Mese: gennaio 2016

Mancato versamento del mantenimento per asserito miglioramento condizioni di vita dell’avente diritto.

La violazione integra la fattispecie prevista e punita dall’art. 570 c.p.

Corte di Cassazione, Sez.VI Pen., 28.01.2016 n. 3741

Molteplici sono le questioni riguardanti le vicende degli ex coniugi che spesso sfociano in contrasti che i giudici devono dirimere. E così alla Suprema Corte spetta sovente l’ultima parola nel rapporto tra coniugi, o meglio tra ex coniugi, spesse volte intervenendo in tema di assegno di mantenimento, argomento oggetto della decisione qui in commento.

Con la sentenza n.3741/2016 gli Ermellini hanno confermato, e reso definitiva, la decisione della Corte di Appello, che a sua volta aveva confermato la sentenza del Tribunale che aveva ritenuto il ricorrente colpevole del contestato reato di cui all’art. 570 c.p. (‘Violazione degli obblighi di assistenza familiare’), «per essersi sottratto agli obblighi inerenti alla propria qualità di coniuge, non versando alla moglie separata […] la somma destinata al suo mantenimento», a nulla rilevando la circostanza che la moglie era tornata a vivere con i suoi genitori, il cui ausilio aveva così migliorato le sue condizioni di vita.

Il ricorrente si era difeso sostenendo anzitutto, da parte sua, la sopravvenuta impossibilità economica, e, da parte della moglie, la presunzione che avesse iniziato a lavorare e che si fosse trasferita presso i genitori, migliorando la sua condizione economica, «non potendo ipotizzarsi che la […] fosse in grado di sostentarsi con la modesta somma di euro…».

Nessuna delle due tesi difensive del ricorrente sono state condivise dalla Suprema Corte.

  1. a) Con riferimento alla situazione del ricorrente, circa la doglianza relativa all’omesso apprezzamento, da parte della Corte territoriale, della prova, pur asseritamente fornita, della sopravvenuta sua impossibilità economica, la Corte di Cassazione ha così statuito: «in ossequio all’insegnamento di questa Corte, l’incapacità economica dell’imputato deve essere assoluta, sì da “integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti”: il che non risulta esser stato minimamente dimostrato, essendo anzi stata acquisita la prova – debitamente posta in luce nella sentenza di prime cure – che, a seguito dell’azione esecutiva intrapresa dalla succitata […], il […] consegnò in contanti all’ufficiale giudiziario la somma di euro 1.000,00, a riprova della sicura gratuità del comportamento tenuto dall’imputato».
  2. b) Circa l’asserito miglioramento delle condizioni di vita della moglie, grazie all’ausilio dei genitori, gli Ermellini hanno ritenuto inconsistente detto rilievo tenuto conto che «non incide in alcun modo sulla persistenza, in capo al prevenuto, dell’obbligo, la cui violazione integra la fattispecie prevista e punita dall’art. 570 cod. pen. (cfr., in senso conforme, tra le tante, Cass. Sez. 6, sent. n. 46060 del 22.10.2014, Rv. 260823 e n. 40823 del 21.03.2012, Rv. 254168)». Non merita neppure accoglimento, per la Corte, il rilievo al riferimento dell’esercizio, da parte della moglie, di attività lavorativa, essendo stato esso prospettato in termini assolutamente ipotetici.

E così la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese processuali.

Contratto di assicurazione. Clausola lessicalmente ambigua. Interpretazione a favore dell’assicurato

Corte di Cassazione, Sez. III, 18.01.2016, n. 668

All’esame della Suprema Corte la decisione della Corte di Appello che aveva accolto il gravame proposto da tre società assicuratrici, di conseguenza rigettando la domanda della società assicurata.

Il fatto. Una società commerciale, avente per oggetto sociale la produzione di calcestruzzo, che gestiva uno stabilimento, a copertura dei danni derivanti dall’esercizio della propria attività aveva stipulato un contratto di coassicurazione con tre società. A seguito dello scoppio nello stabilimento di una autoclave per la produzione del calcestruzzo, che aveva provocato ingenti danni nonché la morte di una persona, la Società aveva chiesto stragiudizialmente ai tre coassicuratori il pagamento dell’indennizzo. Successivamente allo svolgimento di una perizia contrattuale, i tre coassicuratori convenivano dinanzi al Tribunale la società commerciale, svolgendo domanda di accertamento negativo del proprio obbligo indennitario ovverosia chiedendo di accertare e dichiarare che i danni causati dallo scoppio non erano indennizzabili, perché provocati da un evento non compreso tra quelli previsti dalla polizza; in particolare, ad essere indennizzati erano i danni derivati da scoppio provocato da “eccesso di pressione” mentre, nella fattispecie, non si trattava di uno scoppio causato da “eccesso di pressione”, bensì da un “cedimento strutturale” del meccanismo di chiusura dell’autoclave scoppiata. Il Tribunale dava, invece, ragione alla Società assicurata e, dopo aver dichiarato che il sinistro era indennizzabile a termini di polizza, condannava gli assicuratori al pagamento dell’indennizzo. Impugnata la decisione del giudice di prime cure dinanzi alla Corte territoriale, questa veniva chiamata dunque ad interpretare il contratto di assicurazione relativamente ai danni verificatisi nello stabilimento industriale, nel quale il rischio assicurato erano i danni materiali direttamente causati da esplosione e scoppio. La Corte di Appello, dopo aver ritenuto che per «“scoppio”», usato nella descrizione del rischio assicurato, doveva intendersi «secondo il senso comune come “rottura fragorosa dovuta ad un eccesso di pressione dall’interno”» e che il contratto andava «interpretato nel senso che per pressione “eccessiva” del macchinario doveva intendersi soltanto quella superiore alle capacità di resistenza del macchinario sottoposto a pressione, secondo quanto previsto dal progetto», accertava «in facto, che nel caso di specie al momento dello scoppio la pressione all’interno dell’autoclave era inferiore a quella massima consentita; e che la causa dello scoppio fu verosimilmente un deficit strutturale del meccanismo di chiusura dell’autoclave, non una pressione superiore a quella massima tollerata dal macchinario», concludendo «che non si era verificato alcun “eccesso di pressione”, come richiesto dal contratto, e che di conseguenza il sinistro non fosse indennizzabile».

Adìta dalla Società assicurata la Suprema Corte, gli Ermellini hanno anzitutto chiarito, per quanto qui rileva, con riferimento ai motivi sollevati e con i quali era stata eccepita la violazione di legge, assumendosi in particolare violati gli artt. 1362, 1363 e 1364 c.c., che vi è violazione dell’art. 1362 c.c. laddove il giudice adotti una interpretazione incoerente tanto con la lettera del contratto quanto con la volontà delle parti. Avendo sostenuto la ricorrente che la polizza stipulata garantiva l’assicurato contro il rischio di danni derivati da scoppi provocati da “eccesso di pressione”, e poiché il contratto non precisava in che modo dovesse essere intesa l’espressione “eccesso di pressione”, la Corte territoriale, «dinanzi ad una clausola lessicalmente così ambigua, non poteva arrestarsi al senso fatto proprio dalla connessione delle parole, per la semplice ragione che tale senso non esisteva. Essa, invece, avrebbe dovuto applicare tutti gli altri criteri legali di ermeneutica, che invece sono rimasti inesplorati».

La Corte Suprema, pertanto, ha respinto le osservazioni svolte dalle Società di assicurazione – che contestavano l’interpretazione adottata dal Tribunale, disattesa poi dalla Corte territoriale, che avrebbe finito per tradursi «in una autentica manipolazione del contratto, perché attribuirebbe all’espressione “dirompersi di contenitori per eccesso di pressione interna” lo stesso significato dell’espressione “repentino dirompersi di contenitori per pressione interna”» – con la precisazione che «Non vi sarebbe dunque nulla di anomalo nell’adottare una interpretazione che intenda l’espressione “scoppio causato da eccesso di pressione interna” come equivalente a “scoppio causato da pressione interna”. La soluzione propugnata dai tre assicuratori qui resistenti si sarebbe potuta sostenere solo a fronte d’una clausola che con inequivoca chiarezza avesse affermato che per “scoppio” dovesse intendersi l’eccesso di pressione rispetto a quella massima tollerabile in condizioni normali di esercizio».

Al riguardo ricordano gli Ermellini che in tema di assicurazione è imposta inequivoca chiarezza, «dal secolare obbligo di uberrima bona fides gravante su ambo le parti; di cui costituivano espressione, già all’epoca della stipula del contratto, gli artt. 1175 e 1375 c.c.; e che oggi è imposta all’assicuratore sia dall’art. 166 cod. ass., secondo cui “il contratto (…) va redatto in modo chiaro ed esauriente”, sia dagli artt. 5 e 31 Reg. Isvap 16.10.2006 n. 5, norme che per quanto detto non costituiscono altro che emersione normativa d’un precetto già immanente nell’ordinamento. Se dunque i compilatori della polizza offerta alla […], ed unilateralmente predisposta, adottarono soluzioni lessicali incerte od ambigue, imputent sibi, restando fermissimamente escluso che possano ricadere sull’assicurato le conseguenze della modestia letteraria o dell’insipienza scrittoria dell’assicuratore».

A parere della Suprema Corte, poi, la sentenza della Corte territoriale è stata emanata in violazione del combinato disposto degli artt. 1363 e 1367 c.c., non avendo tenuto conto che la polizza (art. 12), nel caso di scoppio causato da difetti del macchinario, escludeva la copertura dei soli danni al macchinario scoppiato. «Se, dunque, si escludesse l’indennizzabilità dei danni da scoppio non causato da eccesso di pressione, quella clausola non avrebbe avuto ragion d’essere, perché lo scoppio causato da usura comunque non sarebbe mai stato indennizzabile».

La Corte territoriale ha altresì violato l’art. 1370 c.c., rileva la Corte di Cassazione, in quanto, dinanzi all’accertata ambiguità della polizza, il giudice di merito avrebbe dovuto comunque applicare il criterio della ‘interpretatio contra proferentem’, e dunque intenderla in senso sfavorevole a chi quella clausola predispose: ovvero ai coassicuratori, essendo stato il contratto di assicurazione stipulato sulla base di condizioni generali unilateralmente predisposte. Al contrario, nel caso di specie, nonostante la rilevata ambiguità letterale e nonostante la Corte d’appello non abbia fatto ricorso a nessun altro criterio legale interpretativo, la clausola è stata interpretata in modo favorevole al predisponente.

Alla luce di quanto affermato, la Corte ha dunque cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d’appello in diversa composizione, affermando il seguente, ed importante, principio di diritto:

«Il contratto di assicurazione deve essere redatto in modo chiaro e comprensibile. Ne consegue che, al cospetto di clausole polisenso, è inibito al giudice attribuire ad esse un significato pur teoricamente non incompatibile con la loro lettera, senza prima ricorrere all’ausilio di tutti gli altri criteri di ermeneutica previsti dagli artt. 1362 e ss. c.c., ed in particolare quello dell’interpretazione contro il predisponente, di cui all’art. 1370 c.c.».

Sinistro stradale. Responsabilità Pubblica Amministrazione, e conseguente sua condanna a titolo di danno da lesione, per la caduta provocata da pavimentazione sconnessa.

Tribunale di Taranto, Seconda Sezione Civile, 12.01.2015, n. 100

I giudici di merito hanno nuovamente affrontato – copiosa è, infatti, la giurisprudenza in argomento – la tematica relativa alla responsabilità della Pubblica Amministrazione per i danni cagionati da cose in custodia.

La fattispecie all’esame del Tribunale.

A causa della pavimentazione sconnessa e divelta in alcuni punti, il centauro, dopo aver arrestato il proprio motociclo «al fine di assicurarsi che non sopraggiungessero veicoli dalla propria sinistra», cadeva per terra «riportando danni al motoveicolo e lesioni personali». Adìto dallo stesso centauro il Tribunale per sentire condannare il Comune convenuto al risarcimento dei relativi danni, opportunamente quantificati, il Comune si costituiva eccependo l’infondatezza della domanda, formulata a titolo di responsabilità ex artt. 2043 e 2051 c.c.. La causa veniva istruita mediate prova orale, con ammissione di apposita Consulenza Tecnica d’Ufficio. Il Tribunale, per quanto emerso in corso di causa, ha giudicato fondata, e quindi meritevole di accoglimento, la domanda, in tal guisa ritenendo responsabile il Comune per la caduta del centauro, sulla base delle motivazioni di seguito riportate.

Dopo aver ricordato, il Giudice di primo grado, l’orientamento giurisprudenziale della Corte di legittimità che tende ad escludere nei confronti degli enti pubblici l’applicazione dell’art. 2015 c.c., rubricato ‘danno cagionato da cosa in custodia’ – «Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito» – qualora il bene, per le sue caratteristiche, estensione e modalità di uso, sia oggetto di utilizzazione diretta e generale da parte di terzi, tanto da limitare, in concreto, la possibilità di custodia e vigilanza sulla cosa, impedendo all’Ente l’esercizio di un «concreto controllo ed una vigilanza idonea ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo o “qualora trattasi di beni demaniali o patrimoniali che, per la loro limitata estensione territoriale, consentano una adeguata attività di vigilanza sulle stesse” (Cass. 22592/2004)», passa poi ad esaminare la fattispecie concreta, avvalorata dalla prova testimoniale, resa in corso di causa, che ha acclarato le modalità di accadimento del fatto quali rappresentate dall’attore. Tali testimoni avevano tutti confermato la «sconnessione della pavimentazione stradale, che in alcuni punti si presentava divelta e che non era opportunamente segnalata» nonché «la circostanza che la sconnessione alla pavimentazione non era visibile, non ostante l’ora diurna in cui il fatto si è verificato» ed ancora che «la situazione di potenziale pericolo della pavimentazione non risultava segnalata».

E così il Tribunale sentenzia: «La responsabilità prevista dall’art. 2051 dei c.c. per i danni cagionati da cose in custodia ha carattere oggettivo e, ai fini della sua configurabilità, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso, indipendentemente dalla pericolosità attuale o potenziale della cosa stessa (perciò anche per le cose inerti) e senza che, al riguardo, rilevi la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza. Tanto, in quanto, la nozione di custodia non presuppone né implica uno specifico obbligo di custodia analogo a quello previsto per il depositario e la funzione della norma richiamata è proprio quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti la cosa, dovendo, pertanto, considerarsi custode chi di fatto ne controlla le modalità di uso e di conservazione e non necessariamente il proprietario della cosa o chi con essa si trova in relazione diretta. Il danneggiato, su cui incombeva l’onere probatorio, ha fornito, nel corso del giudizio, la prova del nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, ovvero ha dimostrato che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione lesiva posseduta dalla cosa. A carico del convenuto, invece, incombeva offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, tanto da avere impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità da interrompere il nesso eziologico tra la cosa custodita e l’evento lesivo. Prova che non è stata offerta».

In altri e più chiari termini, il prevalente orientamento giurisprudenziale riconduce la responsabilità della P.A. al paradigma di cui all’art. 2043 c.c., escludendola soltanto quando il bene demaniale non presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto, che è quello non visibile, né prevedibile, tale da integrare la c.d. insidia o trabocchetto.

Poiché, nel caso di specie, è stata dimostrata, da parte dell’attore, la sussistenza dell’insidia mentre la P.A. non ha dato la prova che l’evento si è determinato per colpa del danneggiato ovvero per caso fortuito, così da interrompere il nesso eziologico tra la cosa in custodia e l’evento lesivo, la domanda dell’attore è stata accolta ed il Comune condannato.

Condannata la Banca per indebita percezione delle c.d. ‘commissioni implicite’

Tribunale Ordinario di Roma, II Sez. Civ., 25.11.2015, n. 23717

Una ulteriore sentenza, questa del Tribunale di Roma, che si inserisce nel nuovo filone giurisprudenziale che colpisce le Banche sotto il profilo della indebita percezione delle c.d. commissioni implicite, in un contratto derivato IRS, del tipo collar, negoziato tra un primario Istituto di credito ed un Comune il quale, attraverso l’adozione di sofisticati strumenti finanziari suggeritigli dalla Banca, aveva pensato così di ottimizzare la gestione del proprio indebitamento.

Il Tribunale di Roma ha confermato la tesi già sostenuta con altra pregevole sentenza dal Tribunale di Pescara (n.1241 dell’11.10.2012). In quest’ultima vicenda, il Comune aveva stipulato con la Banca n. 4 contratti di swap, di cui due oggetto della pronuncia, che trasformavano in tassi di interesse variabili quelli a tasso fisso con riferimento ad alcuni mutui contratti dal Comune con la Cassa Depositi e Prestiti e con altri istituti di credito.

Nella vicenda ora in commento, come si legge nella sentenza, «rilevano le condotte gravemente inadempienti poste in essere dalla [Banca] nella sua duplice veste di parte del contratto swap stipulato il 15 dicembre 2005 e denominato “IRS Purple Collar 1521216” e di consulente e assistente per le attività prodromiche alla conclusione del contratto stesso».

Nel dettaglio.

Il Comune aveva provveduto a stipulare con la Banca nel 2004 un contratto swap denominato “IRS Purple Collar 227583”, della durata di 15 anni, appunto al fine di gestire al meglio il proprio indebitamento. Soltanto un anno dopo, il 15.12.2005, nuovamente sollecitato dalla stessa Banca, che prospettava il conseguimento di ulteriori benefici, il Comune sottoscriveva un nuovo contratto swap e denominato “IRS Purple Collar 1521216”, che sostituiva anticipatamente il precedente contratto, che peraltro si stava svolgendo regolarmente e con risultati di oggettivo vantaggio per il Comune. Il nuovo contratto, invece, si era rivelato produttivo di perdite significative per il Comune, da ciò indotto a citare in giudizio la Banca. Il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento del danno in favore del Comune, anche se non si è pronunciato in ordine né alla risoluzione né all’annullamento del contratto tenuto conto, con riferimento alla risoluzione, che nelle more del giudizio è stato risolto il derivato, mentre, con riferimento alla domanda di annullamento per errore essenziale del contratto del 2005, il Tribunale l’ha respinta motivando che l’errore rilevante ex art. 1429 c.c. non va confuso con la stima erronea della maggiore o minore convenienza della scelta negoziale effettuata. Dalla documentazione agli atti risultava che le parti avevano effettivamente concluso «il tipo di contratto considerato ed ipotizzato nelle fase delle trattative» ed avevano stipulato il contratto del 2005 che aveva sostituito quello del 2004, di identica forma ed analogo sinallagma. Non si rinveniva, pertanto, nella fattispecie, l’errore siccome positivamente regolato, così come la dichiarazione di competenza ed esperienza, di cui all’art. 31 del Regolamento Consob, non era inficiata da carenza di potere considerato che il funzionario dell’Amministrazione, che l’aveva resa, vi era abilitato. Nel caso di specie il Tribunale ha sì ritenuto la dichiarazione formalmente corretta «ma contraria al vero poiché non si comprende come un comune medio-piccolo possa risultare in possesso di competenza professionale in materia di strumenti finanziari».

È stato riconosciuto il risarcimento del danno per il grave inadempimento in cui era incorso l’intermediario, anzitutto per la circostanza che il nuovo swap era stato proposto soltanto ad un anno di distanza dal precedente, che aveva durata di 15 anni e che nel frattempo si era rivelato vantaggioso per il Comune; ulteriore profilo di censura è stato individuato nel conflitto di interesse, vietato dall’art. 27 del Regolamento Consob n. 11522/1998 in relazione all’art. 26 Reg. citato, e all’art. 21 TUF. Infatti, la Banca, pur avendo assunto il ruolo di consulente ed assistente del Comune, aveva proposto un proprio prodotto finanziario così contravvenendo, come si legge nella motivazione della sentenza, «sia agli specifici doveri gravanti sugli intermediari e sugli operatori finanziari ex articolo 21, comma 1, del d.lgs. 58 del 1998 – TUF e ex articoli 26 e 31 del Regolamento Consob sia ai generali doveri di buona fede oggettiva e di diligenza di cui agli articoli 1175 e 1375 del codice civile da osservarsi nello svolgimento di qualsivoglia rapporto giuridico».

Ed il Tribunale arriva a giudicare «quanto meno sospetta la sollecitazione [della Banca] a procedere ad una nuova ed asseritamente più vantaggiosa stipulazione» tenuto conto che il primo contratto aveva durata di 15 anni e si era palesato oggettivamente favorevole per il Comune mentre la Banca, nel corso del giudizio, non era stata in grado di fornire un solo elemento utile a dimostrazione del maggior vantaggio che avrebbe conseguito il Comune a seguito della stipula del secondo contratto.

Il Tribunale non qualifica in termini di illecito pre-contrattuale ma bensì di illecito contrattuale la condotta della Banca, responsabile per aver agìto, come detto, in conflitto di interessi nonché per la condotta posta in essere nell’esecuzione delle obbligazioni assunte con il secondo contratto, essendo stato confermato dalla C.T.U. espletata che la Banca ha percepito cospicui importi a titolo di c.d. ‘commissioni implicite’. Qui la parte più significativa della pronuncia, anche se non si tratta di una novità, alla luce delle numerose sentenze di merito emanate nel solco del principio accolto anche dal Tribunale di Roma con il pronunciamento in commento.

Il Tribunale di Roma, al riguardo, così si esprime: «La cosiddetta “commissione implicita”, ancorché comunemente diffusa nella prassi bancaria, non trova fondamento né nelle norme generali in tema di contratto né nelle disposizioni speciali in tema di strumenti finanziari. La Difesa convenuta distingue fra le commissioni in senso proprio (non applicate nella vicenda in esame per espressa disposizione negoziale) e i margini operativi che sarebbero dovuti, essendo relativi a rapporti diretti fra banca e cliente. La tesi convenuta non è sostenibile poiché, a fronte dell’espressa esclusione negoziale delle commissioni in senso proprio, non possono ritenersi dovuti i margini operativi (cosiddette “commissioni implicite”) in assenza di qualsivoglia riferimento nel testo contrattuale. L’interpretazione del contratto secondo buona fede (articolo 1366 del codice civile) impone di escludere la spettanza delle cosiddette commissioni implicite». Inoltre, secondo il Tribunale, non poteva valere il rinvio agli usi, tenuto conto che l’art. 23 comma 2 del TUF espressamente e radicalmente li esclude.

A seguito della disposta C.T.U., che il Tribunale ha giudicato completa ed equilibrata nonché esente da vizi logici e di calcolo, il danno afferente alle commissioni occulte veniva quantificato, comprendendo altresì il flusso di cassa negativo per il Comune al momento della stipula del secondo contratto, per il complessivo importo di circa € 280.000,00.

A tanto la Banca è stata condannata.

La Banca è contrattualmente responsabile ove lo sportello automatico trattenga il bancomat e si verifichi utilizzazione illecita da parte di terzi

Corte di Cassazione, Sez. I Civ., 19. 01.2016 n. 806

Di chi è la responsabilità se, durante un prelievo bancomat, l’apparecchio si guasta fino a trattenere la carta e si verifichi successivamente una sottrazione di danaro da parte di terzi ?

Il caso sottoposto alla attenzione degli Ermellini, a cui si è rivolto il correntista dopo aver visto negate le proprie ragioni sia dal Tribunale in primo grado che dalla Corte territoriale in grado d’appello, riguardava, in particolare, la manomissione da parte di terzi del servizio bancomat e della sottrazione di notevole quantità di denaro a danno dello sfortunato ed ignaro cliente il quale, recatosi presso lo sportello posto all’esterno della Banca, in data 09.09.1999, aveva provato ad eseguire un prelievo, ma inutilmente, poiché l’apparecchio, dopo aver trattenuto la carta, visualizzava la scritta “carta illeggibile” e successivamente “sportello fuori servizio”. Il ricorrente provvedeva con immediatezza a segnalare l’accaduto al vicedirettore della filiale, presente all’interno dell’Istituto, il quale, tuttavia, lo invitava a tornare il giorno successivo. All’indomani, il cliente constatava il mancato rinvenimento della carta predetta e, successivamente, era costretto a constatare che, nei giorni 9 e 10 settembre, ignoti avevano effettuato ingenti prelievi per oltre 7.000 euro. Il cliente rappresentava di aver tempestivamente informato il vicedirettore dell’evento, e per iscritto, nonché di aver sporto denuncia all’autorità giudiziaria il successivo 13 settembre. La Banca replicava sostenendo la tardività della segnalazione e della denuncia dell’accaduto.

Il Tribunale, al quale si era rivolto il correntista, rigettava la domanda sulla base della mancata comunicazione di quanto accaduto, entro 48 ore dal fatto, così come prescritto nell’art.14 delle condizioni generali di contratto. La Corte di Appello confermava la sentenza di rigetto del Tribunale, come si legge nella decisione degli Ermellini, sulla base delle seguenti considerazioni: «l’indebito prelievo è ascrivibile in via esclusiva alla responsabilità dell’appellante. Le riprese video della fase del prelievo hanno evidenziato che il […] è stato vittima di una truffa da parte di persona ignota che si è avvicinato a lui e, con il pretesto di volerlo aiutare nell’operazione, ha evidentemente visto e memorizzato il PIN, avendo in precedenza manomesso il funzionamento dell’apparecchio in modo da poter recuperare la disponibilità della carta rimasta al suo interno. L’appellante ha commesso l’imprudenza di digitare il PIN sotto gli occhi del truffatore, senza aver tempestivamente attivato il blocco, mediante numero verde così come sollecitato dal funzionario, limitandosi ad allertare il direttore della filiale della mancata restituzione della carta ma omettendo di far menzione della presenza di un terzo. Così facendo l’appellante ha violato in particolare la disposizione contrattuale che impone la segretezza del PIN».

Di contrario avviso è stata la Suprema Corte che, ribaltando il doppio verdetto sfavorevole, ha dato ragione al correntista, riconoscendo la fondatezza del motivo di ricorso e rinviando alla Corte di Appello di [X], in diversa composizione, perché valuti «se il comportamento della banca sia in ordine al riscontrato difetto di manutenzione e custodia, sia in ordine alla condotta accertata del responsabile presente nella sede della medesima, sia in ordine al prelievo largamente eccedente il plafond giornaliero possano integrare il difetto di diligenza e art. 1176 secondo comma cod. civ. anche a fronte del comportamento non osservante dell’obbligo contrattuale di non favorire la lettura del PIN e di provvedere al blocco immediato».

Per gli Ermellini la Corte di Appello «non ha svolto uno scrutinio effettivo del comportamento contrattuale della banca secondo il parametro della diligenza professionale ex art. 1176, secondo comma, cod. civ.» tenuto conto che il vicedirettore, una volta edotto, e tempestivamente, dell’accaduto da parte del correntista, avrebbe dovuto «mettersi in allarme per la sottrazione della carta da parte dello sportello» anziché rimandare il controllo al giorno successivo; ed ancora, non possono, per gli stessi Ermellini, non rilevarsi profili di colpevolezza per l’omessa verifica, attraverso il sistema delle telecamere, incontestatamente attivato, della manomissione del dispositivo da parte di terzi. Da tali elementi, ampiamente sottovalutati dalla Corte d’Appello, risultava che l’Istituto di Credito era venuto meno al suo dovere di diligenza professionale (art. 1176, secondo comma, cod. civ.).

La Suprema Corte, in motivazione, ricorda quindi un caso analogo in virtù del quale era stato deciso che «“Ai fini della valutazione della responsabilità contrattuale della banca per il caso di utilizzazione illecita da parte di terzi di carta bancomat trattenuta dallo sportello automatico, non può essere omessa, a fronte di un’esplicita richiesta della parte, la verifica dell’adozione da parte dell’istituto bancario delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio da eventuali manomissioni, nonostante l’intempestività della denuncia dell’avvenuta sottrazione da parte del cliente e le contrarie previsioni regolamentari; infatti, la diligenza posta a carico del professionista ha natura tecnica e deve essere valutata tenendo conto dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento ed assumendo quindi come parametro la figura dell’accorto banchiere”. (Cass, 13777 del 2007)».

«L’art. 1176 secondo comma, cod. civ.», proseguono gli Ermellini, «lascia imprecisata la questione della misura della diligenza nelle obbligazioni inerenti l’esercizio di un’attività professionale ma la sua valutazione di carattere tecnico deve essere commisurata alla natura dell’attività ed in particolare alla specificità dell’obbligo di custodia di uno strumento esposto al pubblico avente ad oggetto l’erogazione di denaro».

La Corte di Appello dovrà quindi, a seguito del rinvio, tenere conto non soltanto di quanto l’Istituto di Credito non ha fatto – «(l’omessa verifica continuativa della manutenzione dello sportello mediante le telecamere in uso)» – ma anche di ciò che, errando, ha fatto – «nell’ambigua indicazione, sollecitata dall’immediata lamentela del cliente relativa alla sottrazione della carta, di tornare il giorno dopo per la riconsegna», senza invece suggerire l’immediato blocco della carta.

Così come ha errato la Corte di Appello nell’aver ignorato la circostanza che il prelievo, largamente eccedente il plafond giornaliero, era da ritenersi ulteriore elemento di malfunzionamento del sistema, da valutare ai fini dell’esame complessivo della diligenza professionale posta a carico dell’Istituto di Credito.

Il ricorso, dunque, è stato accolto e la sentenza della Corte di Appello cassata, con rinvio ad altro giudizio.

Canone RAI: esenzione

In questo periodo si parla molto del Canone RAI, ed in particolare dei casi di esenzione. Anche Emerlaws intende farlo, nel modo che segue.

Anzitutto, giova considerare che i commi, nella Legge di Stabilità 2016, che trattano l’argomento relativo al Canone Rai, sono quelli che vanno dal 152 al 160, dell’art. 1.

Vediamo, nel dettaglio, quelli che interessano (152, 153 e 156), per verificare poi in quali casi si possa opportunamente ed utilmente fruire della esenzione.

  1. Per l’anno 2016, la misura del canone di abbonamento alla televisione per uso privato di cui al regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246, convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880, è pari, nel suo complesso, all’importo di euro 100.
  2. Al regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246, convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880, sono apportate le seguenti modificazioni:
  3. a) all’articolo 1, secondo comma, sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «La detenzione di un apparecchio si presume altresì nel caso in cui esista un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica. Allo scopo di superare le presunzioni di cui ai precedenti periodi, a decorrere dall’anno 2016 è ammessa esclusivamente una dichiarazione rilasciata ai sensi del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, la cui mendacia comporta gli effetti, anche penali, di cui all’articolo 76 del medesimo testo unico. Tale dichiarazione è presentata all’Agenzia delle entrate – Direzione provinciale I di Torino – Ufficio territoriale di Torino I – Sportello S.A.T., con le modalità definite con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate, e ha validità per l’anno in cui è stata presentata»;
  4. b) all’articolo 1, dopo il secondo comma è aggiunto il seguente: «Il canone di abbonamento è, in ogni caso, dovuto una sola volta in relazione agli apparecchi di cui al primo comma detenuti, nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora, dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica, come individuata dall’articolo 4 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223»;
  5. c) all’articolo 3 è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Per i titolari di utenza di fornitura di energia elettrica di cui all’articolo 1, secondo comma, secondo periodo, il pagamento del canone avviene in dieci rate mensili, addebitate sulle fatture emesse dall’impresa elettrica aventi scadenza del pagamento successiva alla scadenza delle rate. Le rate, ai fini dell’inserimento in fattura, s’intendono scadute il primo giorno di ciascuno dei mesi da gennaio ad ottobre. L’importo delle rate è oggetto di distinta indicazione nel contesto della fattura emessa dall’impresa elettrica e non è imponibile ai fini fiscali. Le somme riscosse sono riversate direttamente all’Erario mediante versamento unitario di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni. Le imprese elettriche devono effettuare il predetto riversamento entro il giorno 20 del mese successivo a quello di riversamento entro il giorno 20 del mese successivo a quello di incasso e, comunque, l’intero canone deve essere riscosso e riversato entro il 20 dicembre. Sono in ogni caso esclusi obblighi di anticipazione da parte delle imprese elettriche».

[…].

  1. Per l’attuazione di quanto previsto dai commi 153, 154 e 155 e limitatamente alle finalità di cui ai commi da 152 a 160, l’Anagrafe tributaria, l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico, l’Acquirente Unico Spa, il Ministero dell’interno, i comuni, nonché gli altri soggetti pubblici o privati che ne hanno la disponibilità sono autorizzati allo scambio e all’utilizzo di tutte le informazioni utili, e in particolare dei dati relativi alle famiglie anagrafiche, alle utenze per la fornitura di energia elettrica, ai soggetti tenuti al pagamento del canone di abbonamento alla televisione, ai soggetti beneficiari delle agevolazioni di cui all’articolo 38, comma 8, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, nonché ai soggetti esenti dal pagamento del canone.

Ciò posto, la presunzione di possesso, come indicato al punto a) dell’art. 153, vale soltanto per l’abitazione di residenza; per gli altri immobili resta la regola precedente (art. 1, comma 2, del decreto legge n. 246/1938) per cui la presunzione scatta in presenza di un: «impianto aereo atto alla captazione o trasmissione di onde elettriche o di un dispositivo idoneo a sostituire l’impianto aereo, ovvero di linee interne per il funzionamento di apparecchi radioelettrici».

Chi è esente dal pagamento del canone RAI ?

Ai sensi dell’art. 1, comma 132, legge 24.12.2007, n.244 (legge finanziaria 2008), il canone RAI è stato abolito per soggetti di età pari o superiore a 75 anni, «A decorrere dall’anno 2008, per i soggetti di età pari o superiore a 75 anni e con un reddito proprio e del coniuge non superiore complessivamente a euro 516,46 per tredici mensilità, senza conviventi, è abolito il pagamento del canone RAI esclusivamente per l’apparecchio televisivo ubicato nel luogo di residenza. Per l’abuso è comminata una sanzione amministrativa, in aggiunta al canone RAI dovuto ed agli interessi di mora, d’importo compreso tra euro 500 ed euro 2.000 per ciascuna annualità evasa. (comma così modificato dall’art. 42, comma 2-bis, legge n. 31 del 2008)». Con riferimento a detta fattispecie, la Legge di Stabilità prevede che le maggiori risorse che entreranno nelle casse dello Stato, a mezzo dell’inserimento del canone in bolletta, dovranno essere utilizzate per finanziare l’aumento della soglia di esenzione, passando dagli attuali € 6.713,98 ad 8.000.

Ulteriori esenzioni riguardano: immobile concesso in locazione; seconda casa (il canone si versa infatti soltanto per l’abitazione principale adibita a residenza del nucleo familiare); chi fa uso del computer o del tablet per guardare i contenuti audiovisivi disponibili on-line o in streaming, e non possiede un apparecchio televisivo, non dovrà pagare il canone sempre che il computer sia privo del sintonizzatore TV; chi è residente all’estero ma ha un’abitazione in Italia deve pagare il canone, sempre che sia titolare dell’utenza elettrica su quell’abitazione e sempre che nell’abitazione sia presente un apparecchio televisivo ovvero un dispositivo equivalente; esenti anche gli invalidi degenti in case di riposo; i militari delle Forze Armate Italiane, ma soltanto per ospedali militari, Case del soldato e Sale convegno dei militari delle Forze armate, mentre la detenzione del televisore all’interno di un alloggio privato, anche se situato dentro le strutture militari, non esonera dal relativo pagamento; sono esenti i militari di Forze Armate straniere appartenenti alle Forze NATO (art. 10, paragrafo 1, Convenzione di Londra 19.06.1951), gli agenti diplomatici e consolari, rivenditori e riparatori TV (questi ultimi a seguito della risoluzione della Direzione Centrale Normativa e Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate n. 2003/79447 del 29.07.2003).

***      ***      ***

Qualora si voglia dichiarare di rientrare in uno dei casi di esenzione dal canone RAI, è necessario presentare, mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, una dichiarazione all’Agenzia delle Entrate, Direzione Provinciale I di Torino (Ufficio Territoriale di Torino 1, Sportello S.A.T., Casella Postale 22 – 10121 – Torino) ovvero, in alternativa, consegnare a mano la dichiarazione presso l’Ufficio delle Entrate più vicino al luogo della propria residenza (gli indirizzi degli uffici sono consultabili sul sito www.agenziaentrate.it.). Per presentare detta dichiarazione è necessario utilizzare il modello predisposto dalla stessa Agenzia delle Entrate, disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate al seguente indirizzo:

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Home/CosaDeviFare/Richiedere/Agevolazioni/CanoneRai/Modello+Canone+rai/

Ai sensi e per gli effetti dell’art.38, terzo comma, del D.P.R. n. 445 del 2000, si ricorda che alla dichiarazione sostitutiva deve essere sempre allegata la copia fotostatica del documento di identità del sottoscrittore.

Condannata la Banca Monte dei Paschi di Siena, inadempiente agli obblighi di informazione verso i clienti

Corte di Cassazione, I Sez. Civ., 19.01.2016, n. 816

Una decisione, questa, della Suprema Corte, destinata a fare notizia in un periodo, quale quello attuale, sconvolto dai fatti recenti in cui migliaia di risparmiatori hanno visto azzerare i risparmi di una vita, spesso caratterizzata da rinunce e sacrifici.

La vicenda riguardava gli ordini di acquisto delle obbligazioni Cirio, dichiarati nulli dal Tribunale di Trento nell’aprile 2007, sentenza poi confermata dalla competente Corte di Appello che, come si legge nella sentenza degli Ermellini ora in commento, nel merito «ha reputato la banca inadempiente ai propri obblighi di informazione verso i clienti, posto che il modulo relativo all’ordine recava due dichiarazioni – la prima relativa all’avere essi ricevuto informazioni sulla natura, rischi ed implicazioni dell’investimento, la seconda di volere essi comunque dar corso al medesimo, nonostante l’avvertenza della sua inadeguatezza – chiaramente interdipendenti, onde la prima non poteva avere effetto senza la seconda, che però non sussisteva, vista la mancata “crocetta” sull’apposito quadrato. In ogni caso, pur ove la prima dichiarazione fosse da considerare resa, essa non costituiva una confessione, perché nulla diceva sul contenuto dell’informazione data ai clienti, in particolare quanto all’acquisizione del loro profilo di rischio».

La sentenza della Corte territoriale aveva, in sostanza, affermato che l’investimento in bond Cirio «non era compatibile con la propensione al rischio degli investitori, con conseguente violazione dell’art. 29 Reg. Consob n. 11522 del 1998».

La Banca si era difesa sostenendo che i clienti, in prossimità dell’operazione in questione, avevano già acquistato titoli corporate analoghi, circostanza che non poteva non indurre a ritenere, agli stessi clienti, adeguati i bond Cirio.

Al riguardo, adìta la Suprema Corte dalla Banca soccombente, gli Ermellini, riportando, a conferma del proprio orientamento, il precedente costituito da altra decisione della stessa Suprema Corte (Sez. I, 25.06.2008, n. 17340) – che, in motivazione, così statuiva: «Né, a questo riguardo, rileva la circostanza che, in epoca immediatamente precedente all’effettuazione in questione (appena un mese prima), il cliente avesse acquistato altri titoli a rischio (obbligazioni Telecom Argentina): giacché il dovere di fornire informazioni appropriate e l’obbligo di astenersi dall’effettuare operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensioni, se non sulla base di un ordine impartito dall’investitore per iscritto contenente l’esplicito riferimento alle avvertenze ricevute, sussiste in tutti i rapporti con operatori non qualificati, e tale è anche chi – non rientrante in una delle speciali categorie di investitori menzionate nei regolamenti CONSOB (Delib. n. 10943, art. 8, comma 2; Delib. n. 11522, art. 31, comma 2), abbia in precedenza occasionalmente investito in titoli a rischio» – hanno negato validità alle ragioni della Banca, e ciò soprattutto considerando che le obbligazioni stipulate dai clienti, una in prossimità dell’altra, non potevano considerarsi equivalenti in quanto le prime erano dotate di rating a differenza delle seconde, circostanza che, tuonano ora gli Ermellini, «avrebbe dovuto indurre la banca ad agire con la massima prudenza, segnalando che si trattava di titoli particolarmente rischiosi o comunque non sicuri, tanto più che essi, seppure in prima battuta, erano destinati ai soli investitori istituzionali (cfr. Cass. 19 ottobre 2012, n. 18039)».

È stato così respinto, con decisione depositata ieri, il ricorso della Banca, condannata altresì a pagare le spese di giudizio.

 

Sfratto per morosità

Lo sfratto per morosità è un procedimento sommario speciale che consente al locatore di riavere un immobile prima della scadenza del contratto quando il conduttore non provvede al pagamento del canone. Infatti, secondo il disposto dell’art. 658, 1° comma, c.p.c., «il locatore può intimare al conduttore lo sfratto, anche in caso di mancato pagamento del canone d’affitto alle scadenze, e chiedere nello stesso atto l’ingiunzione di pagamento per i canoni scaduti».

La morosità riguarda anche gli oneri accessori, come le spese condominiali.

Due presupposti devono ricorrere al fine di poter accedere alla procedura di sfratto per morosità: (i) un regolare contratto scritto di locazione immobiliare ad uso abitativo o commerciale, validamente registrato presso l’Agenzia delle Entrate, così come il locatore deve essere altresì in regola con il Fisco, avendo provveduto a saldare tutte le imposte previste; (ii) il mancato pagamento del canone di locazione, la cui misura, per gli immobili ad uso abitativo, è stabilita dall’art. 5 della legge n. 392/1978 (c.d. ‘legge equo canone’) in una mensilità, decorsi venti giorni dalla scadenza prevista, ovvero nel mancato pagamento, nel termine previsto, «degli oneri accessori quando l’importo non pagato superi quello di due mensilità del canone». Tale criterio non trova applicazione per le locazioni ad uso diverso da quello abitativo per le quali resta operante il criterio dell’inadempimento di non scarsa importanza ex art. 1455 c.c. dovendo essere il giudice a valutare in concreto l’importanza dell’inadempimento del conduttore, potendo utilizzare il principio di cui al richiamato art. 5 della legge n. 392/1978, come parametro orientativo, alla stregua delle particolarità del caso concreto.

La procedura implica il rispetto di alcune formalità, come la lettera d’intimazione e la citazione in giudizio.

Trascorsi venti giorni dall’invio della lettera di intimazione, a mezzo raccomandata a.r., nella quale si sollecita il pagamento dei canoni arretrati, invitando a lasciare libero l’immobile entro il termine indicato, pena il ricorso alle vie giudiziali, il locatore può chiedere lo sfratto per morosità. Quindi, si notifica, a mezzo di ufficiale giudiziario, l’atto di citazione – la citazione a comparire deve farsi davanti al Tribunale del luogo in cui si trova la cosa locata (si tratta di una competenza funzionale ed inderogabile) – con la consegna all’inquilino moroso dell’invito formale a presentarsi dinanzi al Giudice, in una certa data.

Si tratta della prima udienza del procedimento di sfratto per morosità in cui possono verificarsi le seguenti circostanze: (i) l’inquilino compare in udienza (e potrà farlo o personalmente o assistito da un proprio legale), e si oppone alla convalida (e allora, previo tentativo di conciliazione presso un mediatore, come ora prevede la legge, si instaurerà un procedimento ordinario in cui il giudice rinvierà l’esame delle cause di opposizione e decidere, o meno, di concedere subito al proprietario ordinanza di rilascio dell’immobile); (ii) l’inquilino compare in udienza e sana la morosità versando al locatore l’importo dovuto per tutti i canoni scaduti e per gli oneri accessori, oltre agli interessi legali e alle spese legali liquidate dal Giudice; (iii) l’inquilino compare in udienza e chiede che gli venga assegnato un termine (detto: “termine di grazia”) non superiore a giorni 90 per provvedere alla predetta sanatoria e, in tal caso, il Giudice, assegnato il termine, rinvierà ad un’ulteriore udienza detta verifica. Tale concessione viene data, di regola, a persone molto anziane ovvero a chi provi di essere in gravi difficoltà economiche.

Se all’udienza l’inquilino non compare o si presenta e non fa opposizione e non sana la morosità all’udienza o nei termini indicati, il Giudice (alla prima udienza nelle prime due ipotesi oppure all’udienza di verifica nella terza ipotesi) emette ordinanza di convalida di sfratto e fissa una data, detta di esecuzione, per il rilascio dell’immobile a non meno di un mese dopo tale udienza.

Il giudice stabilisce un termine perentorio e l’inquilino moroso sarà tenuto a lasciare i locali entro dieci giorni dalla data fissata.

Una volta emessa l’ordinanza, che costituisce titolo esecutivo per il rilascio, se il conduttore moroso non adempie entro il termine fissato dal giudice, si vedrà notificare un atto (l’atto di precetto), redatto dall’avvocato del locatore e consegnato (notificato) dall’Ufficiale Giudiziario, che gli intimerà di rilasciare, entro 10 giorni dalla notifica, l’immobile a suo tempo locato, con avvertimento che, in difetto del rilascio, si procederà, con aggravio di spese a suo carico, all’esecuzione forzata. Trascorsi i giorni intimati con il precetto, l’avvocato potrà recarsi dall’Ufficiale Giudiziario per richiedere la notifica di un ulteriore atto (il cosiddetto “preavviso di sfratto”), in cui verrà indicato il giorno e l’ora in cui l’Ufficiale Giudiziario si recherà presso l’appartamento locato per chiederne la restituzione all’inquilino: in sostanza, l’Ufficiale Giudiziario effettuerà un primo accesso, nel giorno e nell’ora da lui scelti (e lo farà tenendo presente il suo carico di lavoro e eventualmente la situazione concreta prospettatagli dall’avvocato), senza l’ausilio della forza pubblica (che al primo accesso, almeno per la mia esperienza, non viene mai concessa), per cercare di recuperare l’immobile.

Se nel giorno fissato per il primo accesso l’inquilino o non si fa trovare o comunque non apre all’Ufficiale Giudiziario o, pur aprendogli, gli riferisce che non ha ancora reperito altro alloggio, l’Ufficiale Giudiziario fissa un successivo accesso. A tale successivo accesso (o ad altri ulteriori, nel caso che al secondo accesso non venga concessa la forza pubblica o insorgano particolari difficoltà), l’ufficiale giudiziario, accompagnato dall’avvocato del locatore, dalla forza pubblica, da un fabbro (al fine di poter entrare se non ci verrà aperto e di cambiare al serratura una volta entrati nell’appartamento) e da altre figure professionali che dovessero rendersi necessarie per lo sfratto specifico (quali, ad esempio, un medico legale), provvede ad immettere nel possesso dell’immobile il locatore, descrivendo e documentando in apposito verbale tutte le attività svolte.

Resta da dire che, ove l’inquilino sia irreperibile, impedendo all’ufficiale giudiziario di comunicargli l’ingiunzione di comparizione in udienza, non si potrà procedere per vie ordinarie ma per “via non ordinaria”, avviando il procedimento “ordinario contrattuale” esperito con rito del lavoro ai sensi dell’art. 447 bis cc. La procedura, pur esaurendosi in una sola udienza ed in assenza dell’inquilino moroso, ha tempi più lunghi e più costose spese procedurali.

 

 

Di seguito, formula per la redazione di uno sfratto per morosità.

 

TRIBUNALE ORDINARIO DI _____

INTIMAZIONE DI SFRATTO PER MOROSITÀ

E CONTESTUALE CITAZIONE PER LA CONVALIDA

Il Signor _________ nato a _____ il ______, residente in _____, alla Via ______ (Codice fiscale __________, elettivamente domiciliato in ____, Via ____________, presso lo Studio dell’Avv. ___________ (con autorizzazione alla cancelleria ad inviare qualunque atto e comunicazione via fax al numero __________ ovvero all’indirizzo PEC ________________), che lo rappresenta e difende giusta procura a margine del presente atto

PREMESSO CHE:

– il Sig. ____________, (Codice fiscale ______________), nato a __________, il ______, conduce in locazione l’immobile destinato a civile abitazione, sito in ____, alla Via __________, censito al N.C.E.U. del Comune di ____ al Foglio ___ – particella ____ – subalterno: ___, di proprietà del Signor _________ in virtù di contratto di locazione sottoscritto in data _____ e regolarmente registrato al n. ____ il _____ [doc. 1];

– il canone mensile di locazione dovuto dalla parte conduttrice è di € ______ (Euro _______);

– risultano insoluti i pagamenti relativi ai canoni di locazione dei mesi di ____________, pari ad € _________;

– su dette somme sono dovuti gli interessi legali;

– ogni diffida a pagare è risultata vana, in particolare nessun riscontro ha ottenuto la raccomanda a.r. inviata dal Signor _________ e consegnata in data ______ [doc. 2];

– è diritto ed interesse dell’istante ottenere la restituzione dell’immobile;

tanto premesso, l’istante, come in epigrafe rappresentato, difeso e domiciliato

INTIMA

al Sig. __________ (Codice fiscale ____________), nato a _____, il __________, residente in ___________, Via _____________, sfratto per morosità con invito a lasciare immediatamente libero da persone e/o cose l’appartamento sito in ________, alla Via ________, censito al N.C.E.U. del Comune di ________ al Foglio _______ – particella ________ – subalterno: ___, nella piena disponibilità dell’istante.

Allo stesso tempo, l’istante, con il presente atto

CITA

il medesimo Sig. _________, residente in _______, alla Via ________, a comparire dinanzi al Tribunale Ordinario di ________, nella nota sede di Via _________,  all’udienza che il Giudice designato terrà alle ore di rito del giorno __________ con invito all’intimato a costituirsi e con espresso avvertimento che non comparendo o, comparendo, non opponendosi, il Giudice a richiesta dell’intimante convaliderà lo sfratto per morosità ai sensi dell’art. 663 c.p.c., per ivi sentire accogliere le seguenti

CONCLUSIONI

Piaccia all’Ill.mo Sig. Giudice adito, ogni contraria istanza ed eccezione disattese:

convalidare lo sfratto per morosità relativamente all’immobile suindicato e fissare la data per la esecuzione;

in via subordinata, in caso di opposizione, pronunciare ordinanza di rilascio immediatamente esecutiva fissando la data per l’esecuzione;

condannare, in ogni caso, parte convenuta al pagamento delle spese, competenze ed onorari del giudizio”.

Con riserva di ogni altro diritto ed azione.

Ai sensi dell’art. 14, II comma, T.U. 115/02 si dichiara che la controversia ha il valore di € ___.

Salvis iuribus

Si producono, in copia:

1) contratto di locazione sottoscritto in data ____;

2) lettera di messa in mora in data ________.

(Luogo), lì ____________

Avv. ______________

 

 

PROCURA SPECIALE: [….]

 

 

RELATA DI NOTIFICA

L’anno ____, il giorno ________ del mese di _____, ad istanza del Sig. ____, elettivamente domiciliato in _____, alla Via _________ presso lo studio dell’Avv. __________, io sottoscritto collaboratore U.N.E.P., addetto presso l’ufficio notificazione della Corte d’Appello di _____, ho notificato e dato copia del presente atto di intimazione di sfratto per morosità e contestuale citazione per convalida a:

 

 

 

SIG. _____, residente in _____, alla Via ______ ivi recandomi e consegnandone copia conforme all’originale a mani di:

Casa coniugale. Perde il diritto all’assegnazione della casa coniugale l’ex coniuge, comproprietario ed affidatario dei figli, che conviva nell’abitazione con un nuovo compagno ?

La famiglia italiana raccontata con i dati dell’ISTAT lascia pochi dubbi su quanto l’Italia di oggi sia diversa da quella di cinquanta, ma anche di venti o di dieci anni fa: (i) i matrimoni sono in calo costante; (ii) vi è un divorzio ogni quattro coppie sposate; (iii) quasi metà delle nozze celebrata con rito civile e una coppia ogni dieci composta da conviventi.

In caso di separazione o di divorzio, la persona che viene comunemente tutelata, soprattutto quando vi sono i figli e ove si tratti di genitore affidatario, è la moglie, nella maggior parte dei casi ritenuta il soggetto debole.

Ciò posto, il dubbio che da subito si pone, in casi di separazione o divorzio, riguarda la casa coniugale e, soprattutto, cosa accade quando l’ex coniuge decida di ivi stabilirsi con il nuovo compagno: ci si può opporre ?

Il principio di diritto già affermato in sede di legittimità [Cass. Civ., Sez. I, 15.07.2014, n. 16171; Cass. Civ. 24.06.2013 ord. n. 15753], è quello che, in caso di separazione, la casa coniugale in comproprietà tra i coniugi debba essere assegnata al genitore affidatario dei figli e ciò anche qualora questi vi conviva in modo stabile con un nuovo partner.

Giova anzitutto rammentare che, in argomento, la legge [l’allora art. 155 c.c.] prevedeva che il diritto alla casa familiare veniva meno quando l’assegnatario: (i) non abita più o cessa di abitare stabilmente nella casa familiare; (ii) convive di fatto con un’altra persona o contrae nuovo matrimonio. Si tratta di una norma che è però stata sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale che, nel 2008, con sentenza n. 308, ha stabilito che la decisione circa l’assegnazione della casa coniugale, anche nel caso di nuova convivenza, non vada esclusa a priori, tenuto conto che entrambi i coniugi sono liberi di rifarsi nuovamente una vita dopo la conclusione del proprio matrimonio, e quindi si trattava di una decisione da esaminarsi caso per caso, per ragioni di tutela o per la presenza di figli, il cui superiore interesse non poteva, e non può, mai essere messo in discussione. L’art. 155 c.c. è stato sostituito da ultimo dall’art. 5 D.Lgs. 28.12.2013, n. 154 con decorrenza dal 07.02.2014. Il nostro ordinamento ora non prevede alcuna disposizione che vieti all’ex coniuge di far entrare un nuovo compagno nella casa familiare.

Quindi, l’interesse del figlio minore (al quale va equiparato il figlio maggiorenne, ove questo non sia economicamente autonomo), deve sempre prevalere di talché, qualora l’interesse del figlio lo richieda, il genitore che conviva con un nuovo compagno/a resta in ogni caso assegnatario della casa coniugale.

Quindi, non ci si può opporre alla introduzione nella casa coniugale di una nuova persona, salva la circostanza che, sempre in considerazione del superiore interesse dei figli, si sia in possesso di documentazione valida ed opportuna che dimostri che il nuovo compagno può recare pregiudizio alla crescita del minore presente nell’abitazione. Il Giudice, valutata la documentazione prodotta che dimostri il pregiudizio, potrà così intervenire modificando le condizione della convivenza, vietando l’accesso e quindi il contatto con il minore.

Infine, non può essere sottaciuta la circostanza che, dal punto di vista economico, la presenza di una nuova persona all’intero della casa familiare potrà comportare la riduzione o addirittura la totale eliminazione dell’assegno di mantenimento nei confronti dell’ex coniuge, e non certo nei confronti dei figli [al riguardo, recente è la sentenza della Suprema Corte (Sez. I, 03.04.2015 n. 6855) che ha statuito che la formazione di una nuova famiglia, anche ‘di fatto’, da parte del coniuge divorziato, determina la perdita definitiva dell’assegno divorzile e ciò anche nel caso il legame si sciolga successivamente]. Ma questa è altra cosa ed altro argomento, peraltro già trattato in apposito articolo, sempre pubblicato qui, sul sito Emerlaws.

 

Notifica valida anche in caso di inesatta indicazione del nome di battesimo del destinatario

Corte di Cassazione, Sez. Civ. II, 08.01.2016 n. 137

La errata generalità del destinatario di un atto è causa di nullità della notificazione solo nel caso in cui sia tale da determinare incertezza assoluta sulla persona a cui la notificazione è diretta.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, che ha rigettato il ricorso di una donna, convenuta in primo grado in giudizio dal condominio che aveva chiesto venisse disposta la cessazione di ogni comportamento da cui potessero derivare immissioni di odori oltre la normale tollerabilità.

Il Giudice di Pace, dichiarata la contumacia della parte, aveva accolto la domanda del condominio. Ricorsa in appello, la donna chiedeva venisse dichiarata la nullità del giudizio e della sentenza di primo grado per inesistenza o nullità della notifica dell’atto introduttivo, effettuata con le modalità previste dall’art. 140 c.p.c.. La tesi difensiva della ricorrente si basava sulla seguente, curiosa circostanza: «Essa deduceva che nel procedimento notificatorio era stato commesso un errore sulla reale identità del destinatario; che la convenuta, dopo aver ricevuto il prescritto avviso, si era comunque recata presso l’ufficio postale, ove però l’addetto allo sportello, nel rilevare che destinatario della cartolina era persona recante un nome diverso da quella che ne chiedeva la consegna, aveva rifiutato di consegnare la busta contenente l’atto di citazione», circostanza, questa, che le aveva pregiudicato l’esercizio del diritto di difesa e di essere venuta a conoscenza dell’esistenza del procedimento soltanto al momento della notifica della sentenza di primo grado. Nonostante ciò, i giudici di seconde cure hanno rigettato il gravame, pronunciandosi nel senso che l’inesatta indicazione del nome della destinatario, contenuta nella sola raccomandata informativa ex art. 140 c.p.c., non aveva inciso sulla validità della notificazione dell’atto di citazione di primo grado.

La soccombente ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte, affidandolo ai seguenti tre motivi: (i) violazione degli artt. 140 c.p.c. e 48 disp. att. c.p.c., per avere il Tribunale ritenuto valida la notifica dell’atto di citazione effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c. nonostante nell’avviso di ricevimento della raccomandata informativa fosse indicato un nominativo diverso da quello del destinatario; (ii) violazione dell’art. 24 Cost., per l’asserita lesione del diritto di difesa, appunto costituzionalmente garantito; (iii) violazione dell’art. 160 c.p.c. che sancisce la nullità della notificazione nel caso in cui il destinatario sia incerto ovvero non siano state osservate le disposizioni circa la persona alla quale deve essere consegnata la copia.

Gli Ermellini hanno ritenuto infondati i suddetti tre motivi e rigettato il ricorso, anzitutto ricordando che la notifica di un atto, ai sensi dell’art. 140 c.p.c., è valida a condizione che risultino adempiute tre formalità: (i) deposito della copia dell’atto nella casa comunale dove la notificazione deve eseguirsi; (ii) affissione dell’avviso dell’eseguito deposito alla porta della abitazione, ufficio o azienda del destinatario, (iii) notizia a quest’ultimo per raccomandata con avviso di ricevimento. Quindi gli Ermellini hanno richiamato la sentenza della Corte Costituzionale, n. 3 del 2010, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma in esame nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomanda informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione. Per effetto di detta pronuncia, la notificazione effettuata ex art. 140 c.p.c. si perfeziona, per il destinatario, con il ricevimento della raccomandata informativa, se anteriore al maturarsi della compiuta giacenza, ovvero, in caso contrario, con il decorso del termine di 10 giorni dalla spedizione. «Nella specie, è pacifico che l’erronea indicazione del nome del destinatario riguarda esclusivamente la raccomandata informativa, e non anche gli altri atti del procedimento notificatorio ex art. 140 c.p.c. (deposito presso la casa comunale e affissione dell’avviso alla porta dell’abitazione). Tanto premesso, si rammenta che, secondo un principio più volte affermato da questa Corte, l’errore sulle generalità del destinatario di un atto è causa della notificazione solo nel caso in cui sia tale da determinare incertezza assoluta sulla persona cui la notificazione è diretta (Cass. 22-1-2004 n. 1079; Cass. 8-10-2001 n. 12325; Cass. 19-3-2014 n. 6352)». Gli Ermellini, nella specie, ricordavano quindi che «essendo stato affisso sulla porta dell’abitazione della convenuta l’avviso dell’eseguito deposito dell’atto di citazione presso la casa comunale, ed avendo la stessa ricorrente dato atto, a pag. 2 del ricorso, della inesistenza di altri condomini di cognome M nel Condominio di via X di Caltanissetta, deve ritenersi che l’errata indicazione, nella raccomandata informativa, del nome di battesimo della destinataria (ME anziché MEG), non era tale da rendere impossibile alla convenuta di rendersi conto di essere l’effettiva destinataria della notifica».

Ciò posto, con riferimento alla tesi, sopra definita curiosa, della ricorrente, uno dei rilievi alla stessa mossi è stato quello che, come si evinceva dall’esame degli atti, in un primo momento la cartolina di ricevimento della raccomandata dell’avviso di deposito era stata firmata dalla ricorrente e sulla stessa era stato apposto dall’addetto dell’ufficio postale il timbro del medesimo ufficio, con la relativa data, timbro e firma, successivamente cancellati a penna. Tali emergenze rendevano poco plausibile la tesi difensiva della ricorrente «secondo cui l’addetto dell’ufficio postale presso cui essa si era recata a ritirare l’atto, essendosi avveduto della non corrispondenza del suo nominativo con quello indicato sull’avviso di ricevimento, avrebbe rifiutato la consegna dell’atto e cancellato la firma e il timbro precedentemente apposti. Rientra, infatti, nella comune esperienza che il funzionario dell’ufficio postale verifichi prima della consegna l’identità della persona e solo dopo faccia sottoscrivere la ricevuta; sicché appare ben più verosimile ritenere, in conformità del giudizio espresso dal giudice di appello, che sia stata proprio la M, una volta accortasi dell’errore, a rifiutare il ritiro dell’atto e a restituirlo al dipendente delle Poste, chiedendogli di cancellare o cancellando direttamente la propria sottoscrizione e il timbro postale».

In conclusione, e con riferimento alla fattispecie in esame, la Suprema Corte ha escluso che l’errore materiale dedotto abbia inciso sulla ritualità della notificazione dell’atto di citazione, con la conseguenza che il procedimento si era validamente perfezionato, senza alcuna lesione del diritto di difesa della convenuta.

Alla condomina, quindi, non resta che pagare le spese ed attenersi a quanto richiesto dal condominio.