Mese: dicembre 2015

La cantina interrata non rientra nel calcolo della superficie rilevante per la qualificazione dell’immobile come ‘di lusso’

Corte di Cassazione, Sez. VI Civile – T, 22.12.2015 n. 25818

Alla attenzione della Corte di Cassazione il ricorso proposto dalla Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Toscana che, integralmente riformando la decisione della Commissione Tributaria Provinciale, ha ritenuto la cantina non compatibile ai fini della determinazione della superficie utile a qualificare l’abitazione come ‘di lusso’.

La vicenda riguardava l’opposizione di una neo acquirente [contribuente] avverso l’avviso di liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva revocato l’agevolazione fiscale per l’acquisto della prima casa, con aliquota IVA ridotta (4%) prevista per le abitazioni non di lusso, sul presupposto che dovesse computarsi nella superficie della villetta acquistata anche il locale che, nonostante fosse indicato in catasto come ‘cantina’, possedeva la stessa tipologia di finiture ed impiantistica del resto dell’appartamento.

La Commissione Tributaria Provinciale aveva rigettato il ricorso con decisione che, appellata dalla contribuente, è stata integralmente riformata dalla Commissione Tributaria Regionale che riteneva la cantina non compatibile.

Adìta la Suprema Corte, gli Ermellini, inserendosi nel solco ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, hanno ricordato che, in tema di imposta di registro, «per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, di cui all’art. 1, terzo comma, della tariffa, Parte prima, Tariffa allegata al d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, occorre fare riferimento alla nozione disuperficie utile complessiva”, di cui all’art. 6 del d.m. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, in forza del quale è irrilevante il requisito dell’“abitabilità” dell’immobile, siccome da esso non richiamato, mentre quello dell’“utilizzabilità” degli ambienti, a prescindere dalla loro effettiva abitabilità, costituisce parametro idoneo ad esprimere il carattere “lussuoso” di una abitazione» (tra le altre, Cass. Civ., 15.11.2013, n. 25674).

Tuttavia, fatta questa premessa, gli Ermellini nel passaggio seguente, hanno osservato che «la qualificazione di uno spazio non abitabile, p.es. una cantina, spazio di cui l’art. 6, D.M. cit. non tiene conto ai fini della determinazione della superficie, è questione di fatto che non implica un error in iudicando e che può essere, pertanto, denunciata esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, …e, nella specie, con il ricorso non si censura, in alcun modo, tale accertamento in fatto compiuto dal Giudice di merito il quale ha ritenuto che il locale, indicato in catasto quale cantina, non avesse caratteristiche omologhe a quelle del resto dell’abitazione trattandosi di un locale sito in un piano completamente interrato, privo di autonomi punti luce e con altezza di mt.2,55».

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25818 del 22.12.2015, ha respinto, dunque, il ricorso della Agenzia delle Entrate.

Può integrare il delitto di ‘sequestro di persona’ parcheggiare davanti alla porta di casa altrui senza lasciare un’opportunità di fuga

Corte di Cassazione, Sez. V Pen., 21.12.2015 n. 50133

Farsi giustizia da soli, per la tutela dei propri diritti..,davvero non ci è mai capitato di pensarlo, ad esempio quando abbiamo concesso in locazione un immobile ad uso abitativo ed il nostro inquilino all’improvviso smette di pagare il canone o altri debiti su di lui gravanti.

Il caso sottoposto alla attenzione degli Ermellini riguarda proprio il proprietario di un immobile che, a fronte di un debito del proprio inquilino derivato dal consumo di energia elettrica, decideva di bloccare il vialetto d’accesso alla casa dell’inquilino moroso, con un muletto e due macchine aratrici, minacciando di rimuoverle soltanto quando questi avrebbe saldato il debito.

La Cassazione, con la sentenza ora in commento, ha annullato la sentenza impugnata [di assoluzione pronunciata dal Gip presso il Tribunale di Rimini], nei confronti del proprietario dell’immobile, con rinvio allo stesso Tribunale per nuovo esame, in quanto ha ritenuto «completamente inesplorata nell’argomentazione del Giudice dell’udienza preliminare» la circostanza che era stato del tutto trascurato il dato per il quale la condotta era contestata come commessa in danno non del querelante ma dei minori che occupavano l’abitazione.

In altri e più chiari termini, a restare bloccati nell’immobile erano i figli minori del conduttore e non già il conduttore e la moglie che si trovavano all’esterno dell’abitazione ed in procinto di farvi ritorno. E non conta che il conduttore e la moglie – come sostiene la difesa del proprietario dell’immobile – avrebbero potuto rincasare utilizzando un ingresso secondario (non risultando documentata, peraltro, l’esistenza di altro viottolo attraverso il quale accedere nell’abitazione, e comunque non essendo dimostrata la sua utilizzabilità), come pure rappresentando una mera considerazione di fatto quella per la quale non vi sarebbe stata la prova della effettiva presenza dei minori, al momento del fatto, nella abitazione interessata.

È irrilevante, per la Suprema Corte, che l’inquilino avrebbe potuto rincasare utilizzando l’eventuale ingresso secondario in quanto la sentenza non ha valutato se ed in quale misura il posizionamento dei mezzi innanzi all’ingresso dell’abitazione consentisse una possibilità di uscita ai minori bloccati.

Affinché si configuri il reato di sequestro di persona, ex art. 605 cp, non è richiesta l’assoluta costrizione della vittima: il delitto risulta integrato anche quando alla parte offesa viene lasciata una opportunità di fuga che però può non essere percorsa per il timore di danni o pericoli per la persona.

Parola dunque al Giudice del rinvio, che dovrà anche accertare l’effettiva presenza dei figli dell’inquilino al momento del fatto.

