Mese: aprile 2016

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Ticket sul sedile e non sul parabrezza

Ticket sul sedile e non sul parabrezza. Multa annullata ma spese legali compensate

Corte di Cassazione, Sez. Civ. VI, 27.04.2016 n. 8282

Alla attenzione degli Ermellini la questione della compensazione delle spese di giustizia in un giudizio nel quale il ricorrente si era viste riconosciute le proprie ragioni dal Giudice di Pace, che aveva respinto la sanzione amministrativa per violazione al codice della strada (ticket della sosta esposto non già sul parabrezza ma sul sedile) e che, tuttavia, con particolare riguardo alle spese di lite, aveva provveduto a compensarle mediante il riferimento alla formula classica «Sussistono giusti motivi, ravvisabili nella particolare natura della controversia e nelle considerazioni poste a base della decisione, per compensare tra le parti le spese di lite».

Il fatto. Il difensore del Sig. [X], all’uopo affidando il proprio ricorso a due motivi, impugna la sentenza del Tribunale che aveva respinto il suo appello avverso la decisione di primo grado del Giudice di pace che, pur accogliendo la sua opposizione avverso la sanzione amministrativa per violazione al Codice della Strada (mancato pagamento di sosta tariffata), compensava le spese di lite. Secondo il proprietario dell’autovettura, la “grave ed eccezionale ragione” richiamata dalla norma giustificante la compensazione delle spese di giudizio, «non poteva di certo essere riferita al fatto di non aver esposto “correttamente” il tagliando o ticket della sosia sul sedile anteriore, lato passeggero dell’autovettura». Aggiunge il ricorrente, come si legge nella sentenza in commento, «secondo il Giudice dell’appello, la presunta “correttezza dell’operato del vigile” (che secondo il GDP, ha “legittimamente elevato il verbale di contravvenzione” perché il ticket esposto sedile anteriore della auto non era assolutamente visibile e quindi non esposto in modo “corretto”) avrebbe legittimato una grave ed eccezionale ragione per la compensazione». Peraltro, sempre seguendo il ragionamento del ricorrente, «manca una norma che disciplini espressamente le modalità di esposizione del ticket, posto che «l’art.7 co. 1, lett. f (e non l’art. 157 co. 6 CdS come erroneamente contestato), recita infatti: “Nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, l’orario in cui la sosta ha avuto inizio”». Il ricorrente quindi sostiene che era ben visibile il ticket posto sul sedile anteriore e non necessariamente sul parabrezza, e comunque tale fatto non può essere considerato grave ed eccezionale ragione per compensare le spese di lite, ex art. 92 c.p.c. in caso di opposizione alla contravvenzione, come nel caso di specie.

In diritto. Gli Ermellini, dopo aver pedissequamente riportato la motivazione del giudice d’appello – «Ciò premesso, va osservato che il giudice di Pace ha esplicitamente descritto le ragioni giustificanti la compensazione richiamando non solo, genericamente, la particolare natura della controversia, ma indicando e richiamando (per evidenti ragioni di sinteticità) le considerazioni che lo hanno indotto ad accogliere l’opposizione esposte nel periodo immediatamente precedente. Ivi, pur dando atto che il tagliando per il pagamento della sosta non era stato esposto correttamente all’interno dell’abitacolo, il Giudice tuttavia ha escluso la sanzionabilità del comportamento, affermando che, appunto, la mancata regolare esposizione non può essere assimilata alla mancanza di titolo abilitante alla sosta. E’ di tutta evidenza, quindi, il ragionamento giustificante la compensazione: l’agente accertatore ha legittimamente elevato il verbale di contravvenzione opposto, giacché l’auto era in sosta senza tagliando di pagamento; solo successivamente è emerso che il contravventore-opponente aveva pagato il corrispettivo della sosta, il cui tagliando non era stato esposto in maniera visibile (sembra fosse sul sedile anteriore): quindi, insussistenza della violazione contestata, ma correttezza dell’operato del vigile che, per difetto dell’opponente, non aveva potuto verificare l’assolvimento dell’obbligo: l’accertamento elevato quindi, era stato indotto da un erroneo comportamento dell’opponente. Valutazione, quindi, del tutto condivisibile e integrante le gravi ragioni evocate nell’art. 92 secondo comma c.p.c.» – ritengono corretto il comportamento del vigile. Il tagliando va esposto in modo chiaro per agevolare, e non già per contrastare, l’attività di controllo degli agenti. «Al riguardo, data la tipologia della infrazione, è evidentemente affidato al buon senso dei conducenti esporre in modo visibile il tagliando, per agevolare l’attività di controllo e per evitare disguidi». Ma anche il comportamento del giudice è corretto, per aver escluso che la mancata adeguata esposizione del ticket potesse legittimare la contestazione della violazione, sostanzialmente affermando «che la specifica vicenda non poteva consentire di individuare un errore o negligenza riferibile al vigile e di conseguenza alla Autorità amministrativa, ai fini anche della regolazione delle spese di giudizio. I giudici di merito hanno quindi applicato correttamente la normativa processuale in materia di regolazione delle spese».

La Corte ha dunque rigettato il ricorso.

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Locazione e recesso del conduttore. Quando è legittimo e quando, invece, non lo è

Cass. Civ., Sez. III, 05.04.2016, n. 6553

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha chiarito quali sono le ipotesi in cui il recesso dal contratto di affitto si può ritenere giustificato.

In fatto. Per il recupero di canoni di locazione non corrisposti, la proprietaria di un appartamento provvedeva a notificare decreto ingiuntivo al conduttore, che aveva manifestato l’intenzione di recedere dal contratto, recesso contestato dalla locataria e, essendo rimasto il conduttore nella disponibilità dell’appartamento, era per ciò stesso tenuto a pagare i canoni locativi. Il conduttore proponeva opposizione a decreto ingiuntivo, assumendo l’infondatezza della pretesa azionata in sede monitoria atteso, per quel che qui rileva, il regolare esercizio del diritto di recesso. Il Tribunale rigettava l’opposizione a decreto ingiuntivo e condannava l’opponente al pagamento delle spese di lite, con sentenza confermata in grado di appello dalla Corte territoriale adìta dalla parte soccombente [conduttore opponente]. Non resta allo stesso conduttore che adìre la Suprema Corte.

In diritto. Il ricorrente, con il primo motivo del ricorso, deduce violazione e/o falsa applicazione di norme di legge, in particolare dell’art. 3, coma 6, della legge n. 431 del 1998, al fine di censurare la sentenza nella parte in cui non ha riconosciuto come grave motivo (legittimante i recesso del conduttore) il trasferimento della figlia (effettiva occupante l’immobile) in altra città, determinato da ragioni lavorative. Il ricorrente in particolare censura le affermazioni della Corte di Appello, con riferimento a: (i) la scelta del trasferimento per motivi di lavoro sarebbe stata «soggettiva e non proprio necessitata (attesa la obiettiva compatibilità del mantenimento dell’occupazione dell’immobile condotto in locazione con la sede fiorentina dello studio professionale ove la figlia è andata a svolgere la sua attività)»; (ii) il difetto del requisito della «imprevedibilità», dal momento che «sia i tempi di completamento degli studi universitari che quelli successivi relativi alla scelta ed organizzazione dell’attività lavorativa, sono tempi suscettibili di essere previsti e pianificati» e comunque, secondo il giudice territoriale, incombeva sul conduttore l’onere di prendere le decisioni conseguenti in merito alla locazione in corso; (iii) l’insussistenza, nel caso di specie, di gravi motivi di recesso, affermando che «né è stato dimostrato in giudizio (o si è richiesto di dimostrare) che le esigenze di trasferirsi a Firenze per la figlia dell’appellante si siano manifestate imprevedibilmente ed in maniera ineludibile successivamente all’ultimo rinnovo contrattuale avvenuto il 31.12.2007. La circostanza secondo cui la figlia dell’appellante avrebbe iniziato a svolgere la sua attività lavorativa presso lo studio legale Baldi di Firenze sin dall’ottobre 2007 non è risultata provata».

