenziare la lavoratrice. La richiesta di informazioni da parte della dipendente circa i permessi previsti dalla legge n. 104 risaliva ad un fatto avvenuto più di un anno prima del licenziamento, avendo peraltro la stessa ricorrente dedotto che aveva preferito avvalersi delle ferie e dei permessi ordinari. Il datore di lavoro era venuto a conoscenza degli accessi a internet, di guisa manifestando la volontà di licenziare la lavoratrice, prima che fosse posto a conoscenza della domanda inoltrata all’INPS.

Entrando quindi nel merito, le motivazioni che hanno spinto il datore di lavoro a licenziare il dipendente sono state appoggiate dal Tribunale di Milano che, nel confermare il licenziamento del lavoratore, ha sottolineato che ad inchiodare la dipendente è la cronologia degli accessi ad internet, che il datore di lavoro si è limitato semplicemente a stampare, il che non richiede l’applicazione di alcun dispositivo di controllo, né implica la violazione della privacy, trattandosi di dati che vengono registrati da qualsiasi computer e che sono stati stampati «al solo fine di verificare l’utilizzo di uno strumento messo a disposizione dal datore di lavoro per l’esecuzione della prestazione». È pertanto esclusa la violazione dell’art. 4 della legge n. 300/1970 [‘Statuto dei lavoratori’] trattandosi di attività di controllo non della produttività ed efficienza nello svolgimento dell’attività lavorativa, ma attinenti a condotte estranee alla prestazione.

In replica alle osservazioni della ricorrente di essere stata autorizzata dal datore ad utilizzare internet del tutto liberamente, specie nei tempi morti, il Giudice precisa che «la condotta appare senza dubbio grave se si tiene conto che si tratta di circa 6.000 accessi in 18 mesi, di cui 4.500 circa a facebook, effettuati durante l’orario di lavoro, pari a circa 16 accessi al giorno (secondo i calcoli della stessa ricorrente) su tre ore in media di lavoro (tenuto conto di entrambi i rapporti di lavoro alle dipendenze sia di [P] che di [Z]) e che gli accessi duravano anche decine di minuti, senza che la ricorrente abbia specificamente e tempestivamente dedotto la riconducibilità degli accessi alle sole ore lavorate per il dott. [Z], e ciò pur essendole stati messi a disposizione l’ora e la durata di ogni singolo accesso. Si tratta di comportamento», tuona il giudice del lavoro, «idoneo ad incrinare la fiducia del datore di lavoro, avendo la [G] costantemente e per lungo tempo sottratto ore alla prestazione lavorativa ed utilizzato impropriamente lo strumento di lavoro, approfittando del fatto che il datore di lavoro non la sottoponesse a rigidi controlli».

Alla lavoratrice non resta che pagare le spese di lite.

bed-and-breakfast-assistenza-legale-roma

Nessun limite ai B&B

La Regione non può imporre ai B&B, agli affittacamere e a qualsiasi struttura ricettiva alberghiera o extralberghiera la chiusura per determinati giorni dell’anno o il rispetto di limiti dimensionali ai locali

T.A.R. Lazio, Sezione I-ter, 17.05/13.06.2016 n. 6755

In pieno Giubileo il T.A.R. boccia il Regolamento della Regione Lazio 7 agosto 2015, n. 8, recante la nuova disciplina delle strutture ricettive extralberghiere, pubblicato nel BURL del 10 settembre 2015, n. 73, fissando un principio che non può non essere letto con soddisfazione da quelle strutture, anche non imprenditoriali, che forniscono servizi ai turisti.

