Mese: maggio 2016

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Carcassa di un pneumatico in autostrada. Di chi è la responsabilità ?

Cass. Civ.,  Sez. III, 26.05.2016, n. 10893

Il fatto alla attenzione degli Ermellini ha riguardato un incidente occorso ad un automobilista la cui auto, percorrendo l’autostrada, veniva urtata da parte della carcassa di uno pneumatico. Adìto il Giudice di pace, questo respingeva la domanda di risarcimento proposta dall’automobilista contro la Società Autostrade, con sentenza poi confermata dal Tribunale in grado d’appello che, quindi, ha rigettato l’impugnazione avanzata dall’automobilista soccombente in primo grado.

Non è restato all’automobilista che proporre ricorso dinanzi alla Suprema Corte, affidandolo a tre motivo, il primo dei quali relativo alla violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e/o 2051, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n.3, c.p.c. tenuto conto che, al fine di dimostrare che il sinistro era derivato da causa a essa non imputabile, Autostrade per l’Italia S.p.A. avrebbe dovuto provare – e non lo ha fatto – di avere adempiuto ai propri obblighi di vigilanza, da intendersi non già come passiva attesa di segnalazione bensì come attività positiva.

In diritto. Gli Ermellini accolgono il primo motivo di ricorso ribaltando la decisione del giudice di secondo grado che salvava il custode dando per scontato il caso fortuito affermando che «può ritenersi sussistente il caso fortuito almeno finché non sia trascorso un tempo ragionevolmente sufficiente perché il custode venga a conoscere il pericolo e possa intervenire per eliminarlo». Peraltro, secondo il Tribunale, a determinare il caso fortuito aveva concorso la mancanza di segnalazioni circa la presenza dell’ostacolo, rilevando poi l’assenza di responsabilità del custode, come aveva correttamente ritenuto il giudice di prime cure, in quanto l’ostacolo era stato perduto sulla carreggiata “da un utente che precedeva sia pure di poco l’autovettura” dell’appellante: «e appunto per tale “brevità del tempo trascorso” di nulla il custode può ritenersi responsabile».

Ma così argomentando, afferma la Suprema Corte, viene messo in discussione l’onere della prova, tenuto conto che «il giudice di secondo grado non spiega sulla base di quali elementi si sarebbe dovuto ritenere praticamente immediato il rilascio dell’ostacolo sul manto stradale, né fornisce la minima concretezza alle pretese “considerazioni ed argomentazioni del tutto logiche” che attribuisce al giudice di pace: anzi, nella parte della motivazione di primo grado che aveva trascritto in precedenza non emerge alcun elemento probatorio in tal senso, bensì soltanto un argomento meramente ipotizzante che l’oggetto fosse “finito lungo la striscia di asfalto solo pochi istanti prima che il danneggiato lo investisse” per desumerne che in una simile ipotesi la responsabilità del gestore dell’autostrada sarebbe “avvertibilimente aberrante“». Peraltro, la Suprema Corte ravvisa la contraddizione in cui incorre il giudice d’appello quando afferma «che non è in alcun modo dimostrato che la presenza della carcassa…fosse dovuta ad un incidente accaduto pochi minuti prima“», con quanto asserito in precedenza come condivisibilmente accertato dal primo giudice.

Per gli Ermellini risulta evidente da parte del giudice d’appello una inversione dell’onere della prova, per aver liquidato come prova negativa quella che è la prova di un elemento positivo, cioè del caso fortuito, in tal guisa giungendo a gravare il danneggiato di un onere probatorio più ampio di quello a lui imposto dalla legge, proprio perché erroneamente assorbente l’onere probatorio del custode: «sarebbe stato il danneggiato, in ultima analisi, a dovere dimostrare quando e da chi fosse stato lasciato sul manto stradale l’oggetto che ha causato il suo danno, laddove, secondo l’articolo 2051 c.c., nel caso di responsabilità oggettiva, il danneggiato deve dimostrare soltanto l’esistenza dell’elemento danneggiante e il nesso causale tra questo e il suo danno».

L’onere della prova, sia del caso fortuito sia dell’adempimento dei doveri di diligente manutenzione, spetta al custode che, senza la dimostrazione del caso fortuito – e il caso fortuito «può ritenersi sussistente finché non sia trascorso un tempo ragionevolmente sufficiente perché il custode venga a conoscere il pericolo e possa intervenire per eliminarlo» – è tenuto a risarcire i danni sopportati dall’automobilista.

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Compie il reato di abuso edilizio il gestore di un ristorante che realizza un “dehor” senza il permesso di costruire

Corte Cassazione,  III Sez. Pen., 26.05.2016, n. 21988

La massima. «E’ necessario il permesso a costruire per realizzare un’area esterna al ristorante con pedana, tavoli e sedie e copertura che, per dimensioni e caratteristiche costruttive determina senza dubbio un incremento volumetrico e di certo non si tratta di un intervento che possa definirsi precario: in assenza del titolo edilizio si configura l’illecito penale a carico del gestore del locale pubblico e deve essere confermato il sequestro preventivo del manufatto».