In sostanza, sia il Tribunale sia la Corte d’appello hanno anzitutto ritenuto non dimostrato che il trasferimento in altra sede di lavoro non fosse dipeso dalla volontà del ricorrente. Inoltre, doveva ritenersi priva di giustificazione la sua scelta (soggettiva e non proprio necessitata) di non mantenere la casa in locazione nonostante la poca distanza tra la città in cui si trovava l’immobile locato e la città dove doveva svolgersi l’attività lavorativa.

Gli Ermellini, ritenendo non controverso, anzi pacifico tra le parti, che la clausola contrattuale attinente al diritto di recesso del conduttore fosse sostanzialmente riproduttiva dell’art. 3, coma sesto, della legge n.431/1998, che ne fissa il presupposto nella ricorrenza di «gravi motivi», fatta salva la comunicazione al locatore con preavviso di sei mesi, hanno ribadito che, in tema di recesso del conduttore, sia per le locazioni abitative sia per quelle non abitative, «le ragioni che consentono al conduttore di liberarsi del vincolo contrattuale devono essere determinate da avvenimenti sopravvenuti alla costituzione del rapporto, estranei alla sua volontà ed imprevedibili, tali da rendere oltremodo gravosa per il conduttore la sua prosecuzione. La gravosità della prosecuzione deve avere una connotazione oggettiva, non potendo risolversi nella unilaterale valutazione effettuata dal conduttore in ordine alla convenienza o meno di continuare il rapporto locativo (cfr., oltre alle massime citate in sentenza -tra cui Cass. n. 5328/07- anche, tra le più recenti, Cass. n. 9443/10 e n. 26711/11), con la precisazione che, rispetto alle locazioni abitative, la gravosità della prosecuzione va valutata non (solo) sotto il profilo economico (come affermato nelle massime relative all’attività aziendale svolta nei locali per cui viene effettuato il recesso: Cass. n. 7217/14), ma anche tenendo conto delle esigenze di vita del conduttore medesimo (cfr. Cass. n. 12291/14)».

In altri e più chiari termini, gli Ermellini ritengono che i gravi motivi addotti ai fini della recesso unilaterale dal contratto devono avere connotazione oggettiva, non potendosi risolvere in una valutazione circa la convenienza o meno di continuare il rapporto locativo. Inoltre, la gravosità della prosecuzione – il cui apprezzamento spetta ai giudici di merito – va valutata sotto il profilo economico, ad esempio sotto il profilo della possibilità di acquisire altri immobili a prezzi più bassi, ma anche tenendo conto delle sue esigenze di vita.

I giudici di Piazza Cavour hanno quindi respinto il ricorso, ritenendo non giustificato il recesso dal contratto di locazione per gravi motivi. «Pertanto, è conforme a diritto la sentenza che ha reputato illegittimo il recesso per mancata dimostrazione dell’imprevedibilità dell’evento sopravvenuto integrante grave motivo, ai sensi dell’art. 3, coma sesto, della legge n. 431/98, facendo gravare sul conduttore l’onere della prova». Il conduttore avrebbe dovuto dare la prova, che non ha dato, dell’imprevedibilità dell’evento sopravvenuto integrante grave motivo. Nella fattispecie al loro esame, era stato il conduttore a chiedere di essere trasferito in un’altra città per svolgere la propria attività professionale, città che però non risultava poi così distante da quella in cui era ubicato l’immobile locato, di talché non era possibile parlare di gravosa prosecuzione del contratto di locazione.

In aggiunta ed in disparte a quanto riferito fino ad ora, giova ricordare, con riferimento a quelli che devono essere i ‘gravi motivi’, in presenza dei quali è consentito in qualsiasi momento il recesso del conduttore dal contratto di locazione, che essi si rinvengono in tutti quei fatti, estranei alla volontà del conduttore, imprevedibili e sopravvenuti alla costituzione del rapporto, che rendono oltremodo gravosa allo stesso la prosecuzione del rapporto stesso (in termini materiali, economici, finanche psicologici).

Quanto sopra non è di poco momento per le conseguenze che ne derivano nel caso di opposizione del locatario; le motivazioni del recesso andranno provate, in sede processuale, dinanzi al giudice che stabilirà se esse sono, o no, legittime. In assenza di motivi validi, il contratto andrà rispettato fino alla scadenza.

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Equitalia. Prolungati i tempi di apertura degli sportelli

Con un comunicato stampa del 27.02.2014, la Direzione Generale di Equitalia precisava che, a fronte di un piano di riorganizzazione che prevedeva di aumentare l’assistenza ai contribuenti e di garantire servizi uniformi in tutta Italia, l’apertura degli sportelli, a partire dal 03.03.2014, avrebbe osservato i seguenti orari:

  • dal lunedì al venerdì dalle ore 8:15 alle ore 13:15
  •  semifestivi dalle ore 8:15 alle ore 12:15

Ed ecco che, a due anni di distanza, Equitalia avvia una ulteriore iniziativa, ovverosia quella di prolungare i tempi di apertura nelle sedi che registrano una più alta affluenza di contribuenti.

Dalla data odierna del 26.04.2016, nelle principali città italiane di Roma, Napoli (Corso Meridionale), Milano (Viale dell’Innovazione e Via San Gregorio) e Torino (Cia Alfieri), gli sportelli rimarranno aperti fino alle ore 15,15 anziché alle 13,15, prolungando così di due ore l’orario di apertura al pubblico.

A Roma, in particolare, ai cui sportelli, nel 2015, si sono presentate ben 497 mila persone, ad essere interessate del provvedimento le sedi di Via Colombo, Via Togliatti e Via Aurelia, quelle cioè con la più alta affluenza di contribuenti (301 mila accessi registrati), che verranno anche implementati di personale addetto con l’evidente scopo di ridurre i tempi di attesa. In aggiunta, sempre a Roma, da metà maggio partirà +65, all’interno di Sportello Amico, da intendersi come «corsia preferenziale» riservata agli ultra sessantacinquenni.

Ciò a fronte del riscontrato aumento nel 2015 dell’affluenza del 10% rispetto al 2014, per 5 milioni di contribuenti. Fatta eccezione per la Sicilia, gli sportelli presenti in tutte le regioni sono 203. Per questo Equitalia si accinge a creare una piattaforma internet unica per tutti gli sportelli: tramite un applicativo informatico ogni ufficio d’Italia potrà interloquire con tutti i contribuenti, anche con quelli che risiedono in un’altra città, allo scopo di fornire sollecito aiuto.

Tramite la sezione ‘contatti e sportelli’ è possibile conoscere le sedi di Equitalia più vicine, fornite di indirizzi e orari di apertura.

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Mancata celebrazione del matrimonio. Non spetta il rimborso delle spese sostenute

Matrimonio. Mancata celebrazione. Spese sostenute. Non spetta il rimborso

Tribunale di Cagliari, 16.02.2016, n. 487

La decisione attiene alla mancata celebrazione delle nozze e alla richiesta di una parte, ritenuta infondata dal giudice di prime cure, di ottenere il rimborso delle spese [inutilmente] affrontate in vista di un matrimonio poi non celebrato.