I giudici amministrativi, infatti, hanno accolto il ricorso proposto dalla Autorità garante della concorrenza e del mercato per l’annullamento degli artt. 3, 6, co. 2, 7, co. 2, lett. a), 3 e 4, 9, co. 1 e 3, lett. a), e 18 del regolamento, adottato nel Lazio alla vigilia dell’anno santo, che imponeva a case vacanze e B&B, gestiti entrambi in forma non imprenditoriale, periodi di chiusura obbligatoria rispettivamente di 100 e 120/90 giorni (questi ultimi a seconda della loro dislocazione su Roma Capitale ovvero nel resto della regione) nonché «vincoli dimensionali in termini di metratura di alcuni spazi, prescrivendo onerosi obblighi di adeguamento anche alle strutture esistenti». Il Regolamento, peraltro, attribuiva a Roma Capitale il potere di individuare zone del proprio territorio da destinare all’apertura di ostelli per evitare una eccessiva concentrazione di strutture in determinate zone urbane mentre alle case vacanza venivano imposti contratti di affitto della durata minima non inferiore a 3 giorni.

Nella parte ‘in fatto’ della sentenza i giudici segnalavano che l’Autorità, venuta a conoscenza della pubblicazione del regolamento in questione, che avrebbe recato misure limitative dell’attività ricettizia extralberghiera a vantaggio di quella alberghiera, esaminatolo, e rilevata in tal modo l’effettiva esistenza di una serie di sue criticità, legate all’introduzione o all’inasprimento di requisiti richiesti per l’esercizio dell’attività ricettiva extralberghiera, idonei a tradursi in un’ingiustificata limitazione dell’accesso e dell’esercito di tale attività, limitando l’operatività delle strutture e subordinandone l’accesso al mercato al rispetto di vincoli di natura dimensionale, in contrasto con i principi di libera concorrenza e i correlati principi di parità di trattamento e non discriminazione, essa allora, nella riunione del 7.10.2015, deliberava di esprimere il proprio parere motivato ai sensi dell’art. 21-bis della l.n. 287/1990 alla Regione Lazio relativamente al contenuto del regolamento in questione, inviandoglielo il 14.10.2015.

Dopo aver esposto le perplessità collegate al regolamento, l’Autorità, rilevando come le disposizioni citate fossero ingiustificatamente restrittive e più limitanti rispetto alla disciplina previgente, determinando indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle attività economiche, non giustificate e perciò discriminatorie, invitava la Regione a porre in essere misure correttive idonee a rimuovere entro un termine stabilito le restrizioni indebite. Le repliche della Regione non risultavano appaganti, di guisa costringendo l’Autorità ad adire gli organi di giustizia amministrativa.

Nel costituirsi in giudizio la Regione replicava alle censure dell’Autorità, illustrando che, «per un verso, molte delle prescrizioni recate dal regolamento impugnato erano già contenute nel previgente regolamento n. 16/2008 di disciplina del settore in discorso e, per altro verso, le novità introdotte non potevano essere considerate ingiustificatamente limitative e suscettibili di impingere sulle regole della concorrenza, specie perché ora era stata puntualizzata la differenza fra ricettività extralberghiera esercitata o meno in forma professionale e tra le due forme non era illogico né ingiusto porre regole differenziate di condotta».

