Mese: marzo 2016

Dichiarazione dei redditi precompilata 2016

Al via la dichiarazione dei redditi precompilata 2016: l’Agenzia delle Entrate comunica che dal prossimo 15 aprile saranno disponibili i modelli online.

«Parte la dichiarazione precompilata 2016 arricchita da 700milioni di dati in più rispetto a quelli già a disposizione dell’amministrazione finanziaria. Grazie al contributo di tutti gli attori coinvolti, infatti, sono state già trasmesse le informazioni relative a premi assicurativi, interessi passivi sui mutui, contributi previdenziali, spese mediche, rimborsi delle spese sanitarie, certificazioni uniche, previdenza complementare, spese funebri e spese universitarie. Con riguardo alla novità delle spese sanitarie si tratta di oltre 500 milioni di informazioni. Di queste, 400 milioni sono state recuperate direttamente dal Sistema Sanitario Nazionale, per un valore di 1,5 miliardi di euro, mentre i 120 milioni di documenti rimanenti sono stati attinti dall’Agenzia direttamente dal sistema Tessera Sanitaria. In questo caso il valore delle spese sostenute dai contribuenti è di 13 miliardi di euro. Nel complesso i dati fissano l’istantanea delle spese mediche di 50 milioni di cittadini. Un dato significativo, da cui restano escluse le sole spese sanitarie per i farmaci da banco, privi della prescrizione medica».

Questo è quanto dichiara l’Agenzia delle Entrate che fa, inoltre, sapere che «quest’anno l’operazione precompilata 2016 interesserà una platea potenziale di 20 milioni di pensionati, lavoratori dipendenti e assimilati, cui si aggiungono 10 milioni di contribuenti che compilano il modello Unico. Dunque, con le informazioni disponibili saranno di fatto predisposti circa 20 milioni di 730 e 10 milioni di Unico tutti precompilati. Un applicativo guiderà il contribuente fin dal primo accesso al sistema orientandolo sul modello che maggiormente risponde al suo profilo. Per far questo, saranno posti anche alcuni quesiti specifici al contribuente in modo d’aver ben chiaro a quale dichiarazione corrispondono maggiormente le sue caratteristiche». Non solo 730, c’è anche Unico quindi.

Vi è da dire, in realtà, che l’operazione è già avviata tanto che il fisco ha già ricevuto i dati relativi a premi assicurativi, interessi passivi sui mutui, contributi previdenziali, spese mediche, rimborsi delle spese sanitarie, certificazioni uniche, previdenza complementare, spese funebri e spese universitarie.

La novità più importante riguarda appunto le spese sanitarie, grandi assenti dello scorso anno. In totale sono 14,5 miliardi di spese da indicare nello spazio per le detrazioni. Sia perché nel primo anno in cui questi dati sono stati raccolti dall’Agenzia potrebbero esserci state delle imprecisioni, sia perché in ogni caso non tutte le spese per i farmaci sono state registrate dal sistema. Ma esiste anche un problema di privacy, non tutti infatti potrebbero essere d’accordo che il Fisco abbia contezza delle nostre spese mediche. Cosa fare in questi casi? Per quanto riguarda le spese sanitarie del 2016, il contribuente potrà chiedere oralmente a chi eroga il servizio sanitario (il medico, il laboratorio di analisi, a titolo esemplificativo), di non inviare affatto i dati sulla spesa affrontata al «Sistema tessera sanitaria».

Non è ritenuta professione sanitaria quella dei pedagogisti di talché non si potranno detrarre le spese per loro sostenute.

Ma come si accede al modulo? in sostanza occorrerà rivolgersi agli uffici territoriali delle Entrate o telefonare al numero 848.800.444, utilizzare l’app delle Entrate, utilizzare lo Spid (il nuovo sistema pubblico di identità digitale che permette di accedere con credenziali uniche attraverso tutti i servizi online delle pubbliche amministrazioni) o registrarsi al servizio Fisconline dove si otterrà la prima parte del Pin (4 cifre) e, dopo due settimane, si riceverà a casa una lettera contenente le ultime 6 cifre e la password di accesso.

Nel dettaglio: «Per accedere al modello – prosegue il Fisco – occorre utilizzare le credenziali rilasciate per i servizi telematici dell’Agenzia compreso il codice Pin. Le credenziali possono essere richieste sul sito www.agenziaentrate.gov.it, presso gli uffici territoriali delle Entrate o mediante l’App dell’Agenzia. A queste possibilità va anche aggiunto un quarto percorso semplificato per i possessori di Smart Card/Cns. In questo caso, infatti, basta inserire la carta nel lettore e, previa registrazione, il sistema fornisce immediatamente al contribuente il Pin e la password di accesso a Fisconline. Inoltre, anche quest’anno, per agevolare i cittadini che già dispongono del Pin dispositivo dell’Inps è previsto un accesso attraverso il sito dell’Istituto. La quinta opzione è una novità assoluta. Si tratta di SPID, il nuovo Sistema Pubblico di Identità Digitale, che permette ai cittadini di accedere con credenziali uniche a tutti i servizi online delle pubbliche amministrazioni e delle imprese aderenti. L’Agenzia delle Entrate è tra le prime amministrazioni che hanno scelto di aderire. Coloro che volessero optare per questo nuovo sistema dal 15 marzo 2016 possono richiedere l’identità digitale SPID agli Identity Provider accreditati presso AgID. Inoltre, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni che hanno aderito al sistema NoiPA possono accedere con le credenziali dispositive tramite il portale NoiPA. In alternativa a questa griglia di opzioni predisposte per accedere direttamente è comunque sempre possibile delegare il proprio sostituto di imposta disponibile ad effettuare l’assistenza fiscale, un Caf o un professionista abilitato».

In altri e più chiari termini, occorre utilizzare le credenziali rilasciate per i servizi telematici dell’Agenzia compreso il codice Pin. Le credenziali possono essere richieste sul sito www.agenziaentrate.gov.it, presso gli uffici territoriali delle Entrate o mediante l’App dell’Agenzia. Per chi già è in possesso del pin dell’Inps, è previsto un accesso attraverso il sito dell’Istituto. Novità assoluta si rinviene nell’altra opzione consistente nello Spid, il nuovo «Sistema Pubblico di Identità Digitale», che permette ai cittadini di accedere con credenziali uniche a tutti i servizi online delle pubbliche amministrazioni e delle imprese aderenti.

L’Agenzia delle Entrate è tra le prime amministrazioni che hanno scelto di aderire.

È bene rilevare che saranno disponibili due modelli in versione precompilata. L’Agenzia continua affermando che «Il lavoratore dipendente o il pensionato può accettare il modello 730 così com’è oppure può agevolmente modificarlo o integrarlo e trasmetterlo al Fisco, dal 2 maggio al 7 luglio, direttamente dal proprio PC o delegando il sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale, un Caf o un professionista. Se il 730 precompilato viene accettato direttamente così com’è o modificato tramite un Caf o un professionista abilitato, si chiude così la partita con il Fisco. Infatti in quest’ultimo caso i controlli documentali sono effettuati direttamente nei confronti dei Caf e dei professionisti ai quali i cittadini si affidano. I coniugi possono unire le proprie dichiarazioni precompilate e presentare il modello 730 congiunto direttamente online. Il contribuente che presenta il modello Unico precompilato può modificarlo o integrarlo e trasmetterlo al Fisco, direttamente dal proprio PC, dal 2 maggio al 30 settembre. La dichiarazione precompilata si basa sulle certificazioni dei sostituti d’imposta per redditi di lavoro dipendente e assimilati, pensioni e compensi per attività occasionali di lavoro autonomo. Il modello contiene, inoltre, le informazioni presenti in Anagrafe tributaria relative alle spese di ristrutturazione edilizia e di risparmio energetico, ai versamenti effettuati con il modello F24, alle compravendite immobiliari, ai contratti di locazione registrati e alla dichiarazione dei redditi dell’anno precedente». Se ci si rivolge ai Caf ovvero ai professionisti, saranno questi ultimi ad apporre il visto di conformità sulla dichiarazione dei redditi.

Ma vi è di più. Nel nuovo modello ci saranno i dati dei bonus fiscali sui lavori in casa per ristrutturazione edilizia (50%) e risparmio energetico (65%) e la proroga del bonus mobili e grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+, su un ammontare complessivo non superiore a 10.000 euro; si può destinare il 2 per mille dell’Irpef a favore di un’associazione culturale; riconosciuti sconti fiscali del 19% a chi ha figli che frequentano le scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno; detrazione del 19% per le spese per la frequenza di corsi di istruzione universitaria presso università statali e non; ascende a 30.000 euro annui (da 2.065) l’importo massimo delle erogazioni liberali a favore delle Onlus di talché è possibile fruire della detrazione del 26%; ascende a 960 euro all’anno (da 640) l’importo del bonus Irpef ai lavoratori dipendenti, e ad alcune categorie assimilate, con un reddito fino a 26mila euro; è prevista la detrazione del 19% delle spese funebri per un importo non superiore a euro 1.550 a prescindere dal rapporto di parentela.

Nel link a seguire le istruzioni per la compilazione del Modello 730/2016 dal sito della Agenzia delle Entrate:

Modello

Stop alle maxi bollette

Pochi sono i fortunati ai quali non sono mai pervenute bollette contenenti ‘maxi conguagli’, risalenti ad anni passati, contenenti importi, a volte salati, che mettono in difficoltà intere famiglie; un disservizio, questo, capace di comportare conseguenze onerose per gli utenti che, da un giorno all’altro, si ritrovano con la richiesta di effettuare, e in un colpo solo, ingenti pagamenti, disservizio oggi più che mai anacronistico con l’installazione dei contatori elettronici.

Nei giorni scorsi sono state rese note le proposte emerse dal ‘tavolo maxi bollette’ riunito presso il Ministero dello Sviluppo Economico, a cui hanno partecipato, oltre all’Autorità per l’Energia e all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, le organizzazioni maggiormente rappresentative degli operatori elettrici e gas, una delegazione del Cncu e le organizzazioni maggiormente rappresentative dei consumatori e Pmi.

In sintesi, il MISE ha proposto l’adozione di un protocollo di autoregolamentazione «che impegni le imprese ad accettare e stimolare le autoletture, a facilitarne l’acquisizione e fornire al consumatore informazione pronta ed esaustiva sulle bollette basate su consumi presunti»; l’inserimento di un apposito emendamento al Ddl Concorrenza, con cui prevedere obblighi di rateizzazione a favore dei clienti finali nel caso di maxi-conguagli per ritardi nelle letture non imputabili al cliente, con forme di corresponsabilizzazione dei distributori per mancata acquisizione dei dati.

Plauso da parte della Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa secondo cui: «Il pacchetto di misure, illustrato dal Ministero stesso alle Associazioni, si muove nella direzione giusta a tutela del consumatore finale di energia, sia per i clienti domestici che per le utenze aziendali. In particolare, è stata apprezzata dalle Associazioni di Rete Imprese Italia la volontà dell’esecutivo di introdurre nel vigente ordinamento l’obbligo, in capo ai fornitori di energia nel mercato libero, di rateizzare gli importi a conguaglio e di circoscrivere a due anni l’arco temporale in cui è possibile fatturare consumi ai clienti finali, poiché ciò va nella direzione di una corretta allocazione delle responsabilità nella filiera dei mercati energetici».

Ciò posto, giova però anche segnalare il commento in proposito esternato dal vice presidente della Camera, Simone Baldelli (FI): «Spacciano per passi avanti alcune condizioni minime di correttezza che dovrebbero intercorrere nel rapporto tra società energetiche e consumatori, e che, peraltro, sono state già parzialmente inserite nel dispositivo della mozione approvata all’unanimità dal Parlamento quasi cinque mesi fa e, successivamente, nel parere parlamentare sullo schema di decreto legislativo che disciplina queste materie».

«Il fatto assolutamente gravissimo ed intollerabile – continua Baldelli – è l’assoluto e assordante silenzio che registriamo su quello che per noi è il punto centrale che il Governo avrebbe dovuto garantire: la moratoria dei maxi conguagli da parte degli operatori, che il Governo si è impegnato ad assicurare e che è stata sancita con un voto unanime del Parlamento“.

E mentre il sottosegretario Antonio Gentile, che ha coordinato il tavolo, appare soddisfatto – «Con la riunione di oggi il lavoro del tavolo ‘maxi bollette’ può dirsi concluso» – ancora il vicepresidente della Camera chiede «perché il ministro Guidi e il nuovo sottosegretario Gentile non dicono una parola su questo tema, mentre migliaia di consumatori continuano a pagare i maxi conguagli e mega bollette su cui l’Antitrust sta indagando e perché il Governo non viene a rispondere qualcosa di concreto agli atti di sindacato ispettivo su questo argomento».

Attendiamo, pertanto, fiduciosi che il Mise e l’Autorità avviino, come promesso, un tavolo tecnico con l’obiettivo di adeguare il quadro normativo e regolatorio al fine di formulare specifiche proposte emendative del Ddl Concorrenza.

Stepchild adoption

Stepchild adoption per due uomini. Non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.

Tribunale per i minorenni di Roma, sentenza 23.12.2015/ n. 11914

La ‘stepchild adoption’ (l’adozione del “figliastro”) è un istituto non ancora previsto nel nostro ordinamento e proprio in questo periodo, nel pieno dibattito parlamentare, la sentenza storica, ora in commento, che ha riconosciuto una nuova ‘stepchild adoption’ nei riguardi di due padri. A pronunciarla, il giudice Melita Cavallo, Presidente del Tribunale per i minori di Roma fino al 31 dicembre dello scorso anno, che ha ritenuto opportuno riconoscere quel bimbo di 6 anni come figlio di entrambi i genitori, e ciò in virtù dell’art. 44 della legge 04.05.1983, n. 184, modificata dalla legge 28.03.2001, n. 149.

Si tratta della terza pronuncia dopo l’approvazione al Senato della legge sulle unioni civili dalla quale però è stata stralciata l’adozione del figlio acquisito. Il 1° ed il 9 marzo scorso, sempre il Tribunale dei minorenni di Roma aveva riconosciuto l’adozione a due coppie di mamme.

Della sentenza ora in commento, certamente storica, se ne ha notizia ora, essendo divenuta definitiva, per scadenza dei termini per l’appello, non avendo ritenuto opportuno, alcun pubblico ministero, procedere con l’impugnazione. Con essa, il bimbo di uno dei due padri, concepito in Canada con fecondazione eterologa e vissuto fino ad oggi con la coppia, è stato adottato dal compagno del padre biologico.

Il fatto. Due uomini si conoscono durante il periodo di studi all’Università e, dopo sette anni di convivenza, decidono di contrarre matrimonio in Canada. Avendo sentito fortemente il desiderio di un figlio, «si erano recati in Canada, al fine di concretizzare il loro progetto di genitorialità condivisa», paese che maggiormente garantisce i diritti alle coppie omosessuali, e soprattutto ammettendo la maternità surrogata non a fini commerciali ma solo su base volontaria. Il bambino è stato concepito con la cosiddetta “gestazione per altri” a titolo gratuito. I due papà, subito dopo la nascita, sono rimasti nella città natale del bambino per oltre due mesi, facendo poi rientro in Italia, «dove sono stati accolti con molta felicità da parenti e amici». Il piccolo ha sempre vissuto con la coppia che lo ha accudito fin dal primo momento. Le educatrici dell’asilo descrivono il bambino, si legge in sentenza, «dinamico, attivo, loquace, sereno e con un livello relazionale adeguato sia con i compagni sia con le educatrici stesse. Il bambino ha instaurato buone relazioni con le figure di riferimento, dalle quali è capace di tollerare anche il distacco». Entrambi i partner hanno modalità affettuose e, allo stesso tempo, rispettose dei tempi del bambino. Pareri conformi, e positivi, da parte di professionisti del Servizio sociale e della pediatra. «Nel corso della visita domiciliare il Servizio sociale ha potuto osservare che la casa offre spazi congrui al bambino, il quale dispone di una propria cameretta ben attrezzata, con i giochi adatti all’età. L’abitazione è apparsa accogliente, una collaboratrice domestica si dedica alla casa ed al bambino».

Il pubblico ministero si è dichiarato contrario durante il procedimento, ritenendo la domanda inammissibile in quanto afferente ad una fattispecie riconducibile ad un istituto, quello della ‘stepchild adoption’, non ancora previsto nel nostro ordinamento.

Motivi della decisione.

Il Collegio ha ritenuto il ricorso meritevole di accoglimento tenuto conto che «nella nostra normativa di settore non v’è divieto alcuno ad adottare per la persona singola, quale che sia il suo orientamento sessuale. Esclusivamente per l’adozione legittimante (nazionale ed internazionale) viene richiesto che ad adottare siano due persone unite da rapporto di coniugio riconosciuto dall’ordinamento italiano, ma nel nostro sistema il legislatore ha introdotto una seconda forma di adozione – l’adozione in casi particolari – in base alla quale, nell’interesse superiore del minore, la domanda di adozione può essere proposta anche da persona singola ai sensi del combinato disposto dell’art. 44, lettera d), e dell’art. 7 della medesima Legge n. 184/1983. Nessuna limitazione è prevista espressamente, o può derivarsi in via interpretativa, con riferimento all’orientamento sessuale dell’adottante o del genitore dell’adottando, qualora tra di essi vi sia un rapporto di convivenza». Il Collegio pertanto, considerata la richiesta di adozione in casi particolari del minore, valutato che tale adozione è disciplinata dal Titolo IV della legge n. 184/1983, come modificata dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, agli artt. 44-57, rilevato che tale adozione «risponde all’intenzione del Legislatore di voler favorire il consolidamento dei rapporti tra il minore e i parenti o le persone che già si prendono cura del minore stesso, prevedendo la possibilità di un’adozione con effetti più limitati rispetto a quella legittimante, ma con presupposti meno rigorosi», ha ritenuto che nella fattispecie al suo esame, prevista dalla lettera d) del comma 1 dell’art. 44, il minore può essere adottato «anche quando non ricorrono le condizioni per l’adozione legittimante, quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo». Contrariamente a quanto sostenuto dal P.M. secondo cui nella fattispecie manca il presupposto – a suo dire ineludibile – della norma, costituito da una situazione di abbandono, il Collegio ritiene, in linea con la giurisprudenza di merito e soprattutto di legittimità, così come si è espressa la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), «che la norma sia molto chiara e inequivoca nel richiedere come presupposto l’impossibilità dell’affidamento preadottivo e non una situazione di abbandono ad esso prodromica», e ciò, si ripete, nell’interesse superiore del minore.

Il Collegio evidentemente sa che è oggetto di esame in Parlamento l’approvazione di una disciplina specifica regolante la materia ma ciò «non esclude che nelle more che questa venga approvata ed entri in vigore, si possano e si debbano applicare le norme in vigore. Anzi impone che esse vengano applicate secondo una interpretazione – in primis – costituzionalmente garantita e – tenendo conto anche della giurisprudenza di Strasburgo – convenzionalmente conforme in modo da poter tutelare il più possibile quelle posizioni giuridiche che il nostro ordinamento ritiene meritevoli di tutela».

Spetta la giudice ordinario operare una “interpretazione convenzionalmente orientata” delle norme nazionali. E il «Collegio ritiene che il desiderio di avere dei figli, naturali o adottati, rientri nell’ambito del diritto alla vita familiare, nel “vivere liberamente la propria condizione di coppia” riconosciuto come diritto fondamentale, anzi ne sia una delle espressioni più rappresentative».

Con riferimento all’orientamento sessuale degli adottanti, il Collegio precisa che, valutato il superiore interesse del minore ad essere adottato e l’adeguatezza dell’adottante a prendersene cura, «un’interpretazione dell’art. 44, co. 1, lett. D) della Legge n. 184/1983 che escludesse l’adozione per le coppie omosessuali solo in ragione della omosessualità, al tempo stesso riconoscendo la possibilità di ricorrere a tale istituto alle copie di fatto eterosessuali, sarebbe un interpretazione non conforme al dettato costituzionale in quanto lesiva del già richiamato principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e della tutela dei diritti fondamentali (art. 2 Cost.), fra cui la Corte Costituzionale annovera quello delle unioni omosessuali a vivere liberamente la propria condizione di coppia. Inoltre, la lettura dell’art. 44, co. 1, lett. d) che escludesse dalla possibilità di ricorrere all’istituto dell’adozione in casi particolari alle coppie di fatto omosessuali a motivo di tale orientamento sessuale si porrebbe in contrasto anche con l’art. 14 in combinato disposto all’art. 8 della CEDU».

Il Collegio, passando alla applicazione dei principi di diritto al caso di specie, ritiene illegittimo respingere la domanda solo a motivo dell’orientamento sessuale degli adottanti, in aperto contrasto con la lettera e la ratio della norma, nonché con i principi costituzionali e i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU.

Il bambino è cresciuto con il ricorrente ed il suo compagno, suo padre biologico, «instaurando con loro un legame inscindibile che, a prescindere da qualsiasi “classificazione giuridica”, nulla ha di diverso rispetto a un vero e proprio vincolo genitoriale. Negare a questo bambino…i diritti e i vantaggi che derivano da questo rapporto costituirebbe certamente una scelta non corrispondente all’interesse del minore».

Il bambino, si legge in sentenza, «è apparso sereno, unito da un profondo legame affettivo ad entrambi i Sigg. […] e […] e assolutamente bene inserito nell’ambiente scolastico e  familiare che lo circonda, ove tra l’altro, grazie anche alla presenza costante dei nonni e della zia, può conoscere i diversi modelli di famiglia, non restando così in alcun modo isolato e/o pregiudicato a livello emotivo».

Il Tribunale ha quindi ritenuto «che il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altri termini, non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano»; in particolare il Tribunale ha evidenziato «come ciò che è importante per il benessere psicofisico dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano dello stesso sesso o che abbiano lo stesso orientamento».

In conclusione, il Tribunale ha dichiarato farsi luogo alla adozione.

Dal delineato contesto giova ulteriormente rilevare che la ‘stepchild adoption’, o adozione in casi particolari, è un istituto giuridico che consente al figlio di essere adottato dal partner (sposato o unito civilmente) del proprio genitore. Nel nostro ordinamento esiste dal 1983 ma ha riguardato solo le coppie eterosessuali. Infatti, la legge n.184/1983 permette l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) ovvero esprimere la propria opinione (se di età compresa tra i 12 e i 14). Fino al 2007 era ammessa solo per le coppie sposate poi, intervenute due sentenze (prima Milano poi Firenze) questa facoltà è stata estesa anche ai conviventi eterosessuali.

Come visto, il Tribunale per i minori di Roma, nel solco di un principio giuridico consolidato nonché della conforme giurisprudenza di merito e di legittimità, ha stabilito che l’orientamento sessuale dell’adottante non può essere valutato come elemento ostativo alla stepchild.

E così, mentre il Parlamento ha ritenuto di lasciare in sospeso un aspetto così rilevante dei diritti civili per gli omosessuali, i giudici decidono, ed in senso affermativo, i casi concreti loro sottoposti. Dove non arriva la politica, arriva la magistratura.

Rinuncia all’eredità. Quando e come farla

La rinuncia all’eredità è un atto con il quale l’erede dichiara di non volere acquistare l’eredità, ad esempio perché i debiti del defunto superano i crediti.

Ai sensi del primo comma dell’art. 519 c.c., «La rinunzia all’eredità deve farsi con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni», dove, per cancelleria del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, si intende il luogo in cui è avvenuto il decesso.

La rinuncia all’eredità non può essere sottoposta ad una condizione o ad un termine, né può essere limitata solo ad una parte dell’eredità.

I termini per la presentazione sono:

  • se si è in possesso di beni ereditari: tre mesi dal decesso (art. 458 codice civile)
  • se non si è in possesso dei beni ereditari: fino alla prescrizione del diritto (10 anni).

E’ comunque opportuno effettuare la rinuncia prima della presentazione della denuncia di successione o comunque prima di dividere l’eredità.

Effettuata la dichiarazione di rinuncia, la chiamata all’eredità passa ai parenti di grado successivo del de cuius.

Come risulta dal sito ‘Tribunale di Roma’, per la rinuncia occorrono i seguenti documenti (anche se più persone effettuano l’atto contemporaneamente):

  • certificato di morte in carta libera (se per minore, interdetto, inabilitato è necessaria copia conforme autorizzazione Giudice Tutelare);
  • 1 marca da bollo da € 16,00;
  • per la copia dell’atto marca da € 11,54 (rilascio entro 5 giorni) da € 34,62 (rilascio a vista);
  • la rinuncia è soggetta alla tassa di registrazione di €200,00 da versare secondo il modello F23 in Banca o presso gli uffici postali, da effettuare prima della dichiarazione (non deve contenere il numero dell’atto)

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I link dei relativi moduli.

Moduli

Indennità di accompagnamento e patologie neurologiche

Corte di Cassazione, Sez. VI Civ., L., ordinanza 13.01/15.03.2016 n. 5032

L’indennità di accompagnamento, prevista dall’art. 1 della legge 11.02.1980, n.18, consiste in un sostegno economico statale, erogato dall’Inps, in attuazione dei principi sanciti dall’art. 38 della Costituzione, a favore dei cittadini dichiarati totalmente inabili, per minorazioni o menomazioni, fisiche o psichiche, impossibilitati a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, ovvero impossibilitati a compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita.

L’indennità di accompagnamento, a differenza di altri benefici economici concessi agli invalidi, è indipendente dall’età e dalle condizioni reddituali del beneficiario o del suo nucleo familiare.

Ciò posto, le patologie neurologiche danno diritto all’indennità di accompagnamento?

La Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. VI-L 27.11.2014, 25255) aveva già provveduto a chiarire che l’indennità di accompagnamento spetta anche in favore di coloro i quali, pur essendo materialmente capaci di compiere gli atti elementari della vita quotidiana (quali nutrirsi, vestirsi, provvedere alla pulizia personale, assumere con corretta posologia le medicine prescritte), necessitano della presenza costante di un accompagnatore in quanto, in ragione di gravi disturbi della sfera intellettiva, cognitiva o volitiva dovuti a forme avanzate di gravi stati patologici o a gravi carenze intellettive, non sono in grado di determinarsi autonomamente al compimento di tali atti nei tempi dovuti e con modi appropriati per salvaguardare la propria salute e la propria dignità personale senza porre in pericolo sé o gli altri. Decisione importante, questa, anche perché spesso in contrasto con le prassi, a volte particolarmente restrittive, degli uffici amministrativi locali nonché con l’interpretazione di alcuni giudici di merito.

Tuttavia, per lungo tempo si è discusso se il diritto all’indennità di accompagnamento poteva riguardare tutte quelle malattie (ad esempio, oligofrenia e patologie neurologiche) che, provocando infermità mentali con limitazioni dell’intelligenza, richiedono una assistenza giornaliera, ivi compresa quella farmacologica.

Ed il caso all’esame degli Ermellini ora in commento riguardava appunto un soggetto affetto da oligofrenia (stato d’insufficienza mentale). Gli Ermellini, con la ordinanza n.5032/2016, inserendosi nel solco giurisprudenziale sopra richiamato, hanno confermato che l’indennità di accompagnamento va riconosciuta anche a coloro che siano materialmente capaci di compiere gli atti elementari della vita quotidiana ma che, in ragione di gravi carenze intellettive o stati patologici, non comprendendone il significato, necessitino della presenza di un accompagnatore: «Va, dunque, ritenuto che la capacità dell’assistito di compiere gli elementari atti giornalieri debba intendersi non solo in senso fisico, cioè come mera idoneità ad eseguire in senso materiale detti atti, ma anche come capacità di intenderne significato, portata ed importanza anche ai fini della salvaguardia della propria condizione psicofisica; e corre ancora la capacità richiesta per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento non debba parametrarsi sul numero degli elementari atti, giornalieri, ma soprattutto sulle loro ricadute, nell’ambito delle quali assume rilievo non certo trascurabile l’incidenza sulla salute del malato nonché la salvaguardia della sua “dignità” come persona (anche l’incapacità ad un solo genere di atti può, per la rilevanza di questi ultimi e per l’imprevedibilità del loro accadimento, attestare di per sé la necessità di una effettiva assistenza giornaliera: cfr. per riferimenti sul punto: Cass. 13362/2003)».

La sentenza della Corte di Appello, impugnata dal ricorrente dinanzi alla Suprema Corte, aveva riconosciuto al soggetto affetto da gravi patologie neurologiche l’indennità di accompagnamento dal 2012 e non già dal 2007, come richiesto. La Corte di appello, a detta del ricorrente, aveva trascurato di considerare le peculiarità comportamentali del soggetto minorato, pur riconoscendogli la sussistenza di ‘gravi e permanenti patologie neurologiche’, argomento accolto dalla Suprema Corte che ha ritenuto che i giudici del merito non avessero considerato gli effetti delle malattie psichiche sul comportamento del ricorrente.

In altri e più chiari termini, la capacità del soggetto che richieda l’indennità di accompagnamento di compiere gli atti giornalieri elementari deve essere valutata non solo come idoneità a compierli materialmente ma anche come capacità del soggetto di comprendere l’importanza e il significato di ogni suo gesto quotidiano, anche ai fini della salvaguardia della sua salute psico-fisica. Tenuto conto che l’indennità di accompagnamento, in alcune circostanze, spetta anche se l’inabile è in grado di camminare da solo, allo stesso modo deve riconoscersi l’indennità di accompagnamento qualora il soggetto minorato necessiti di essere accompagnato fuori della propria abitazione, così come se non riesce a compiere atti elementari della vita quotidiana, nei tempi dovuti e con modi appropriati, allo scopo di salvaguardare la propria salute e la propria dignità personale senza porre in pericolo sé o gli altri.

La parola torna dunque alla Corte di appello che, in secondo grado, dovrà valutare più approfonditamente le reali condizioni del richiedente l’indennità di accompagnamento e riconsiderarne eventualmente la contestata decorrenza (dal 2007 e non dal 2012 come riconosciuto dai giudici di merito).

Canone Rai autocertificazione per chi non ha la tv

Canone Rai. Chi non ha il televisore lo può certificare entro il 30 aprile 2016

Novità sul fronte ‘Canone Rai’. In particolare, chi non possiede un televisore potrà dichiararlo alla Agenzia delle Entrate, a mezzo di autocertificazione, attestante appunto il non possesso di un televisore, entro e non oltre il 30 aprile 2016: così secondo il Sole 24 Ore che individua nel 2-3% delle famiglie italiane (tra 500mila e 800mila autocertificazioni da valutare) il complesso di quanti non possiedono un apparecchio televisivo.

L’autocertificazione avrà valore solo per l’anno in corso, di talché andrà ripetuta, nella permanenza delle relative condizioni, nel 2017.

E’ ipotizzabile la data del 31 maggio 2016 come quella in cui le società elettriche avranno a disposizione tutte le informazioni necessarie per l’addebito del canone RAI in bolletta.

Restiamo pertanto in attesa del provvedimento direttoriale dell’Agenzia delle Entrate, ancora in trattativa con le compagnie elettriche, con il quale permettere ai cittadini di “superare la presunzione del possesso di un apparecchio televisivo” in quanto titolari di un contratto di fornitura di energia elettrica, provvedimento che l’Agenzia delle Entrate ha dichiarato all‘Unione Nazionale Consumatori verrà completato e rilasciato entro la fine della corrente settimana, comunque prima di Pasqua.

In mancanza di detto provvedimento, pare possa essere utilizzato il modello precedente, riportato di seguito, da spedire con raccomandata a.r., tenuto conto che non è dato sapere se sarà possibile effettuare la dichiarazione online.

***      ***

Spett.le

Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale I di Torino – Ufficio territoriale di Torino 1

Sportello S.A.T.

Casella postale 22 – 10121 Torino (To)

RACCOMANDATA A.R.

Oggetto: Canone di abbonamento n.__________

Dichiarazione sostitutiva di certificazione

(art. 46 D.P.R.28 dicembre 2000 n. 445 )

Il/La sottoscritto/a ______

nato/a a _______ (Prov.: ______) il ___ /___ / ___. residente a _________ C.A.P. ____ Prov. ____ in ____ Tel. ____ Fax ____ E-mail ____ Codice Fiscale _________

Identificato a mezzo di documento di identità del tipo ______ rilasciato da ______

 in data ____/ ___/ ___ numero _____ che si allega in copia alla presente;

consapevole che chiunque rilascia dichiarazioni mendaci è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, ai sensi e per gli effetti dell’art. 46 D.P.R. n. 445/2000;

COMUNICA

di non essere in possesso di alcun apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni; pertanto la presunzione secondo cui in ogni abitazione di residenza o dimora si trovi un apparecchio ricevente, per il solo fatto che risulti intestata un’utenza per la fornitura di energia elettrica, risulta in questo caso errata. Ne consegue che non è dovuto dallo scrivente alcuna imposta sul possesso di apparecchi televisivi.

Chiede, contestualmente, che si provveda alla cancellazione del proprio nominativo dai Vostri archivi centrali.

Si rimane a Vostra disposizione per ulteriori richieste di chiarimento.

Distinti saluti

Data _______________

Luogo ______________

Firma ______________

 

Reato di violenza privata

Integra il reato di violenza privata impedire la chiusura della porta di ingresso della abitazione con il piede

Corte di Cassazione, Sez. V Pen., sentenza 21.03.2016 n. 11914

Durante una lite tra ex coniugi, nel momento in cui la ex moglie aveva cercato di chiudere la porta di casa, l’ex marito aveva frapposto un ostacolo, il proprio piede.

«Integra il reato di violenza privata la condotta dell’agente che impedisce al proprietario di chiudere la porta d’ingresso dell’abitazione, per mettere fine alla conversazione fra loro, interponendo un piede fra lo stipite e il battente dell’uscio dovendosi ritenere sussistente nell’agente la consapevolezza di ostacolare la libera determinazione della persona offesa, dovendosi ritenere che il requisito della violenza è integrato anche dalla violenza impropria che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti a esercitare pressioni sulla volontà altrui e che ai fini della configurabilità del reato è sufficiente il dolo generico».

La massima sopra riportata emerge dalla sentenza ora in commento con cui gli Ermellini hanno valutato congrua la motivazione del giudice di merito che aveva ritenuto «integrato il reato di violenza privata dalla condotta costituita dall’avere ostacolato la persona offesa … mentre la predetta cercava di chiudere l’ingresso della propria abitazione: in tal senso risulta configurabile la lesione del bene giuridico protetto dall’art. 610 CP., per la coazione della libera volontà della persona offesa dato che – ai fini della sussistenza del reato – il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, ben potendo trattarsi di violenza fisica, propria, che si esplica direttamente nei confronti della vittima o di violenza impropria che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui impedendone la libera determinazione».

E non si tratta né di invasione di domicilio, restando l’agente fuori di casa, né della fattispecie contravvenzionale di molestia; il reato è dunque la violenza privata. Inutile difendersi sostenendo che la condotta si era mantenuta in termini pacati, o che si doveva trattare di questioni di interesse comune, ovverosia del proprio figlio. Scatta la condanna, nella specie, a due mesi di reclusione inflittagli dalla Corte di Appello (anche se, sempre nella specie, il reato risulta estinto per decorrenza del termine di prescrizione).

Affinché si configuri l’illecito penale ex art. 610 c.p. – «Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339» – basta il dolo generico a coartare la libertà di determinazione della persona offesa.

In altri e più chiari termini, la violenza che il codice penale punisce non è soltanto quella propria, che può consistere nell’uso dell’energia fisica da cui derivi una coazione personale, ma anche quella impropria, consistente nell’uso di un qualunque altro mezzo capace di coartare la libertà morale della vittima, esercitando pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione. E nella specie l’imputato era consapevole di ostacolare la libera scelta della donna di interrompere la conversazione.

Non gli resta che rimborsare le spese in favore della Parte Civile.

 

Equitalia: disposizioni in materia di rottamazione dei ruoli

Equitalia. E’ stato presentato il 18 marzo scorso al Senato un disegno di legge, definito “Rottamazione dei ruoli”, vòlto a tutelare – con un piano di rientro commisurato alle effettive difficoltà economiche riscontrate nel pagamento dei debiti con Equitalia – sia i semplici cittadini, sia le imprese, sia i lavoratori, dipendenti e/o autonomi. Se anche non si tratta di un “condono”, tuttavia i piani di rientro certamente consentiranno: 1) al cittadino di stralciare una parte del debito ma anche 2) allo Stato di recuperare una parte importante del credito. Un doppio effetto che, comportando benefici per tutti, rende molto probabile la sua approvazione.

E ciò perché, come si legge nello stesso provvedimento, d’iniziativa dei senatori BERNINI e FLORIS, «Sono in costante aumento gli italiani che versano in stato di difficoltà economica a causa della grave e perdurante crisi finanziaria, e che, conseguentemente, non riescono ad onorare i propri tributi nei confronti dello Stato. In tale stato di disagio diffuso, molti operatori economici privilegiano il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti e rinviano il pagamento delle imposte a momenti successivi. Purtroppo, accade sovente che questi tardino ad arrivare e sopraggiunge, per contro, il fallimento delle imprese. Sui contribuenti in crisi di liquidità sono, pertanto, meccanicamente ammassati ruoli esattoriali tali da travolgerli senza alcuna possibilità di riscatto».

Come a tutti noto, Equitalia è una Società incaricata della riscossione dei debiti che il cittadino ha con un altro Ente. Il provvedimento ora al Senato – che ha lo scopo di obbligare Equitalia ad accettare la rateizzazione dei debiti dei soggetti insolventi con l’erario o con l’Inps – conferisce ad Equitalia pieni poteri decisionali sulla concessione del piano di estinzione di ciò che rimane da pagare al cittadino, di talché sarà Equitalia, e non l’Ente creditore, a proporre ai cittadini in difficoltà di definire ‘a saldo e stralcio’ la propria posizione debitoria.

Il ddl “Rottamazione dei ruoli” è destinato – come risulta dall’art. 2, ‘Definizioni’ – a due diverse tipologie di cittadini: a) quelli che versano in “grave difficoltà finanziaria”, quando il debito del contribuente, iscritto a ruolo, è costituito per oltre il 50% dai ruoli resi esecutivi prima del 31.12.2010 (ovverosia debito contratto prima del 31.12.2010), e b) quelli in “momentanea difficoltà finanziaria”, quando il debito del contribuente, iscritto a ruolo, è costituito per oltre il 50% da ruoli resi esecutivi prima del 31.12.2012 (ovverosia debito contratto prima del 31.12.2012).

Come si legge al successivo art. 3 ‘Proposta di definizione del debito’, «1. Ai contribuenti con debiti iscritti a ruolo per tributi amministrati dall’Agenzia delle entrate e per mancato versamento di contributi previdenziali, in stato di momentanea difficoltà finanziaria o di grave difficoltà finanziaria, l’agente della riscossione propone la definizione a saldo e stralcio della posizione debitoria iscritta a ruolo. 2. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche a eventuali debiti iscritti a ruolo e oggetto di rateizzazione, in corso o decaduta. 3. La proposta di cui al comma 1 deve essere notificata dall’agente della riscossione, per via telematica, tramite posta elettronica certificata (PEC) entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della presente legge. 4. L’agente della riscossione trasmette, per via telematica, la proposta di cui al comma 1 all’Agenzia delle entrate e all’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), per quanto di rispettiva competenza, entro il 31 maggio successivo. 5. Il contribuente, anche a mezzo PEC, deve comunicare la propria accettazione all’agente della riscossione entro il 31 luglio successivo».

Per i debitori in grave difficoltà il piano potrà contenere: i) il pagamento integrale dell’Iva eventualmente dovuta; ii) il pagamento integrale dei contributi eventualmente dovuti; iii) il pagamento del 75% dei tributi (lo stralcio quindi del 25% degli stessi); iv) lo stralcio integrale di sanzioni, interessi e dell’aggio di riscossione.

Per i secondi, in momentanea difficoltà, il trattamento è lo stesso per sanzioni, interessi e aggio, ma lo stralcio dei tributi scende allo 0,5%.

Per importi inferiori a 50mila euro, il debito si estingue con 8 rate trimestrali, pagabili in 24 mesi; per quelli superiori a 50mila euro, il debito si estingue con 12 rate trimestrali pagabili in 36 mesi.

In ogni caso si tratta di un provvedimento importante, tenuto conto che Equitalia, data la sua struttura societaria, non può prendere accordi per saldare ‘a stralcio’ i propri crediti, e ciò per il principio di imparzialità nei confronti di tutti i cittadini: pari trattamento e pari condizioni che verrebbero certamente meno se con alcuni di questi si potesse addivenire a degli accordi. I debiti relativi a Equitalia non possono essere stralciati, se non entro determinate forme e limiti, ma soltanto rateizzati. Giova tuttavia rilevare che un notevole passo avanti si è avuto recentemente con la legge n.3/2012, ‘Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento’, meglio conosciuta come la c.d. legge salva suicidi, che ha introdotto un procedimento che consente di ottenere il saldo e stralcio dei debiti di persone fisiche e di piccole imprese e che si applica a tutti i debiti del ricorrente, ivi compresi quelli con Equitalia (si segnala al riguardo la decisione del Tribunale di Busto Arsizio del 16 settembre 2014 che ha ridotto del 70% i debiti con Equitalia a seguito dell’omologa del procedimento di composizione della crisi da sovraindebitamento; stessa cosa a Varese, dove il giudice ha defalcato l’importo complessivo dell’87%).

Attendiamo fiduciosi che la proposta di legge venga discussa quanto prima in Parlamento.

Le pensioni degli italiani e il progetto busta arancione

Finalmente stanno per essere recapitate nelle case degli italiani, esattamente nelle case di sette milioni di italiani, pare dalla metà del prossimo mese di aprile, le famose ‘buste arancioni’ dell’Inps, come annunciato dallo stesso Presidente dell’Istituto, Tito Boeri.

Ma vediamo meglio di cosa si tratta.

Partendo dal fatto che, come riferisce il numero uno dell’Inps, «Solo 4 italiani su 10 sanno leggere un estratto conto, calcolare le variazioni del potere d’acquisto, capire la differenza di rischio tra azioni e obbligazioni o l’importanza di diversificare il loro portafoglio», continuando con la scarsa consapevolezza degli italiani medesimi sulle pensioni, poiché «solo 1 italiano su 5 conosce come funziona il nostro sistema previdenziale», in occasione dell’iniziativa ‘Cittadino digitale’, è stato dato il via ad un progetto, che nel dicembre scorso aveva subìto un arresto a motivo di problemi finanziari, realizzato in collaborazione con l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), che consentirà di raggiungere chi non è digitalizzato [peraltro una fetta consistente dell’opinione pubblica nazionale] che verrà invitato a munirsi di «spid», il Sistema unico di identità digitale, ovverosia del pin unico per accedere ai servizi on line della Pubblica Amministrazione.

In aggiunta alle considerazioni di Boeri, quelle di Antonio Samaritani [direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale] che non lasciano spazio ad interpretazioni quando afferma che «Sull’uso di servizi di e-government siamo terzultimi in Europa: peggio di noi solo Romania e Bulgaria».

E sono i numeri a parlare «Attualmente – ha riferito il Presidente dell’Inps – 18,5 milioni di italiani hanno ricevuto un’identità digitale Inps e di questi 13 milioni sono lavoratori. Ma rimangono 12 milioni di contribuenti Inps senza pin dei quali il 42% under 40 e 34% fra i 40 e i 50 anni».

Sulla base di detti numeri, la busta arancione sarà inviata al domicilio dei lavoratori sprovvisti di codice PIN Inps, mentre, per quelli in possesso del codice PIN rilasciato dall’Inps per accedere al proprio cassetto previdenziale, la busta arancione non sarà inviata a casa con una lettera dell’Inps ma sarà accessibile sul sito dell’Inps in una apposita sezione.

In buona sostanza, la ‘busta arancione’ permetterà ai contribuenti di calcolare la data precisa in cui, secondo le norme ad oggi in vigore, potrà andare in pensione oltre a rendere più consapevoli i lavoratori italiani dell’assegno previdenziale su cui potranno contare durante la loro vecchiaia.

Boeri ha evidenziato come contano di partire «generando 150 mila lettere al giorno»; «una platea da 7 milioni di persone che riceverà l’estratto conto contributivo e una simulazione della loro pensione». Verranno informati da principio i lavoratori del settore privato, mentre ai dipendenti pubblici la comunicazione verrà acclusa alla busta paga.

Ciò posto, il servizio consentirà a ciascuno di controllare la situazione contributiva attuale, la possibile data di pensionamento, il prevedibile livello della pensione a prezzi 2015 e il rapporto tra pensione e ultima retribuzione (tasso di sostituzione).

Come funzionerà?

L’applicazione incrocerà tre dati: 1) l’estratto conto allo stato attuale, 2) una proiezione dei contributi mancanti, 3) il contesto dello scenario macro-economico sulla base dei dati della Ragioneria di Stato. Quest’ultimo dato sarà, a sua volta, il risultato di quattro parametri: (i) l’andamento dell’economia, (ii) quello delle retribuzioni, (iii) il livello di inflazione e (iv) l’aspettativa di vita. L’aumento nell’aspettativa di vita farà diminuire l’importo dell’assegno.

Alle osservazioni del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha rilevato che non sono ancora stati definiti i tempi per la riforma chiesta da Boeri, restando comunque il governo a decidere, il Presidente dell’Inps ha replicato che «L’intervento con la legge di Stabilità per il 2017 andrebbe bene. Non andrebbe bene tra tre anni».

«E’ un operazione molto importante – dice Tito Boeri – perché va incontro ad un’esigenza di informazione profonda che c’è nel nostro Paese e che i governi che si sono succeduti in questi anni non hanno mai voluto fornire ai cittadini forse perché temevano di avere delle ricadute negative dando queste informazioni».

Ben vengano queste iniziative vòlte a far acquisire consapevolezza ai cittadini. Peraltro già Socrate affermava che il “Sapere rende liberi”, parole – e conseguenti iniziative a tutela – che non perderanno mai d’attualità!

Sospeso lo sciopero di domani, 18 marzo. Ma solo per i TAXI

Sospeso lo sciopero di domani, 18 marzo. Ma solo per i TAXI.

L’opinione pubblica mal digerisce uno sciopero indetto nella giornata di venerdì, che sa più di weekend lungo. Per questo, quando, come nella fattispecie odierna, appare la notizia che lo sciopero verrà sospeso, siamo pronti a ricrederci sulla serietà della iniziativa …ma niente, lo sciopero generale dei trasporti di domani 18 marzo è sospeso soltanto per quel che riguarda i tassisti.

Lo stop, peraltro, non riguarderà solo i bus e le metro ma anche treni e aerei ed inizierà alle ore 21.00 di oggi (giovedì 17 marzo) per finire, durando 24 ore, alle 21.00 di domani 18 marzo.

Nel dettaglio. Indetto dai sindacati CUB, SI-COBAS, dall’unione sindacale USI-AIT e con l’adesione dell’associazione sindacale SGB, contro «la politica economica del governo Renzi e dell’Unione Europea, contro il Jobs Act e altre misure per il mercato del lavoro, contro l’abolizione dell’articolo 18, nonché contro il blocco dei contratti pubblici e privati, l’aziendalizzazione della contrattazione e l’individualizzazione del rapporto di lavoro, contro le privatizzazioni, le grandi opere dannose e la distruzione del territorio»; a scioperare saranno i dipendenti delle Ferrovie dello Stato di Trenitalia, quelli di Italo, di Trenord, e del trasporto locale di molte città, comprese ATAC (Roma), ATM (Milano) e EAV (Napoli). Circoleranno regolarmente, almeno così ha assicurato Trenitalia, le Frecce dell’Alta Velocità, mentre potrebbero essere cancellati o ridotti alcuni treni Intercity e alcuni convogli regionali che non rientrano tra quelli “garantiti”.

Nei cieli, si fermeranno dalle 10 alle 14 i dipendenti di British Airways che operano negli scali aeroportuali italiani per lo sciopero indetto unitariamente da Filt, Fit, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo. Nella stessa fascia oraria incroceranno le braccia anche i lavoratori di Mistral Air.

Tutte le categorie hanno previsto fasce protette e treni garantiti.

A Roma, il Prefetto Gabrielli ha disposto una durata ridotta, di quattro ore, dell’astensione dal lavoro dei dipendenti Atac, che potrà svolgersi solo nella fascia 8.30-12.30. A rischio comunque le reti di Atac e Roma Tpl, con possibili stop su bus, filobus, tram, metropolitane e sulle tre ferrovie Atac Roma-Lido, Roma-Nord e Termini-Centocelle. La decisione – afferma una nota della Prefettura – «è stata assunta in considerazione dei rischi di gravi ripercussioni sul sistema di mobilità derivanti da una serie di fattori che vengono a concentrarsi in quella giornata».

A Milano, mezzi di superficie a rischio dalle 8.45 alle 15.00 e dalle 18.00 al termine del servizio; per la metropolitana, invece, i disagi vi saranno dalle 18.00 al termine del servizio.

Come detto, a non incrociare le braccia, invece, i tassisti, che, anche al fine di non aggravare oltremodo la situazione dei trasporti, hanno deciso di “sospendere temporaneamente” lo sciopero nazionale contro la deregolamentazione del settore, soprattutto dopo una trattativa con il Ministero dei Trasporti e il Ministero dello sviluppo economico sugli emendamenti al decreto Concorrenza in discussione al Senato, giudicati dalla categoria a tutto vantaggio di Uber e dei noleggiatori con licenza fuori Roma; il Governo si è infatti impegnato a chiedere il ritiro degli emendamenti di talché le sigle che avevano indetto lo sciopero hanno deciso di sospenderlo.

Lo sciopero è un diritto costituzionalmente garantito (art. 40), è vero, ma a farne le spese sono, purtroppo ed inevitabilmente, sempre e soltanto i cittadini, utenti dei servizi.