«L’obbligazione di rimborso delle spese affrontate e delle obbligazioni contratte in vista del matrimonio come una speciale responsabilità conseguente ex lege all’esercizio di recesso, non riconducibile a quella aquiliana ai sensi dell’art. 2043 c.c., essendo la scelta di non contrare matrimonio un atto di libertà incoercibile (cfr Cass. 2.1.2012, n. 9), e neppure a quella precontrattuale o contrattuale, non essendo la promessa di matrimonio un contratto e non costituendo essa un vincolo giuridico tra le parti, la quale presuppone che la rottura del fidanzamento avvenga “senza giusto motivo” (Cfr. Cass. 15.4.2010, n. 9052)»

In fatto. Con atto di citazione, [X] conveniva in giudizio [Y], sostenendo che, a seguito della relazione sentimentale che si protraeva da circa sette anni con il convenuto, intervenuta la vicendevole promessa di sposarsi, avendo dunque il comportamento del convenuto, durante il rapporto sentimentale, ingenerato in lei una situazione di affidamento sulla conclusione del contratto di matrimonio, la stessa attrice aveva provveduto ad acquistare vari arredi (con versamento dell’acconto di Euro 500,00) nonché l’abito da sposa, per un totale di Euro 12.208,14, oltre ad aver fissato la data delle nozze per il 15 maggio 2004, preceduta, nel mese di agosto 2003, dalla convivenza in un immobile messo a disposizione dalla madre dello sposo. Quest’ultimo, «in data 9 aprile 2004 aveva immotivatamente rifiutato di sposarsi e anzi, dopo averla percossa e minacciata, aveva invitato i genitori di quest’ultima, telefonicamente, a portarla via». Ritualmente costituitosi in giudizio, il convenuto ha chiesto il rigetto della domanda, motivando in ordine alla sopravvenuta incompatibilità di carattere tra i due promessi sposi, che aveva comportato il rifiuto di eseguire la promessa di matrimonio, affiorate durante la convivenza e dal comportamento [asseritamente] invadente dei genitori della sposa, sempre presenti, «adusi a comportamenti insolenti nei confronti dei suoi amici che frequentavano l’abitazione», ed ancora, si legge in sentenza, «nella mattina del 9 aprile 2004 l’attrice gli aveva telefonato per inveire con abbondante turpiloquio contro la propria madre, che, recatasi a casa loro, aveva calpestato il prato appena seminato, e, durante la serata, aveva lasciato l’abitazione in compagnia del padre, che gli aveva detto che non ci sarebbe stato alcun matrimonio, a causa di un litigio avvenuto tra loro per le vicende della mattina che lo avevano indotto a dire che se i propri genitori non potevano andare in casa loro, allo stesso modo non avrebbero potuto neanche quelli della promessa sposa». Quanto all’acquisto rateale degli immobili, questo era avvenuto, asserisce il convenuto, molto tempo prima della promessa di matrimonio, mentre il video citofono era stato restituito, unitamente a due bastoni in ferro battuto e a due vassoi in ceramica, ad eccezione del compressore che gli era stato regalato in occasione del Natale; «aveva versato Euro 250,00 per l’acquisto della camera da letto e la metà dell’importo per le bomboniere e le partecipazioni, mentre l’acconto per l’abito da sposa era stato perso dall’attrice per il suo disinteresse, essendole stato offerta dalla titolare del negozio di sostituire l’abito con altra merce per pari importo».

In diritto. Il Giudice del merito anzitutto precisa che «a mente dell’articolo 81 c.c., la promessa di matrimonio fatta vicendevolmente per atto pubblico o per scrittura privata oppure risultante dalla richiesta della pubblicazione, obblighi il promettente a risarcire il danno cagionato all’altra parte per le spese fatte e per le obbligazioni contratte a causa di quella promessa, entro il limite in cui le spese e le obbligazioni corrispondono alla condizione delle parti, qualora egli ricusi di eseguirla senza giusto motivo». La Suprema Corte, ricorda il Giudice di prime cure, qualifica «l’obbligazione di rimborso delle spese affrontate e delle obbligazioni contratte in vista del matrimonio come una speciale responsabilità conseguente ex lege all’esercizio di recesso, non riconducibile a quella aquiliana ai sensi dell’art. 2043 c.c., essendo la scelta di non contrare matrimonio un atto di libertà incoercibile (cfr Cass. 2.1.2012, n. 9), e neppure a quella precontrattuale o contrattuale, non essendo la promessa di matrimonio un contratto e non costituendo essa un vincolo giuridico tra le parti, la quale presuppone che la rottura del fidanzamento avvenga “senza giusto motivo” (Cfr. Cass. 15.4.2010, n. 9052)».

Così come è stato documentalmente dimostrato che le parti avevano deciso di contrarre matrimonio, provvedendo alle relative pubblicazioni presso la casa comunale, è stato altrettanto provato, motiva il Giudice territoriale, che la rottura del fidanzamento non era avvenuta “senza giusto motivo”, «essendo essa frutto di una decisione sostanzialmente concorde delle parti sia pure indotta da un aspro litigio intercorso nella giornata del 9.4.2004, a circa un mese dalla data fissata per la celebrazione del matrimonio».

Non vi era dubbio che la convivenza fosse divenuta intollerabile non solo per i dissapori nei confronti tanto dei genitori della moglie quanto di quelli del marito, scaturiti nell’episodio del 9 aprile 2004, ma per i continui litigi tra i futuri coniugi. La donna altresì, successivamente alla data del 9 aprile 2004, non si è dimostrata disponibile, rifiutando qualsiasi richiesta di dialogo, come testimoniato da varie persone, atteggiamento culminato nella decisione della donna di riprendersi le sue cose e di non volersi più sposare.

«Deve dunque dirsi che la rottura del matrimonio sia stata causata da intollerabilità della convivenza, intrapresa dalle parti prima di contrarre le nozze, e dunque in presenza di un giusto motivo». Nessun risarcimento può essere avanzato dalla attrice, condannata alle spese di giudizio.

Social Card 2016. Disoccupati

Si tratta di una carta acquisti straordinaria, che non va confusa con la social card ordinaria di 40 euro al mese, e che ha la funzione di sostegno economico, predisposta dalla Legge di Stabilità 2016, per i nuclei familiari con disagio economico, in cui un membro risulti disoccupato.

La card disoccupati, in realtà, era già stata prevista, esattamente dal 2013, inizialmente in via sperimentale solo in alcune città ed in alcuni comuni; estesa nel 2014 al Sud Italia ma, di fatto, non si è ancora proceduto alla sua attuazione.

Nel sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in data 26 gennaio 2015 è apparso il seguente comunicato stampa: «Politiche sociali: Social Card Disoccupati 2015; Ministero, non è ancora possibile presentare domande. Diversi siti internet hanno diffuso la notizia che in tutti i comuni delle otto Regioni del sud Italia, vale a dire Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Abruzzo e Molise, Campania e nelle 12 città in cui è stata avviata la sperimentazione della nuova social card, vale a dire, Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia e Verona, è possibile presentare domanda per richiedere la così detta social card disoccupati 2015. Alcuni siti internet, ad esempio www.guidafisco.it www.retenews24.it www.newslavoro.com e www.lavoroeconcorsi.com, hanno anche pubblicato dei documenti da stampare e portare presso gli uffici postali, che non sono più validi poiché potevano essere utilizzati  solo per richiedere l’accesso al beneficio della così detta social card sperimentale avviata nelle 12 città più grandi di Italia.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali chiarisce, al riguardo, che allo stato attuale l’estensione della misura nelle Regioni del mezzogiorno è tuttora in via di definizione, pertanto non è possibile presentare domande».

Pertanto, in attesa della emanazione del decreto attuativo da parte del Ministero del Lavoro di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che indicherà il meccanismo della domanda, confermando i requisiti di accesso e le modalità di richiesta e mettendo altresì a disposizione degli interessati il modulo di domanda, vediamo in concreto di cosa si tratta.