Il fatto alla attenzione degli Ermellini. All’esame della Suprema Corte il ricorso di un gestore di un ristorante contro l’ordinanza del Tribunale che aveva rigettato la richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale medesimo, avente ad oggetto una struttura consistente in una pedana delimitata da parapetti in ferro con pannellatura modulare e copertura sorretta da travatura orizzontale e verticale per la realizzazione della quale il ricorrente Sig. [X] risultava indagato per i reati di cui agli artt. 44 D.P.R. 380/01, 633. 639-bis c.p.. Il ricorso è sorretto da due motivi; in particolare, per quel che qui rileva, il ricorrente denuncia l’insussistenza del fumus del reato di abuso edilizio in quanto per le opere realizzate non era necessario il permesso di costruire.

In diritto. La Corte rigetta il ricorso, per infondatezza, e a nulla valgono le doglianze del ricorrente secondo cui le opere non sarebbero soggette al preventivo rilascio del permesso di costruire «non determinando alcuna trasformazione urbanistica permanente». Infatti, dagli atti ai quali la Corte ha accesso, dal tenore dell’ordinanza e del ricorso nonché dalla descrizione delle opere quale riportata dal Tribunale, gli Ermellini attestano che, attraverso la struttura realizzata, qualificata dal ricorrente come ‘dehor’, destinata ad accogliere i tavoli di un ristorante gestito dall’indagato, questi abbia anche invaso arbitrariamente il suolo pubblico, occupandolo senza titolo. La Corte precisa che, con riferimento alla contravvenzione edilizia, «opere aventi consistenza e caratteristiche costruttive quali quelle realizzate dal ricorrente devono senz’altro ritenersi soggette al permesso di costruire», trattandosi di una «struttura destinata, per dimensioni e caratteristiche costruttive, a non contingenti esigenze di esercizio dell’attività di ristorazione che determina, indubbiamente, un incremento volumetrico».

La Corte passa poi a ricordare in cosa consista la struttura, impropriamente qualificata ‘dehor’ dal ricorrente, trattandosi non già di «uno spazio esterno ad un pubblico esercizio attrezzato con arredi, bensì una nuova volumetria suscettibile di autonoma utilizzazione».

E così un intervento di tale consistenza non può definirsi precario atteso che, secondo gli insegnamenti costanti dei giudici di legittimità, «la precarietà non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dall’utilizzatore, sono irrilevanti le caratteristiche costruttive i materiali impiegati e l’agevole rimovibilità, l’opera deve avere una intrinseca destinazione materiale ad un uso realmente precario per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo e deve, inoltre, essere destinata ad una sollecita eliminazione alla cessazione dell’uso».

La struttura in esame non possiede i requisiti descritti e la Corte rigetta il ricorso.

 

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Annullata l’ordinanza del sindaco che vieta l’accesso ai cani nelle aree destinate a verde pubblico

T.A.R. Lazio, Sez. II-Bis, 27.04/17.05.2016, n. 5836

In Italia cresce costantemente il numero di persone che possiedono uno o più ‘pet’; vi sono, infatti, sette milioni di animali domestici (4 milioni di famiglie hanno un cane mentre si attestano a 3 milioni le famiglie con un gatto). Peraltro, da studi recenti, come riporta il Daily Mail, da parte dei ricercatori del Manhattanville College di New York, intitolati “La felicità è un cucciolo caldo?”, che ha riguardato 263 persone, è emerso che chi possiede un ‘pet’ è più soddisfatto della propria vita rispetto a chi non ne ha, registrandosi peraltro un punteggio maggiore di benessere con riferimento ai proprietari di cani, da sempre definiti i migliori amici dell’uomo.

Tuttavia, spesso chi possiede un amico a quattro zampe deve fare i conti con limiti, regolamenti e discriminazioni, tali e tanti i divieti o restrizioni applicati in posti pubblici come, a titolo esemplificativo, supermercati, spiagge, mezzi pubblici, parchi.

E’ con riferimento ai parchi è recente la sentenza del giudice amministrativo che, accogliendo il ricorso di una associazione animalista, ha annullato l’ordinanza del Sindaco nella parte in cui è stato disposto il divieto, per i proprietari e detentori di cani, di accedere in tutte le aree verdi pubbliche.

Il T.A.R. Lazio, anzitutto disattendendo l’eccezione, sollevata dalla Amministrazione Comunale resistente, di difetto di legittimazione ad agire dell’Associazione ricorrente all’impugnazione in esame, perseguendo la stessa, asserisce il Collegio, quale fine statutario, la tutela degli animali, inserendosi nel solco di un consolidato e non contrastato orientamento della giurisprudenza (ex plurimis, T.A.R. Potenza, 17.10.2013, n. 611; T.A.R. Reggio Calabria, 28.05.2014, n. 225; T.A.R. Milano, 22.10.2013 n. 2431; T.A.R. Sardegna, 27.02.2016 n. 128; T.A.R. Venezia, 12.04.2012, n. 502), ha ritenuto che, «pur se in ragione delle meritevoli ragioni di tutela dei cittadini in considerazione della circostanza che i cani vengono spesso lasciati senza guinzaglio e non ne vengono raccolte le deiezioni», l’ordinanza sindacale che rechi il divieto assoluto di introdurre cani, anche se custoditi, nelle aree destinate a verde pubblico, «risulta essere eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, atteso che lo scopo perseguito dall’Ente locale di mantenere il decoro e l’igiene pubblica, nonché la sicurezza dei cittadini, può essere soddisfatto attraverso l’attivazione dei mezzi di controllo e di sanzione rispetto all’obbligo per gli accompagnatori o i custodi di cani di rimuovere le eventuali deiezioni con appositi strumenti e di condurli in aree pubbliche con idonee modalità di custodia (guinzaglio e museruola) trattandosi di obblighi imposti dalla disciplina generale statale, cosicché il Sindaco può fronteggiare comportamenti incivili da parte dei conduttori di cani, al fine di prevenire le negative conseguenze di tali condotte, con l’esercizio degli ordinari poteri di prevenzione, vigilanza, controllo e sanzionatori di cui dispone l’Amministrazione».