In motivazione. Il T.A.R. Lazio parte da una considerazione degna di nota: «l’art. 1 del d.l. n. 1/2012, convertito, con modificazioni, dalla l.n. 27/2012, recante disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività, sotto la rubrica “Liberalizzazione delle attività economiche e riduzione degli oneri amministrativi sulle imprese”, ha nei suoi co. 2 e 4 prescritto, rispettivamente, che: a) “Le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica”; b) “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni si adeguano ai principi e alle regole di cui ai commi 1, 2 e 3 entro il 31 dicembre 2012, fermi restando i poteri sostitutivi dello Stato ai sensi dell’articolo 120 della Costituzione. A decorrere dall’anno 2013, il predetto adeguamento costituisce elemento di valutazione della virtuosità degli stessi enti ai sensi dell’articolo 20, comma 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. A tal fine la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dei compiti di cui all’articolo 4, comunica, entro il termine perentorio del 31 gennaio di ciascun anno, al Ministero dell’economia e delle finanze gli enti che hanno provveduto all’applicazione delle procedure previste dal presente articolo. In caso di mancata comunicazione entro il termine di cui al periodo precedente, si prescinde dal predetto elemento di valutazione della virtuosità. Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano procedono all’adeguamento secondo le previsioni dei rispettivi statuti.”. Non pare, a questo punto, assolutamente fuor di luogo ricordare e sottolineare che le norme dei provvedimenti legislativi d’urgenza sopra riportate hanno costituito misure specifiche e mirate volute da due diversi Governi (il secondo dei quali, tra l’altro, di natura tecnico-politica) nel quadro di un più ampio e considerevole sforzo (peraltro ancora oggi niente affatto concluso) volto a far uscire il nostro Paese dal lungo periodo di crisi che lo stesso sta attraversando e, soprattutto, a fargli conseguire un migliore rating dal punto di vista dell’ammodernamento e della sua competitività, a livello europeo ed internazionale, oltre che una maggiore credibilità agli occhi degli organismi comunitari di valutazione economico-finanziaria dei Paesi membri, nonché della finanza internazionale possibilmente interessata ad investire in Italia. Non a caso alcune di tali misure si sono inquadrate all’interno di manovre nazionali di finanza pubblica ovvero di strumenti normativi collegati a tali manovre. E non a caso – come noto – anche esse hanno contribuito a far conseguire progressivamente al nostro Paese giudizi positivi dal punto di vista della volontà di avvicinamento dei nostri ai migliori parametri di positività di mercato (per concorrenza ed attrattività d’investimento) riscontrabili a livello, in primo luogo, europeo. Comprensibilmente e condivisibilmente, dunque, l’Autorità ricorrente indica le norme citate – che recano, ad uno stesso tempo, principi e precetti – quale migliore strumento di misurazione del grado di adeguatezza, sul piano della concorrenza e della libertà di mercato, delle disposizioni segnalate in seno al regolamento regionale impugnato.

E in questa prospettiva i giudici amministrativi individuano due principi essenziali cui ricorrere: (i) quello secondo il quale deve essere ritenuto permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge, esclusivamente nei soli casi di: a) vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali; b) contrasto con i principi fondamentali della Costituzione; c) danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l’utilità sociale; d) disposizioni indispensabili per la protezione della salute umana, la conservazione delle specie animali e vegetali, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale; e) disposizioni relative alle attività di raccolta di giochi pubblici ovvero che comunque comportano effetti sulla finanza pubblica; (ii) quello secondo il quale l’accesso e l’esercizio delle attività di servizi, in quanto espressione della libertà di iniziativa economica, non possono essere sottoposti a limitazioni non giustificate o discriminatorie e tali limitazioni, per risultare legittime, devono comunque risultare giustificate da motivi imperativi d’interesse generale.

All’osservazione, non convincente, della Regione, secondo cui la distinzione (fra imprenditorialità e non) favorirebbe, promercato e concorrenza, la lotta alle attività ricettive irregolari, i giudici replicano che la Regione «dimentica di quello che invece dovrebbe essere ben migliore contrasto all’irregolarità (questo sì in favore della concorrenza) ove fosse condotto sul crinale della adeguatezza o meno dei livelli di servizio tra tutti quelli che operano all’interno del mercato di riferimento della ricettività extralberghiera».