La social card disoccupati, ex social card sperimentale, dà diritto ad un sostegno variabile da un minimo di 231 ad un massimo di 404 euro al mese, in base al numero dei componenti il nucleo familiare ed al reddito Isee 2015. Tale beneficio viene erogato agli aventi diritto, in possesso dei requisiti, che abbiano presentato apposita domanda a mezzo di un modulo compilato presso gli sportelli di Poste Italiane.

Si presenta come una carta prepagata ricaricabile, affiliata al circuito Mastercard: viene ricaricata mensilmente dall’INPS e dal Comune di residenza (se vi sono, come detto, i fondi) e può essere utilizzata per i pagamenti Pos, per pagare ad esempio le bollette di luce o gas, ovvero per prelievi presso gli sportelli Postamat.

Ma vediamo in che termini viene erogato l’importo:

  • •231 euro per le famiglie con 2 componenti;
  • 281 euro per le famiglie con 3 componenti;
  • 331 euro per i nuclei familiari composti da 4 componenti;
  • 404 euro per le famiglie composte da più di 5 persone.

Il contributo economico è erogato dall’INPS ogni 2 mesi e per 12 mesi.

Il nucleo familiare del richiedente deve rispondere alle seguenti caratteristiche:

  • avere nel nucleo familiare almeno un componente con meno di 18 anni (la priorità, a parità di requisiti, viene data ai nuclei monogenitoriali e figli minorenni, a nuclei con 2 figli minorenni e in attesa del terzo, e quelli con minori con disabilità);
  • essere cittadino italiano o comunitario (o extracomunitario con permesso di soggiorno di lunga durata);
  • avere un reddito Isee inferiore a 3000 euro, con un patrimonio mobiliare ai fini Isee inferiore a 8mila euro;
  • non avere alcun veicolo immatricolato nei 12 mesi precedenti;
  • non avere autoveicoli superiore a 1300cc o un motoveicolo superiore a 250CC immatricolati nei 36 mesi precedenti;
  • •non si deve già percepire altri sussidi mensili, previdenziali o assistenziali che superino i 600 euro, pensioni comprese;
  • se si possiede una casa di proprietà il valore ai fini IMU non deve superare i 30 mila Euro;
  • i componenti del nucleo familiare devono risultare disoccupati al momento della domanda;
  • nei 36 mesi precedenti almeno un membro del nucleo familiare deve essere stato in una delle seguenti condizioni: in caso di lavoro dipendente cessazione del lavoro, in caso di lavoro autonomo cessazione dell’attività, in caso di lavoratori con contratti flessibili aver lavorato almeno 180 giorni.

La domanda dovrà essere presentata presso il Comune di residenza entro la data indicata in ciascun bando comunale.

Nella domanda, l’interessato deve dichiarare, sotto la propria responsabilità, di essere in possesso di tutti i requisiti sia personali che dell’intero nucleo familiare, previsti dalla legge, allegando la dichiarazione Isee e lo stato di famiglia, documenti dai quali gli organi preposti potranno verificare lo stato di difficoltà ed il rientro nei requisiti necessari per questa forma di sussidio.

Il Comune di residenza, fermi restando i requisiti previsti dalla legge, potrà decidere di limitare l’elenco nell’ambito dei nuclei familiari già assistiti dai propri servizi, individuati sulla base di precedenti avvisi pubblici o regolamenti con finalità analoghe a quelle della sperimentazione.

Al termine delle verifiche sui requisiti effettuate dall’Inps e dai Comuni, l’Inps individuerà i nuclei familiari beneficiari nei limiti della quota di risorse attribuite a ciascun Comune e determinerà l’importo del beneficio in relazione alla numerosità del nucleo familiare.

Sarà l’Ente Poste a dare comunicazione ai richiedenti dei nuclei familiari rientranti in graduatoria utile, con l’invito a ritirare, recandosi presso un Ufficio Postale, la propria carta in cui sarà già stato accreditato l’importo relativo al primo bimestre utile.

Nel caso la domanda non venga accettata, il Comune invierà opportuna comunicazione ai richiedenti, con indicazione delle motivazioni.

Il Comune renderà nota la graduatoria provvisoria, integrata sia dei controlli propri che di quelli effettuati dall’INPS, costituita dall’elenco dei nuclei potenziali beneficiari e compilata sulla base di tutte le verifiche effettuate e dei criteri di precedenza stabiliti.

Eventuali ricorsi contro l’esclusione dalla graduatoria provvisoria, o l’inserimento in graduatoria provvisoria in posizione errata, potranno essere presentati al Comune di residenza e solo dopo la loro definizione l’Inps stabilirà il numero massimo di nuclei realmente rientranti nella sperimentazione, in base alle risorse attribuite al singolo Comune.

Previsto per fine mese di marzo, ora si dice che il progetto dovrebbe attivarsi per giugno 2016.

Seguiranno aggiornamenti.

Locazione immobiliare ad uso abitativo

Locazione immobiliare ad uso abitativo. Patto occulto maggiorazione del canone. Nullità.

Cass. Civ., Sez. III, 18.04.2016, n. 7634

«In tema di locazione immobiliare ad uso abitativo, la nullità prevista dall’art. 13, coma 1, della 1. n. 431 del 1998 sanziona esclusivamente il patto occulto di maggiorazione del canone, oggetto di un procedimento simulatorio, mentre resta valido il contratto registrato e resta dovuto il canone apparente; il patto occulto, in quanto nullo, non è sanato dalla registrazione tardiva, fatto extranegoziale inidoneo ad influire sulla validità civilistica».

Lo ha sancito, peraltro ponendosi nel solco della recente giurisprudenza, la Suprema Corte con la sentenza in commento, dichiarando la nullità, perché contraria a norma imperativa, della scrittura privata con la quale le parti avevano convenuto un canone maggiore rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato con canone fittizio, in quanto ricondotta nell’alveo del procedimento simulatorio.

In fatto. Il Sig. [X] citava in giudizio il Sig. [Y] affinché il Tribunale accertasse l’indebito pagamento di somme superiori a quelle dovute relativamente al contratto di locazione ad uso abitativo intercorso tra le parti (regolarmente registrato), con condanna del convenuto alla restituzione di un determinato importo, quale differenza tra il dovuto ed il corrisposto come canoni di locazione. Il Sig. [Y], con comparsa di risposta deduceva nel merito che le parti avevano stipulato due contratti di locazione ad uso abitativo: 1) uno (registrato) riportante la pattuizione di un canone mensile di lire 400.000, invocato da parte attrice; 2) altro (non registrato) con canone di locazione pattuito nella misura di lire 1.150.000 mensili (prodotto dal convenuto medesimo, unitamente alla comparsa di risposta). Aggiungeva che, proprio in base a questo secondo contratto, aveva intimato al conduttore lo sfratto per morosità, successivamente convalidato ed eseguito; che inoltre era stato emesso un decreto ingiuntivo per i canoni insoluti, che non era stato opposto; all’esito di espropriazione forzata mobiliare presso terzi, il locatore aveva incamerato le somme dovutegli. Pertanto, concludeva sostenendo che egli non avrebbe dovuto restituire alcunché all’attore tenuto conto che avrebbe avuto efficacia tra le parti il contratto non registrato con il canone di locazione di maggiore importo. Il Tribunale condannava il convenuto a pagare in favore dell’attore  la somma di euro 35.524,39 indebitamente corrisposta. Proposta impugnazione da parte del Sig. [Y], la Corte d’Appello, confermando la sentenza emessa in primo grado, ha rigettato il gravame. Il Sig. [Y] si rivolgeva dunque alla Suprema Corte di Cassazione.