In altri e più chiari termini, il giudice amministrativo ritiene il provvedimento del Comune emesso in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, riconducendo alla libertà di circolazione del proprietario dell’animale il fatto che esso possa liberamente circolare unitamente al proprio animale.

Le esigenze poste a fondamento della gravata ordinanza risultano compiutamente salvaguardate dalla legislazione statale vigente in materia, che impone agli accompagnatori o custodi di cani di condurre questi al guinzaglio e, muniti di appositi strumenti, rimuovere le eventuali deiezioni, dovendo quindi l’Amministrazione Comunale adoperarsi al fine di rendere cogenti tali misure mediante una efficace azione di controllo e di repressione, «in tal modo rendendo possibile il raggiungimento del pubblico interesse attraverso strumenti idonei e nel rispetto del principio di proporzionalità dei mezzi rispetto ai fini perseguiti».

Il ricorso è stato, pertanto, accolto, con conseguente annullamento, in parte qua, della gravata ordinanza, nei limiti di interesse.

E ciò non può che rappresentare una ulteriore vittoria degli animalisti in particolare, della civiltà e del buon senso in generale.

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Il decreto ingiuntivo con assegno postdatato va revocato, se opposto

Corte di Cassazione, Sez. I, 24.05.2016, n. 10710

«L’emissione di un assegno in bianco o postdatato è contrario alle norme imperative contenute negli artt. 1 e 2 del R.D. 21 dicembre 1933 n. 1736 e dà luogo ad un giudizio negativo sulla meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, alla luce del criterio della conformità a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume enunciato dall’art. 1343 cod. civ.. Pertanto, non viola il principio della autonomia contrattuale sancito dall’art. 1322 cod. civ. il giudice che, in relazione a tale assegno, dichiari nullo il patto di garanzia e sussistente la promessa di pagamento di cui all’art. 1988 cod. civ.».

Il fatto alla attenzione degli Ermellini. Il Sig. [X] si opponeva al decreto ingiuntivo emesso dal Presidente del Tribunale con il quale si intimava il pagamento, in favore di [Y], di una importante somma di danaro, oltre interessi legali e spese del procedimento monitorio. Il decreto ingiuntivo era fondato su un atto di transazione stipulato e su un assegno di conto corrente rilasciato in pari data dallo stesso opponente in favore dell’opposta, a garanzia dell’obbligazione assunta, posdatato, da riscuotere in caso di mancato adempimento da parte del debitore principale. L’opponente rilevava che l’emissione di un assegno postdatato in garanzia è contraria alle norme imperative di cui agli artt. 1 e 2 del R.D. n. 1763/1933, con conseguente nullità del patto di garanzia stipulato tra le parti, e chiedeva la revoca del decreto ingiuntivo. Costituitasi [Y], la stessa rivendicava la validità del titolo di credito emesso in funzione del contratto autonomo di garanzia intercorso con [X]. Il Tribunale respingeva l’opposizione. Proposto appello dal soccombente [X], la Corte di merito lo respingeva, ritenendo che la postdatazione non rende il titolo nullo in sé, ma rende nulla solo la postdatazione con la conseguenza che il prenditore può esigerne l’immediato pagamento e che pertanto resta valido il sottostante patto di garanzia. Non restava al soccombente che proporre impugnazione dinanzi alla Suprema Corte, affidando il proprio ricorso a due motivi di censura.

Il ricorrente lamenta, con il primo motivo, violazione della legge assegni e formula il seguente quesito di diritto: «se l’emissione di un assegno bancario postdatato a garanzia di un altrui futuro adempimento comporta, stante la violazione degli articoli l e 2 della legge assegni e dell’articolo 1343 del codice civile, la nullità del sottostante patto di garanzia, stante la natura imperativa delle norme citate». Con il secondo motivo il ricorrente medesimo deduce violazione di legge con riferimento all’articolo 112 c.p.c. nonché agli artt. 1957 e 1955 c.c. e sottopone alla Corte il seguente quesito: «se la mancata pronuncia del giudice d’appello in ordine a domande spiegate in atto di appello comporti violazione dell’articolo 112 cpc e delle norme di diritto sostanziale poste a fondamento delle stesse».