Licenziato chi usa i permessi della legge 104/1992 per soddisfare esigenze personali

Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, 30.04.2015 n. 8784

 

Legittimo il licenziamento del lavoratore che aveva chiesto un giorno di permesso retribuito – ex art. 33, terzo comma, della legge n.104, come modificata dalle leggi n.53 del 2000 e n.183 del 2010 – per “dedicarsi a qualcosa che nulla aveva a che vedere con l’assistenza” [ovverosia per recarsi ad una festa danzante].

Alla attenzione degli Ermellini la decisione della Corte territoriale che, in riforma di quella del Tribunale, rigettava la domanda del ricorrente, avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimatogli dalla Società in cui prestava la propria attività lavorativa, per aver partecipato ad una serata danzante, appunto durante la fruizione del permesso per assistere la madre disabile grave.

Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha definito legittimo il licenziamento per utilizzo improprio dei permessi legge 104/92, anche in caso di mancata affissione in azienda del codice disciplinare. La decisione della Suprema Corte si basa non sul tipo di assistenza prevista ai sensi della legge, quanto sulle conseguenze dell’utilizzo delle giornate di permesso per finalità diverse da quelle consentite.

A nulla sono valse le giustificazioni del lavoratore, a sua discolpa, che aveva sostenuto che alcune ore del permesso retribuito erano state effettivamente utilizzate per assistere la madre, che, quindi, non era stata applicata correttamente la normativa prevista dalla legge 104/92, e che la Corte d’Appello non aveva tenuto conto della mancata affissione in azienda del codice disciplinare. Questo, secondo gli Ermellini, non cambia i termini della questione; infatti, «E’, quindi, evidente che nell’economia motivazionale della sentenza impugnata la ragione fondante del decisum non è la mancata prova della avvenuta assistenza alla madre per le ore residue, ma, come, detto, la utilizzazione, in conformità alla contestazione disciplinare (così come riprodotta dal ricorrente nel ricorso), di una parte oraria del permesso in esame per finalità diverse da quelle per il quale il permesso è stato riconosciuto. Conseguentemente non hanno valenza decisiva le censure che riguardano la mancata dimostrazione della utilizzazione delle ore residue del permesso e, quindi, in particolare la deduzione della violazione dell’onere della prova e della mancata ammissione della prova per testi sul punto in esame».

In caso di uso distorto (per fini personali) dei permessi della legge 104, il comportamento del dipendente si macchia di un “disvalore sociale” che può arrivare a giustificare il licenziamento. E ciò perché, così facendo, egli scarica sulla intera collettività, oltre che sull’azienda, i costi della propria pigrizia ed infedeltà: i permessi, infatti, vengono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi soltanto in un secondo momento viene rimborsato dall’Inps del relativo onere anche ai fini contributivi. Senza considerare, ribadisce la Corte, che un simile comportamento induce il datore di lavoro a dover riorganizzare il lavoro costringendo altri dipendenti (che devono in tal guisa sostituire il lavoratore assente) ad un maggiore impegno nella prestazione lavorativa.

Si legge, infatti, nella sentenza: «Questo comportamento, secondo la predetta Corte, implicava “un disvalore sociale giacché il lavoratore aveva usufruito di permessi per l’assistenza a portatori di handicap per soddisfare proprie esigenze personali scaricando il costo di tali esigenze sulla intera collettività, stante che i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall’ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi e costringe il datore di lavoro ad organizzare ad ogni permesso diversamente il lavoro in azienda ed i propri compagni di lavoro, che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa“». Il peso sulle spalle della collettività non è quindi soltanto economico.

Per questo motivo non ha alcun rilievo la circostanza della mancata affissione del codice disciplinare in azienda, elemento che, in presenza di un licenziamento disciplinare, potrebbe avere la sua importanza. È infatti un principio consolidato nella giurisprudenza della Corte di legittimità che per i licenziamenti disciplinari non si applica il principio di necessaria pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti.

Secondo la Corte, invece, ciò che maggiormente rileva ai fini del licenziamento è che la condotta del lavoratore aveva compromesso il rapporto di fiducia con il datore di lavoro ponendo in dubbio la futura correttezza dell’adempimento della prestazione lavorativa; infatti «Ne conseguiva, asseriva la Corte di Appello, che “proprio per gli interessi in gioco, l’abuso del diritto, nel caso di specie, era particolarmente odioso e grave ripercuotendosi senz’altro sull’elemento fiduciario trattandosi di condotta idonea a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti”».

Una sentenza, quella in commento, che attiene ad un tema, quello dei permessi da legge 104 per assistere un familiare disabile, sempre molto agitato, poiché rappresenta una delle tutele alle quali si fa più ricorso. Oltre alla naturale riprovazione sociale della vicenda, più volte ribadita dai giudici di merito e della Cassazione (ed equiparabile, in tutto, alla indebita fruizione di prestazioni a carico della collettività), la condotta è tale da trascendere la violazione di un singolo dettato disciplinare e non può essere assimilata a una semplice assenza ingiustificata o ad altra forma di inosservanza di norme che potrebbe giustificare una sanzione conservativa.

Usare e non abusare dei diritti, quindi, resta il modo più adeguato per farli valere !