Persuasive, per il T.A.R., le obiezioni critiche sollevate dall’Autorità con riferimento alle disposizioni in cui si prevede, solo per CAV e B&B, il vincolo strutturale e dimensionale della disponibilità di un soggiorno di almeno 14 metri quadrati. Anche in questo caso non paiono convincenti le giustificazioni della Regione che rimandano al fatto che la scelta assunta trova spiegazione nella circostanza che per un alloggio destinato ad ordinarie finalità abitative esiste, dal punto di vista edilizio, un identico vincolo e che questo risponde ad esigenze sanitarie e di salubrità. I giudici sottolineano al riguardo che, «in disparte il fatto che non risulta comprensibile perché, in seno al regolamento, non si riscontri pari attenzione per altre strutture ricettive, quali ad esempio guest house, ostelli, case per ferie e financo rifugi montani, posto che il rischio per la salubrità – ove esistente – certamente non s’incrementa o si affievolisce in funzione di differenze terminologiche e definitorie aventi senso esclusivamente a livello amministrativo, vale il rilievo che la prescrizione vincolante né esisteva in precedenza (ossia nel regolamento n. 16/2008), onde essa risulta essere mero inasprimento della disciplina settoriale, a dispetto dei diversi paradigmi normativi orientati alla liberalizzazione sopra richiamati, né si giustifica – anche solo a livello logico e di buon senso – per alloggi destinati (quasi per definizione) non già ad una ospitalità stabile e, quindi durevole, quanto piuttosto fugace e – come anche il notorio dimostra – molto spesso legate esclusivamente all’esigenza del pernottamento. Discriminatoria – se non addirittura sul filo dell’irrazionalità, tenuto conto dell’esigenza ostesa che la giustificherebbe, ossia la necessità di garantire tutela alla salute – inoltre risulterebbe la prescrizione in argomento ove fosse vero che la previsione (ed il correlato tentativo di giustificarne il minore impatto applicativo) opererebbe solo de futuro e riguarderebbe esclusivamente i nuovi alloggi ricettivi che entrassero in attività dopo il regolamento. Al riguardo, posto che il dato normativo, di per sé, non depone affatto per una lettura interpretativa pari a quella proposta dalla Regione, emerge allora il non condivisibile risultato pratico del vincolo dimensionale in argomento (non necessariamente voluto ma, de facto, altamente probabile) costituito dal fatto che verrebbero automaticamente tagliati fuori dal mercato della ricettività tutti i soggetti che, pur volendolo, non potrebbero, per ragioni fattuali e strutturali dei loro alloggi, adeguarne la forma interna alla nuova prescrizione. La rilevata illegittimità delle disposizioni ora in rassegna si rilette sull’art. 18 del regolamento censurato, che anch’esso risulta pertanto illegittimo».

Il T.A.R., da ultimo, ritiene illegittima anche la disposizione del regolamento impugnato che facoltizza Roma Capitale, al fine di evitare una eccessiva concentrazione delle strutture in determinate zone urbane, comprese quelle ad elevato impatto urbanistico, ad individuare, sul proprio territorio, le zone da destinare all’apertura degli Hostel o Ostelli, ritenendo che essa urti «contro il paradigma normativo primario costituito dall’art. 34, co. 2, e, soprattutto, co. 3, lett. a), del d.l. n. 201/2011, convertito, con modificazioni, dalla l.n. 214/2011. Al riguardo, in particolare, se è vero che la norma primaria abroga restrizioni pari a quella specifica in essa indicata (cfr. co. 3, lett. a), cit.) è ancor più vero che essa non ne permette di nuove, aventi pari contenuto e portata (oltre che natura di fonte normativa sub legislativa)», in sostanza ponendosi contro lo spirito delle liberalizzazioni intervenute nel mondo delle strutture ricettive. E’ il decreto Salva Italia a imporre lo stop alla norma che mirava ad impedire una eccessiva concentrazione delle strutture in determinate zone urbane.

Dunque, le norme che impongono ai B&B periodi di inattività forzata e requisiti dimensionali minimi da rispettare sono illegittime.

diffamazione-luogi-comuni-assistenza-legale-roma

Frasi generiche, caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni, non integra il reato di diffamazione

L’utilizzo di frasi generiche, caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni, non integra il reato di diffamazione

Corte di Cassazione, Sez. V Penale, 23.02.2016 n. 24065

La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato l’archiviazione, disposta dal gip di Verona, del procedimento penale che era stato aperto a carico del fotografo Oliviero Toscani, indagato per diffamazione a seguito di una querela presentata da quattro cittadini veneti che si erano sentiti offesi dalle affermazioni pronunciate da Toscani, nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara, andata in onda su “Radio 24” in data 2 febbraio 2015, con cui lo stesso aveva apostrofato i veneti, come si legge in sentenza, «“un popolo di ubriaconi ed alcolizzati”, proseguendo con frasi del tenore seguente: “Poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto” – “I veneti sono un popolo di ubriaconi, alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri” – “Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino”».