In diritto. Per quel che qui rileva, il locatore, ritengono gli Ermellini, ha inutilmente prodotto in giudizio la scrittura privata con cui le parti avevano convenuto un canone maggiore rispetto a quello indicato nel contratto registrato, configurandosi la nullità della stessa per contrarietà a una norma imperativa in quanto il patto occulto vòlto a determinare un maggior canone rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato con canone fittizio deve ricondursi nell’alveo del procedimento simulatorio «che si <( ]si sostanzia nella stipula dell’unico contratto di locazione (registrato), cui accede, in guisa di controdichiarazione che consente la sostituzione, in via interpretativa, dell’oggetto del negozio (I.e. il prezzo reale in luogo di quello apparente) -, la scrittura (nella specie, coeva alla locazione, e redatta in forma contrattuale) con cui il locatore prevede di esigere un corrispettivo maggiore da occultare al fisco. .. La sostituzione, attraverso il contenuto della controdichiarazione, dell’oggetto apparente (il prezzo fittizio) con quello reale (il canone effettivamente convenuto) contrasta con la norma imperativa che tale sostituzione impedisce, e pertanto lascia integra la (unica) convenzione negoziale originaria, oggetto di registrazione. Non la mancata registrazione dell’atto recante il prezzo reale (attesane la funzione già in precedenza specificata di controdichiarazione), ma la illegittima sostituzione di un prezzo con un altro, espressamente sanzionata di nullità, è colpita dalla previsione legislativa, secondo un meccanismo del tutto speculare a quello previsto per l’inserzione automatica di clausole in sostituzione di quelle nulle: nel caso di specie, l’effetto diacronico della sostituzione è impedito dalla disposizione normativa, sì che sarà proprio la clausola successivamente inserita in via interpretativa attraverso la controdichiarazione ad essere affetta da nullità ex lege, con conseguente, perdurante validità di quella sostituenda (il canone apparente) e dell’intero contratto.» (così Cass. S.U. n. 18213/15 cit., in motivazione)». E ciò in quanto l’art. 13 coma 1, della 1egge n. 431/1998, nel prevedere la nullità di ogni pattuizione tesa a determinare un importo del canone di locazione superiore a quello risultante dal contratto scritto e registrato, impedisce che la controdichiarazione, contenente un canone più alto di quello convenuto, possa sostituire il canone pattuito e previsto nel contratto registrato. Nella fattispecie all’esame della Corte, pertanto, deve essere affermata la perdurante validità dell'(unico) contratto registrato, in ragione dell’invalidità della convenzione di cui al canone maggiore. La scrittura privata è nulla per contrarietà alla norma imperativa non già perché non registrata ma in quanto illegittimamente sostituito un prezzo con un altro, «secondo un meccanismo del tutto speculare a quello previsto per l’inserzione automatica di clausole in sostituzione di quelle nulle». Nel caso di specie, l’effetto della sostituzione è impedito dalla disposizione normativa, sì che sarà proprio la clausola successivamente inserita in via interpretativa attraverso la controdichiarazione ad essere affetta da nullità ex lege, con conseguente, perdurante validità del canone apparente. Resta dunque confermata la correttezza in diritto della condanna del locatore alla restituzione, a titolo di indebito, dei maggiori canoni percepiti, rispetto all’importo dovuto dal conduttore in esecuzione dell’unico contratto registrato.

In aggiunta a quanto sopra riportato a commento della giurisprudenza di legittimità, resta da dire che la questione è stata oggetto anche di una recente riforma, approvata con la legge di Stabilità del 2016 per cui, ed in maniera, se ve ne fosse bisogno, ancora più chiara, è sanzionata la nullità di ogni accordo ‘in nero’ tra locatore e conduttore al fine di convenire un canone di affitto diverso (e superiore) rispetto a quello del contratto scritto e successivamente registrato.

Fallito il referendum sulle trivelle

Fallito il referendum sulle trivelle. L’inchiesta di Greenpeace, dal nome esplicativo “Trivelle fuorilegge

A poche ore dalla chiusura dei seggi, il referendum sulle trivelle si è concluso senza il quorum.

Ad annunciarlo il Ministero dell’Interno secondo cui «Si sono concluse le operazioni di voto  del referendum popolare abrogativo della norma sulla durata delle trivellazioni marine entro 12 miglia dalla costa, fino all’esaurimento del giacimento. Ha votato, complessivamente, il 31,18% degli aventi diritto».

I votanti, 15 milioni e 806mila, si sono espressi, l’85% per il ”Sì” (13.334.764) e il restante 14% (2.198.805) per il “No”. Le schede bianche risultano 104.420, pari allo 0,66%, le nulle 168.138, pari all’ 1,06%; 663 le schede contestate e non assegnate.

Tra le Regioni promotrici del referendum sulle trivelle – Puglia e Basilicata – il quorum è stato alto. Ha votato oltre il 50% degli elettori in Basilicata, coinvolta nell’inchiesta sul petrolio, con arresti, per traffico e smaltimento di rifiuti, ed indagati, tra cui il fidanzato del Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, che si è dimessa dal suo incarico nel governo dopo l’intercettazione inserita negli atti dell’inchiesta della magistratura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti legati alle estrazioni petrolifere. Anche in Puglia il dato è stato piuttosto alto, anche se lontano dal quorum (41,6%). Record negativo di affluenza si è avuto in Trentino Alto Adige (25,1%), seguito da Campania (di poco superiore al 26%) e Calabria (26,6%).

Ciò posto, cerchiamo di capire cosa accade ora.

Il quesito referendario chiedeva agli italiani – “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)‘, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale‘?” – di approvare l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) nella parte in cui prevede che le trivellazioni possano proseguire fino a quando il giacimento lo consente.

Il referendum riguardava 44 concessioni su cui sorgono 48 piattaforme eroganti che si trovano entro le 12 miglia.

Con l’esito di ieri del Referendum, l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento.

Perché la soglia delle 12 miglia ?

Dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che nel 2010 provocò una gigantesca marea nera, il “decreto Prestigiacomo” ha introdotto la soglia limite. Nel 2012 però il governo Monti, con il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” permise di nuovo le attività estrattiva di idrocarburi nelle 12 miglia davanti alle coste italiane.

Nel decreto ‘Sblocca Italia’ del 2014, all’art. 38, il governo Renzi ha dichiarato l’estrazione di petrolio e gas in mare «attività strategica», sottraendola al consenso delle Regioni; per questo ben nove consigli regionali hanno congiuntamente presentato la richiesta di sei referendum per smantellare quelle norme, per la prima volta nella storia italiana rispetto alla raccolta delle 500 mila firme.

La norma sottoposta a referendum abrogativo si trova nella legge di stabilità 2016 avendo il governo Renzi previsto il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Ovverosia, la norma inserita nella legge di stabilità dice che anche quando il periodo concesso finisce – una concessione ha la durata iniziale di 30 anni ma può essere prorogata per due volte, cinque anni ciascuna: in totale dunque durano 40 anni – l’attività possa essere continuata fino alla durata di vita utile del giacimento, cioè fino a che il giacimento non si esaurisce.

In conseguenza di ciò una compagnia può continuare a trivellare entro le 12 miglia ove abbia ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento.

Il referendum, riformulato dalla Cassazione, chiedeva di ripristinare il divieto di estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia, così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.

Trattandosi di un referendum abrogativo, il mancato raggiungimento del quorum lascia la situazione inalterata.