Gli Ermellini accolgono il primo motivo di ricorso, di guisa restando assorbito il secondo motivo, con una importante sentenza di un giorno fa.

La Corte precisa che, all’uopo richiamando la giurisprudenza di legittimità (da ultimo Cass. Civ., Sez. III, n. 26232 del 22.11.2013), l’emissione di un assegno in bianco o postdatato «è contrario alle norme imperative contenute negli artt. 1 e 2 del R.D. 21 dicembre 1933 n. 1,36 e dà luogo ad un giudizio negativo sulla meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, alla luce del criterio della conformità a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume enunciato dall’art. 1343 cod. civ.». Pertanto, «non viola il principio dell’autonomia contrattuale sancito dall’art. 1322 cod. civ. il giudice che, in relazione a tale assegno, dichiari nullo il patto di garanzia e sussistente la promessa di pagamento di cui all’art. 1988 cod. civ. (cfr. Cass. civ. sezione II, n. 4368 del 19 aprile 1995)».

La Suprema Corte cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello che, in diversa composizione, applicato il principio di cui sopra, valuterà nuovamente il merito della controversia.

Si tratta di una decisione rilevante, come detto, tenuto conto che, nel recente passato, l’assegno postdatato è stato ritenuto un titolo valido. La giurisprudenza di legittimità (n. 26161/2014) ha statuito, infatti, che l’assegno bancario postdatato non è nullo, risultando nullo solamente il patto di postdatazione; in altri e più chiari termini, l’assegno bancario postdatato deve considerarsi venuto ad esistenza come titolo di credito e mezzo di pagamento al momento della sua emissione, ovverosia con il distacco dalla sfera giuridica del traente ed il passaggio nella disponibilità del prenditore (il creditore, cioè, che ha materialmente in mano l’assegno).

Da ieri, come visto, le cose sono cambiate, ed è nullo il decreto ingiuntivo che il creditore ottiene sulla base di un assegno postdatato rilasciatogli dal debitore.

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Spese di riparazione autoveicolo danneggiato in seguito a incidente stradale

Spese di riparazione autoveicolo danneggiato in seguito a incidente stradale. Danni rimborsabili solo per la parte che corrisponde ai prezzi di mercato

Corte di Cassazione, Sez. VI, 13.05.2016, n. 9942

Il fatto alla attenzione degli Ermellini. La Carrozzeria [X] ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, avverso la sentenza del Tribunale che aveva rigetto l’impugnazione proposta dalla medesima società avverso la sentenza del Giudice di Pace che a sua volta aveva respinto la domanda avanzata appunto dalla [X] – quale cessionaria di un diritto di credito risarcitorio di [Y], relativo ai danni da [Y] subìti a seguito di un incidente stradale – domanda vòlta ad ottenere, per quanto qui rileva, la condanna, anche dell’assicurazione in via solidale oltre che del responsabile del sinistro, al pagamento, a titolo risarcitorio, di un ulteriore somma, non riconosciuta dalla compagnia assicuratrice che aveva già corrisposto un determinato importo, basandosi su una tariffa oraria per la manodopera inferiore a quella praticata dall’attrice.

Il ricorrente lamenta, pertanto, violazione ed errata applicazione dell’art. 1227, secondo comma, c.c., censurando la sentenza del Tribunale nella parte in cui si afferma che «il cliente … ha l’onere di diligenza … e cioè di valutare più preventivi nella zona di riferimento, al fine di procedere ad una comparazione ponderata tra le varie offerte. Pertanto, il danneggiato che si affida alla carrozzeria di fiducia senza prima informarsi circa la rispondenza dei prezzi praticati a quelli medi di mercato correttamente incorre nel rischio di non vedersi riconosciuta la differenza di costo sostenuta».

Il ragionamento seguito dal Tribunale in funzione di giudice di secondo grado è confutabile, secondo il ricorrente, da diversi punti di vista: (i) se è pur vero che, da una parte, al creditore danneggiato è imposta una condotta attiva, diretta a limitare le conseguenze dannose dell’illecito, dall’altra però si devono intendere comprese nell’ambito dell’ordinaria diligenza di cui all’art 1227, secondo comma, c.c. solo quelle attività che non siano eccessivamente complesse, gravose o eccezionali o tali da comportare particolari sacrifici a colui che abbia sopportato un danno per colpa altrui; (ii) non può quindi essere imposto al cittadino medio l’onere di ricercare e analizzare scrupolosamente i tariffari applicati dalle imprese di riparazione e di determinare il cd. prezzo corrente di mercato, per poi valutare la congruità in relazione alla tariffa applicata dalla carrozzeria scelta, tale attività integrando «un comportamento abnorme ed oneroso, esorbitante da quella ordinaria diligenza che il legislatore esige dal danneggiato creditore al fine di non aggravare ulteriormente la posizione del debitore»; (iii) il danneggiato, come riconosce la costante giurisprudenza di merito, ha «piena libertà nella scelta dell’officina cui affidare il proprio veicolo, a prescindere dalla tariffa oraria applicata per il costo della manodopera».