I querelanti, dopo l’archiviazione disposta dal gip, hanno presentato ricorso in Cassazione, che i supremi giudici hanno dichiarato infondato, conclusivamente affermando il seguente principio di diritto: «Non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita» Un criterio che, come dicono i giudici di Piazza Cavour, «non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari».

Ad avviso degli Ermellini, «il TOSCANI, nel definire i “veneti …ubriaconi alcolizzati”, ha fatto affermazioni del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni (con riferimento alle asserite caratteristiche di abitanti in una determinata zona del territorio nazionale) ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili»

Affinché possa ritenersi integrata la diffamazione, è necessario che il soggetto passivo sia individuato con certezza affidabile, tenendo conto della prospettazione oggettiva dell’offesa desumibile dal contesto in cui si inserisce.

E ciò in quanto, in tema appunto di diffamazione, se è pacifico che «non solo una persona fisica ma anche una entità giuridica o di fatto, una fondazione, un’associazione o altro sodalizio, possa rivestire la qualifica di persona offesa dal reato, essendo concettualmente identificabile un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o membri, considerati come unitaria entità, capace di percepire l’offesa», è pure «incontroverso che la legittimazione competa anche ai singoli componenti solo se le offese si riverberino direttamente su di essi, offendendo la loro personale dignità (Sez. 5, n. 2886 del 24/01/1992, Bozzoli, Rv. 189901). Infatti, il reato di diffamazione è costituito dall’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere, quindi, ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili (Sez. 5, n. 51096 del 19/09/2014, Monaco’, Rv. 261422). L’interpretazione giurisprudenziale sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita».

Né, tantomeno, nelle parole di Toscani, come ritenuto dal Pubblico Ministero che aveva chiesto l’archiviazione, è ravvisabile l’incitazione all’odio etnico verso i veneti, come sostenuto dai querelanti che hanno fatto riferimento alla c.d. legge ‘Mancino’, che di solito si applica negli stadi per gli insulti razzisti, «posto che tale fattispecie non può certo riferirsi ai fatti enunciati in querela. La manifestazione di pensiero utilizzata dal TOSCANI va quindi confinata nell’ignoranza tipica dei luoghi comuni e non merita di assurgere a rilevanza penale».

A riguardo, gli Ermellini, ritenendo manifestamente infondata la doglianza, rappresentano che «Ai fini della configurabilità del delitto in esame, la finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso è integrata solo quando la condotta posta in essere si manifesta come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volontà di escludere condizioni di parità per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza, nazionalità o religione. Invero, la “propaganda di idee” di cui all’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975 n. 654 deve consistere nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l'”odio razziale o etnico”, poi, è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori. Peraltro, la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece – sui suoi comportamenti. In ragione di ciò, è del tutto evidente che nel caso in esame non possa configurarsi la suddetta previsione incriminatrice, giacché le affermazioni del TOSCANI non sono riconducibili nel concetto di “odio razziale o etnico”, né comunque possono considerarsi potenzialmente discriminatori nei confronti di una determinata categoria di soggetti appartenenti ad una determinata razza, nazionalità o religione».

In altri e più chiari termini, parlare per ‘luoghi comuni’ non è diffamatorio, almeno quando non si fa riferimento a persone specifiche, e neppure può seriamente parlarsi di istigazione al razzismo.

La Corte di Cassazione, con il rigetto del ricorso, ha pertanto messo la parola fine al procedimento giudiziario contro il fotografo, Oliviero Toscani.