Pare utile segnalare un’inchiesta di Greenpeace, dall’indicativo nome “Trivelle fuorilegge”, dove è riportato uno studio sull’inquinamento provocato dalle attività estrattive in Adriatico, da cui emerge che sostanze chimiche pericolose si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme. In particolare, i dati, mai resi pubblici peraltro, e chissà perché (sic!), delle analisi condotte fra 2012 e 2014 dall’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di ENI (sulla base di una apposita convenzione ENI-ISPRA), sui sedimenti e soprattutto sulle cozze intorno a 34 piattaforme a gas nell’Adriatico, hanno rilevato nel 79 per cento dei casi valori superiori ai livelli accettabili per metalli pesanti e idrocarburi aromatici.

In conclusione, il quadro che emerge è allarmante: le piattaforme per la trivellazione sono impianti inquinanti e il dossier redatto da Greenpeace ne ha fornito le prove.

La criticità del quadro ambientale da un lato sottolinea la necessità di urgenti misure risolutive, e dall’altro pone pesanti interrogativi sulla adeguatezza dei controlli sulle trivelle in Italia. Di qui l’invito di Greenpeace a partecipare al referendum e a votare “sì” per fermare chi “svende la bellezza del nostro Paese”.

Ma gli italiani non lo hanno capito, o non lo hanno saputo, o non lo hanno voluto sapere!

Canone Rai. Il parere interlocutorio del Consiglio di Stato

Mancano meno di 15 giorni alla scadenza della dichiarazione da inviare all’Agenzia delle Entrate per attestare di non avere il televisore, onde evitare di pagare un’imposta non dovuta, che il Massimo organo di giustizia amministrativa, si legge in una nota di Palazzo Spada, «ha espresso un parere interlocutorio sullo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico riguardante il canone di abbonamento alla televisione, in attuazione dell’articolo 1, comma 154 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità 2016)». Con tale parere, prosegue il comunicato, «sono stati evidenziati alcuni profili che richiedono un approfondimento da parte dell’Amministrazione, quali l’individuazione di cosa si debba intendere per apparecchio televisivo, la cui detenzione comporta il pagamento del relativo canone di abbonamento, e il rispetto della normativa sulla privacy».

In particolare, il Consiglio di Stato denuncia la scarsa chiarezza, nel decreto, della definizione di ‘apparecchio televisivo’, così come il non preciso riferimento alla circostanza che il canone si versa una volta sola, anche se vi sono più televisori nella stessa casa in grado di ricevere i programmi in modo diretto “oppure attraverso il decoder”. Deve essere meglio illustrato, secondo i Giudici di Palazzo Spada, che il canone non è dovuto se si hanno uno ‘smarthpone o un tablet’, apparecchi in grado comunque di intercettare il segnale televisivo; «non tutte le norme ivi previste risultano formulate in maniera adeguatamente chiara, tenendo conto dell’ampia platea di utenti cui le medesime si rivolgono»: ne è un esempio l’art. 3 del regolamento che «nell’individuare, ai fini dell’addebito del canone, le categorie di utenti, utilizza formule tecniche di non facile comprensione per i non addetti al settore».

I Giudici di Palazzo Spada, in ordine alla autocertificazione, sottolineano che il decreto non prevede una campagna informativa capillare con lo scopo di illustrare le modalità di detta procedura. In armonia, nei giorni scorsi, considerato lo scarso periodo di tempo a disposizione dei cittadini (dal 4 al 30 aprile se si invia per raccomandata o fino al 30 maggio rivolgendosi a un Caf), il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, aveva annunciato una proroga al riguardo, esattamente al 15 maggio nel caso di presentazione della dichiarazione sia via Internet sia tramite raccomandata.

In aggiunta, la privacy. Non vi è, secondo il Consiglio di Stato, un riferimento allo scambio dati tra vari enti necessario per l’addebito, mentre sarebbe necessaria una disposizione che espliciti che le procedure previste avvengano nel rispetto della normativa sulla privacy. Il Consiglio di Stato lamenta che i dati che si scambieranno gli “enti coinvolti” (Anagrafe Tributaria, Autorità per l’Energia Elettrica, Comuni e società private) non sono stati normati in modo da salvaguardare la riservatezza dei cittadini.

Il Consiglio di Stato ha infine lamentato che il Ministero dell’Economia non abbia dato un formale via libera al decreto del Ministero dello Sviluppo economico, limitandosi a una “presa d’atto” che, senza “concerto”, rischierebbe di mettere in dubbio la stessa correttezza formale della decisione: «con il concerto il Ministro partecipa dell’iniziativa politica, concorrendo ad assumerne la responsabilità: pertanto, il concerto può essere manifestato da un funzionario soltanto per espresso incarico o per delega del Ministro e non sotto la forma di semplice nulla osta al prosieguo dell’iter procedurale».

E se anche Giacomelli si affretta a precisare che «quella del Consiglio di Stato non è affatto una bocciatura, ma un utile suggerimento di integrazioni e chiarimenti peraltro assolutamente nella prassi dei pareri del Consiglio stesso», si legge in sentenza che il decreto del Ministero dello Sviluppo che ha introdotto il canone in bolletta da luglio è da riscrivere.

In conclusione, anche se la prima rata di 60 euro dovrebbe rimanere nella bolletta della luce di luglio, sono tuttavia molte le voci contrarie. Tra tutte, il Codacons – che si gloria del fatto che i giudici di Palazzo Spada hanno «confermato pienamente i tanti dubbi del Codacons sulla legittimità del canone Rai in bolletta, ravvedendo le stesse criticità sollevate dalla nostra associazione» – che chiede la sospensione del decreto: «Come conseguenza del parere del Consiglio di Stato non sarà possibile inserire il canone in bolletta, almeno fino a che non saranno superate le pesanti criticità rilevate». Il Governo deve quindi ora «sospendere il decreto e apportare tutte le correzioni richieste dai giudici. L’unica cosa certa in mezzo ai tanti dubbi e alla totale mancanza di informazioni per i cittadini, è che sul canone Rai in bolletta regna il caos più totale, motivo per cui il Governo farebbe bene a rinunciare del tutto al provvedimento», chiosa il presidente del Codacons, Avv. Carlo Rienzi.

Denuncia carta di credito rubata

Carta di credito rubata. Immediata denuncia dell’accaduto

Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, 07.04.2016, n. 6751

I giudici di legittimità, con la sentenza in commento, affrontano la questione relativa alla mancata immediata denuncia del furto della carta di credito, sanzionando la comunicazione intempestiva, da parte del cliente della banca, la quale ultima non era stata tempestivamente avvisata dell’accaduto.

«Per le operazioni eseguite con la carta di credito rubata paga il cliente se non denuncia nell’immediato l’accaduto anche se le operazioni sforano il limite di spesa giornaliero».

In fatto. Il Sig. [X] ha adìto la Suprema Corte avverso la sentenza del Tribunale competente che aveva accolto l’appello presentato dalla Banca avverso la sentenza con cui il giudice di pace aveva revocato il decreto ingiuntivo con cui era stato ingiunto al ricorrente il pagamento di una certa somma di danaro, con riferimento all’accertato inadempimento della banca agli obblighi derivanti dal contratto di emissione di una carta di credito prepagata. La Corte territoriale, infatti, rilevava che doveva ritenersi accertato il grave inadempimento del Sig. [X] alle proprie obbligazioni contrattuali, «segnatamente conseguente» come si legge nella sentenza della Suprema Corte, «al non aver diligentemente custodito la carta nella palestra ove aveva esercitato attività motoria, tanto da subirne il furto, a non aver diligentemente verificato il perdurante possesso della medesima, tanto da essersi accorto del furto solo nella giornata successiva e a non aver tempestivamente avvisato la banca dell’avvenuta perdita di possesso. Ne conseguiva che legittimo dovesse ritenersi il comportamento della banca che aveva dato corso ai pagamenti a favore degli esercenti commerciali presso i quali la carta prepagata era stata abusivamente utilizzata da parte dell’autore del furto nella serata precedente a quella del blocco della carta». Il cliente della Banca, secondo la sentenza impugnata, si era reso protagonista di un inadempimento ritenuto “gravemente colposo” tanto da non essere legittimato, il Sig. [X], a invocare il limite di responsabilità di € 150,00 contrattualmente previsto a favore del cliente, che doveva ritenersi quindi tenuto al pagamento dell’intero importo delle transazioni abusivamente effettuate, con conseguente legittimità del decreto ingiuntivo emesso, che veniva pertanto confermato.

