Mese: novembre 2015

La responsabilità dell’albergatore per i furti in camera

Corte di Cassazione, Civ. Ord. Sez. VI, 17.11.2015, n. 23520

Anzitutto, per contratto di albergo si intende un contratto in cui una parte (albergatore) si obbliga, dietro pagamento di un corrispettivo, ad alloggiare l’altra parte (cliente) in uno o più locali dell’albergo, adeguatamente mobiliati e provvisti di servizi e, di solito, a fornirla di cibi e bevande, garantendone la pulizia, l’igiene, la sicurezza e la sorveglianza anche delle cose ivi portate e/o a lui consegnate; si tratta di un contratto atipico, cioè non previsto dalla legge. Può essere considerato un contratto misto poiché in esso sono riscontrabili elementi della locazione, della somministrazione, del contratto d’opera e del deposito.

La responsabilità, in caso di furto, è dell’albergatore e trova collocazione apposita negli artt. 1783 e segg. c.c. che prevedono un particolare tipo di responsabilità: quella per deterioramento, distruzione o sottrazione delle cose portate in albergo dal cliente.

Il codice, quindi, si limita a regolare solo l’ipotesi di responsabilità dell’albergatore per le cose del cliente. A questo proposito si distinguono due tipi di responsabilità dell’albergatore: i) cose portate all’interno dell’albergo dal cliente (art. 1783 del codice civile) e ii) cose consegnate all’albergatore o ad un suo familiare o dipendente affinché le custodisca (art. 1784 del codice civile).

Il primo caso

Nel caso di distruzione, deterioramento o sottrazione delle cose semplicemente portate in albergo, la responsabilità dell’albergatore sarà “limitata al valore di quanto sia deteriorato, distrutto o sottratto, sino all’equivalente di cento volte il prezzo di locazione dell’alloggio per giornata” (art. 1783 c.c. – tale limite, però, non opera quando ci sia stata una vera e propria colpa del titolare della struttura, di un membro della sua famiglia o di un suo ausiliario). Si ponga ad esempio il caso della avvenuta sottrazione, dalla stanza d’albergo, di una collana del valore di diecimila euro ed il prezzo giornaliero della stanza d’albergo fosse di 70 euro; sempre che il giudice, discrezionalmente e secondo il suo prudente apprezzamento, ritenga di accogliere la richiesta risarcitoria in tale misura, si potrà ottenere un risarcimento (massimo) di euro settemila (70 x 100 volte) salvo che non sia data la prova, che incombe sul danneggiato, che il furto è avvenuto per colpa dell’albergatore o di un membro della famiglia o, ancora di un suo ausiliario. In tale ultima circostanza si potrà richiedere ed ottenere il valore del bene perduto nel suo preciso ammontare.

Il secondo caso

Nel secondo caso, invece, ovverosia quando si provveda a consegnare direttamente nelle mani del medesimo albergatore, o di un suo collaboratore, le cose affinché le custodisca oppure egli si sia rifiutato di ricevere in custodia beni che aveva l’obbligo di accettare (ad es. contanti, carte di pagamento, oggetti di valore), la sua responsabilità in caso di furto o danneggiamento sarà “illimitata” (art. 1784 c.c.), a meno che l’albergatore non dimostri che il fatto sia stato cagionato dallo stesso cliente o dalle persone che l’accompagnano, che sono al suo servizio o che gli rendono visita, da causa di forza maggiore o dalla natura della cosa stessa (art. 1785 c.c.). La Suprema Corte ha ripetutamente affermato (ex multis, Cass. Sez. III, n. 28812/ 2008) che, in tema di responsabilità per le cose portate in albergo, il cliente non ha l’obbligo di affidare gli oggetti di valore di sua proprietà in custodia all’albergatore, mancando una specifica previsione normativa in tale senso; tuttavia, se non si avvalga di tale facoltà, corre il rischio di non poter ottenere, in caso di sottrazione, l’integrale risarcimento del danno, come disposto dall’art. 1783 c.c., a meno che non provi la colpa dell’albergatore o degli altri soggetti a lui legati da rapporto di parentela o collaborazione, ai sensi dell’art. 1785 bis c.c..

Le norme sul deposito alberghiero sono inderogabili: ciò significa che l’albergatore non può escludere la propria responsabilità predisponendo cartelli o avvisi, né facendo firmare al cliente specifiche clausole. Infatti, l’art. 1785 quater c.c. stabilisce che “Sono nulli i patti o le dichiarazioni tendenti ad escludere o a limitare preventivamente la responsabilità dell’albergatore” (si pensi alla dicitura “la direzione non risponde di eventuali furti di oggetti lasciati in camera”).

Ma torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto il nostro articolo poiché interessante è una ordinanza recente della Suprema Corte (23520/2015) secondo cui l’albergatore è responsabile se, in camera, spariscono oggetti e beni di valore, a prescindere dall’utilizzo della cassaforte: l’albergatore, infatti, deve prestare la massima attenzione a chi entra ed esce dalla struttura, altrimenti è tenuto a risarcire quanto sottratto.

Secondo gli Ermellini, il responsabile di una struttura alberghiera risponde per i furti subìti dai clienti all’interno delle stanze qualora i ladri si siano facilmente introdotti in albergo – “il ladro o i ladri sono riusciti ad introdursi nell’albergo in un’ora, le otto del mattino, in cui normalmente vi è afflusso dei clienti alla sala colazione ma non necessariamente alla reception, onde anche la sola presenza dei due dipendenti addetti alle funzioni di ricevimento e portineria avrebbe potuto assicurare un sufficiente controllo dato che, in concreto, le pesanti e ingombranti valigie sono state trasportate dal piano ove si trovava la camera fino al piano terra e trasportate all’esterno e che nei giorni precedenti si erano registrati movimenti sospetti di persone estranee all’albergo che andavano e venivano” – grazie alla superficialità ed alla negligenza mostrata nei controlli dal personale.

Dalla sentenza impugnata risultavano pacifici, in quanto non contestati, i fatti relativi alle modalità di svolgimento del furto quali emergenti dalle indagini di polizia giudiziaria e sostanzialmente configuranti una grossa disattenzione in capo all’albergatore. Tali fatti hanno evidenziato con chiarezza la responsabilità della struttura alberghiera per superficialità e negligenza nei controlli, in spregio al dovere di vigilanza che incombe sull’albergatore.

Sulla quantificazione del danno, poi, ove il cliente sia in grado di dimostrare l’entità del danno, fornendo un elenco dettagliato del materiale sottratto, il risarcimento NON può essere effettuato semplicemente in via equitativa, la cui valutazione interviene nei soli casi in cui non sussista alcun elemento per quantificare l’entità del danno.

Sostengono gli Ermellini che se il cliente è in grado di fornire un dettagliato elenco dei beni al suo seguito, con una prova anche di tipo documentale (nella fattispecie al loro esame rappresentata dal documento di accompagnamento con il campionario fornito all’agente di commercio), l’indennizzo deve coprire il valore effettivo dei beni sottratti.

In altri e più chiari termini, circa l’onere della prova, il cliente deve allegare e provare il contratto di albergo, che le cose sono state smarrite o perdute in collegamento con tale contratto, che le cose sono state consegnate all’albergatore o ai suoi ausiliari ai fini dell’affermazione della responsabilità illimitata, nonché il loro valore o comunque i parametri per consentire al giudice di procedere ad una liquidazione equitativa del danno oltre che la denuncia tempestiva ex art. 1785 ter c.c., nel caso di contestazione.

L’articolo 1785 ter c.c. prevede che il cliente, per avere diritto al risarcimento, deve denunciare prontamente e senza ritardo il furto all’albergatore e all’autorità di polizia ed eventualmente all’agenzia di viaggi o al tour operator che ha organizzato la vacanza, nonché l’onere di inviare con raccomandata a/r a tutti i soggetti coinvolti la relativa richiesta di risarcimento.

Se poi il cliente intende avvalersi del disposto dell’art. 1785 bis c.c. – “L’albergatore è responsabile, senza che egli possa invocare il limite previsto dall’ultimo comma dell’articolo 1783, quando il deterioramento, la distruzione o la sottrazione delle cose portate dal cliente in albergo sono dovuti a colpa sua, dei membri della sua famiglia o dei suoi ausiliari” – dovrà dare dimostrazione della colpa dell’albergatore o dei suoi ausiliari o dei suoi familiari.

Spetta, invece, all’albergatore dimostrare la ricorrenza di una delle esimenti previste dall’art. 1785 c.c. ed il momento in cui il cliente ha avuto conoscenza della perdita del bene, ove contesti la tempestività della denuncia.

Le disposizioni ora esaminate si applicano sia agli hotel sia ai sempre più numerosi bed & breakfast ed affittacamere.

A chi spetta sostenere le spese per la manutenzione della caldaia, quando l’appartamento è dato in locazione?

L’eterna querelle tra locatore e conduttore.
Capita frequentemente, infatti, di dover rispondere a richieste di delucidazioni in ordine alla competenza delle spese relative alla caldaia in caso di abitazione in affitto.

Va anzitutto ricordato che l’obbligo principale che incombe su chi affitta è rappresentato dalla consegna al conduttore di un immobile che si trovi ‘in buono stato di manutenzione’, definizione certamente vaga ma che, integrata con quanto disposto dall’art. 1578 c.c. che detta disposizioni relative al caso che al momento della consegna la cosa locata sia affetta da vizi che ne diminuiscano in modo apprezzabile l’idoneità all’uso pattuito, sta a significare che il proprietario deve consegnare all’affittuario un’abitazione in buone condizioni manutentive ed a norma, secondo quanto disposto dalla legge nei riguardi degli impianti.

In aggiunta ed in disparte a quanto sopra rilevato, vi è da dire che nel contratto di affitto è buona norma mettere per iscritto la suddivisione delle spese, onde evitare dispute e liti in merito a chi debba pagare, specie con riferimento a quelle relative agli ‘impianti di riscaldamento, condizionamento, produzione di acqua calda e addolcimento acque’.

Ciò posto in linea generale, le spese di manutenzione – così come le piccole riparazioni dovute all’utilizzo – della caldaia, la pulizia ed il controllo fumi sono a carico dell’inquilino, in quanto rappresentano spese di manutenzione ordinaria dell’impianto termico, così come a carico dell’inquilino restano anche le spese di accensione stagionale della caldaia e di messa a riposo al termine della stagione invernale. Le manutenzioni ordinarie riguardano cioè le verifiche periodiche, messa in funzione e riparazioni dovute al normale uso, e sono sempre a carico del conduttore sia nel caso di impianto autonomo sia nel caso di riscaldamento centralizzato.

Spettano al locatore (cioè al proprietario) le spese per la sostituzione della caldaia, o di parti di essa, nel caso in cui la rottura sia dovuta a vetustà o a caso fortuito. Come confermato dalla Suprema Corte di Cassazione (sentenza n.24737 del 2007), gli eventuali guasti manifestatisi improvvisamente e non dipendenti da colpa dell’inquilino per un uso anomalo della caldaia, devono essere imputati a caso fortuito o vetustà, e quindi le spese di riparazione sono a carico del locatore. Ciò ai sensi dell’art. 1621 c.c., secondo cui “Il locatore è tenuto ad eseguire a sue spese, durante l’affitto, le riparazioni straordinarie. Le altre sono a carico dell’affittuario”. E la sostituzione della caldaia, ovvero di parti della stessa, è considerata un’innovazione, ossia una riparazione straordinaria. Il locatore non risponde, invece, delle spese per la sostituzione della caldaia SOLTANTO quando la rottura è dipesa da negligenza o da mancata manutenzione da parte dell’affittuario, tenuto in questo caso conto della circostanza che la pulizia e la manutenzione della caldaia sono obbligatorie per legge così come risultano necessarie affinché l’impianto si mantenga funzionante.

Anche le spese di eventuali adeguamenti necessari per legge sono a carico del proprietario.
Nel delineato contesto, il codice civile è chiaro: – l’art. 1576, primo comma, recita: “Il locatore deve eseguire, durante la locazione, tutte le riparazioni necessarie, eccettuate quelle di piccola manutenzione che sono a carico del conduttore”; – l’art. 1609 precisa: “Le riparazioni di piccola manutenzione, che a norma dell’art. 1576 devono essere eseguite dall’inquilino a sue spese, sono quelle dipendenti da deterioramenti prodotti dall’uso, e non quelle dipendenti da vetustà o da caso fortuito”.

Vero è che non è facile distinguere tra deterioramento dovuto all’uso e vetustà o al caso fortuito, in questi casi gli usi locali e soprattutto il buon senso dovrebbero consentire di risolvere la questione prima di adìre, e magari senza adìre, l’Autorità Giudiziaria.

Canone rai – domande e risposte, in attesa del decreto attuativo

Con l’ok in prima lettura dall’aula di Palazzo Madama del 20.11.2015 alla fiducia sulla legge di Stabilità, che ha recepito il maxiemendamento nel quale era contenuto anche il canone Rai sulla bolletta elettrica, il provvedimento si sta avviando verso l’ufficializzazione. Il successivo 24.11.2015 il ddl di Stabilità 2016 è arrivato a Montecitorio, nella commissione Bilancio, tesoro e programmazione. Secondo le prime notizie sul tabellino di marcia della finanziaria 2016 alla Camera, il termine massimo per presentare gli emendamenti in commissione Bilancio sarà quello del 27.11.2015, anche se non si esclude – in caso di complicazioni – di prorogare ulteriormente la scadenza dei termini, così come è avvenuto di fatto al Senato. L’obiettivo sarebbe quello di far approdare il testo in aula il 14.12.2015, affinché venga approvato prima della pausa parlamentare natalizia, tra il 16 e il 17.12.2015.

Entro 45 giorni dall’entrata in vigore della Legge di Stabilità 2016, il Ministero dello Sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell’Economia e Finanze, sentita l’Autorità energia elettrica, il gas ed il sistema idrico, dovrà emanare un apposito decreto contenente i termini e le modalità per il riversamento all’Erario e per le conseguenze di eventuali ritardi.

In attesa di leggere detto decreto attuativo, che chiarirà gli aspetti pratici della questione, con il presente scritto si intende offrire di seguito un aiuto con riferimento ai dubbi che nel frattempo sono sorti in proposito.

Anzitutto una precisazione.

Secondo le previsioni della legge di Stabilità 2016, il canone RAI entrerà a far parte della bolletta energetica riferita agli immobili adibiti ad abitazione principale del contribuente e sarà così riscosso in unica soluzione, nell’importo di 100 euro annuali, per il 2016, con una riduzione cioè di 13,50 euro rispetto alla somma che gli italiani hanno fino ad oggi versato. Per il 2017 ed il 2018 l’importo torna a 113.25 euro. La riscossione probabilmente avverrà, per via dei tempi di adeguamento dei sistemi di fatturazione per il 2016, cumulativamente dal primo luglio 2016. Un aspetto che sicuramente sarà modificato attiene alla distribuzione del pagamento. L’esecutivo era orientato nel senso di incassare tutto e subito già a febbraio, per poi rateizzare la somma solo nel 2017. Uno dei cambiamenti ad oggi accolti è invece quello della previsione di 10 mensilità da 10 euro l’una, pari a 5 bollette bimestrali (20 euro a bolletta). Dal 2017 in poi, la somma verrebbe spalmata su tutte le bollette, con pagamenti in sei rate da 16,66 euro ciascuna. Ancora non sono note le probabili procedure di richiesta di dilazione del pagamento del canone RAI.

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quando non si possiede alcun apparecchio televisivo

Chi non possiede una Tv dovrà inviare alla Agenzia delle Entrate una autocertificazione sostitutiva che attesti il mancato possesso. Senza detta certificazione, anche chi non possiede un televisore pagherà automaticamente il canone.

quando si possiedono più apparecchi televisivi

La detenzione o l’utilizzo di un apparecchio televisivo verranno presunte in base all’esistenza di un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica o dimora; il canone è dovuto una sola volta, a prescindere da quante tv si possiedano.

quando si possiedono più abitazioni

Se le case sono intestate alla stessa persona, solo una delle due bollette conterrà la maggiorazione del Canone RAI: la nuova norma, infatti, prevede l’addebito solo sulla fornitura di energia elettrica relativa all’abitazione di residenza, restando in altri termini escluse tutte le utenze relative ad altri immobili.

come effettuare il pagamento

Il comma 6 dell’articolo 14 della legge di Stabilità così recita: “al fine di semplificare le modalità di pagamento del canone, le autorizzazioni all’addebito diretto sul conto corrente bancario o postale ovvero su altri mezzi di pagamento, rilasciate a intermediari finanziari dai titolari di utenza per la fornitura di energia elettrica per il pagamento delle relative fatture, si intendono in ogni caso estese al pagamento del canone di abbonamento televisivo”, ovverosia chi possiede le bollette domiciliate in banca, pagherà automaticamente il canone con la stessa modalità, salva la revoca dell’autorizzazione prima dell’arrivo in banca della bolletta da pagare, ove non si volesse più procedere con la domiciliazione bancaria. Altrimenti, al contrario di quanto accade ora, non occorrerà necessariamente utilizzare il bollettino postale ma sarà sufficiente recarsi nelle tabaccherie del network Lottomatica Servizi, sfruttare il servizio di carte di credito al telefono, o l’app Canone TV per iPhone, iPad e smartphone e tablet equipaggiati con sistema operativo Android.

nel caso di appartamento concesso in locazione, chi paga il canone

E’ il conduttore o il locatario, proprietario dell’immobile, che deve pagare il canone RAI ?

Il canone deve essere pagato dall’inquilino conduttore, che possiede la televisione anche ove questa sia stata acquistata dal conduttore proprietario dell’immobile. Se l’inquilino ha intestato il contratto della luce, nulla quaestio, in quanto pagherà l’imposta attraverso la bolletta. Diversamente, se la luce è rimasta intestata al proprietario dell’immobile, il canone non dovrebbe figurare nella bolletta poiché non si tratta di immobile di sua residenza. Se, evidentemente per errore, la società dell’energia elettrica addebiti il canone al locatore, quest’ultimo, previa esibizione del certificato di residenza nonché del contratto di affitto, dovrà fare una richiesta di sgravio.

esenzione dal canone rai

Sono esclusi gli anziani con età superiore ai 75 anni e reddito annuale che non superi la somma di 6.713,98 euro, che non devono però convivere con altre persone titolari di un proprio reddito all’infuori delle mogli, gli invalidi degenti in case di riposo. Con riferimento ai militari delle Forze Armate Italiane, l’esenzione è prevista solo per ospedali militari, Case del soldato e Sale convegno dei militari delle Forze armate, mentre la detenzione del televisore all’interno di un alloggio privato, anche se situato dentro le strutture militari, prevede il pagamento del canone. Esenti dal pagamento del Canone Rai i militari di cittadinanza straniera appartenenti alle Forze Nato, agenti diplomatici e consolari, ma anche riparatori e rivenditori tv.

I cittadini indicati, per ottenere l’esenzione del pagamento canone RAI dovranno inviare una semplice autocertificazione, nella quale si comprovi l’appartenenza ad una delle categorie citate. La documentazione va inviata al seguente indirizzo:

Agenzia delle Entrate S.A.T.

Sportello Abbonamenti TV

Ufficio Torino 1

Casella postale 22

10121 Torino (TO)

più studenti universitari in affitto in un appartamento con un unico apparecchio televisivo, chi deve pagare il canone

Tutti gli studenti devono pagare il canone, tenuto conto che l’imposta è dovuta per il possesso e non per la titolarità dell’apparecchio, possesso che evidentemente è di tutti gli studenti, usufruendone cumulativamente e non appartenendo allo stesso nucleo familiare. Lo studente che ha intestato il contratto della luce pagherà con le modalità sopra viste, e gli altri dovranno farlo con il bollettino postale.

canone Rai Disdetta: autocertificazione per non pagare il canone

Per richiedere la disdetta dal canone RAI è necessario dichiarare che gli apparecchi tv di cui si era in possesso sono stati ceduti ovvero sono distrutti od inservibili. Tale autocertificazione dovrà essere spedita tramite raccomandata con ricevuta di ritorno entro il 31.12.2015 all’Agenzia delle Entrate S.A.T.

Canone Rai con riferimento agli anni passati

La presunzione di possesso della televisione per gli anni passati, per chi paghi per la prima volta nel 2016 con la bolletta della luce, può operare solo in presenza di altri indizi gravi, precisi e concordati. Per contestarli, il contribuente non potrà valersi di prova testimoniale.

mancato pagamento: sanzioni

Nulla cambia con riferimento alle sanzioni: la legge di Stabilità, infatti, conferma la sanzione  attualmente in vigore, variabile da due a sei volte l’importo del canone (dai 200 ai 600 euro) per gli evasori.

pagamento della bolletta della luce ma non del canone rai

In questo caso la fornitura di energia elettrica non subirà interruzioni, ma, come è facile immaginare, scatteranno una serie di conseguenze (con la sanzione pari a cinque volte l’importo complessivo del Canone RAI 2016). Nell’eventualità che l’evasione persista, l’importo verrà iscritto a ruolo, con la successiva notifica della cartella di Equitalia che, in caso di mancato pagamento anche della cartella, potrà avviare la riscossione coatta di quanto dovuto da parte dell’utente attraverso le procedure cautelari (fermo auto) ed il successivo pignoramento (conto corrente, stipendio, pensione).

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Il governo Renzi aveva promesso che contro l’evasione del canone televisivo ci sarebbe stata una dura lotta: anzitutto, per imporre a tutti i possessori di apparecchiature televisive di pagare l’odiata [e spesso non corrisposta] tassa della tv. Ma anche per consentire di ridurre l’importo annuale che gli abbonati RAI versano ogni anno.

Per chi non ha mai pagato il canone della Rai, si è giunti, dunque, alla resa dei conti.

La c.d. ‘immissione in possesso all’atto del preliminare di vendita di immobile non seguito dal definitivo non può costituire titolo idoneo abilitativo al fine di una eventuale usucapione del bene

Corte di Cassazione, Sez. II Civ., 19.11.2015 n. 23673

Con la sentenza in commento la Suprema Corte ha chiarito che, ove alla stipulazione di un preliminare di vendita non segua la stipulazione del contratto definitivo, la relativa ‘immissione nel possesso’ non vale ai fini dell’usucapione.

All’esame degli Ermellini la impugnata sentenza della Corte territoriale che, richiamando precedenti, in termini, della Suprema Corte «(Cass. 9 febbraio 2006 n. 2857 e, in precedenza, Cass. n.ri 8422/2003 e 5964/1996)», aveva ritenuto utile, ai fini dell’usucapione di un immobile, il possesso acquisito a seguito di preliminare di vendita al quale, però, non era mai seguita la stipulazione del contratto definitivo, con la precisazione che, ai fini dell’usucapione, non deve necessariamente sussistere la convinzione di esercitare un potere di fatto in quanto titolare del relativo diritto, «ma sarebbe sufficiente che tale potere venga esercitato come se si fosse titolari del corrispondente diritto, indipendentemente dalla consapevolezza che invece questo appartenga ad altri».

Gli Ermellini hanno invece ribaltato tale decisione, ritenendo che nella fattispecie andava viceversa applicato il noto principio già affermato con sentenza delle Sezioni Unite n. 7930/2008 secondo cui l’art. 1140 cod. civ., ed i principi generali in materia di possesso, non consentono la trasmissione del possesso per patto negoziale indipendentemente ed anteriormente alla trasmissione del diritto di proprietà o di altro diritto reale di cui esso costituisca esercizio.

La Suprema Corte ha dunque ricordato cosa le Sezioni Unite hanno chiarito – in linea con la più accreditata dottrina secondo la quale «ciò che si trasferisce è solo l’oggetto del possesso, il quale, invece, non si compra e non si vende, non si cede e non si riceve per effetto di un negozio» –ovverosia che «“l’acquisto a titolo derivativo del possesso è una espressione da usarsi solo in senso empirico e traslato” di guisa che “dalla stessa nozione di possesso, definito dall’art. 1140 cod. civ. come il potere sulla cosa che si manifesta in una attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale, si evince che esso non può essere trasferito per contratto separatamente dal diritto del quale esso costituisca l’esercizio”. In altre parole la cosiddetta “immissione in possesso” all’atto del preliminare di vendita di immobile (immobile, la cui proprietà ed il connesso pieno possesso si trasferisce compiutamente solo con l’atto definitivo traslativo) non può costituire —di per sé- titolo idoneo abilitativo al fine di una eventuale usucapione del bene».

Ciò posto, gli Ermellini hanno accolto il ricorso di una Società che chiedeva la restituzione di alcuni cespiti immobiliari divenuti, secondo la Corte di Appello, di proprietà, per intervenuta usucapione, di due coniugi che li avevano acquistati, nel 1970, con scrittura privata a cui non era seguito il contratto definitivo, nonostante le intimazioni del Tribunale, poi prescrittesi. La Società aveva chiesto la restituzione a cui i due coniugi avevano opposto la declaratoria di intervenuto acquisto per usucapione. La Corte di Appello ha dato, come visto, ragione alla coppia ma non altrettanto ha fatto la Suprema Corte precisando come, in assenza del rogito, gli immobili devono tornare alla Società.

Cassata la decisione, la parola torna al Giudice del rinvio, anche per le spese.

Da abbattere la tettoia che impedisce al vicino l’esercizio della servitù di veduta

Corte di Appello di Palermo, Sez. II Civ., 25.05.2015 n. 781

La fattispecie al nostro esame riguarda i rapporti tra due vicini, laddove l’uno, noncurante del disagio che avrebbe potuto provocare all’altro, decide di costruire nel proprio terrazzo una tettoia, con notevole menomazione dell’arieggiamento agli affacci e impedimento alla veduta nei confronti del condomino posto al piano di sopra.

Quando si è acquistato il diritto di avere vedute dirette verso il fondo vicino, il proprietario di questo non può fabbricare a distanza minore di tre metri, misurata a norma dell’art. 905 c.c. La norma ricollega il diritto di veduta alla distanza tra lo sporto dal quale si esercita la veduta e la nuova costruzione sul fondo vicino e, in tale ottica, deve rispettare la prescritta distanza”.

A sottolineare ciò, principio peraltro previsto dall’art. 907 cod. civ., è la Corte di Appello di Palermo che, con la decisione ora in commento, si inserisce nel solco di un orientamento conforme della Suprema Corte in materia di tettoie e di distanze minime tra costruzioni.

Infatti, a più riprese gli Ermellini hanno ricordato che il limite di tre metri, previsto dal codice civile come distanza minima tra le costruzioni, deve essere rispettato e non solo in senso orizzontale, ovverosia tra edifici posti l’uno vicino all’altro, ma anche in senso verticale, ovverosia tra il proprietario del piano di sotto, che ha costruito la tettoia, e quello posto al piano di sopra che, affacciandosi dalle proprie finestre, non è più in grado di vedere il giardino sottostante od il cortile condominiale. La Suprema Corte (Sez. II, 05.07.2012, n. 11302) ha peraltro chiarito che il diritto di veduta è multidirezionale: non basta rispettare le distanze soltanto in senso orizzontale e verticale «Con riferimento al carattere assoluto della zona di rispetto dalle vedute occorre partire dalla considerazione che l’art. 905, primo comma, cc, nel disciplinare la distanza dalle vedute chiarisce espressamente che tale distanza va rispettata con riferimento al “fondo” e non alla parte del fondo prospiciente la veduta. Da un punto di vista logico la stessa conclusione si impone con riferimento all’art. 907, ultimo comma, cc., nel quale si parla di distanza della “costruzione” in genere dalla veduta e non della parte della costruzione perpendicolare alla veduta. Una conferma indiretta della esattezza di tale interpretazione viene dalla sentenza 7 luglio 2011 n. 14953 delle Sezioni unite di questa Corte, la quale, con riferimento all’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, che prevede una distanza di 10 metri delle costruzioni dalle “pareti finestrate”, ha affermato che tale disposizione esige in maniera assoluta il rispetto della distanza in questione, essendo destinata a disciplinare le distanze tra le costruzioni e non tra queste e le vedute, in modo che sia assicurato un sufficiente spazio libero che risulterebbe inadeguato se comprendesse soltanto quello direttamente antistante alle finestre in direzione ortogonale, con esclusione di quello laterale (Cass. n.4608/12). In senso conforme cfr. Cass. nn. 4389/09, 4976/00, 5390/99».

Tornando al caso che ci occupa, il Giudice siciliano ha dunque rigettato il ricorso di un condomino che era stato condannato, in primo grado, a rimuovere la tettoia dal terrazzo in quanto installata in aderenza o in appoggio al muro perimetrale adiacente, senza rispettare la prescritta distanza di tre metri dalla soglia del terrazzo dell’appartamento sovrastante il cui proprietario risultava così titolare di una servitù di veduta anche in appiombo, costituita per destinazione del padre di famiglia, ossia dell’originario costruttore dell’immobile condominiale, non mancando altresì di rilevare che tale limitazione del diritto di veduta era ben visibile anche dall’esame della documentazione fotografica allegata alla disposta Consulenza Tecnica di Ufficio.

In altri e più chiari termini, l’ordine di demolizione scatta perché il manufatto realizzato sulla terrazza a meno di tre metri dal confine preclude l’esercizio della servitù a chi da tempo ha acquistato il relativo diritto. Come sopra detto, è lo stesso codice [art. 907 cod. civ.] a stabilire che “quando si è acquistato il diritto di avere vedute dirette verso il fondo vicino, il proprietario di questo non può fabbricare a distanza minore di tre metri”.

Per la Corte territoriale, il ricorso è da rigettare e la tettoia è da eliminare.

Sinistro stradale. Non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis in caso di perdita immediata della vita

Cassazione SS.UU., 22 luglio 2015, n. 15350

All’esame delle Sezioni Unite la questione della risarcibilità, o meno, iure hereditatis del danno da perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito, esulando invece le questioni relative al risarcimento dei danni derivanti dalla morte che segua dopo un apprezzabile lasso di tempo alle lesioni, e per le quali, ricorda la Suprema Corte, a Sezioni Unite, non vi è alcun contrasto giurisprudenziale, «(che prende le mosse dalla sentenza delle sezioni unite del 22 dicembre 1925, alla quale di seguito si farà più ampio riferimento) sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse, diritto che si acquisisce ai patrimonio del danneggiato e quindi è suscettibile di trasmissione agli eredi».

Con la decisione in commento, la Suprema Corte ha affermato che, nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni (assenza del c.d. spatium vivendi) non possa essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis.

Nel dettaglio.

Con atto di citazione nell’aprile 2002 i genitori e le sorelle di [X], deceduto immediatamente dopo un incidente stradale, hanno convenuto in giudizio dinanzi al compente Tribunale il conducente dell’autovettura che aveva provocato l’incidente e la Società di Assicurazioni chiedendo la condanna di entrambi al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali derivanti dalla morte del congiunto avvenuta a causa della collisione frontale tra l’auto, condotta dal convenuto, che procedeva in senso opposto, fuori dal centro abitato, sostenendo che l’incidente era stato provocato dalla esclusiva responsabilità del conducente l’autovettura che aveva effettuato la svolta a sinistra per immettersi in un’area privata senza concedere la dovuta precedenza all’auto che marciava in senso opposto. Costituitasi in giudizio la sola Società di Assicurazioni, questa aveva eccepito la responsabilità esclusiva del defunto, che marciava a velocità eccessiva in centro abitato, senza indossare le cinture di sicurezza e, in via subordinata, sostenendo che doveva ritenersi la pari responsabilità concorrente dei conducenti. Il Tribunale di Cuneo, con sentenza in data 01.12.2013, dichiarava la concorrente responsabilità del defunto per il 30% e del convenuto per il 70%, rigettando la richiesta di risarcimento dei danni patrimoniali futuri e del danno biologico iure hereditatis, determinava gli importi del risarcimento per i genitori e per le sorelle del defunto. La Corte d’appello, confermato il concorso di responsabilità dei conducenti, ha ridimensionando quella del defunto, determinandola nel 20% e valutando come ben più grave quella dell’investitore che aveva effettuato una svolta a sinistra senza dare la precedenza al veicolo che procedeva in senso opposto e invadendone la corsia di marcia, come emergeva dalla testimonianza di un passeggero dell’auto che seguiva quella condotta dalla vittima. E’ stato anche confermato il rigetto della domanda di risarcimento del danno biologico iure hereditatis, in conformità con l’orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte, in virtù del quale gli eredi possono chiedere solo il riconoscimento, pro quota, dei diritti entrati nel patrimonio del de cuius, e quindi, nel caso di morte che si verifichi immediatamente o a breve distanza di tempo dalla lesione, gli eredi possono ottenere soltanto il risarcimento del danno per lesione del diritto alla salute della vittima e non quello per la lesione del diverso bene giuridico della vita, che, per il definitivo contestuale venir meno del soggetto, non entra nel suo patrimonio e può ricevere tutela solo in sede penale. Adìta la Suprema Corte, la terza sezione civile, con ordinanza in data 4 marzo 2014, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, a fronte del contrasto tra la sentenza 23.01.2014 n. 1361, che ha ammesso la risarcibilità, iure hereditatis, del danno derivante da perdita della vita verificatasi immediatamente dopo le lesioni riportate in un incidente stradale, e il precedente contrario e costante orientamento, risalente alla sentenza delle Sezioni Unite n. 3475 del 1925, confermata nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994, ed in altre e successive decisioni che hanno, invece, negato tale risarcibilità.

A seguito della ordinanza di rimessione n.5056/2014, le Sezioni Unite, con la decisione in commento, sono state chiamate ad affrontare il quesito circa la risarcibilità o meno del danno da perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da fatto illecito, componendo, dunque, il contrasto giurisprudenziale tra l’orientamento (maggioritario e costante) che ha sempre negato la risarcibilità, e l’orientamento minoritario (sentenza n.1361/2014) che lo ha ammesso.

Gli argomenti presi in considerazione sono i seguenti: (i) titolarità del diritto; (ii) coscienza sociale; (iii) “è più conveniente uccidere che ferire”; (iv) “bene salute” e “bene vita” vanno tenuti distinti.

Il primo.

Le Sezioni Unite segnalano che il danno da morte non lede il bene giuridico “salute”, ma il bene giuridico “vita” «che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente (cass. n. 1633 del 2000; n. 7632 del 2003; n. 12253 del 2007). … E poiché una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva (non dalla natura personalissima del diritto leso, … ma) dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo (cass. n. 4991 del 1996)». Viene così affermato che il diritto al risarcimento del danno c.d. tanatologico (danno da morte immediata) è privo di legittimo titolare in quanto, nel momento in cui si realizza il pregiudizio, l’unico legittimo titolare viene a mancare. Le Sezioni Unite ricordano come la dottrina definisca questo argomento come ‘epicureo’ «in quanto riecheggia le affermazioni di Epicuro contenute nella Lettera sulla felicità a Meneceo».

Il secondo.

Non è possibile richiamare la coscienza sociale che «non è criterio che possa legittimamente guidare l’attività dell’interprete del diritto positivo, … secondo l’orientamento che queste sezioni unite intendono confermare, la morte provoca una perdita, di natura patrimoniale e non patrimoniale, ai congiunti che di tal perdita sono risarciti, mentre non si comprende la ragione per la quale la coscienza sociale sarebbe soddisfatta solo se tale risarcimento, oltre che ai congiunti (per tali intendendo tutti i soggetti che, secondo gli orientamenti giurisprudenziali attuali, abbiano relazioni di tipo familiare giuridicamente rilevanti, con la vittima) per le perdite proprie, fosse corrisposto anche agli eredi (e in ultima analisi allo Stato)».

Il terzo.

La Suprema Corte prosegue sostenendo che «Ulteriore rilievo, frequente in dottrina, è che sarebbe contraddittorio concedere onerosi risarcimenti dei danni derivanti da lesioni gravissime e negarli del tutto nel caso di illecita privazione della vita, con ciò contraddicendo sia il principio della necessaria integralità del risarcimento che la funzione deterrente che dovrebbe essere riconosciuta al sistema della responsabilità civile e che dovrebbe portare a introdurre anche nel nostro ordinamento la categoria dei danni punitivi. L’argomento (“è più conveniente uccidere che ferire”), di indubbia efficacia retorica, è in realtà solo suggestivo, perché non corrisponde al vero che, ferma la rilevantissima diversa entità delle sanzioni penali, dall’applicazione della disciplina vigente le conseguenze economiche dell’illecita privazione della vita siano in concreto meno onerose per l’autore dell’illecito di quelle che derivano dalle lesioni personali, essendo indimostrato che la sola esclusione del credito risarcitorio trasmissibile agli eredi, comporti necessariamente una liquidazione dei danni spettanti ai congiunti di entità inferiore».

Il quarto.

Non sarebbe possibile far leva sul rilievo che l’evento stesso, salve rare eccezioni, «precede sempre cronologicamente la morte cerebrale, ponendosi come eccezione a tale principio della risarcibilità dei soli “danni conseguenza”»; si rischierebbe di far confluire il bene giuridico “salute” in quello “vita” quando, invece, vanno tenuti perfettamente distinti.

E così, alla luce degli argomenti come sopra individuati, le Sezioni Unite, con la sentenza in commento, hanno affermato che, in caso di morte immediata o che intervenga entro brevissimo tempo alle lesioni, non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis.

Nel giudizio di regolamento di confini, il ricorso alle indicazioni delle mappe catastali costituisce un sistema di accertamento di carattere sussidiario

Corte di Cassazione, Sez. II, 19.11.2015 n. 23682

Gli Ermellini, con riferimento ad un giudizio di regolamento di confini, “che ha per oggetto l’accertamento di un confine obiettivamente e soggettivamente incerto tra due fondi”, inserendosi nel solco di un orientamento costante ed uniforme, hanno motivato nel senso che “il giudice ha un ampio potere di scelta e di valutazione dei mezzi probatori acquisiti al processo, in ordine ai quali il ricorso alle indicazioni delle mappe catastali costituisce un sistema di accertamento di carattere meramente sussidiario, al quale, cioè, si pone riferimento solo in assenza di altri elementi idonei alla determinazione del confine”.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso della parte, soccombente in primo e secondo grado, che aveva denunciato che la sentenza, in violazione dell’art. 950 cod. civ., aveva attribuito rilevanza decisiva alle indicazioni delle mappe catastali, che peraltro erano in contrasto con quanto emerso dal frazionamento allegato e richiamato negli atti di acquisto, le cui risultanze erano confortate dalle deposizioni testimoniali e dalla documentazione, che il ricorrente sosteneva, tanto le une quanto l’altra, non essere state esaminate dai Giudici di merito.

Nella parte motiva gli Ermellini hanno, quindi, precisato che la sentenza della Corte territoriale “nel recepire acriticamente le risultanze della consulenza, ha omesso di esaminare e valutare gli elementi emersi dalle deposizioni testimoniali, alla stregua dei quali avrebbe potuto (e dovuto) essere svolta o integrata l’indagine dell’ausiliario nella determinazione del confine e, quindi, nella esatta estensione dei fondi. Ed invero, non sono state in alcun modo verificate le circostanze riferite dai testi sulla costruzione del muro realizzato dal convenuto sul confine ovvero ancora sulle indicazioni in proposito contenute nei progetti allegati alle domanda di concessione edilizia. Appare veramente apodittica e incomprensibile la affermazione secondo cui la rappresentazione catastale sarebbe espressione della volontà delle parti, quando, come si è visto, questa era consacrata nei rogiti di acquisto in cui la estensione dei fondi era difforme da quella catastale e che era stata determinata a seguito di variazioni disposte dall’Ufficio”.

Da ciò è conseguito l’accoglimento del ricorso.

Si tratta, comunque e come sopra cennato, di una decisione che si inserisce nel solco di un orientamento conforme. Infatti, sulla funzione sussidiaria delle mappe catastali è intervenuta più volte la Suprema Corte precisando (Sezione II, 06.11.2014, n. 23695) che il frazionamento evincibile dai titoli di provenienza, anche se semplicemente richiamato, costituisce elemento utile per stabilire la linea di confine tra fondi limitrofi “Secondo l’orientamento di questa Corte, infatti, in tema di azione di regolamento di confini, per l’individuazione della linea di separazione fra fondi limitrofi la base primaria dell’indagine del giudice di merito è costituita dall’esame e dalla valutazione dei titoli d’acquisto delle rispettive proprietà; solo la mancanza o l’insufficienza di indicazioni sul confine rilevabile dai titoli, ovvero la loro mancata produzione, giustifica il ricorso ad altri mezzi di prova, ivi comprese le risultanze delle mappe catastali (Cass. 9-10-2006 n. 21686; Cass. 15-11-2007 n, 23720; Cass. 6-5-2013 n. 10501)” ed ancora (Sezione II, sentenza n. 19093/2012), che l’azione di regolamento di confini può essere definita dal giudice mediante i rilievi compiuti sul terreno e sulla base del piano regolatore.

In altri e più chiari termini, l’art. 950 cod. civ. consente al Giudice di ricorrere al sistema di accertamento mediante le mappe catastali solo in caso di obiettiva ed assoluta mancanza di prove idonee a determinare il confine in modo certo, in quanto in tale materia le mappe catastali costituiscono solo un elemento probatorio di carattere suppletivo.

Pertanto, quando gli altri elementi probatori permettono l’individuazione del confine reale, tali elementi prevalgono sui dati tratti dalle mappe catastali ed il riferimento ad esse deve ritenersi non necessario.

Va indennizzata la straniera che ignorava di non poter convolare a nozze con un cittadino italiano solo separato

Corte di Appello di Palermo, Sez. I Civ., 26.05.2015, n. 786

La materia devoluta alla Corte di Appello è circoscritta all’indennizzo, richiesto da una signora, di origini rumene (parte appellante), previsto ai sensi dell’art. 129 bis cod. civ., indennizzo che il primo Giudice le aveva negato – nonostante avesse dichiarato la nullità del matrimonio celebrato a Bucarest tra la signora ed un cittadino italiano, avendo accerto la violazione dell’art. 86 cod. civ. per il fatto che il cittadino italiano era già legato da precedente matrimonio – sul presupposto che i testimoni escussi avevano concordemente riferito che la signora era a conoscenza dello stato di ‘separato’ del futuro marito, a conferma, pertanto, dell’assenza del requisito della buona fede della stessa.

I Giudici della Corte di Appello, anch’essi sulla base delle testimonianze escusse, hanno rilevato invece che, se anche la signora era al corrente del precedente matrimonio del futuro marito e della sua conseguente condizione di ‘separato’, nessuno dei testi aveva confermato che la donna fosse a conoscenza della circostanza che in Italia la sola separazione legale non permette ai coniugi di passare a nuove nozze, essendo necessaria la dichiarazione di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, e del fatto che il futuro marito non aveva ancora ottenuto il divorzio.

Nel delineato contesto la Corte territoriale ha accolto l’appello sulla base delle seguenti considerazioni: i) ignoranza della donna in ordine alle regole previste dall’Ordinamento italiano per convolare a nuove nozze; ii) rassicurazioni offertole in tale prospettiva dall’uomo che stava per sposare.

Peraltro, hanno precisato i giudici di secondo grado, “L’intenzione della H. [parte appellante] di trasferirsi in Italia con le figlie, di cui hanno parlato chiaramente i testi, inoltre, milita nel senso della sua effettiva ignoranza circa lo stato libero del R., che altrimenti non troverebbe giustificazione la contrazione di un matrimonio nullo in radice e perciò inidoneo a garantire alla prole quella stabilità che la donna stava invece cercando”.

Peraltro, la Corte di Appello ha evidenziato la circostanza che, appena un mese prima del matrimonio, l’uomo aveva depositato presso il Comune di residenza un’istanza di “autorizzazione a potere contrarre matrimonio con la sig.ra H.A.“, autorizzazione negata, ma di quel parere la signora non era stata informata, ciò a valere come dimostrazione della malafede dell’uomo e della buona fede della donna.

Secondo la Corte territoriale, non potevano esservi dubbi in ordine alla circostanza che l’uomo era assolutamente consapevole della mancanza del suo stato libero, e proprio l’esito negativo della richiesta di autorizzazione al matrimonio rivolta al comune di residenza avrebbe dovuto indurlo ad informarsi circa le ragioni del rifiuto, “utilizzando gli strumenti culturali dell’uomo medio e, nello specifico, di un laureato in medicina e chirurgia che esercitava regolarmente la professione di medico); mentre per altro verso non v’è prova che la H. fosse stata informata almeno in prossimità del matrimonio, dal R. o da altri (ma nessun altro, oltre al R., avrebbe in realtà potuto informarla, visto che la stessa si trovava in Romania ed era impegnata nei preparativi di nozze, celebrate con ampio coinvolgimento di amici e familiari, come risulta dalle festose fotografie in atti), circa l’assenza di autorizzazione da parte del Comune di Misilmeri e circa la scoperta del radicale impedimento alla celebrazione di un matrimonio valido. Dovendosene pertanto inferire la mala fede del R. e la buona fede – che peraltro nella specifica materia è oggetto di presunzione e richiede perciò una ben precisa prova contraria – della H”.

Giusto, quindi, il riconoscimento dell’indennizzo alla signora.

Depenalizzazione: i reati abrogati

Il Consiglio dei ministri, nella seduta n. 90 del 13 novembre 2015, sul filo di lana (la scadenza era fissata per martedì 17 novembre 2015), su proposta del Ministro della giustizia, ha approvato, in esame preliminare, due schemi di decreto legislativo che riguardano norme in materia di depenalizzazione e norme che abrogano reati e introducono illeciti con sanzioni pecuniarie civili, dando corso alla delega contenuta nella legge n. 67/2014.

Con il primo decreto legislativo si provvede a depenalizzare i reati sanzionati con la sola pena pecuniaria contenuti in leggi speciali e di alcuni previsti dal Codice Penale. A titolo esemplificativo, e come si vedrà in appresso, gli atti osceni e quelli contrari alla pubblica decenza, le pubblicazioni e gli spettacoli osceni, l’abuso della credulità popolare, le rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive.

Nel secondo decreto trova spazio l’abbinamento della misura pecuniaria civile al risarcimento del danno per una serie di reati. La persona offesa potrà così ricorrere al giudice civile per ottenere, appunto, il risarcimento del danno. Il magistrato, accordato l’indennizzo, per alcuni illeciti stabilirà anche una sanzione pecuniaria che sarà incassata dall’erario dello Stato. Il catalogo degli illeciti civili comprende, come appresso si vedrà, l’ingiuria, il furto del bene da parte di chi ne è comproprietario e quindi in danno degli altri comproprietari, l’appropriazione di cose smarrite: per questo gruppo di illeciti la sanzione va da cento a ottomila euro.

Nella nota diffusa dal Ministero della Giustizia si legge quanto segue: “Si tratta di provvedimenti sostenuti a gran voce da magistratura e avvocatura e che rispondono agli obiettivi di avere innanzitutto sanzioni più rapide, incisive ed efficaci, producendo quindi entrate che vengono effettivamente incassate dallo Stato e risparmi per i costi dei tanti procedimenti; decongestionare la giustizia penale da migliaia e migliaia di procedure lunghe, spesso inutili e costose; assicurare una più efficace repressione dei reati socialmente più gravi“.

Il principio alla base delle nuove norme prevede che quando l’offesa sia tenue e segua ad un comportamento non abituale, lo Stato possa decidere di non punire e demandare alla sede civile la relativa tutela. La risposta sanzionatoria dovrà quindi tenere conto dell’entità dell’offesa, delle circostanze del fatto, della personalità dell’autore e della natura del bene tutelato. Dunque il danno od il pericolo cagionato dovranno essere esigui e non deve trattarsi di un delinquente abituale, professionale o per tendenza, né aver commesso altri reati della stessa indole.

  1. L’elenco ufficiale dei reati che divengono illeciti amministrativi è il seguente:
    1. tutti i reati non contenuti nel codice penale puniti con la sola pena pecuniaria (multa o ammenda);
    2. atti osceni in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, se il fatto avviene con dolo;
    3. pubblicazioni e spettacoli osceni;
    4. rifiuto di prestare la propria opera in occasione di un tumulto;
    5. abuso della credulità popolare;
    6. rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive;
    7. atti contrari alla pubblica decenza;
    8. guida senza patente;
    9. noleggio di materiale coperto da copyright;
    10. installazione e uso di impianti abusivi di distribuzione carburante;
    11. omesso versamento di ritenute previdenziali entro la somma di € 10.000,00.

I reati sopra ricordati verranno puniti ora con la sola sanzione amministrativa, che potrà andare, a seconda della norma violata, da 5.000 a 15.000 Euro per le contravvenzioni punite con l’arresto fino a sei mesi, da 5.000 a 30.000 Euro per le contravvenzioni punite con l’arresto fino a un anno, da 10.000 a 50.000 Euro per i delitti e le contravvenzioni puniti con un pena detentiva superiore ad un anno.

Giova rilevare, nel delineato contesto, quanto le nuove sanzioni pecuniarie superino le vecchie multe ed ammende, e ciò avrà, o almeno ci si augura, una maggiore efficacia deterrente.

Nonostante si tratti di reati puniti con la sola pena della multa, il Governo ha scelto invece di non depenalizzare i reati di minaccia ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose.

Valgano le seguenti ulteriori considerazioni, con riferimento ai sopra richiamati reati.

  1. b) atti osceni

Gli atti osceni in luogo pubblico (o aperto o esposto al pubblico), ex art. 527, primo comma, cod. pen., saranno puniti con una sanzione pecuniaria di massimo 30 mila Euro, invece dei tre anni di carcere. Sempre, però, che non ricorra la circostanza aggravante prevista dal secondo comma dello stesso articolo (fatto commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano).

  1. c) pubblicazioni e spettacoli osceni

Previsto dall’articolo 528 cod. pen., ma limitatamente alle ipotesi di cui al primo e al secondo comma. Subirà soltanto una sanzione amministrativa chi, allo scopo di farne commercio o distribuzione o di esporli pubblicamente, fabbrica, introduce in Italia, acquista, detiene, esporta, o mette in circolazione scritti, disegni, immagini od altri oggetti osceni di qualsiasi specie, nonché chi fa commercio, anche se clandestino, degli stessi oggetti prima indicati o li distribuisce o espone pubblicamente. Costoro erano sino ad oggi puniti con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa non inferiore a 103 Euro.

  1. d) rifiuto di prestare la propria opera in occasione di un tumulto

Viene depenalizzato l’articolo 652 cod. pen., attualmente punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 Euro e con l’arresto da uno a sei mesi o con l’ammenda da 30 Euro a 619 Euro se il colpevole dava informazioni od indicazioni mendaci. Nel primo caso si applicherà la sanzione pecuniaria da 5 a 18 mila Euro, mentre nella seconda ipotesi da 6 a 18 mila Euro.

  1. e) l’abuso della credulità popolare

L’abuso della credulità popolare (art. 661 cod. pen.), attualmente punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 1.032 Euro, diventa sanzione amministrativa, che passa tuttavia da 5 mila a 15 mila Euro.

  1. f) rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive

Diventa sanzione amministrativa il reato previsto dall’art. 668 cod. pen., che puniva con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 309 Euro chi recitava in pubblico drammi o altre opere o dava in pubblico produzioni teatrali di qualunque genere, senza averli prima comunicati all’autorità oppure chi faceva rappresentare in pubblico pellicole cinematografiche, non sottoposte prima alla revisione dell’autorità. La sanzione era congiunta se il fatto era commesso contro il divieto dell’autorità

  1. g) atti contrari alla pubblica decenza

Diviene sanzione amministrativa il reato previsto dall’art. 726 cod. pen., che puniva con l’arresto fino ad un mese o con l’ammenda da 258 a 2.582 Euro chi, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compiva atti contrari alla pubblica decenza. Giova segnalare che la Suprema Corte fin dal 1978 più volte si è occupata della violazione di detta norma per stabilire se era reato o no il seno nudo in spiaggia, giungendo anche a conclusioni diametralmente opposte di talché è agevole credere che la depenalizzazione di detto reato verrà accolta molto favorevolmente dai naturisti.

  1. h) guida senza patente

L’art. 116, comma 15, del CdS prevede che “Chiunque conduce veicoli senza aver conseguito la corrispondente patente di guida e’ punito con l’ammenda da 2.257 euro a 9.032 euro; la stessa sanzione si applica ai conducenti che guidano senza patente perché revocata  o non rinnovata per mancanza dei requisiti fisici e psichici …[…]”. Per effetto della riforma (art. 1 del decreto legislativo sulla depenalizzazione) non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa pecuniaria tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda. Sempre l’articolo 1 impone, tuttavia, un altro controllo, ovverosia impone di verificare se la violazione considerata non sia elencata tra le norme che vengono escluse dalla depenalizzazione e che sono individuate in un allegato al decreto. In questo caso il CdS non è contenuto nell’allegato e quindi si applica la depenalizzazione. A voler verificare il livello sanzionatorio, consultando la tabella riportata al comma 5 dell’articolo 1 dello schema di decreto legislativo, si evince che si dovrà applicare la sanzione da 5 mila a 30 mila Euro. Conseguentemente, la derubricazione in illecito amministrativo comporta un incremento della sanzione pecuniaria.

  1. i) noleggio di materiale coperto da copyright

Diviene sanzione amministrativa il reato previsto dall’art. 171 quater, che, nella versione attuale, punisce con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da Euro 516 ad Euro 5.164 chiunque, abusivamente ed a fini di lucro, conceda in noleggio o in uso originali, copie o supporti lecitamente ottenuti di opere tutelate dal diritto di autore nonché chi esegue la fissazione su supporto audio, video o audiovideo delle prestazioni artistiche. Per effetto della riforma, la sanzione amministrativa aumenta da 5 mila a 30 mila Euro.

  1. j) installazione e uso di impianti abusivi di distribuzione carburante

Diviene sanzione amministrativa il reato previsto dall’articolo 16, quarto comma, del decreto-legge 26 ottobre 1970, n. 745, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 1970, n. 1034, che puniva con l’arresto da due mesi a due anni o con l’ammenda da 51 a 516 euro l’installazione o l’esercizio di impianti di distribuzione automatica di carburanti per uso di autotrazione in mancanza di concessione.

  1. k) omesso versamento di ritenute previdenziali entro la somma di € 10.000,00

Si segnala in particolare, per i suoi benefici effetti sui tempi della giustizia penale, la riforma del reato di omesso versamento delle somme trattenute dal datore di lavoro come contribuiti previdenziali ed assistenziali e a titolo di sostituto di imposta, nel caso in cui l’importo non superi 10.000,00 Euro annui. Il datore di lavoro non sarà punito nemmeno sul piano amministrativo nel caso provveda al versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione. Saranno previste: sanzioni amministrative da 5mila a 15mila euro per le contravvenzioni punite con l’arresto fino a sei mesi, da 5mila a 30mila euro per le contravvenzioni punite con l’arresto fino a un anno, da 10mila a 50mila per i delitti e le contravvenzioni puniti con un pena detentiva superiore ad un anno.

  1. L’elenco ufficiale dei reati che divengono illeciti civili, oltre ai già annunciati reati di ingiuria, falsità in scrittura privata ed altri reati in materia di scritture private, appropriazione di cose smarrite e furto del bene da parte di un comproprietario in danno degli altri, contiene a sorpresa anche il reato di danneggiamento semplice. Sono stati esclusi alcuni reati di occupazione di beni immobili privati, quali l’usurpazione di immobili, l’invasione di terreni o edifici, la deviazione di acque e modifica dello stato dei luoghi.

Per detti reati la persona offesa non dovrà più proporre querela, ma richiedere al giudice civile competente il risarcimento del danno.

Il giudice dovrà inoltre punire il colpevole con una sanzione pecuniaria:

– da 100 a 8000 Euro per i reati di ingiuria, furto di un comproprietario, danneggiamento, appropriazione di cose smarrite;

– da 200 a 12000 Euro per gli illeciti relativi all’uso di scritture private falsificate o la distruzione di scritture private.

Le nuove sanzioni si applicheranno anche ai reati commessi precedentemente all’entrata in vigore dei nuovi decreti, a meno che il processo penale non si sia già concluso con una sentenza irrevocabile.

III.      In ogni caso resta escluso dal provvedimento un decalogo di reati che, pur prevedendo la sola pena della multa o dell’ammenda, tutelando rilevanti interessi, sono ritenuti di particolare importanza e delicatezza, ovverosia: 1) edilizia e urbanistica; 2) ambiente, territorio e paesaggio; 3) alimenti e bevande; 4) salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; 5) sicurezza pubblica; 6) giochi d’azzardo e scommesse; 7) armi ed esplosivi; 8) elezioni e finanziamento ai partiti; 9) proprietà intellettuale e industriale.

La consegna dei lavori negli appalti pubblici

Corte di Cassazione, Sez. I Civ., 29.10.2015 n. 22112

La Suprema Corte torna sull’argomento, nella materia dei lavori pubblici, riguardante la consegna dei lavori e, in particolare, la ‘mancata consegna’ degli stessi.

Gli Ermellini, ribadendo un principio già espresso in precedenti sentenze, hanno chiarito che l’inadempimento dell’Amministrazione appaltante – che non effettua la consegna dei lavori – è fonte di responsabilità contrattuale nei confronti dell’Impresa appaltatrice che, tuttavia, perché gli possa venire riconosciuto il diritto al risarcimento del danno conseguente alla mancata consegna, deve preventivamente esercitare la facoltà di recesso ché, diversamente, si presume abbia considerato ancora eseguibile il contratto, senza ulteriori oneri a carico della Stazione appaltante. Nel caso l’Impresa appaltatrice non eserciti il recesso, a nulla valgono eventuali atti di costituzione in mora così come l’iscrizione di apposite riserve.

La vertenza prende le mosse dalla sentenza del Tribunale che, in accoglimento delle domande proposte dalla Impresa appaltatrice, aveva dichiarato risolto il contratto di appalto per inadempimento della Stazione appaltante, in considerazione della mancata consegna effettiva dei lavori, condannando quest’ultima al risarcimento dei danni.

La sentenza del Tribunale è stata impugnata da parte della Stazione appaltante dinanzi alla Corte di Appello, deducendosi l’inapplicabilità della norma del codice civile sulla risoluzione del contratto per inadempimento (art. 1453 cod. civ.), dovendo, invece, trovare applicazione la norma speciale di cui all’art. 10 del Capitolato Generale d’Appalto approvato con D.P.R. 16.06.1962, n. 1063, che attribuisce all’appaltatore esclusivamente la facoltà di chiedere di recedere dal contratto, con potere di decisione in capo all’Amministrazione.

Il ragionamento offerto da parte appellante si inserisce nel solco di un principio riconosciuto valido dalla dottrina e dalla giurisprudenza, secondo cui negli appalti pubblici regolati dal C.G.A. approvato con il D.P.R. n. 1063 del 1962, la consegna dei lavori costituisce obbligo dell’Amministrazione appaltante, il cui inadempimento, però, è disciplinato in modo diverso rispetto alle norme del codice civile, nel senso che non conferisce all’appaltatore il diritto di risolvere il contratto (né con domanda ai sensi dell’art. 1453 cod. civ., né a seguito di diffida ad adempiere ai sensi dell’art. 1454 cod. civ.), né di avanzare pretese risarcitorie, ma gli attribuisce, invece, in base alla norma speciale del richiamato art. 10, la sola facoltà di presentare istanza di recesso dal contratto, al mancato accoglimento della quale consegue il sorgere di un diritto al compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo; di talché il riconoscimento all’appaltatore di un diritto al risarcimento può venire in considerazione soltanto se egli abbia preventivamente esercitato tale facoltà di recesso, dovendosi altrimenti presumere che abbia considerato ancora eseguibile il contratto. In altri e più chiari termini, il recesso non si configura come un diritto potestativo ma è subordinato alla accettazione dello stesso da parte dell’Amministrazione: e cioè (i) se l’istanza viene accolta, l’appaltatore ha diritto al rimborso delle spese di contratto e delle altre spese effettivamente sostenute; (ii) se invece l’istanza non viene accolta e si procede, tardivamente, alla consegna dei lavori, l’appaltatore ha diritto ad un compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo, previa iscrizione della corrispondente riserva per i maggiori oneri derivanti dal ritardo medesimo.

La Corte territoriale ha rigettato l’appello giudicando la Stazione appaltante gravemente inadempiente all’obbligo di consegna effettiva dei lavori ed inapplicabile il Capitolato Generale d’Appalto in caso di inadempimento dell’Amministrazione.

A questo punto, adìta la Suprema Corte, il ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 10, ottavo comma, del C.G.A., approvato con D.P.R. n.1063/1962, richiamato dal Capitolato Speciale allegato al contratto di appalto, per avere la Corte di Appello applicato la normativa di diritto privato, ignorando che la norma speciale prevede unicamente la facoltà dell’appaltatore di chiedere di recedere dal contratto.

La Suprema Corte, ritenendo fondato il motivo di gravame, ribadisce, con la sentenza in commento, che: «Negli appalti pubblici la “consegna dei lavori” all’appaltatore, che è un momento essenziale ai fini della realizzazione dell’opera, si configura come un obbligo della P.A. il cui inadempimento (ancorché diversamente disciplinato rispetto alle norme del codice civile) è fonte di responsabilità contrattuale, in quanto il dovere di collaborazione dell’Amministrazione non perde la sua natura contrattuale solo perché derivante dalla legge, la quale, al contrario, è una delle fonti di integrazione del contratto (art.1374 c.c.). Tale inadempimento, tuttavia, non conferisce all’appaltatore il diritto di risolvere il rapporto a norma degli art. 1453 e 1454 c.c., né di avanzare pretese risarcitorie, ma gli attribuisce la sola “facoltà” di presentare istanza di recesso dal contratto, per il mancato accoglimento della quale sorge un diritto al compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo, oltre ad un congruo prolungamento del termine originariamente convenuto [..]. Il riconoscimento di un diritto al risarcimento del danno può venire in considerazione solo se l’appaltatore abbia preventivamente esercitato la facoltà di recesso, dovendosi altrimenti presumere che egli abbia considerato ancora eseguibile il contratto, senza ulteriori oneri a carico della stazione appaltante, non rilevando, quando non sia stato esercitato il recesso, la costituzione in mora del committente e l’iscrizione di riserva a verbale [..].Questa Corte ha precisato che si deve escludere una differenza di disciplina tra la mancata consegna (o il ritardo nella consegna di tutti i lavori) e la consegna parziale, in quanto in entrambi i casi trova applicazione il citato art. 10, co. 8, del d.P.R. del 1962, secondo cui l’appaltatore può scegliere se chiedere il recesso dal contratto, acquisendo il diritto al rimborso dei maggiori oneri ove la sua istanza venga rigettata, ovvero proseguire nel rapporto con la sola esclusione della sua responsabilità per l’eventuale conseguente ritardo nel completamento dell’opera (v. Cass. n. 2983/2013, n.6198/2005)».

Ha errato dunque la Corte di Appello, precisano gli Ermellini, a dichiarare risolto il contratto per inadempimento della Stazione appaltante ed a condannare l’Amministrazione al risarcimento, senza aver verificato se l’appaltatore aveva, o no, proposto istanza di recesso, attivando il meccanismo previsto dalla legge in caso di tardiva, mancata od incompleta consegna dei lavori.

In conclusione, l’inadempimento della Stazione appaltante non conferisce all’Impresa appaltatrice la facoltà di risolvere il rapporto ex artt. 1453 e 1454 c.c. e di accampare pretese risarcitorie, ma consente all’Impresa esclusivamente di esercitare l’istanza di recesso dal contratto e, solo in caso di mancato accoglimento della stessa da parte della Stazione appaltante, sorge, in capo all’Impresa, il diritto al compenso per i maggiori oneri che dipendano dal ritardo nella consegna da parte della Stazione appaltante, oltre che ad un congruo prolungamento del termine, originariamente convenuto, per completare i lavori.