Mese: ottobre 2015

Nullo l’accertamento a carico del professionista che giustifica la prestazione gratuita come un incremento della clientela

Cassazione Civile, Sezione Tributaria, 28.10.2015, n. 21972

Con la sentenza in commento la Suprema Corte, in Sezione Tributaria, ha respinto il ricorso presentato dalla Agenzia delle Entrate nei confronti di un Consulente Fiscale che aveva gratuitamente svolto la propria prestazione professionale – consistente, nella specie, nell’invio di n.71 dichiarazioni dei redditi – in quanto “finalizzata all’incremento della clientela”.

La Commissione Tributaria Regionale, con sentenza confermata e resa definitiva in sede di legittimità – in una controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento relativo ad IVA, IRPEF ed IRAP dovute per l’anno di imposta 2001, in relazione alla attività professionale di consulente, a seguito di contestazione di compensi non registrati e fatturati – aveva riformato la decisione di primo grado con cui era stato respinto il ricorso del contribuente, in particolare sulla base della circostanza che, a fronte “di una corretta contabilità tenuta dal contribuente…congrua e coerente”, era giustificata “l’asserita gratuità dell’opera svolta in favore dei 71 soggetti, peraltro indicati dallo stesso contribuente, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi”, nonché del fatto che “il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza” e della accertata circostanza che l’attività svolta in loro favore era tesa esclusivamente all’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi nonché finalizzata “all’incremento della clientela”.

La Sezione Tributaria della Suprema Corte ha ritenuto la decisione dei giudici di appello, sopra precisata, resa “con motivazione congrua e non contradditoria, plausibile”, ed ha quindi stabilito che il Fisco non può accertare l’omessa dichiarazione dei compensi da parte, nella specie, di un commercialista, sulla base della rilevazione di prestazioni consistenti nella semplice trasmissione di dichiarazioni dei redditi (di circa una settantina di persone fisiche), a cui non aveva fatto riscontro alcuna emissione di parcella, e quindi alcun ricavo dichiarato, ove il professionista adduca trattarsi di prestazioni gratuite rese ai soci delle società, la cui contabilità era a lui affidata, nonché ad altri soggetti che potrebbero portare ad un ‘incremento della clientela’.

La Cassazione ha, in altri e più chiari termini, stabilito che era “plausibile” l’invocata gratuità delle prestazioni, tenuto conto degli asseriti rapporti di parentela e di amicizia nonché del fatto che nel 70% dei casi contestati si trattava di soci di società che avevano affidato la tenuta della contabilità al professionista e che avevano a questi corrisposto un compenso che inglobava già dette prestazioni individuali ai soci, sicché la semplicità di tali prestazioni rendeva, appunto, verosimile l’assunto della gratuità delle stesse.

Nel delineato contesto, non si può non tenere presente, tuttavia, la fattispecie della antieconomicità della attività professionale, che può configurarsi in caso di eccessive prestazioni gratuite; al riguardo, un cenno merita l’orientamento – costante – della Suprema Corte (Cass. Civ., 29.01.2008 n.1915) secondo cui, ove il contribuente sostenga di aver svolto prestazioni a titolo gratuito o ad un importo che l’ufficio delle Entrate ritiene di dover sindacare in quanto non ritenuto congruo, è legittimo l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate che ha assoggettato a tassazione i compensi non dichiarati, essendosi in presenza di un comportamento manifestamente antieconomico.

La linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito è data da più fattori, quali la fattispecie concreta, la rilevanza e le dimensioni della attività, i rapporti tra il contribuente ed il cliente, la costanza con cui tale comportamento viene posto in essere; si tratta di una valutazione di fatto, demandata al prudente apprezzamento del giudice di merito il quale, per poter annullare l’atto impositivo, deve comunque specificare per quali motivi, nel caso di specie, l’antieconomicità non è sintomatica di violazioni tributarie.

Senza tema di smentita, si può concludere affermando che le prestazioni gratuite sono, e restano, ad alto rischio.

É il conduttore, e non già il locatore, responsabile dei danni causati dalla rottura di un tubo esterno all’impianto murario

Cassazione Civile, Sezione III, 27.10.2015, n. 21788

Con la sentenza in commento la Suprema Corte ritorna sull’argomento relativo alla individuazione del soggetto – tra locatore e conduttore – responsabile dei danni causati dalla fuoriuscita di acqua, e delle conseguenti infiltrazioni, da un tubo flessibile esterno all’impianto idrico, con la precisazione che detta responsabilità è diversa, appunto, a seconda che gli impianti siano esterni od interni.

Gli Ermellini, con la citata decisione, riportandosi ad un orientamento uniforme (Cass. Civ., n.13881/2010), in tema di danni da cose in custodia, ribadiscono che, ai fini della configurabilità della responsabilità ex art. 2051 cod. civ., “occorre la sussistenza del rapporto di custodia con la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, rapporto che postula l’effettivo potere sulla stessa, e cioè la sua disponibilità giuridica e materiale, con il conseguente potere di intervento su di essa”.

Conseguentemente, il proprietario dell’immobile locato, conservando la disponibilità giuridica e quindi la custodia delle strutture murarie e degli impianti in esse conglobati, è responsabile in via esclusiva, ai sensi degli artt. 2051 e 2053 cod. civ., dei danni arrecati a terzi da tali strutture ed impianti; grava invece sul solo conduttore, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., la responsabilità per i danni arrecati a terzi dagli accessori e dalle altre parti del bene locato, di cui il predetto acquista la disponibilità, “con facoltà ed obbligo di intervenire onde evitare pregiudizi ad altri (Cass. n. 24737/2007)” [in senso conforme, Cass. Civ., 09.06.2010, n. 13881; e ancora, Cass. Civ., Sez. III, 28.11.2007, n. 24737 precisando che, tra le riparazioni a carico dell’inquilino, rientrano anche quelle relative alla rottura di elementi ‘esterni’ dell’impianto idrico per la cui sostituzione non occorre intervenire nelle opere murarie (nella specie si trattava della rottura del tubo flessibile del bidet: la serpentina è un tubo pieghevole non inglobato nell’impianto interno idrico, per la cui sostituzione non occorre intervenire nelle opere murarie e, di conseguenza, è sotto la vigilanza del conduttore-inquilino che sarà responsabile dei relativi danni)].

In altri e più chiari termini, con riguardo alle altre parti ed accessori del bene locato, rispetto alle quali il conduttore acquista detta disponibilità, con facoltà ed obbligo di intervenire onde evitare pregiudizio ad altri, la responsabilità verso questi ultimi, secondo le previsioni dell’art. 2051 cod. civ., grava soltanto sul conduttore medesimo (nello stesso senso, Cass. Civ., n.16422/2011). Dunque, il conduttore, acquistando la disponibilità delle altre parti dell’immobile (tra cui gli elementi esterni degli impianti, facilmente ispezionabili e sostituibili senza necessità di demolizioni) è responsabile, in via esclusiva, verso i terzi, dei danni da queste cagionati.

È quindi il conduttore, e non già il locatore, responsabile per i danni causati all’appartamento sottostante, per la fuoriuscita d’acqua, con conseguenti infiltrazioni, da un tubo flessibile esterno all’impianto idrico e sostituibile senza necessità di intervento implicante demolizioni in quanto trattasi di un oggetto che non può essere qualificato come componente dell’impianto idrico interno.

Tutto quanto sopra argomentato, tornando alla fattispecie sottoposta alla attenzione della Suprema Corte con la decisione in commento, il conduttore, che peraltro aveva preso l’appartamento in locazione dopo essere stato disabitato per lungo tempo, aveva l’onere, prima di riattivare l’impianto idraulico, di fare tutti i controlli opportuni e necessari.

Corretto pertanto il risarcimento dei danni della vicina, posto interamente a carico del conduttore e non del proprietario.

Cartelle esattoriali: la notifica dell’atto prodromico, la richiesta di esercizio in autotutela, termini per impugnare

Chi riceve, nell’ambito di un procedimento di riscossione esattoriale, un determinato atto (ad esempio una cartella di pagamento), deve anzitutto verificare se ha ricevuto in precedenza la notifica dell’atto presupposto, ad esempio del verbale di accertamento (ovvero della multa) oppure dell’ordinanza del Prefetto che ha rigettato il ricorso e ingiunto il pagamento della multa.

Se la notifica è mancata, detti provvedimenti non possono costituire validi titoli esecutivi ed il contribuente ha l’onere di richiedere l’annullamento della cartella stessa. In altri e più chiari termini, se non viene mai notificato, al legittimo destinatario, l’atto a monte del procedimento (quello che i tecnici chiamano ‘atto prodromico’), gli eventuali atti notificati successivamente, anche se in modo corretto, sono nulli. Ciò vale non solo se lo ‘atto prodromico’ non venga mai notificato, ma anche se esso è stato notificato in modo irregolare, con riferimento alla completa compilazione della relata di notifica, o consegnato al soggetto sbagliato, nel posto diverso da quello della residenza, etc.

Se il contribuente non richiede l’annullamento, decade non solo dal potere di impugnare i suddetti provvedimenti, ma altresì dal potere di impugnare i successivi avvisi di mora di identico contenuto emessi dall’amministrazione al fine di sanare la sopravvenuta efficacia del primo, per mancato inizio dell’espropriazione nel termine di legge (in questo senso, Cass. Civ., Sez. V, 08.06.2007 n. 13483).

Quindi, il contribuente si rivolgerà all’ente creditore indicato nella cartella chiedendo di esibire l’originale della c.d. “relata di notifica” che, nella maggior parte dei casi, è costituita dalla cartolina di ritorno della raccomandata a/r firmata dal ricevente, avendo peraltro cura preliminarmente di verificare la circostanza della mancata consegna della raccomandata, potendo la stessa essere stata consegnata, ad esempio, a soggetti terzi (es. conviventi, portiere dello stabile, etc.) ovvero la notifica sia avvenuta per compiuta giacenza.

È evidente che, in caso di avvenuta notifica del verbale di accertamento ovvero dell’ordinanza prefettizia di ingiunzione, in mancanza di impugnazione, si forma un valido titolo esecutivo che giustifica la pretesa di pagamento di talché legittima risulta l’emissione della cartella esattoriale.

Motivi di opposizione eventuali, si distinguono in (i) vizi formali od (ii) errori di notifica della cartella medesima.

Per quanto riguarda i primi, occorre anzitutto verificare che nella cartella siano riportati informazioni e dati obbligatori (a titolo esemplificativo, in caso di multa, la data della avvenuta infrazione, la norma del CdS violata). Con riferimento ai secondi, è necessario verificare il rispetto dei termini prescrizionali stabili dalla legge, tenuto conto che, ai sensi dell’art. 28 della legge 24.11.1981, n. 689, il diritto a riscuotere le somme dovute per le multe si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata commessa la violazione, a meno che, nel frattempo, non siano intervenuti atti/fatti idonei ad interrompere il termine.

Unitamente a detti vizi, possono avvenire fatti ulteriori, come ad esempio la morte del trasgressore/contribuente (e l’obbligazione di pagare la multa non si trasmette agli eredi, ex art. 7 della richiamata legge n. 689/1981), ovvero la mancata risposta del Prefetto al ricorso, con conseguente accoglimento del ricorso medesimo, una contravvenzione per un’auto non intestata al destinatario.

E allora, cosa fare in questi casi, quando cioè si ritiene sussista un motivo di annullabilità di una cartella esattoriale ?

In questi casi la legge consente a chiunque, senza bisogno di difensori, di presentare un ricorso direttamente all’ufficio che ha emanato l’atto contestato o, in caso di grave inerzia, a quello gerarchicamente superiore. Si tratta di una normale richiesta, che non necessita di formule particolari purché inviata con raccomandata a.r..

Questo ricorso si chiama “autotutela” proprio perché rappresenta quel potere/dovere della amministrazione di tutelarsi dai suoi stessi errori e di correggere o annullare gli atti illegittimi, evitando inutili condanne giudiziali.

La presentazione di una richiesta in autotutela non garantisce l’accoglimento dell’istanza stessa, né sospende i termini del ricorso al giudice contro l’atto viziato, di talché sarebbe opportuno cautelarsi onde evitare l’eventualità che l’Amministrazione non risponda al ricorso o lo rigetti: poiché, in tal caso, l’atto – pur se viziato – diverrebbe definitivo e contro di esso non vi sarebbero più tutele. È buona regola, allora, tenere sempre sotto controllo i termini per presentare il ricorso in Tribunale e, in prossimità del loro scadere, in caso di mancata risposta o di rigetto dell’Amministrazione, avviare comunque la fase giudiziale. In alternativa, è consigliabile presentare, parallelamente alla richiesta di autotutela, anche il ricorso dinanzi al Tribunale per evitare che l’atto diventi definitivo.

Nel caso delle cartelle esattoriali, la richiesta di annullamento in autotutela va indirizzata:

  • all’Ente titolare della pretesa impositiva, che ha emesso l’atto e che ha poi dato al concessionario l’incarico di riscuoterlo (Amministrazione finanziaria, Comune, I.N.P.S., etc.);
  • all’Agente della riscossione, se si vuole contestare esclusivamente la legittimità del suo atto. È il caso, per esempio, in cui la cartella presenti vizi di forma della cartella esattoriale (per es., mancanza di firma del responsabile del procedimento; iscrizione ipotecaria per un credito inferiore a 8.000,00 euro).

Nel caso di contravvenzioni per violazioni del Codice della Strada, la richiesta va inoltrata anche alla Prefettura.

L’istanza in autotutela deve indicare: (i) l’atto di cui viene chiesto l’annullamento (totale o parziale); (ii) i motivi per cui si ritiene tale atto illegittimo e quindi annullabile, motivi che vanno documentati.

L’ufficio comunica, o dovrebbe comunicare al contribuente la propria decisione ma, in caso di silenzio, questo non va considerato come assenso al ricorso. L’annullamento dà diritto al rimborso delle somme eventualmente già riscosse.

Di seguito, un modello di ‘richiesta di esercizio in autotutela’.

All’Ufficio ___

Via ___

Cap ____ Città ____

Il/La sottoscritto/a _________ nato/a _________ il ________, residente a _________ via/piazza___________________________________________ tel._____________________________  email _____________________________ codice fiscale _______________________________________

[Questa parte deve essere compilata solo nel caso in cui la richiesta venga presentata per una ditta/società]

in qualità di titolare legale rappresentante altro (specificare) _______________________________

della ditta/società ______________________________________________________________________

con sede in via_______________________________città__________________________________ prov. ________codice fiscale/partita

PREMESSO CHE:

con ______ (l’avviso, la cartella di pagamento, contravvenzione, etc) n_____ del ___________ notificato/a il _________ codesto Ufficio ha chiesto il pagamento di Euro ___________ irrogando sanzioni per Euro ___________

CONSIDERATO CHE:

tale provvedimento appare illegittimo perché ____________ (indicare i motivi, specificare l’errore)

DICHIARA

(i) di essere informato che, ai sensi e per gli effetti D.Lgs n.196/2003, i dati personali raccolti saranno trattati, anche con strumenti informatici, esclusivamente nell’ambito del procedimento per il quale la dichiarazione viene resa; (ii) di essere consapevole che in caso di dichiarazioni false si rendono applicabili le sanzioni civili e penali previste per legge.

CHIEDE

a codesto Spett.le Ufficio, previa sospensione degli effetti dell’atto e riesame del provvedimento sopra indicato, di procedere al suo annullamento (o rettifica, specificare a seconda del caso).

Allegati:

  1. fotocopia dell’atto del quale si chiede l’annullamento;
  2. documentazione che comprovi l’illegittimità del documento (ricevute di pagamento, prove relative all’errore di persona, visure catastali, etc.);
  3. fotocopia del documento di riconoscimento.

Luogo e data ____

Firma (leggibile) ____

Da ultimo, un cenno ai termini per impugnare le cartelle di pagamento emesse da Equitalia, differenti a seconda sia del motivo per cui si intende impugnarle sia della natura dell’importo che l’Agente della riscossione chiede in pagamento.

1) Se la cartella si riferisce a sanzioni per violazioni del codice della strada:

trenta giorni per impugnarla (dinanzi al Giudice di Pace del luogo della violazione) se il motivo dell’impugnazione è la mancata notificazione del verbale;

venti giorni (dinanzi al Tribunale quale Giudice dell’esecuzione) se il motivo dell’impugnazione riguarda un vizio formale della cartella stessa (ad esempio, mancanza di firma della cartella, mancanza delle indicazioni del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo o di compilazione della cartella ecc.);

non ci sono limiti di tempo per impugnarla (dinanzi al Giudice di Pace del luogo in cui la cartella è stata notificata) qualora il cittadino eccepisca la prescrizione dell’importo per decorso di oltre cinque anni dalla notificazione del verbale.

2) Se la cartella si riferisce a contributi previdenziali Inps o Inail:

quaranta giorni per impugnarla (dinanzi al Tribunale del lavoro del luogo di residenza del contribuente) se il motivo di impugnazione si riferisce a vizi relativi al ruolo (tipico vizio è l’iscrizione a ruolo dell’importo al di là dei termini di decadenza previsti dalla legge);

venti giorni per proporre opposizione (dinanzi al Tribunale del Lavoro come sopra) se eccepirà vizi formali relativi alla cartella;

non ci sono limiti di tempo se viene sollevata l’eccezione di prescrizione del credito previdenziale (sempre dinanzi al Tribunale, sezione lavoro).

3) Se la cartella si riferisce a tasse o tributi statali o comunali:

sessanta giorni di tempo per impugnarla qualunque sia il vizio da sollevare e dovrà farlo dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale del luogo in cui ha sede l’Ente creditore.

Nessuna multa per chi risponde al cellulare mentre guida, nel caso di telefonata urgente

Un’automobilista, alla guida della propria auto, viene sorpresa dalle forze dell’ordine a rispondere al cellulare.

La ricorrente, adito il Giudice di Pace territorialmente competente, deduce che, in occasione dell’accertata infrazione, veniva raggiunta da una telefonata da parte del personale della casa di riposo, in cui era ricoverata la nonna, le cui condizioni di salute erano notevolmente peggiorate.

A sostegno del proprio assunto la ricorrente produce copia del certificato di morte della nonna, invocando l’esimente di cui all’art. 4 della legge 24.11.1981, n. 689, quale causa di esclusione della responsabilità, articolo che così recita: “Non risponde delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nello adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa. Se la violazione è commessa per ordine dell’autorità, della stessa risponde il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine”.

Il Giudice di Pace ha ritenuto lo stato di necessità invocato come compatibile con quanto richiesto dalla legge per la presenza dei requisiti individuati anche dalla Suprema Corte di Cassazione che ha più volte precisato che, anche in tema di infrazioni amministrative, lo stato di necessità contemplato dall’art. 4 della legge n. 689/1981 come causa di esclusione della responsabilità è ravvisabile solo in presenza di tutti gli elementi previsti dall’art. 54 c.p. – “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo” – incluso il danno grave alla persona.

Presupposti necessari per appellarsi a tale norma sono:

  • l’effettiva situazione di un pericolo imminente;
  • l’azione lesiva agiatamente necessaria per salvare sé od altri senza tuttavia che vi sia per il trasgressore la possibilità di compiere un’azione alternativa lecita;
  • il danno grave alla persona.

Il pericolo deve configurarsi, cioè, come non altrimenti evitabile e deve sussistere, per la configurabilità dell’esimente de quo, anche la proporzione tra il pericolo ed il fatto illecito commesso.

Nella fattispecie sopra delineata, il pericolo non era altrimenti evitabile, ritiene il Giudice di Pace con la sentenza n.507 del 14.05.2014.

Sfratto per morosità: termine di grazia

Il conduttore di un immobile che non paga il canone perché versa in condizioni di difficoltà economica, può, ed in che modo, opporsi nel momento in cui gli viene notificato lo sfratto ?

Ricevuta, da parte del conduttore moroso, la notifica dell’atto di sfratto con la contestuale citazione a comparire dinanzi al Tribunale, il conduttore può (i) non comparire (o comparire e non fare opposizione), di talché il giudice, ove ricorrano i presupposti richiesti dalla legge e una volta resa attestazione, da parte del locatore, che la morosità persiste, convalida lo sfratto, fissando la data entro la quale ottenere il rilascio forzato dell’immobile mediante ufficiale giudiziario; (ii) comparire in udienza e fare opposizione alla convalida, circostanza che induce il giudice a rinviare al giudizio ordinario l’esame delle cause di opposizione e decidere, o meno, di concedere subito al proprietario ordinanza di rilascio dell’immobile; (iii) comparire in udienza e versare i canoni scaduti (e quelli correnti), senza che il locatore possa opporsi; (iv) chiedere al giudice il c.d. ‘termine di grazia’, vale a dire un periodo entro cui saldare il proprio debito; in questo caso il giudice, di fronte a condizioni di difficoltà, può assegnare un termine non superiore a 90 giorni, rinviando l’udienza a non oltre 10 giorni successivi alla scadenza del termine assegnato. Detto termine peraltro opera solo per le locazioni ad uso abitativo e non per quelle commerciali.

In realtà la legge non parla di ‘termine di grazia’, trattandosi di una espressione invalsa nella prassi quotidiana. L’art. 55, primo comma, della legge n. 392/78, infatti, così recita: “La morosità del conduttore nel pagamento dei canoni o degli oneri di cui all’articolo 5 può essere sanata in sede giudiziale per non più di tre volte nel corso di un quadriennio se il conduttore alla prima udienza versa l’importo dovuto per tutti i canoni scaduti e per gli oneri accessori maturati sino a tale data, maggiorato degli interessi legali e delle spese processuali liquidate in tale sede dal giudice”.

Si parla di ‘termine di grazia’ perché l’inquilino può salvare il contratto (e di conseguenza continuare a godere di quel bene).

Nei casi in cui l’inadempienza, non superiore a due mesi, sia conseguente alle precarie condizioni economiche del conduttore, insorte dopo la stipulazione del contratto di locazione e dipendenti da disoccupazione, malattie o gravi, comprovate condizioni di difficoltà [in realtà nella prassi giurisprudenziale è sufficiente la semplice richiesta del conduttore perché il Giudice conceda il termine per sanare la morosità] l’anzidetto termine di grazia salirà a 120 giorni, e la sanatoria della morosità potrà avvenire per non più di quattro volte complessivamente nel corso di un quadriennio.

Entro il ‘termine di grazia’ il conduttore moroso dovrà provvedere al pagamento dei canoni, delle spese accessorie, dei relativi interessi e delle spese legali liquidate; adempimento che il Giudice verificherà nel corso di apposita udienza fissata in una data ricadente nei dieci giorni successivi alla scadenza del termine assegnato.

Il termine è perentorio ed il pagamento deve essere integrale.

Va detto che il conduttore moroso, che si avvalga del ‘termine di grazia’, ove non adempia nei termini anzidetti, si vedrà fissare la data dell’esecuzione del rilascio entro sessanta giorni dalla scadenza del termine concesso per il pagamento, e non già entro il termine, più ampio, di sei mesi (o di dodici, in casi eccezionali) dalla data del provvedimento che dispone il rilascio.

Imputazione dei pagamenti

Nulla quaestio nel caso in cui un debitore debba adempiere una sola obbligazione nei confronti del creditore, ma cosa accade se uno stesso debitore abbia più obbligazioni verso il medesimo creditore e, presentandosi al creditore, gli rappresenti di voler eseguire un solo pagamento ? a quale delle obbligazioni, detto pagamento, va imputato ?

Soccorrono, al riguardo, gli artt. 1193 e seguenti del codice civile che indicano una serie di criteri idonei a risolvere il problema, presupponendo comunque la preesistenza di una pluralità di rapporti obbligatori tra le parti stesse, ed assolvendo alla funzione di individuare il debito, tra i più, a cui l’adempimento di riferisce. In assenza di tale pluralità di rapporti, va da sé che la relativa disciplina non possa essere utilizzata (Cass. Civ., Sez. II, 15.10, 2013 n. 23341).

Anzitutto, i differenti debiti, verso l’unico creditore, devono essere dello stesso genere.

È al debitore (art. 1193, I comma, cod. civ.) che viene data in primo luogo facoltà di imputare il pagamento al debito che intende soddisfare nei confronti del creditore, e sempre con il consenso di quest’ultimo, ché rimane comunque legittimato a rifiutare un adempimento parziale.

Laddove però il debitore non eserciti tale facoltà, l’eventuale imputazione spetta al creditore in sede di rilascio della quietanza (così è desumibile dall’art. 1195 cod. civ.) ed in questo caso, qualora il debitore accetti la quietanza, accetta implicitamente anche la scelta compiuta dal creditore in ordine all’imputazione del pagamento, non potendo più pretendere una diversa imputazione, salvo il caso in cui vi sia stato dolo o sorpresa da parte del creditore, e ciò in virtù del principio del favor debitoris, ulteriormente rafforzato dalla legge quando la facoltà di scelta passa al creditore, volendosi tutelare comunque il debitore dal creditore che, approfittando della sua fiducia, contrariamente a quanto dichiarato espressamente o indirettamente all’atto dell’accettazione del pagamento, indichi poi nella quietanza una diversa imputazione rispetto a quella dichiarata.

In mancanza di entrambe le dichiarazioni, il pagamento deve essere imputato: tra più debiti di cui uno solo scaduto, al debito scaduto; tra più debiti ugualmente scaduti l’imputazione va al debito meno garantito; tra più debiti ugualmente garantiti e scaduti va al debito più oneroso e, in difetto di tali criteri di scelta, al debito più antico. A parità di tali condizioni l’imputazione va effettuata proporzionalmente in relazione a ciascun debito.

Il potere di scelta del debitore è invece limitato nel caso di imputazione del pagamento alle diverse componenti di un debito pecuniario (costituito da capitale, interessi, spese); in questo caso, secondo l’articolo 1194 cod. civ., il pagamento andrà necessariamente imputato agli interessi o alle spese, e non al capitale, a meno che il creditore non vi consenta.

L’articolo ora richiamato, infatti, così recita : “Il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore. Il pagamento fatto in conto di capitale e d’interessi deve essere imputato prima agli interessi”.

E ciò in quanto l’imputazione della somma capitale deve essere necessariamente preceduta dal versamento dei relativi interessi per impedire un inevitabile pregiudizio per il patrimonio del creditore tenuto conto che la parte obbligata alla prestazione pecuniaria prima deve eliminare gli accessori – che fanno carico al debitore ai sensi dell’art. 1196 cod. civ. – e successivamente estinguere il debito relativo al capitale.

Il locale risarcisce il danno morale ai vicini anche se manca la lesione alla salute

Corte di Cassazione, Sez. III Civ., 16.10.2015 n. 20927

Quali strumenti giuridici possono essere azionati in caso di immissioni rumorose superiori alla normale tollerabilità ?

Viene il rilievo il caso del locale che, in orari serali e notturni, mantenendo la musica ad alto volume, con disturbo alla quiete delle famiglie che abitano vicino al locale medesimo, deve risarcire i vicini del danno morale, anche in assenza di patologie legate ai rumori.

A stabilirlo è la sentenza n.20927 del 16 ottobre 2015 della Terza Sezione Civile della Cassazione alla quale si era rivolta una società, titolare di un locale di intrattenimento, che, per tre estati consecutive, aveva organizzato all’aperto serate musicali e che riteneva di aver subìto una ingiustificata condanna per la cessazione della attività, regolarmente autorizzata dalle autorità amministrative, nonostante, asseriva la ricorrente, le immissioni sonore che provenivano dagli impianti di amplificazione fossero “all’intero della soglia dei 40 decibel, e comunque ad un livello inidoneo a ledere la salute di alcuno”. Citata, infatti, in giudizio dinanzi al competente Tribunale, alla società era stato impartito il divieto di tenere intrattenimenti musicali e danzanti fuori dalle aree gestite dalla società stessa; nella sentenza di appello, che confermava quella di primo grado, risultava peraltro che era stata una perizia tecnica a dimostrare che le immissioni sonore superavano, in realtà, la soglia fissata come tetto massimo di tollerabilità in orario notturno.

Ebbene, la Suprema Corte ha chiarito che, chi è stato disturbato dal vicino rumoroso, può esigere il risarcimento del danno morale anche se non ha subìto un danno biologico. Gli ermellini, nella parte motiva della sentenza, affermano che “Proprio in tema di risarcibilità del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilità, questa Corte ha più volte affermato già in passato che pur quando non risulti integrato un danno biologico, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane sono pregiudizi apprezzabili in termini di danno non patrimoniale (v. Cass. n.7875 del 2009)”.

Con la sentenza in commento la Suprema Corte ricorda inoltre che il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare è uno dei diritti protetti dalla Convenzione europea dei diritti umani [Art. 8] e la Corte di Strasburgo ha più volte condannato gli Stati che, in presenza di livelli di rumore significativamente superiori al livello massimo consentito dalla legge, non abbiano adottato misure idonee a garantire una tutela effettiva del diritto al rispetto della vita privata e familiare.

In conclusione, per ottenere il risarcimento dal vicino, i cui rumori abbiano superato la normale tollerabilità, non vi è bisogno di documentare al giudice di aver subìto un danno alla salute, risultando sufficiente argomentare che la vita familiare ed il riposo siano stati compromessi.

Nullo il verbale per eccesso di velocità che non riporta la data di revisione dello strumento di rilevazione

Corte Costituzionale, sentenza 29 aprile – 18 giugno 2015, n. 113

A chi non è mai capitato di vedersi recapitare a casa una contravvenzione per eccesso di velocità accertata dalle Forze dell’Ordine per mezzo di un autovelox ? E se il più delle volte siamo indotti a pagare per non pensarci più, dobbiamo però anche avere contezza che potrebbe trattarsi di un accertamento non valido.

La Corte di Cassazione ha da sempre sostenuto, attraverso un consolidato orientamento, che nessuna norma (nazionale o comunitaria) impone la necessità di taratura dello strumento di controllo elettronico della velocità dei veicoli, come invece ad esempio avviene per quelle che rilevano il tasso alcolemico nel sangue dei conducenti sottoposti ad accertamento ai sensi dell’art. 186 del NCdS (Guida sotto l’influenza dell’alcool). [Si veda, tra le altre, Cass. Civ., Sez. II. 19.11.2007, n.23978, secondo cui possono evitarsi i «controlli previsti dalla legge n. 273 del 1991 istitutiva del sistema nazionale relativo alla verifica della taratura poiché esso attiene alla materia c.d. metrologica, che è diversa rispetto a quella della misurazione elettronica della velocità»].

In altri e più chiari termini, fino ad oggi, secondo l’orientamento prevalente della Suprema Corte, supportato anche dai principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il controllo periodico e la taratura erano necessari solo per i rilevatori di velocità lasciati sulla strada a funzionare in automatico e non per quelli impiegati sotto il controllo costante dagli operatori, le c.d. postazioni mobili.

Fino ad oggi, si è detto, essendo intervenuta la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 113, depositata il 18 giugno 2015, che, con ragionevolezza interpretativa, ha stabilito: “…appare del tutto irragionevole la prospettata discriminazione, poiché l’assenza di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura è suscettibile di pregiudicare – secondo la prospettazione del rimettente – l’affidabilità metrologica a prescindere dalle modalità di impiego delle apparecchiature destinate a rilevare la velocità. Non risolutivo appare in proposito quanto è previsto nella direttiva del Ministero dell’interno 14 agosto 2009, laddove si afferma che la rilevazione della cattiva funzionalità sarebbe garantita dalle apparecchiature «dotate di un sistema di autodiagnosi dei guasti che avvisano l’operatore del loro cattivo funzionamento». È evidente che il mantenimento nel tempo dell’affidabilità metrologica delle apparecchiature è un profilo che interessa – secondo la richiamata prospettazione del giudice a quo – anche i meccanismi di autodiagnosi che appaiono suscettibili, come le altre parti delle apparecchiature, di obsolescenza e di deterioramento.” e pertanto “…l’art. 45, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992 – come interpretato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione – deve essere dichiarato incostituzionale in riferimento all’art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”.

Tutti gli apparecchi – secondo il Giudice delle Leggi – devono essere sottoposti a periodica verifica e se la Corte Costituzionale non specifica quale debba essere la periodicità della verifica, si deve tuttavia presumere l’annualità della stessa, poiché tale è il periodo in vigore per gli altri strumenti

In forza della cogenza interpretativa del Giudice delle Leggi, a far data dal deposito della predetta sentenza sono ritenuti viziati di illegittimità costituzionale e dichiaratamente nulli tutti gli accertamenti avvenuti con apparecchiature rilevatrici della velocità non sottoposte periodicamente a taratura e controllo della funzionalità metrica.

E’ quindi fatto obbligo agli Enti (Comuni, Regioni e Stato) che utilizzano i richiamati strumenti, effettuare la taratura annuale e fornire la relativa documentazione probatoria.

La sentenza in argomento si riferisce in particolare agli autovelox usati dalle pattuglie. Gli autovelox presidiati, secondo la Consulta, devono essere sottoposti a controlli periodici proprio come quelli fissi.

Gli altri, gli autovelox automatizzati, e quindi anche il tutor, il telelaser, il photored, non sono colpiti dalla sentenza della Consulta perché generalmente sottoposti a verifiche in base ai principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2005. Per le multe elevate con detti autovelox, è consigliabile prima chiedere copia della documentazione attestante l’ultimo controllo e taratura all’organo che ha emanato la sanzione e, soltanto ove questa documentazione manchi o non venga prodotta in tempo, ovvero se dalla documentazione prodotta risulta che la verifica e taratura non è stata effettuata (almeno annualmente), si potrà procedere con ricorso.

Se nel verbale non sono riportate indicazioni utili a risalire alla categoria dell’autovelox utilizzato, ci si potrà rivolgere direttamente all’autorità che ha elevato la multa.

In conclusione, se nel verbale della multa per eccesso di velocità non è riportata la data dell’ultima revisione dell’autovelox, è possibile richiedere la documentazione al corpo di polizia oppure direttamente al Giudice di pace, facendo immediato ricorso, avendo tuttavia presente che gli accertamenti eseguiti entro un anno dall’ultima taratura eseguita e documentata sono legittimi.

Se l’amministrazione comunale non sarà in grado di fornire la prova relativa a manutenzione periodica e taratura costante degli autovelox, sarà possibile impugnare i verbali, ottenere l’annullamento delle multe ancora non pagate e chiedere la restituzione delle sanzioni già versate.

Sinistro stradale: La responsabilità in caso di retromarcia

La manovra di retromarcia viene disciplinata dall’art. 154 del Codice della Strada e lo stesso la classifica come condotta di guida altamente rischiosa e pericolosa.

Recentemente la Suprema Corte di Cassazione, sez. IV Penale, si è espressa con la sentenza n°36039/2015 su di un caso di sinistro stradale causato da conducente in esecuzione di manovra di retromarcia.

Nel caso sottoposto all’attenzione degli ermellini il conducente di un mezzo pesante, non rendendosi conto della presenza di un pedone alle sue spalle, nel fare retromarcia lo ha investito, causandone il decesso.

La Corte ha stabilito che l’automobilista che, effettuando la retromarcia provoca un sinistro, è sempre colpevole avendo, lo stesso, l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli ed ai pedoni e conseguentemente, altresì, l’obbligo a risarcire i danni materiali e morali da lui causati.

La retromarcia è stata identificata come una manovra pericolosa e ad alto coefficiente di difficoltà e, quindi, il soggetto che la effettua deve prestare sia severi doveri di prudenza, cercando di prendere in considerazione il verificarsi di ogni evento, anche quello imprevedibile, per evitare di arrecare danno all’incolumità di persone e/o mezzi; e sia di diligenza per far fronte ad eventuali situazioni di pericolo, anche nel caso in cui queste situazioni siano determinate da comportamenti irresponsabili posti in essere da altri soggetti, dato che la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni dettate dal legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé una condotta inoperosa.

Tale pericolosa manovra non deve essere effettuata quando il conducente del mezzo non sia in grado di dominare visivamente tutto lo spazio retrostante da impegnare e, quindi, di regolare il movimento del veicolo in relazione alla presenza di eventuali ostacoli. Ne deriva che i conducenti di veicoli che, per ragioni varie, non siano in grado di assicurare le condizioni standard di sicurezza, devono adottare tutti gli accorgimenti sufficienti e necessari per non concretizzare eventi di rischio e pericolo. Tra le soluzioni pratiche da poter adottare vi è, anche, la collaborazione di una terza persona per aiutare colui che esegue la manovra. Quest’ultima non deve essere compiuta in assenza di soluzioni adeguate ed altamente prudenziali, che non espongano oltre il consentito l’integrità fisica e morale di coloro che, per qualsiasi motivo, si vengano a trovare sulla linea di arretramento senza essere viste. Ne consegue che non sono ritenute delle cause giustificative né la scarsa visibilità, adducendo a propria discolpa di non aver visto un ostacolo presente sulla strada, e né l’assenza di sensori di parcheggio sul veicolo che effettua la retromarcia.

Da tutto ciò deriva una sostanziale responsabilità per chi viene coinvolto o causa un sinistro mentre procede in retromarcia, e di conseguenza comporterà nella quasi totalità dei casi il torto nella ripartizione delle responsabilità.

Le chance per l’automobilista di salvarsi dalla condanna per il risarcimento del danno sono quasi pari allo zero.