Non perde i benefici ‘prima casa’ il compratore che non trasferisca la residenza nell’immobile nei termini previsti dalla legge, in presenza di una causa di forza maggiore

Corte di Cassazione, Sez. VI Civ., ordinanza 17. 12.2015 n. 25437

Come noto, l’agevolazione per l’acquisto della ‘prima casa’, in tutte le formulazioni succedutesi nel tempo [originariamente prevista dalla legge n. 168 del 1982 (art. 1, comma 6), quindi dal D.L. n. 12 del 1985 (art. 2), convertito nella legge n. 118 del 1985, nonché dalla legge  n. 415 del 1991 (art. 3) ed ora dall’art. 1, comma 1 e nota 2^ bis, della tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. n. 131 del 1986], è subordinata all’acquisto di un’unità immobiliare da destinare a propria abitazione, e postula che l’acquirente abbia la residenza anagrafica ovvero presti la propria attività lavorativa nel Comune in cui è ubicato l’immobile ovvero – come previsto dalla legge n. 549/1995 (art 3, comma 131, come modificato dalla legge n. 388/2000, art 33, comma 12) – che si impegni, al momento dell’acquisto dell’immobile, a stabilirla in detto Comune entro il termine di diciotto mesi. Tale trasferimento rappresenta un obbligo del contribuente verso il fisco ed il termine suddetto va considerato perentorio.

Cosa accade se, per un evento dovuto a causa di forza maggiore, ad esempio a motivo degli ostacoli frapposti dall’inquilino all’esecuzione dello sfratto per il rilascio dell’immobile, detto trasferimento non avvenga nel richiamato termine di diciotto mesi ?

Con l’ordinanza pubblicata il 17.12.2015, in commento, gli Ermellini, rigettando il ricorso proposto dalla Agenzia delle Entrate, ed inserendosi nel solco di un orientamento giurisprudenziale uniforme (Cass. Civ., Sez. V, 07.06.2013, n. 14399), hanno chiarito che non perde i benefici ‘prima casa’ il contribuente che compra un appartamento ma non riesce ad abitarlo, nei termini stabiliti dalla legge, per gli ostacoli frapposti dall’inquilino nel rilasciare l’appartamento.

La Cassazione, mentre ritiene censurabile la sentenza di merito che aveva ritenuto ordinatorio, e non già perentorio, il termine di diciotto mesi dall’acquisto dell’immobile entro cui, secondo le norme sull’imposta di registro, chi compra casa in un altro Comune deve ivi trasferire la residenza, pena la revoca dell’agevolazione, prevede tuttavia si debba tener conto degli eventuali ostacoli all’adempimento della obbligazioni, estranei, e quindi non imputabili, alla responsabilità del contribuente-acquirente dell’immobile, debitore della prestazione.

E, nella fattispecie, erano occorsi tre accessi per liberare l’immobile dall’inquilino sfrattato, che aveva opposto ostacoli proclamandosi ‘intrasportabile’ (“ostacoli superati solo a seguito di ctu medico legale con la quale veniva accertata la inesistenza della causa di intrasportabilità della occupante medesima”), con ciò determinando lo slittamento del termine di diciotto mesi dall’acquisto per il trasferimento della residenza.

In altri e più chiari termini, gli ostacoli frapposti dall’inquilino allo sfratto dall’immobile possono rappresentare, secondo la Corte, una causa di forza maggiore di guisa che i dieci mesi di ritardo con cui il proprietario viene in possesso dell’immobile non possono essere addebitati al contribuente.

Famiglia ‘di fatto’. Cessazione. In particolare, la casa di abitazione

Non vi è dubbio che, in Italia, i rapporti di convivenza siano in aumento rispetto ai matrimoni, nel senso che dalla stima dei dati relativi ai matrimoni, alle separazioni, ai divorzi ed ai rapporti di convivenza, si evince con chiarezza la vastità del fenomeno delle famiglie ‘di fatto’, di poco inferiori numericamente alle famiglie legali.

E tuttavia, la convivenza c.d. more uxorio non è prevista e disciplinata dalla legge (che fin dal codice del 1865, ispirato al codice napoleonico, riconosce la famiglia fondata sul matrimonio), nonostante la stessa si sia occupata, nel tempo, di regolamentare una serie di diritti spettanti soprattutto ai figli, oltre che alla convivente tanto che i figli, oggi, hanno lo stesso riconoscimento e godono degli stessi diritti dei figli legittimi.

In altri e più chiari termini, la famiglia ‘di fatto’, come formazione sociale, è priva di tutela giuridica, nonostante si sia dato, alla stessa, un certo rilievo attraverso l’emanazione di norme, seppure frammentarie.

In mancanza di una esaustiva ed esauriente normativa, la dottrina applica alle famiglie ‘di fatto’, per analogia, le norme riguardanti la famiglia legittima, fondata cioè sul matrimonio mentre la giurisprudenza, ispirandosi ai criteri interpretativi di quella europea (cfr. ex multis la fondamentale sentenza della Cedu del 13 giugno 1979, Marckx c. Belgio, che ha fatto rientrare le relazioni esistenti al di fuori del matrimonio all’interno dell’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, non potendo lo stesso operare una distinzione tra famiglia legittima o illegittima), si è spinta ben oltre. A titolo esemplificativo, in occasione della regolazione dei rapporti patrimoniali, in sede civile, con la sentenza n. 1277/2014, gli Ermellini hanno precisato che la nozione di famiglia non deve limitarsi a quella basata sul matrimonio, potendo invece comprendere anche altri legami, appunto quelli ‘di fatto’, a cui ricondurre ogni forma di comunità, semplice ovvero complessa, idonea a permettere, ed anche a favorire, ex art. 2 Cost., il libero sviluppo della persona umana. Ed ancora, con la sentenza n. 7128/13 la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in caso di morte o di incidente del partener, anche al fidanzato, sul presupposto della esistenza di una semplice relazione stabile, finalizzata a costituire una famiglia, non essendo di guisa necessario che tra i due vi fosse una convivenza stabile. Recentemente, ancora la Suprema Corte, con sentenza n. 17971/2015, ha stabilito che in una famiglia ‘di fatto’, in presenza di figli minori nati dai due conviventi, l’immobile adibito a casa familiare è assegnato al genitore collocatario dei predetti minori, anche se non proprietario dell’immobile o conduttore in virtù di rapporti di locazione o comunque autonomo titolare di una posizione giuridica qualificata rispetto all’immobile.