In diritto. Gli Ermellini ritengono infondato il motivo proposto dal ricorrente che lamenta la violazione dell’articolo 56 del decreto legislativo n. 206/2005 (c.d. “Codice del consumo”), e segnatamente del suo secondo comma che stabilisce che “l’istituto di emissione della carta di pagamento riaccrediti al consumatore i pagamenti dei quali questi dimostri l’eccedenza rispetto al prezzo pattuito, ovvero l’effettuazione mediante l’uso fraudolento della propria carta di pagamento da parte del professionista o di un terzo, fatta salva l’applicazione dell’articolo 12 del decreto-legge 3 maggio 1991 n. 143, convertito con modificazioni dalla legge 5 luglio 1991 n. 197”, normativa applicabile al caso di specie, a parere del ricorrente, in quanto, pur se riferita ai contratti a distanza, esprimerebbe un principio generale, applicabile a tutte le transazioni effettuate tramite carta di credito.

Gli Ermellini precisano che, sulla stessa ammissione di parte ricorrente, «l’art.56 del decreto legislativo n. 206/05 si applica esclusivamente ai contratti a distanza. A mente dell’articolo 51 del medesimo decreto legislativo, intitolato “campo di applicazione”, infatti, le disposizioni della Sezione Prima del Capo Primo del Titolo terzo del decreto si applicano ai contratti a distanza: con espressa esclusione dei soli contratti relativi ai servizi finanziari, di quelli conclusi tramite distributori automatici, di quelli conclusi con operatori di telecomunicazioni impiegando telefoni pubblici, dei contratti aventi a oggetto la costruzione, la vendita o a altri diritti su immobili, di vendita all’asta: tutti, estranei al caso di specie. Del resto, la nozione di contratto a distanza si ricava dal precedente art.45 del medesimo decreto, laddove espressamente prevede che la normativa ivi descritta si applichi ai contratti conclusi tra un professionista e un consumatore e concerna la fornitura di beni o la prestazione di servizi stipulati durante la visita del professionista al domicilio del consumatore, ovvero sul posto di lavoro o nei locali in cui il consumatore si trovi, anche temporaneamente, per motivi di lavoro, di studio, di cura, ovvero durante un’escursione organizzata dal professionista al di fuori dei propri locali commerciali; ovvero, in un’area pubblica o aperta al pubblico, mediante sottoscrizione di una nota d’ordine comunque denominata; o ancora, per corrispondenza, o comunque in base a un catalogo che il consumatore abbia avuto modo di consultare senza la presenza del professionista. Anche queste sono ipotesi estranee al caso di specie. Oggetto della presente controversia è infatti la disciplina applicabile ad un contratto di utilizzazione di una carta di credito, stipulato tra la banca e il cliente, senza alcun riferimento alle ipotesi di conclusione a distanza: circostanza, che non risulta minimamente dedotta nei precedenti gradi del giudizio, come espressamente eccepisce la parte controricorrente».

Con riferimento al motivo con il quale il ricorrente lamenta l’illogicità della motivazione in ordine alla gravità della colpa allo stesso addebitata, ravvisata dalla Corte territoriale, nell’aver portato la carta in palestra e nel non aver controllato se essa fosse ancora nella propria disponibilità al termine dell’attività sportiva nonché nell’aver completamente omesso di accertare l’avvenuta trasmissione della denuncia di smarrimento alla banca, la Suprema Corte, preliminarmente rilevando che la doglianza, pur denunciando un vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia, in realtà propone alla Corte Suprema una richiesta di riesame del merito della controversia, inammissibile, lo ritiene pure infondato in considerazione del fatto che la motivazione della sentenza impugnata ha richiamato in proposito la documentazione in atti che ha messo in risalto un’omissione di diligenza nella custodia della carta. Il cliente della Banca, come correttamente rilevato dal giudice della impugnazione, precisano gli Ermellini, si è reso protagonista di un inadempimento ritenuto “gravemente colposo” di talché dovrà tenere indenne la Banca per le spese sostenute dopo il furto della sua carta di credito prepagata, avendo avvisato l’istituto di credito solo il giorno successivo, quando le operazioni erano state eseguite, poco rilevando che dette operazioni avessero sforato di poco il limite di spesa giornaliero. Avrebbe invece dovuto provvedere, al fine di andare esente da responsabilità, con immediatezza a denunciare l’accaduto alla banca e a bloccare la carta con altrettanta immediatezza.

Il ricorso è pertanto rigettato con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Messa in mora sinistro stradale

Lettera di c.d. ‘messa in mora’ in caso di sinistro stradale. Fac simile.

Come già indicato tra gli articoli redatti e presenti nel sito ‘Emerlaws’, anzitutto va ricordato che, in caso di danni subìti a seguito di incidente stradale, la diffida con la richiesta di risarcimento alla Compagnia di assicurazioni non può essere validamente inviata via fax perché attraverso il fax non è possibile fornire idonea prova della ricezione da parte del destinatario, di talché, a richiesta nulla, svanisce ogni diritto al risarcimento dei danni conseguiti dopo un sinistro, e ciò in quanto  il fax non è prova di avvenuta ricezione, diversamente da quanto accade per gli strumenti di comunicazione ordinari, quale la lettera raccomandata con ricevuta di ritorno che costituisce, invece, strumento adeguato per adempiere alla condizione di procedibilità, non potendosi prescindere dagli strumenti di comunicazione espressamente indicati dal Codice delle Assicurazioni.

Sia il vecchio art. 22 della legge n.990/1969 sia l’art. 145 del nuovo Codice delle Assicurazioni, di cui al d.lgs. n. 209/2005, fanno riferimento alla raccomanda a.r.; con riferimento alla diffida inoltrata a mezzo Posta Elettronica Certificata (PEC), trattandosi di un sistema che consente di inviare e-mail con valore legale, equiparato ad una raccomandata con ricevuta di ritorno, come stabilito dalla vigente normativa (D.P.R. 11 Febbraio 2005 n.68), tutto induce a ritenere valido l’inoltro con il detto mezzo, salvo controllare prima che nel contratto sia stata inserita tale opportunità poiché, in caso contrario, potrebbe restare esclusa.

Ciò posto, passando alla individuazione del testo della lettera, giova precisare quanto segue. Oltre ad indicare ovviamente le generalità del soggetto che pretende di essere risarcito, unitamente al codice fiscale e, in caso di danni fisici subìti, all’età, all’attività lavorativa esercitata e l’importo del reddito annuo, qualora si debba denunciare un sinistro stradale alla Compagnia di assicurazione, come più volte segnalato dalla Suprema Corte di Cassazione, va ribadito che i dati indicati devono essere riportati in modo corretto e la dinamica deve essere chiara e minuziosa, comprensiva dei corretti riferimenti spazio-temporali (ovverosia dell’indicazione del luogo e dell’ora in cui lo stesso è avvenuto).