La Suprema Corte ha ritenuto palesemente infondato il motivo proposto dal ricorrente, rigettando di guisa il ricorso, sulla base dei principi, già condivisi dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui «poiché il risarcimento del danno patrimoniale ha la funzione di reintegrare il patrimonio del danneggiato nella esatta misura della sua lesione, le spese sostenute per le riparazioni dell’autoveicolo, che ha subito danni in un incidente stradale, sono rimborsabili solo per la parte che corrisponde ai correnti prezzi di mercato, a meno che il maggiore esborso non sia giustificato da particolari circostanze oggettive (ad esempio: esistenza nella zona di una sola autofficina qualificata) e queste siano state provate dall’interessato, che non può di conseguenza, a fondamento della sua pretesa risarcitoria, limitarsi a produrre la documentazione di spese, da lui sostenute, non corrispondenti ai costi correnti, secondo una valutazione del giudice di merito, fondata su nozioni di comune esperienza o su dati acquisiti con consulenza tecnica di ufficio (Cass. 7 febbraio 1996, n. 970; v. pure Cass. 3 giugno 1977, n. 2268)».

Il giudice del merito si è correttamente attenuto a detti principi, chiosano gli Ermellini, tenuto peraltro conto che l’accertamento in fatto da questo effettuato non risulta adeguatamente contestato in sede di ricorso dinanzi alla Suprema Corte, esulando in ogni caso detto accertamento dal perimetro di indagine della Corte di legittimità.

Il ricorso è respinto.

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Acqua non potabile. Risarcimento all’utente. Sussiste

Cass. Civ., Sez. I, 04.02.2016 n. 2182

Storica sentenza, questa, della Suprema Corte, dopo varie emesse dai giudici di primo grado, con riferimento ai disservizi che gli utenti sono costretti a sopportare, talvolta se non spesso, specie in Sicilia in cui è accaduto di non poter contare su un flusso idrico costante e di buona qualità, con riferimento appunto ad un bene, l’acqua, di prima necessità, primario per ogni forma di vita esistente al mondo.

Storica sentenza, come detto, che l’avvocato difensore, nella specie, del presidente della Confcommercio di Gela [che aveva agito per il risarcimento dei danni causati al suo ristorante per i disservizi patiti nel periodo in cui il Comune di Gela aveva ordinato ai cittadini di astenersi dall’uso potabile dell’acqua], definisce come una «Una vittoria finale che si preannunciava sin dalle prime battute benché la battaglia giudiziaria sia stata difficile. Ma al terzo giudizio abbiamo mantenuto il trend della ragione che ci ripaga di tanto impegno professionale ma soprattutto sociale verso i cittadini che hanno riposto e nei legali del mio studio, la loro fiducia».

Ebbene, in caso di disservizi nell’erogazione dell’acqua potabile, il gestore dell’acquedotto, essendosi impegnato nell’adempimento delle prestazioni con il contratto di somministrazione, non può motivare l’impossibilità della prestazione stessa per fatto imputabile alla locale raffineria, estranea al richiamato contratto di somministrazione, ma deve provare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento. Diversamente, il gestore deve risarcire l’utente del danno correlato alla mancata fornitura di acqua potabile nel periodo in cui, nella specie, alla cittadinanza era stato fatto obbligo di astenersi dall’uso potabile dell’acqua in quanto i parametri chimici e i caratteri organolettici erano difformi da quelli previsti dalla legge.

È quanto emerge dalla sentenza ora in commento che ha condannato il gestore dell’acquedotto al risarcimento dei danni per un importo liquidato, secondo equità, dal giudice di pace e confermato dal Tribunale in sede di appello.

A nulla sono valsi i tentativi del gestore di far ricadere la responsabilità sulla raffineria alla quale spetterebbe il compito di «captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione», mentre era riservato all’ente il compito «di miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile». Il punto è che, si legge in sentenza, «Non può dubitarsi, sulla base della ricostruzione operata nella sentenza impugnata e dello stesso contenuto del ricorso, della ricorrenza, fra EAS e vari utenti della fornitura di acqua, fra i quali le odierne parti controricorrenti, di un contratto di somministrazione, avente natura privatistica (Cass., Sez. un., 10 marzo 2005, n. 5191), ed assolutamente autonomo dai rapporti intercorrenti fra la stessa EAS, la S.p.a. Raffineria di Gela e l’ente territoriale». Pertanto, l’acquedotto non può essere esonerato dalla responsabilità per l’asserito e presunto inadempimento della raffineria dopo il provvedimento adottato dal Comune nei confronti dei cittadini di astenersi dall’uso potabile dell’acqua perché i parametri chimici e i caratteri organolettici erano difformi da quelli previsti dalla legge. Ritengono gli Ermellini si sia correttamente richiamato il principio secondo cui, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., il debitore, in quanto tenuto a dimostrare di non aver potuto adempiere la prestazione dovuta per causa a lui non imputabile, non può limitarsi a eccepire la semplice difficoltà della prestazione o il fatto ostativo del terzo, ma deve provare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento. Gli Ermellini, infatti, affermano che: «In realtà, le stesse circostanze enunciate nel ricorso inducono ad escludere che ci si trovi in presenza di un rapporto unitario; infatti EAS sostiene che la Raffineria di Gela avrebbe dovuto “captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione”, mentre era riservato all’ente ricorrente il compito di “miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile”. Non risultando che il contratto di somministrazione prevedesse esclusivamente la fornitura di acqua dissalata, manca qualsiasi riferimento ad un’attività doverosamente diligente per superare le difficoltà che si frapponevano all’esatto adempimento, così come non è stata neppure dedotta l’oggettiva impossibilità di ricorrere ad approvvigionamenti alternativi per eseguire le prestazioni dovute».

Non resta all’Ente gestore che pagare le spese processuali.

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Non serve l’amministratore di sostegno giustificato solo dalla casa sporca

Non serve l’amministratore di sostegno unicamente giustificata dal fatto che l’abitazione ove vive l’interessato non brilla per igiene e pulizia

Tribunale di Modena, II Sezione Civile, 05.02.2016

Alla attenzione del giudice la richiesta del Servizio sociale di nomina di un amministratore di sostegno a favore di una persona «affetta da disturbo schizoide di personalità in oligofrenia lieve», che viveva «sola in un casale di campagna dotato di piccolo appezzamento di terreno, unitamente ai suoi animali (galline ed un cane)».

Il Tribunale ha respinto la richiesta essendo emerso che l’interessato «effettua periodicamente le visite ed i colloqui presso il C.S.M., viene seguito dal medico di base, è visitato dalle assistenti sociali che lo aiutano nel riordino e pulizia della casa. Il XY gode di autonomia, come hanno riconosciuto i parenti ascoltati in udienza, utilizza una microcar per gli spostamenti e gode di modesta pensione (Euro 279 mensili)».

Tutte circostanze che hanno indotto il Giudice a ritenere la patologia mentale presupposto necessario ma non sufficiente per la nomina dell’amministratore di sostegno, nella specie non risultando il soggetto impossibilitato a compiere gli atti della vita quotidiana.

Una limitata capacità di agire della persona non può essere desunta «dal fatto che l’abitazione ove egli vive non brilla per igiene e pulizia complessiva».

Infatti, ha concluso il Tribunale, richiamando all’uopo varia giurisprudenza di merito a conforto, «la misura protettiva non è attivabile in presenza di rete sociale attenta e vigile di idoneo supporto alla persona, non ravvisandosi il requisito dell’impossibilità gestionale».

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Accesso agli atti. Ecco come e cosa cambia. Il Freedom information act (Foia)

In cosa consiste l’accesso agli atti? Scomodando il sito del ‘governo italiano presidenza del consiglio dei ministri’, possiamo tutti agevolmente sapere di cosa si tratta. Infatti, «Per “diritto di accesso” si intende, in base alla normativa vigente, il diritto degli interessati a prendere visione e ad estrarre copia di documenti amministrativi. Ne sono titolari tutti i cittadini, società e associazioni, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento di cui si chiede l’accesso. Per “documento amministrativo”, si intende ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale. Tutti i documenti amministrativi sono accessibili ad eccezione di quelli previsti dall’art. 24, commi 1, 2, 3, 4 e 5 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (c.d. fattispecie di esclusione dell’accesso), tra i quali è contemplata l’esclusione per le richieste di accesso agli atti preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni e per le istanze che, ove soddisfatte, possano pregiudicare il diritto alla riservatezza di persone fisiche, persone giuridiche, imprese e associazioni».

Ma forse non tutti sanno della rivoluzione che in materia si è avuta ieri, 16 maggio 2016, con l’approvazione, in via definitiva, da parte del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia – affidando il coordinamento formale del testo definitivo al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Claudio De Vincenti, in conformità a quanto deliberato dal Cdm – del decreto legislativo recante la revisione e la semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell’articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. È stato approvato il decreto noto come ‘Decreto Trasparenza’, che introduce in Italia il tanto atteso Freedom of Information Act, ovverosia il diritto di qualunque cittadino, a prescindere da un «interesse diretto, concreto e attuale» [fino ad oggi alla base della richiesta di accesso agli atti], di richiedere dati e informazioni alla Pubblica Amministrazione, senza perciò necessità di giustificarne l’accesso.

Tutto cambia, a partire dal nome: non più ‘diritto di accesso agli atti amministrativi’, bensì, come detto, Foia, ossia Freedom of Information Act [dall’inglese, ‘Legge sulla libertà di informazione’].

Secondo quanto si legge nel ‘comunicato stampa del consiglio dei ministri n. 117 del 16 maggio 2016’, nel testo definitivo (forse già da oggi sarà reso pubblico) il Governo recepisce tutte le condizioni poste dalle commissioni parlamentari nei loro pareri. Nel dettaglio:

«RIFORMA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza (decreto legislativo – esame definitivo)

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia, ha approvato – affidando il coordinamento del testo definitivo al Sottosegretario alla Pcm, in conformità a quanto deliberato dal Cdm – un decreto legislativo recante la revisione e la semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell’articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Nello specifico si aprono le banche dati delle amministrazioni che le gestiscono; si rende strutturale il sito “Soldi pubblici” (http://soldipubblici.gov.it); si introduce una nuova forma di accesso civico ai dati e documenti pubblici equivalente a quella che nel sistema anglosassone è definita Freedom of information act (FOIA), che consente ai cittadini di richiedere anche dati e documenti che le pubbliche amministrazioni non hanno l’obbligo di pubblicare.

Il piano nazionale anticorruzione adottato dall’Anac sarà più semplice, snello e di facile attuazione per le pubbliche amministrazioni che dovranno recepirlo nei propri piani triennali di prevenzione della corruzione.

Sono state accolte le condizioni poste dalle commissioni parlamentari nei loro pareri e sono state recepite gran parte delle osservazioni avanzate dalla Conferenza Unificata, dal Consiglio di Stato e dal Garante per la protezione dei dati personali. In particolare, in tema di accesso civico è stato eliminato l’obbligo di identificare chiaramente dati o documenti richiesti, è stata esplicitata la prevista gratuità del rilascio di dati e documenti, è stato stabilito che l’accoglimento o il rifiuto dell’accesso dovranno avvenire con un provvedimento espresso e motivato, è stato previsto che l’accesso è rifiutato quando è necessario evitare un pregiudizio concreto alla tutela di uno degli interessi pubblici o privati indicati».

Viene eliminato il silenzio-rifiuto, ovvero l’automatico rigetto della domanda di accesso agli atti nel caso di mancata risposta, da parte della P.A., nel termine di 30 giorni dalla richiesta. L’accoglimento o il rifiuto dovranno, ciò che più rileva, essere sempre motivati.

E’ previsto l’accesso gratuito agli atti pubblici telematici. Al richiedente potrà essere richiesto solo il rimborso del costo “effettivamente sostenuto e documentato” per la riproduzione del documento “su supporti materiali”.

Nel caso di diniego, il cittadino potrà rivolgersi, come previsto dalla attuale legge, al T.A.R., ma, con il fine di evitare i costi collegati al ricorso amministrativo, gli sarà garantita un’altra via con il ricorso alla Autorità anticorruzione di Cantone o, negli enti locali, al difensore civico.

Al fine di negare l’accesso ai dati e alle informazioni, l’amministrazione deve dimostrare che la risposta pregiudicherebbe in modo concreto gli interessi da tutelare che possono essere solo di due tipi: (i) gli interessi dello Stato o (ii) gli interessi dei privati (dati personali, segretezza della corrispondenza e interessi economici e commerciali). E, per delimitare il confine tra trasparenza e privacy, con il passaggio alle Commissioni di Camera e Senato è stata avanzata la richiesta di affidare all’Autorità anticorruzione la stesura delle linee guida che indicheranno in modo preciso in quali circostanze le PA possono rifiutarsi di fornire le informazioni ai cittadini, “a tutela di interessi pubblici e privati”.

Al di là dei vari commenti al testo uscito dal Consiglio dei ministri – il vice presidente di Stati Generali dell’Innovazione ha sottolineato che è nel medio-lungo periodo che occorrerà prestare attenzione: «l’efficacia del monitoraggio e delle eventuali sanzioni alle PA inadempienti; quanto saranno agevoli gli strumenti in mano ai cittadini per fare valere i propri diritti in caso di rifiuto da parte delle amministrazioni» – lo scopo pregevole della riforma è limitare l’arbitrio da parte dell’amministrazione che molto spesso, trincerandosi dietro un silenzio-rifiuto, si è sottratta alla trasparenza.

Su Twitter, Angelo Rughetti, sottosegretario alla Pubblica Amministrazione e innovazione, alle 18.59 di ieri scrive: «Il primo decreto ha finito il suo percorso. #FOIA è legge. La PA diventa casa di vetro».

In attesa di studiare il testo, la cui approvazione scongiura un ritorno al Parlamento, per l’intanto, sia consentito un po’ di sano ottimismo.

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Multa per eccesso di velocità rilevata da autovelox

Multa per eccesso di velocità rilevata a mezzo autovelox. Il Comune deve dimostrare che l’apparecchio è stato sottoposto a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura

Cass. Civ., II Sez., 16.05.2016, n. 9972

La sentenza in commento riguarda l’argomento degli autovelox, e della necessità che vengano sottoposti periodicamente a verifiche di funzionalità e di taratura, tornato a far discutere dopo la sentenza shock della Corte Costituzionale n. 113, depositata il 18 giugno 2015, che, dichiarato incostituzionale l’articolo 45, comma 6, del Codice della Strada, nella parte «in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche di funzionalità e di taratura», ha stabilito un principio fondamentale, ovverosia che tutti gli autovelox vanno sottoposti a controlli, senza alcuna distinzione tra dispositivi fissi e mobili. Fino a detta sentenza dei giudici costituzionali, infatti, complici i principi fissati dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il controllo periodico e la taratura erano necessari solo per i rilevatori di velocità fissi, e non anche per quelli impiegati sotto il controllo costante dagli operatori, ovvero le cosiddette postazioni mobili. Fino a detta sentenza, appunto.

In fatto. All’esame degli Ermellini il ricorso di una donna che, ricevuta una multa dalla polizia municipale per eccesso di velocità rilevato a mezzo di autovelox, aveva proposto opposizione avverso l’ordinanza-ingiunzione che era stata accolta dal Giudice di Pace che aveva annullato il provvedimento impugnato. Adìto poi dal soccombente Comune il Tribunale, questo confermava l’ordinanza-ingiunzione, rigettando l’opposizione. La donna quindi proponeva, avverso la sentenza di appello, ricorso per cassazione affidandolo a quattro motivi.

In diritto. La ricorrente, con il quarto motivo, che è stato poi [l’unico] accolto, deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto per avere il Tribunale omesso di considerare che il Comune convenuto non aveva fornito la prova di aver provveduto alla taratura annuale dell’apparecchio utilizzato per la rilevazione della velocità. Gli Ermellini, all’uopo richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 113/2015, cassando con rinvio la sentenza sul punto, ritengono «Alla stregua di tale pronuncia di incostituzionalità, che ha effetto retroattivo ed è quindi applicabile ai giudizi pendenti, deve ritenersi che l’art. 45 comma 6 del codice della strada, come integrato dalla pronuncia della Corte costituzionale, prescriva la verifica periodica della funzionalità degli autovelox e la loro taratura». Di talché la sentenza impugnata, che, conformandosi alla giurisprudenza della Suprema Corte allora vigente, non aveva ritenuto necessaria la taratura periodica del dispositivo di rilevazione automatica, viene dunque cassata sul punto affinché il Tribunale, in persona di altro giudice, accerti se, nel caso di specie, «l’apparecchiatura utilizzata per l’accertamento dell’infrazione stradale era stata sottoposta alla verifica periodica di funzionalità e di taratura».

Sarà dunque il Comune a dover dimostrare di aver sottoposto l’apparecchiatura a verifiche periodiche.

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Evitare il pignoramento della casa dandola in affitto

Tribunale di padova, Sezione II, 12 gennaio 2016, n. 93

Il fatto. La Banca [X] conveniva in giudizio [Y] e [Z] deducendo di avere un credito nei confronti di [Y] in ragione di un mutuo ipotecario concessogli. La Banca odierna attrice lamentava che, avviato un pignoramento nei confronti di [Y] che non aveva rispettato l’obbligo di restituzione del mutuo, dopo aver iniziato l’azione esecutiva era venuta a conoscenza che [Y] aveva dato in locazione l’immobile, con contratto regolarmente registrato, a [Z]. La Banca dunque concludeva, (i) in via principale chiedendo accertarsi la simulazione del contratto di locazione, «visto il pregiudizio in sede esecutiva che quel contratto recava al valore dell’immobile» e (ii) in via subordinata, chiedendo dichiararsi inefficace quel contratto ex art. 2901 c.c.. Si costituiva solo il conduttore [Z] chiedendo il rigetto delle domande attoree.

In diritto. Il Tribunale, senza dare ingresso alla attività istruttoria, riteneva infondata la domanda della Banca e la rigettava per difetto di prova, non essendo riuscita a dimostrare il sospetto che il contratto di locazione fosse simulato, ovverosia fosse stato stipulato al fine di ostacolare l’esecuzione forzata né che il conduttore fosse a conoscenza del pignoramento dell’immobile e che, ciò nonostante, avesse stipulato il contratto con il locatore. Se anche non è certa la data del contratto di locazione, si legge in sentenza, i due assegni circolari prodotti, che recano la data dell’1 giugno 2009 e che trovano conferma nel contratto di locazione, inducono a «ritenere che sia infondato il sospetto dell’attrice per cui quel contratto sarebbe stato stipulato per paralizzare l’iniziativa esecutiva perché vorrebbe dire che la [Z] sapeva il primo giugno quando chiese remissione dei due assegni circolari alla sua banca che il successivo 20 giugno il suo locatore avrebbe ricevuto un atto di precetto. A parte la inverosimiglianza della circostanza, la banca non ha introdotto elementi presuntivi volti a suffragare questo sospetto». E mentre [Z] è riuscita a dimostrare di aver pagato, prima della notifica del precetto, – seppure trattasi di «unico elemento certamente singolare dei rapporti tra le parti» – i canoni di tutto il periodo di durata del contratto di locazione, la Banca [X] non ha dimostrato che il conduttore fosse a conoscenza del pignoramento dell’immobile a lui affittato; di conseguenza, non può chiedere la nullità del contratto di locazione a suo dire “simulato”.

Il Giudice di merito non ha quindi ritenuto possibile parlare né di simulazione né di atto in frode ai creditori, non potendo quindi essere accolta la revocatoria, ex art. 2901 c.c., formulata in via subordinata, perché l’attrice avrebbe dovuto provare, anche con presunzioni, e non lo ha fatto, che la conduttrice fosse consapevole del pregiudizio arrecato alla banca creditrice. Anzi, ritiene il giudice, «Tutti gli elementi che l’attrice vorrebbe pertanto valorizzare per suffragare una posizione di fraudolenta lesività degli atti posti in essere, si caratterizzano per essere, al contrario, contrari alla sua deduzione».

Le domande attoree sono state pertanto rigettate perché infondate, con condanna della Banca al pagamento delle spese legali.