Non va peraltro taciuto che, con riferimento ai rapporti personali tra i conviventi, non vi sono i diritti ed i doveri reciproci di coabitazione, fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione e contribuzione, propri dei soggetti che contraggono matrimonio, anche se è possibile che i conviventi regolino, tramite accordi privati, i rapporti di natura personale e patrimoniale.

Ciò posto, volendo porre attenzione particolare sulla casa di abitazione, vediamo cosa accade al convivente non proprietario di detta casa, in assenza di figli.

La giurisprudenza di legittimità, se da una parte riconosce che la convivenza non fa instaurare in capo al convivente non proprietario un diritto possessorio sull’immobile di proprietà dell’altro, nel contempo nega che al convivente possa essere riconosciuta una posizione di mero ospite, che può essere invitato, senza un congruo preavviso e da un momento all’altro, a lasciare l’abitazione.

Ma se il convivente non proprietario della casa continua a rimanere nell’immobile, cosa può fare il convivente proprietario della stessa ?

Per prima cosa potrà essere utile ed opportuno l’invio di una lettera, con ricevuta di ritorno, con la quale si invita il soggetto a liberare l’immobile entro un certo termine. Ove detta comunicazione resti senza riscontro, occorrerà adìre l’Autorità Giudiziaria per chiedere il rilascio dell’immobile. In questa sede il giudice concederà, alla parte che deve lasciare l’abitazione, un congruo termine perché possa trovarne un’altra.

In definitiva, ‘cacciare’ di casa il convivente (ma la stessa cosa vale anche per l’ex coniuge) ovvero cambiare la serratura non potranno certo rivelarsi scelte corrette da un punto di vista giuridico.

Integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni il distacco dell’energia elettrica in danno del condomino moroso

Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 05.11.2015 n. 47276

Alla attenzione degli Ermellini la decisione della Corte territoriale che aveva confermato quella del Tribunale in primo grado, di condanna di un gestore di un residence che aveva provveduto, di sua iniziativa, ed al preteso fine di tutelare i propri interessi, a disattivare la derivazione della corrente elettrica verso l’unità abitativa di un condomino che non aveva provveduto al pagamento di utenze condominiali, dichiarandolo responsabile del delitto di cui all’art. 392 cod. pen.,

A nulla sono valse le giustificazioni del gestore che, ricorrendo in Cassazione, deduceva di aver eseguito decisioni o direttive del titolare del diritto e quindi, di essere un mero esecutore di provvedimenti intrapresi da terzi soggetti, in particolare dall’amministratrice della società che gestiva il residence che, peraltro, aveva già informato il condomino moroso dell’imminente distacco.

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato, così confermando la pena allo stesso comminata in primo grado, anzitutto precisando che «la circostanza che l’imputato abbia eseguito decisioni o direttive del titolare del diritto non esclude affatto di per sé la punibilità dell’agente, in quanto per costante giurisprudenza il soggetto attivo del delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni può essere anche colui che eserciti un diritto pur non avendone la titolarità, ma agendo per conto dell’effettivo titolare (tra tante, Sez. 6, n. 8434 del 30/04/1985, Chiacchiera, Rv. 170533; Sez. 6, n. 14335 del 16/03/2001, Del Pivo Rv. 218729). Né tale circostanza poteva escludere nel caso di specie il dolo dell’agente. Giova rammentare che il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, previsto dall’art. 392 c.p., richiede, oltre il dolo generico, costituito dalla coscienza e volontà di farsi ragione da sè pur potendo ricorrere al giudice, anche quello specifico, rappresentato dall’intento di esercitare un preteso diritto nel ragionevole convincimento della sua legittimità».

La questione non è di poco momento se si considera che la problematica relativa alla possibilità di sospendere il condomino moroso dalla fruizione dei servizi comuni suscettibili di godimento separato è oggetto di contrasti giurisprudenziali, nonostante la recente riforma del condominio del 2012, entrata in vigore il 18.06.2013, consenta – così il terzo comma dell’art. 63 disp. att. c.c. – «In caso di mora nel pagamento dei contributi che si sia protratta per un semestre, l’amministratore può sospendere il condomino moroso dalla fruizione dei servizi comuni suscettibili di godimento separato», come ad esempio l’accesso ai campi da tennis o, secondo alcuni, acqua e riscaldamento.

Infatti, il Tribunale di Milano, con ordinanza del 24.10.2013, aveva ritenuto illegittima la sospensione del servizio di riscaldamento, in quanto bene primario costituzionalmente protetto. Di contro, non ritenendo condivisibile siffatta interpretazione, il Tribunale di Roma, con ordinanza del 27.06.2014, il Tribunale di Brescia, con ordinanze del 17.02.2014 e del 21.05.2014, hanno ordinato al condomino moroso di consentire ai tecnici incaricati dal condominio la sospensione della fornitura del riscaldamento, mediante ingresso all’interno dei locali di loro proprietà e mediante interruzione dell’afflusso dell’acqua calda dalle tubazioni condominiali verso i radiatori posti all’interno dell’immobile.

La decisione della Suprema Corte, in commento, condividendo l’interpretazione meno afflittiva della menzionata norma (art. 392 cp, il cui terzo comma così recita: «Chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose, è punito, a querela della persona offesa [120; c.p.p. 336, 340], con la multa fino a cinquecentosedici euro»), ha disposto che l’amministratore che intenda provvedere alla sospensione delle forniture in danno del condomino moroso da più di sei mesi deve preliminarmente chiedere l’autorizzazione al giudice, al fine di ottenere il sigillo di legittimità in merito al proprio operato, oltre che i limiti, il contenuto nonché le modalità concrete del distacco delle forniture.

Va da sé l’auspicio per un sollecito intervento del legislatore, ovvero un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite della Suprema Corte, allo scopo di chiarire i limiti della fattispecie in argomento, tenuto conto della importanza vitale che alcune forniture, ivi comprese l’acqua, la luce ed il gas, hanno sulle condizioni di vita di ogni essere vivente.

Reati connessi all’uso dei parcheggi: il reato di violenza privata

A tutti può capitare di trovare una automobile, parcheggiata in modo ‘selvaggio’, che impedisce di fatto il transito alla nostra autovettura che, per tale circostanza, rimane intrappolata nell’area di parcheggio; non tutti sanno, però, che chi parcheggia la propria vettura dinanzi ad un fabbricato o un posteggio (pubblico o privato) in modo da bloccare il transito ad un’altra auto, impedendole l’accesso o l’uscita, rischia non soltanto il carroattrezzi ma, addirittura, il procedimento penale.

La giurisprudenza di Cassazione ha affrontato in più occasioni il tema relativo alle condotte, chiamiamole ‘incivili’, degli utenti della strada, precisando la circostanza che costituisce reato lasciare il proprio mezzo parcheggiato in modo tale da impedire agli altri il passaggio, ossia l’uscita o l’entrata, a titolo esemplificativo, da/in un parcheggio pubblico, un cortile condominiale privato, un cancello, un box auto.

Si tratta di mezzi di costrizione dell’altrui libertà contrari all’ordinamento e che, oltre ad integrare illeciti amministrativi per violazione del codice della strada (si pensi al divieto di parcheggio, al passo carrabile, ecc.), possono far scattare un procedimento penale a carico del conducente, integrando il reato di violenza privata.

Ebbene, in che cosa consiste il reato di violenza privata? Esso si configura, secondo l’art. 610 c.p., quando “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. La pena prevista è la reclusione fino a quattro anni, aumentata se concorrono le circostanze aggravanti di cui all’art. 339 c.p., se la violenza o la minaccia sono commesse con armi, da persone travisate, da più persone riunite, con scritto anonimo, in modo simbolico o valendosi della forza intimidatrice derivante da associazioni segrete, esistenti o supposte.

In altri e più chiari termini, nel reato di violenza privata il requisito della violazione, ai fini della configurabilità del delitto, si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione l’offeso il quale sia, pertanto, costretto a fare, tollerare od omettere qualcosa contro la propria volontà (Cass., Sez. V Pen., 12.01.2012 n. 603); nella specie, gli Ermellini, nell’esaminare il ricorso, sulla base della propria giurisprudenza, hanno ricordato che «Occorre prendere le mosse dal rilievo, già formulato dai giudici del merito e non censurato dal ricorrente, secondo cui l’elemento della violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Rv. 246551; Massime precedenti Conformi: N. 1195 del 1998 Rv. 211230, N. 3403 del 2004 Rv. 228063). Si conviene anche sulla osservazione che quando la violenza privata sia configurata con riferimento ad un atto di violenza (in alternativa a quello della minaccia) tale violenza possa essere individuata in un’energia fisica esercitata, come detto, vuoi sulle persone o, in alternativa, anche sulle cose (Rv. 184195; Rv. 247757) e deve essere idonea ad incidere sulla libertà psichica (di determinazione e azione) del soggetto passivo». Nel caso di specie, l’imputato aveva parcheggiato in modo da intralciare il passaggio, specificando poi di non avere alcuna intenzione di rimuovere la sua autovettura. In conclusione, dice la Cassazione confermando la condanna, «se è del tutto condivisibile che costituisca il reato in esame la condotta di chi effettui il parcheggio di un’autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra automobile di spostarsi per accedere alla pubblica via e accompagnato dal rifiuto reiterato alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso (Rv. 234458; Massime precedenti Conformi: N. 4093 del 1981 Rv. 148695, N. 2545 del 1985 Rv. 168350, N. 10834 del 1988 Rv. 179650, N. 40983 del 2005 Rv. 232459), sarebbe irragionevole non ritenere reato anche soltanto la seconda parte della condotta appena descritta nella quale la costrizione, con violenza, della altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare in cui è stata messa dallo stesso agente: mantenimento capace di determinare la costrizione psicologica della persona offesa né più e né meno dell’intenzionale parcheggio ostruttivo». Nel delineato contesto la Suprema Corte, cioè, ha affermato che, se da un lato è pacifico che costituisce il reato di violenza privata la condotta di chi effettua il parcheggio della propria autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra persona di uscire dal parcheggio comune, accompagnato dal reiterato rifiuto alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso, dall’altro è ragionevole ritenere reato anche il rifiuto di spostare l’auto. In tale seconda condotta la costrizione con violenza dell’altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare. Il mancato rispetto dell’altrui diritto di godere liberamente degli spazi condominiali e dei beni comuni può dunque portare a conseguenze a volte inimmaginabili.

Per integrare il reato di violenza privata basta la consapevolezza del parcheggio eseguito in modo da bloccare eventuali altri automobilisti. Il che può derivare anche da semplice incuria o per totale indifferenza alle norme stradali. Al riguardo, la decisione recente della Suprema Corte (sez. V penale, sentenza 9 ottobre – 7 dicembre 2015, n. 48346), ha precisato che «Sul punto, occorre ricordare la giurisprudenza di questa Corte di legittimità laddove ha più volte affermato che l’elemento della violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Cass., Sez. 5, n. 11907 del 22/01/2010, Cavaleri ). Ed invero, più precisamente è stato anche affermato che integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa, considerato che, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione ( Cass., Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013 – dep. 21/02/2014, Iovino)».

In conclusione, parcheggiare male può costituire reato: se si blocca il passaggio alle altre autovetture, infatti, è integrato il delitto di violenza privata. A dirlo (rectius, a ribadirlo) è dunque la Corte di Cassazione in numerose occasioni, con sentenze (si veda anche 16.05.2006 n.16571), che si collocano nel solco di una giurisprudenza che va consolidandosi in materia di cd. atti emulativi della strada. La sentenza da ultimo richiamata, ad esempio, ha descritto un fatto di voluta intenzione dell’imputato di mantenere il proprio veicolo – già parcheggiato irregolarmente in un’area condominiale alla quale non aveva diritto di accedere (“condominio a lui estraneo”) – in modo tale da impedire alla persona offesa di transitare con il proprio veicolo per uscire sulla pubblica via, rifiutando reiteratamente di liberare l’accesso, pretendendo «con evidente protervia ed arroganza» che la persona offesa attendesse secondo proprie necessità (la «discesa» della sorella), e tanto basta, hanno sostenuto gli Ermellini, per integrare la violenza quale normativamente prevista.

Attenzione, pertanto, a come si parcheggia, anche perché gli Ermellini sembrano, e sono, particolarmente sensibili al problema !!!

Riforma giustizia: il pignoramento di pensioni e stipendi e le nuove soglie di pignorabilità

L’art. 13 del decreto legge n. 83 del 27.06.2015, recante ‘Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria’, convertito con modifiche in legge 06.08.2015, n.132, ha introdotto importanti novità in tema di pignoramento di pensioni e stipendi, andando a modificare gli articoli 545 e 546 del codice di procedura civile.

Fino all’entrata in vigore del d.l. n. 83/2015, il creditore che, per soddisfare il proprio credito, avesse deciso di pignorare lo stipendio o la pensione con atto notificato direttamente al datore di lavoro o all’ente di previdenza, poteva farlo – almeno teoricamente – nei limiti di un quinto dell’importo complessivo.

Cosa accade dopo la riforma:

-all’articolo 545 c.p.c. sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

«Le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge.

Le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge.

Il pignoramento eseguito sulle somme di cui al presente articolo in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di legge è parzialmente inefficace.

L’inefficacia è rilevata dal giudice anche d’ufficio».

-all’articolo 546, primo comma, è aggiunto, in fine, il seguente periodo:

«Nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore di somme a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, gli obblighi del terzo pignorato non operano, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento, per un importo pari al triplo dell’assegno sociale; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, gli obblighi del terzo pignorato operano nei limiti previsti dall’articolo 545 e dalle speciali disposizioni di legge».

I nuovi commi dell’art. 545 c.p.c., come stabilito dall’art. 23 del decreto, sono immediatamente operativi e trovano applicazione anche nei procedimenti già pendenti alla data di entrata in vigore del d.l. n. 83/2015, ovverosia, come detto, dal 27.06.2015.

Nel dettaglio:

con riferimento alle pensioni, il nuovo sesto comma, aggiunto dal decreto legge, all’art. 545 c.p.c., prevede che le somme dovute non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. Solo la parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma di detto articolo nonché dalle speciali disposizioni di legge ovvero nel limite di 1/5. Ovverosia, solo l’eccedenza rispetto alla somma costituita della misura dell’assegno sociale + ½ sarà pignorabile nel limite di 1/5.

con riferimento al pignoramento degli stipendi accreditati sul conto corrente, l’attuale ultimo comma aggiunto all’art. 545 c.p.c. stabilisce un regime diverso rispetto alla data di accredito: (i) se l’accredito in banca è avvenuto prima del pignoramento, le somme possono essere pignorate per l’importo che eccede il triplo dell’assegno sociale; (ii) per gli stipendi versati, invece, contestualmente o successivamente al pignoramento, la porzione pignorabile sarà quella prevista dalla legge ovvero nella misura concessa dal giudice e, in ogni caso, mai oltre il quinto.

In termini pratici, in precedenza era previsto che stipendi, salari, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego (per esempio il TFR) e pensioni non potessero essere pignorati se non nella misura di un quinto. Tuttavia, nessuna norma prevedeva espressamente che tutte le pensioni (come quelle di anzianità) avessero una soglia di impignorabilità, anche se dopo un’importante sentenza della Corte Costituzionale del 2002 (che aveva stabilito l’impignorabilità delle pensioni nella parte necessaria alle esigenze minime di vita), i Tribunali si sono spesso orientati a ritenere pignorabile, nei limiti del quinto, solo la parte della pensione eccedente l’assegno sociale, pur con qualche discrezionalità nell’individuazione dell’importo ‘intoccabile’ dai creditori. Ora, nel nuovo art. 545 c.p.c. viene inserito un nuovo comma (comma 7) che stabilisce che le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità, che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale aumentato della metà (in pratica euro 672,78): si tratta di una modifica importantissima, venendo a chiarire in modo opportuno e puntuale la parte di reddito pensionistico assolutamente non pignorabile, ed altresì venendo ad estendere il limite a tutte le pensioni od altra indennità pensionistica. A titolo esemplificativo: se un pensionato percepisce 1000 euro mensili, il pignoramento del quinto della pensione dovrà essere calcolato solo sulla differenza tra 1000 (pensione) e 672,78 (minimo non  pignorabile): quindi, 1000 – 672,78 = 327,22. Il creditore potrà pertanto ricevere 1/5 di 327,22, ovverosia 65,44 euro.

Se il pignoramento viene eseguito su somme maggiori rispetto a quelle stabilite dal novellato art. 546 c.p.c., è considerato parzialmente inefficace violando i divieti ed i limiti in questione e l’inefficacia potrà essere rilevata anche d’ufficio dal giudice. Di talché, resta valido il pignoramento effettuato entro la soglia mentre, per quanto riguarda la parte eccedente, si considera come se non fosse mai avvenuto ed il debitore potrà tornare nella disponibilità delle proprie somme.

Offendere il coniuge integra il reato di maltrattamenti, anche dopo tanto tempo

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PEN., 27.10/27.11.2015 N. 47209

Quale è il limite oltre il quale i comportamenti di un coniuge verso l’altro, che sfociano in atti di violenza fisica o prevaricazione psicologica, sono tali da integrare il reato di maltrattamenti previsto dall’art. 572 c.p., tenuto conto che sempre più spesso le notizie di cronaca mettono in luce episodi di maltrattamenti in famiglia da parte di uomini violenti?
Si tratta di un reato disciplinato, appunto, dall’art. 572 c.p. che, come confermato dall’orientamento dominante in giurisprudenza, presuppone l’abitualità dei comportamenti maltrattanti, tali da cagionare sofferenza, umiliazioni e prevaricazione, fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza.
Il delitto di maltrattamenti in famiglia si realizza quando si accerti l’esistenza di una condotta abituale che si concretizza in (più) fatti lesivi dell’integrità fisica, o morale o della libertà o del decoro del soggetto passivo, nei confronti del quale viene posta in essere una condotta di sopraffazione sistematica, in modo tale da rendere la stessa convivenza particolarmente mortificante e dolorosa: atti sorretti dal dolo generico integrato dalla volontà cosciente di ledere l’integrità fisica o morale della vittima.
In altri e più chiari termini, nella nozione di maltrattamenti possono rientrare non solo atti di violenza fisica in senso stretto (percosse, lesioni) ma anche atti di disprezzo, e di sopruso, e di offesa alla dignità del partner, tali da incidere in modo significativo sulla personalità del soggetto maltrattato che, a causa della reiterazione di simili condotte nel corso del rapporto familiare, ne subisce sofferenza morale o fisica. Rientra tra questi ultimi atti l’atteggiamento di complessiva svalutazione della moglie, tenuto dall’uomo durante tutto il corso della vita coniugale. È stato così riconosciuto dal giudice nomofilattico che tali condotte, costantemente ripetute, non hanno fatto altro che evidenziare l’esistenza di un programma criminoso diretto a ledere l’integrità morale della persona offesa, di cui i singoli episodi, da valutare unitariamente, costituiscono l’espressione ed in cui il dolo si configura come volontà comprendente il complesso dei fatti e coincidente con il fine di rendere disagevole e penosa l’esistenza della moglie (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 28.12.2010, n. 45547).
Si inserisce nel solco delle numerose decisioni giurisprudenziali intervenute la sentenza in commento con il presente scritto (n.47209/2015), con cui gli Ermellini riferiscono che non può essere assolto l’uomo che, in tanti anni di matrimonio, maltratta la propria moglie, neanche se questa, inizialmente, tace e sopporta per amore dell’unione familiare; come irrilevante è la sporadicità delle condotte del marito: a rilevare deve essere la valutazione del complessivo atteggiamento dell’uomo. Per la condanna ai fini del reato di maltrattamenti, sottolinea la Corte, rileva l’atteggiamento di complessiva svalutazione della moglie, tenuto dall’uomo durante tutto il corso della vita coniugale. In questa ottica vanno riconsiderati anche gli episodi verificatisi dopo la comunicazione, da parte della donna, di procedere alla separazione. Di conseguenza è logico qualificare la condotta del marito “in termini di abitualità”, essendo evidente nei confronti della donna “la volontà di sopraffazione, tipica dei maltrattamenti”, volontà concretizzatasi nel corso degli anni e successivamente acuitasi a seguito della decisione della donna di separarsi. “Sul punto giova evidenziare che tale caratteristica non richiede lo svolgimento della condotta maltrattante per un periodo minimo, al di sotto del quale la sussistenza del reato debba necessariamente escludersi, ma può ravvisarsi tutte le volte in cui atteggiamenti prevaricatori, svalutanti o violenti si susseguano e risultino connessi alla concreta volontà di mortificazione dell’autonoma valutazione del componente del nucleo familiare, situazione che nella specie, risulta non negabile alla luce sia del complessivo atteggiamento tenuto nei confronti della moglie nell’arco della vita matrimoniale, che da quanto risultante dichiarato dalla donna, ed accertato in fatto dallo stesso giudice di primo grado, che ha sostenuto la decisione assolutoria esclusivamente sulla base di una determinazione di non abitualità superata in maniera argomentata e conforme ai principi applicativi della giurisprudenza di questa Corte sul punto dalla Corte territoriale”.
Le decisioni degli Ermellini in materia sono tuttavia frequenti, come purtroppo noto, arrivando a precisare che, affinché sia applicabile tale statuizione normativa, è necessario accertare lo stato di soggezione e di inferiorità psicologica della vittima (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 04.06.2015, n. 30903) di talché, in ossequio ad un orientamento giurisprudenziale come detto consolidato, la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia si realizza laddove sussista una “condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze”.
In conclusione, il reato di maltrattamenti in famiglia si caratterizza per l’abitualità del comportamento lesivo realizzato tramite una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili ovvero non perseguibili, e di cui, tuttavia, la reiterazione del tempo ne determina la rilevanza penale; si tratta di un reato che non può rinvenirsi in singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni né tanto meno in un precedente specifico.
Resta da dire che se, come visto, può capitare che la moglie sopporti tali atteggiamenti per amore dell’unione familiare, ove detti episodi di violenza perdurino con la fine del matrimonio ovverosia in caso di divorzio, non si può configurare il reato di maltrattamenti in famiglia, tenuto conto che in effetti, in caso di divorzio, di famiglia non si può più parlare (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 13.12.2013 n. 50333). Dunque, il reato può essere commesso solo all’interno del matrimonio o quando i coniugi sono in fase di separazione, mentre se i maltrattamenti vengono posti in essere dopo il divorzio tale reato non può essere contestato, potendosi invece configurare altre tipologie di reato, ma non è questa la sede per discorrerne in merito.

Bollette luce e gas: si pagano a rate anche dopo la scadenza

La bolletta della luce o del gas si può pagare a rate anche dopo la scadenza di pagamento.

L’Autorità per l’energia elettrica e il gas, con la delibera n.258 del 29.05.2015, ha approvato infatti importanti novità in tema di morosità, anche per far fronte alle esigenze di un sempre maggior numero di consumatori che, fiaccati dalla crisi, sempre più spesso sono costretti a pagare in ritardo i bollettini, rischiando il distacco dell’utenza.

In particolare, sul fronte della rateizzazione, per i clienti serviti nei regimi di tutela, è previsto un allungamento delle tempistiche per la richiesta di rateizzazione: può avvenire entro i 10 giorni successivi dal termine fissato per il pagamento della bolletta, vale a dire entro 30 giorni dall’emissione della bolletta. Dunque i clienti potranno godere di più tempo per richiedere la rateizzazione se si considera che la precedente normativa fissava il termine per la richiesta entro 20 giorni dall’emissioni della fattura.

La rateizzazione inoltre “deve essere obbligatoriamente offerta al cliente in caso di fatturazione a conguaglio o di addebito di consumi non registrati dal contatore per malfunzionamento non imputabile al cliente” e deve essere obbligatoriamente segnalata in bolletta.

L’importo sarà suddiviso in un numero di rate pari “almeno al numero di bollette in acconto o stimate ricevute successivamente alla precedente bolletta di conguaglio, e comunque non inferiore a due“. Sugli importi rateizzati vengono conteggiati gli interessi pari al tasso ufficiale di riferimento dell’1.25%.

La rateizzazione delle bollette deve sempre essere possibile : (i) a seguito di malfunzionamento del contatore per causa non imputabile al cliente e viene richiesto il pagamento dei consumi non registrati; (ii) se perviene un conguaglio a causa di diverse letture non eseguite per tempo e la bolletta ‘a conguaglio’ è superiore al doppio dell’addebito più elevato, fatturato nelle bollette ‘in acconto’ ricevute dopo la precedente bolletta di conguaglio [va fatta attenzione, in ogni caso, al periodo di riferimento: se la differenza tra addebiti di conguaglio e acconto è provocata solo dal cambiamento di stagione (estate/inverno), esso è escluso dalla rateizzazione]; (iii) il cliente ha un contatore accessibile e a causa di una o più mancate letture gli viene richiesto il pagamento di un conguaglio.

Cambiano anche le disposizioni in termini di messa in mora e distacco delle utenze di luce e gas, sempre per garantire una maggior tutela dei consumatori in difficoltà nel pagamento delle bollette. In pratica, in caso di bollette non pagate, il gestore non potrà procedere alla richiesta di sospensione della fornitura senza prima aver inviato al cliente, per raccomandata, una comunicazione di messa in mora in cui dovrà anche essere indicata la data in cui potrà essere richiesto il distacco delle fornitura di luce o gas che non può essere inferiore ai tre giorni lavorativi dal termine per il pagamento della bolletta.

Con il nuovo regolamento sulle bollette “la comunicazione di messa in mora sarà obbligatoria per tutte le fatture per le quali non risultino i pagamenti, anche per quelle scadute nel periodo in cui è già in corso una precedente procedura di mora, altrimenti il venditore non potrà richiedere la sospensione della fornitura”.

Il garante ha anche imposto ai gestori che, prima di richiedere la sospensione per morosità in caso di conguagli o di importi anomali, debbano comunque rispondere ai reclami scritti. L’autorità spiega che “per garantire che le risposte in caso di contestazione degli importi siano pienamente esaustive circa la correttezza della fatturazione, con un lavoro congiunto con le Associazioni dei consumatori e degli operatori, verranno definiti nuovi obblighi in tema di contenuti minimi delle stesse risposte”.

Il nuovo regolamento sulle bollette introduce infine, degli indennizzi automatici, in caso di mancato rispetto delle regole da parte del gestore. Il cliente avrà diritto di ricevere l’importo di 30 euro se la fornitura viene sospesa per morosità nonostante il mancato invio della comunicazione di costituzione in mora per raccomandata; 20 euro se la fornitura viene sospesa per morosità e il venditore, pur avendo inviato la raccomandata, non ha rispettato le tempistiche previste. In questi casi, inoltre, non può essere richiesto il pagamento di alcun ulteriore corrispettivo per la sospensione o la riattivazione della fornitura.

Infine, sempre in tema di tutele e trasparenza, dal primo settembre il venditore, anche se si avvale di altro operatore per i rapporti col distributore, sarà obbligato ad integrare il contratto con nuove previsioni a tutela del cliente e della continuità del servizio.