Con riferimento ai danni sopportati, distinguendo tra i) danni fisici e ii) danni materiali, ove si intende chiedere il risarcimento dei primi i), è necessario allegare copia del primo certificato rilasciato dal Pronto Soccorso, del certificato di applicazione e rimozione immobilizzazione con specifica del tipo di dispositivo, la cartella clinica (con il numero delle pagine dal timbro ospedaliero, se ricoverato) relativa all’infortunio, il certificato di compiuta guarigione (con l’indicazione d’eventuali postumi permanenti), il certificato di applicazione e rimozione gesso o di qualsiasi altro mezzo di contenzione specificando il tipo di immobilizzazione applicata, la documentazione medica e quella diagnostica: referto radiologico, referto risonanza magnetica nucleare, referto tomografia assiale computerizzata, etc.; ove possibile, l’eventuale perizia di parte, medico-legale. Nel caso tale documentazione non fosse ancora disponibile, riservarsi di inviare la stessa appena in possesso.

Va inoltre dichiarato se si ha diritto, o meno, a prestazioni da parte di istituti che gestiscono assicurazioni sociali obbligatorie, ai sensi dell’articolo 142, comma 2, del decreto legislativo n. 209/2005.

Per il risarcimento dei ii) danni materiali subiti dal mezzo coinvolto nell’incidente, occorre indicare l’indirizzo e i giorni e le ore in cui il mezzo è disponibile per la perizia, nonché  il tempo per il quale esso è a tal fine lasciato a disposizione delle Compagnie. Se si è un possesso di un preventivo di riparazione, questo va allegato alla lettera di messa in mora, così come nel caso delle fatture (a tale ultimo riguardo, ove possibile, è buona norma non procedere a riparazioni del mezzo prima di avere ricevuto il relativo risarcimento).

Alla lettera per la richiesta di risarcimento danni va allegata copia del modello di constatazione amichevole di incidente sottoscritto dalle parti coinvolte nel sinistro, del verbale delle autorità, delle dichiarazioni testimoniali, ove intervenute.

Quanto al destinatario, occorre fare una distinzione tra a) risarcimento diretto e b) risarcimento indiretto.

Il risarcimento diretto si ha:

  • se sono convolti solo due veicoli, entrambi identificati, e regolarmente assicurati ed immatricolati in Italia;
  • se uno dei due veicoli, o entrambi, è un ciclomotore, ma solo se quest’ultimo è stato immesso in circolazione dopo il 14.07.2014 (con la nuova targa);
  • se oltre alle cose trasportate ed al veicolo, i soggetti coinvolti hanno riportato danni fisici consistenti in lesioni non gravi (ovvero danni con invalidità permanente non superiore al 9%);
  • se oltre ai conducenti dei veicoli, sono presenti altri soggetti che hanno subìto lesioni anche gravi (cioè danni alla persona con invalidità permanente superiore al 9%).

Al di fuori dei casi previsti si parla di risarcimento indiretto.

Nel caso di risarcimento diretto, la  va indirizza tramite lettera raccomandata A.R., da chi ha subito il danno direttamente alla propria compagnia assicurativa

Nel caso di risarcimento indiretto, la raccomandata a.r. va spedita all’assicurazione del veicolo responsabile della collisione o dei danni.

FAC SIMILE LETTERA SINISTRO STRADALE

RACCOMANDATA A/R

(LUOGO E DATA)

Spett.le _____

(SEDE LEGALE ASSICURAZIONE)

E, p.c.      (EVENTUALE)

Spett.le ______

(UFFICIO SINISTRI ASSICURAZIONE)

Oggetto:      Richiesta di risarcimento danni ai sensi e per gli effetti del D.Lgs. 209/2005 relativamente al sinistro del __._.___, avvenuto in __________

Io sottoscritto XXX (Cod. Fisc. ____________) nato a ________ il ______ residente in _____ Via __________ formulo la presente per chiedere il ristoro di tutti i danni fisici e materiali (o solo fisici o solo materiali) subìti nel sinistro verificatosi in data _________

In tale data, alle ore ____ mentre percorrevo la Via ___________ alla guida della mia autovettura ________ tg. ______, polizza ________ n ______, venivo urtato dall’autovettura _________ tg. _______, di proprietà di _______ e condotto da _______, assicurato con _________, (ricostruire l’esatta dinamica del sinistro), ovvero (se conducente diverso da proprietario):  In tale data, alle ore _______ il conducente Sig. _____, alla guida della autovettura di mia proprietà, tg. _______, polizza ________ n___ ,veniva urtato dall’autovettura _________ tg. _______, di proprietà di _______ e condotto da _______, assicurato con _________, (ricostruire l’esatta dinamica del sinistro)

  • [se è stato redatto il modello di constatazione amichevole: Le parti redigevano modello di constatazione amichevole di incidente, che si allega (all. __)]
  • [se sono intervenute le forze dell’ordine:

“Sul luogo del sinistro sono intervenute le forze dell’ordine, in particolare _____ (Vigili, polizia ecc. ecc.) che hanno redatto relazione che si allega”]

  • [se vi sono testimonianze scritte:

“Ha assistito al sinistro il sig. ____, nato a____, il ______, il quale ha rilasciato dichiarazione testimoniale scritta che si allega”]

Dalla dinamica appena descritta è evidente che il sinistro si è verificato per esclusiva responsabilità del conducente YYY alla guida del mezzo sopra indicato.

A causa dell’urto/sinistro/altro, riportavo (ovvero, il conducente riportava) lesioni che richiedevano la necessità di recarmi (ovvero: venivo trasportato tramite autoambulanza) presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di ________, dove mi veniva diagnosticato “_________”, con prognosi di gg. ____, salve complicazioni (all. ___). Ero costretto a seguire opportune terapie e cure, come da documentazione che allego (all. ___), e, dichiarato clinicamente guarito in data ____, con eventuali postumi da valutare in sede medico-legale (all. ____), come risulta dalla ulteriore documentazione che allego: 1. ____; 2. _____; 3.___  (o che mi riservo di produrre appena in possesso).

Dalla perizia di parte a firma del Dott. _____ del _____ è emerso che le alterazioni a carattere permanente a me derivate (ovvero al Sig. _______) dal sinistro rappresentato in oggetto sono costituite da “______” e che da tali postumi è derivato un danno biologico permanente valutabile nella misura del ____%, oltre a un’invalidità temporanea totale di gg. ____ seguiti da ulteriori giorni _____ di inabilità temporanea (all. ____, se si intende produrre la perizia di parte).

A seguito del sinistro il veicolo ____ ha subìto danni e rimane, unitamente alla documentazione necessaria al risarcimento, a Vostra disposizione per accertamenti tecnici, presso l’autocarrozzeria _________, negli orari di apertura, per ____ giorni a partire dal ricevimento della presente, previo appuntamento da concordarsi con lo scrivente in conformità alle disposizioni di legge e tenuto conto anche del D. Lgs. n.196 del 2003 (privacy).

Si invita, inoltre, la Vostra spettabile Compagnia a indicare il nominativo del perito per la visita e a formulare congrua e motivata offerta nei termini di legge.

Con l’apposizione della firma in calce alla presente richiesta, dichiaro, ai sensi dell’art. 142, comma 2, del D. Lgs. n. 209/2005, di non aver diritto a prestazioni da parte di istituti che gestiscono assicurazioni sociali obbligatorie.

La presente da valersi come costituzione in mora ai sensi del D.Lgs. n.209/2005 e successive modifiche e integrazioni, nonché interruttiva della prescrizione.

Distinti saluti

(firma)

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Successivamente a detta lettera, in caso di mancato riscontro da parte della Compagnia di Assicurazione, ovvero in caso di mancata positiva conclusione della procedura risarcitoria, occorrerà rivolgersi ad un avvocato affinché predisponga una proposta di negoziazione assistita, ai sensi del Decreto Legge n. 132/2014, convertita in legge 162/2014, il cui art. 3 espressamente recita: «L’esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale».